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In Giappone il weekend dura di più: il lunedì mattina si riposa

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L’OBIETTIVO PRINCIPALE È MIGLIORARE IL BENESSERE DEI LAVORATORI E COMBATTERE LE CONSEGUENZE DEL TROPPO LAVORO

Stress del lunedì mattina? In Giappone si torna al lavoro il pomeriggio

Chi non vorrebbe prolungare il fine settimana di qualche ora e godersi un lunedì mattina di pace e tranquillità? Molti giapponesi possono farlo, perlomeno una volta al mese. Merito di un’iniziativa voluta del Governo e soprannominata “shining morning”, letteralmente “lunedì luminoso”, che permette a un numero significativo (per ora il 30%) di dipendenti, pubblici e privati, di evitare quello che per molti è il momento più stressante di tutta la settimana: il mattino del rientro dopo il weekend. L’obiettivo principale è migliorare il benessere dei lavoratori e la loro vita, non solo in ufficio ma anche a casa. In questo modo, infatti, ciascuno può approfittare della pausa extra per riposarsi, dormire più a lungo, rilassarsi, stare con i propri cari, dedicarsi alle proprie passioni.

Il lunedì corto è una necessità

Il governo giapponese è stato costretto a essere così magnanimo: in Giappone, infatti, le persone lavorano molto di più di quanto dovrebbero e fanno quasi 100 ore di straordinari al mese tanto da addormentarsi spesso per strada o addirittura svenire. Non mancano neppure casi di impiegati morti per il troppo lavoro. Per questo si è pensato di limitare i danni, introducendo lo shining morning. Stando ai primi dati, a beneficiare del lunedì corto non sono solo i dipendenti, ma anche le aziende: i dipendenti, infatti, grazie a queste ore di libertà diventano più produttivi ed efficienti.

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Whatsapp, Instagram e Facebook come le droghe, 7 giorni senza ed è astinenza

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Lo sostiene uno studio pubblicato sulla rivista Cyberpsychology, Behavior, and Social Networking, secondo cui bastano appena sette giorni di astinenza da social come Facebook e WhatApp (anche senza essere totalmente disconnessi, con libertà d’uso di sms, email e telefono) per manifestare sintomi simili a quelli dell’astinenza da droghe, dall’ansia alla noia ai cambiamenti di umore. Ed è solo la punta di un iceberg, sostengono i ricercatori austriaci che hanno condotto il lavoro presso l’Università Karl Landsteiner a Krems (KL Krems) e l’Università di Vienna: infatti su oltre 1000 individui dai 18 anni in su cui era stato proposto di partecipare allo studio, solo 152 (meno del 15%) hanno aderito, segno che per gli altri era già in partenza del tutto impossibile pensare di stare lontani dai social per 7 giorni.

«La scarsa percentuale di adesione – afferma appunto Stefan Stieger del dipartimento di Psicologia della KL Krems – suggerisce che per le persone che hanno scelto di prendere parte allo studio era già in partenza più facile stare senza social media per un breve periodo, quindi che i sintomi di astinenza osservati nel campione potrebbero essere in media più lievi rispetto a quelli che si potrebbero verificare in altri individui che potrebbero manifestare effetti ancora più pronunciati». Gli esperti non solo hanno registrato sintomi di astinenza (nonostante il campione potesse comunque usare le email, il telefono e gli sms), ma hanno anche constatato che quasi il 60% del campione ha avuto una ‘ricadutà, cioè è contravvenuto alla regola di non usare Facebook e WhatApp prima dello scadere dei sette giorni.

«Abbiamo riscontrato sintomi d’astinenza sia pur lievi tra i partecipanti, ma comunque simili a quelli associate con sostanze che danno dipendenza» – continua Stieger. «In particolare, abbiamo constatato un elevatissimo incremento del desiderio – la voglia eccessiva, quasi un bisogno psicofisico – di usare i social durante il periodo di astinenza. Questo effetto è stato addirittura misurabile non appena i partecipanti hanno potuto nuovamente usare i social», conclude.

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Sugar Tax, al via la campagna per introdurre la tassa sulle bevande zuccherate

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Lettera al Ministero della salute. I Diabetologi:«Si reinvesta in prevenzione»

Merendine, bibite zuccherate, snack dolci. Gli effetti degli zuccheri aggiunti sul rischio di sviluppare malattie cardiovascolari, la principale causa di morte in Europa, sono mediati dal sovrappeso e dall’obesità che essi inducono. I chili di troppo, infatti, sono i principali fattori di rischio per diabete di tipo 2 e altre malattie non trasmissibili.

 

E i dati del sistema di sorveglianza «Okkio alla Salute» promosso dal Ministero della Salute rivelano che un bambino italiano su 10 sotto i dieci anni d’età (scuola primaria) è obeso, mentre il 21 per cento è in sovrappeso, con un importante gradiente nord-sud. Gli zuccheri, come sostiene l’American Heart Association, «contribuiscono a un’alimentazione ad alto contenuto calorico ma povera di nutrienti e aumentano il rischio di sviluppate obesità, malattie cardiovascolari, ipertensione, tumori associati all’obesità e carie dentali».

 

LA LETTERA APERTA AL MINISTERO

Che fare? In alcuni paesi, come il Regno Unito, la sugar tax esiste già. E anche nel nostro paese da tempo si discute a proposito dell’introduzione di una tassa sullo zucchero per disincentivare i cittadini all’acquisto e incentivare l’industria alimentare ad abbassare il contenuto di zucchero dei propri prodotti, in primo luogo le bibite zuccherate, e in generale sollecitare un maggior utilizzo di certi ingredienti a discapito di altri.

 

Per sollecitare una sua pronta introduzione anche nel nostro paese, è partita una campagna, una lettera aperta al Ministero della Salute, promossa dal Fatto Alimentare, che ha già ottenuto l’adesione della società Italiana Diabetologia (SID),l’Associazione nazionale dietisti ( ANDID), la Società Italiana di Pediatria Preventiva e Sociale (SIPPS), l’European Childhood Obesity Group (ECOG) e Slow Medicine.

 

BEVETE ACQUA

Di pari passo con l’«epidemia» di sovrappeso, avanza anche quella del diabete, la cui incidenza è in crescita e, nel nostro Paese, sarebbero circa 4 milioni gli italiani colpiti. Nella fascia d’età tra i 45 e i 64 anni, i soggetti affetti da diabete di tipo 2 e obesità sono il 12 per cento, ma si arriva addirittura al 30,1 per cento tra gli over 75.

 

«Diventa dunque impossibile per una Società scientifica che si occupa di diabete non allargare il campo d’azione e di allerta anche al fenomeno obesità perché queste due pandemie sono, come visto, strettamente interconnesse una con l’altra. La prevenzione poi rappresenta una priorità assoluta per la SID» afferma il professor Francesco Purrello, presidente della Società Italiana di Diabetologia (SID) che aveva già annunciato questa decisa presa di posizione al congresso europeo di diabetologia svoltosi a Berlino. In quell’occasione, durante un dibattito sugli interventi più efficaci per convincere tutti ad abbandonare certi pericolosi stili di vita, tra cui il consumo di bevande zuccherate, il messaggio era stato chiaro: «Bevete acqua», aveva detto Neil Poulter, professore di medicina cardiovascolare preventiva dell’Imperial College di Londra.

 

REINVESTIRE IN PREVENZIONE GLOBALE

Ecco, la lettera aperta al Ministero della Salute «rappresenta un esempio concreto di questa volontà di voltare pagina, verso uno stile di vita più salutare – dice Purrello – Ma perché la Sugar Tax abbia successo è necessaria inserirla e integrarla in un contesto più ampio di iniziative che investano i vari campi della prevenzione, dall’alimentazione sana ed equilibrata, alla lotta alla sedentarietà, alla promozione dell’attività fisica».

 

E prestare attenzione, dicono i diabetologi, alle fasce più vulnerabili: i bambini e le classi sociali economicamente svantaggiate. L’appello dei diabetologi riguarda anche l’utilizzo dei proventi derivanti dalla tassa: «vengano reinvestiti in misure di prevenzione».

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Prostata: dopo i 45 anni gli uomini devo farsi controllare regolarmente ogni 12 mesi

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Dr Mauro Tasso
Dr Nicola Cruciano
È il tumore più diagnosticato nella popolazione maschile: colpisce 40mila italiani l’anno. Una campagna informativa e di prevenzione chiamata «Novembre azzurro»

Poco informati, ma con una certa consapevolezza della propria scarsa conoscenza; disattenti, ma non completamente all’oscuro delle problematiche e dei rischi urologici. È questo il rapporto tra gli uomini e la salute maschile secondo gli urologi italiani, confermata da un’indagine Doxa Pharma, presentata oggi a Milano e realizzata in occasione di «Movember», campagna mondiale che si svolge nel mese di novembre per la sensibilizzazione sulle malattie urologiche, sostenuta in Italia dalla Società Italiana di Urologia SIU e da Jansenn.

 

TUMORE ALLA PROSTATA

Negli uomini il tumore più diagnosticato è quello della prostata che rappresenta il 18% del totale e colpisce 40mila italiani l’anno. La maggior parte delle diagnosi avviene in età avanzata. I fattori di rischio sono la familiarità e l’età. Gli uomini con un parente stretto, come un padre o un fratello, affetto da carcinoma della prostata hanno un rischio doppio di ammalarsi rispetto alla popolazione generale. Il rischio cresce ulteriormente se in famiglia c’è più di un parente affetto e se la malattia è stata diagnosticata prima dei 65 anni.

 

DISINFORMAZIONE

La disinformazione maschile è preoccupante perché ricade inevitabilmente sulla prevenzione. «È un grave problema di cultura: il pediatra non se ne occupa, il padre non parla col figlio come la madre parla con la figlia e si può arrivare anche a 30/40 anni senza mai avere fatto una visita – spiega Vincenzo Mirone, professore ordinario di urologia all’Università Federico II di Napoli – Così le diagnosi arrivano tardi, ma ricordo che il tumore alla prostata, questo killer silenzioso e asintomatico, colpisce 36mila persone l’anno e causa 7mila morti, più di quelli causati dagli incidenti stradali».

 

Per lo specialista serve un’alleanza tra attori diversi (medici, famiglia, scuola e media) per cambiare questa situazione. «Dopo i 45 anni, una volta l’anno va fatto il test del psa, l’esplorazione digito-rettale e l’ecografia».

 

COSA SANNO GLI ITALIANI?

La risposta è «poco». Una fotografia del maschio italiano over 50 è stata appena realizzata per conto di Jansenn su 350 uomini rappresentativi degli italiani per età, area geografica e stato socioeconomico. «Emerge che un uomo su tre over 50 non è mai andato dall’urologo e 1 su 4 non ha mai effettuato il PSA, con circa il 20% totali degli over 50 che non ha mai fatto né una visita né un esame specialistico» illustra i dati Paola Parenti, vicepresidente di Doxa Pharma, che commenta «negli uomini esiste più una paura della malattia che una reale coscienza del tumore alla prostata».

 

LE CURE

Eppure «dal cancro alla prostata si può guarire e nel 91% dei casi si sopravvive alla malattia a cinque anni dalla diagnosi», dice Mirone. Oggi i clinici sono capaci di gestire progressioni di malattia anche importanti e casi molto avanzati. Come è successo per altre patologie oncologiche in passato, oggi anche il tumore alla prostata sta vivendo il suo ingresso in una nuova era fatta di terapie più personalizzate e meno invalidanti. Grazie ai progressi della ricerca, anche per questo tumore esistono «terapie che permettono di stabilizzare la malattia a lungo termine, “chemio free”, indicate anche in pazienti con una diagnosi di tumore aggressivo, metastatico già alla diagnosi – aggiunge il professor Mirone – Questi casi che normalmente, fino a oggi, sono stati trattati con ormonoterapia in combinazione a chemioterapia possono essere trattati oggi con questi nuovi agenti terapeutici. È stata ora dimostrata l’efficacia del primo trattamento che combina alla terapia ormonale classica un farmaco orale a domicilio (in particolare l’abiraterone), anche nei pazienti con tumore metastatico già alla diagnosi».

 

Gli studi effettuati su abiraterone hanno dimostrato una sopravvivenza superiore al 50% dopo 41 mesi di follow-up e una riduzione della mortalità del 36% rispetto al controllo.

 

LA CAMPAGNA

Secondo la ricerca, sul tema delle cure e della prevenzione i maschi italiani avvertono la necessità di campagne di informazione e sensibilizzazione. Organizzare attività educative di promozione del benessere maschile sul territorio nazionale, promuovendo fra gli uomini di una maggiore consapevolezza sul rischio del tumore alla prostata, è l’obiettivo della campagna «Novembre Azzurro» lanciata da Europa Uomo Italia.

 

«Noi, che stiamo stati promotori di una campagna rivolta agli uomini contro la violenza di genere, questa volta – ha detto Massimo Scaccabarozzi, presidente e amministratore delegato di Janssen Italia – potremmo lanciare un appello alle donne, più informate e più consapevoli dell’importanza della prevenzione, affinché ci aiutino a convincere i maschi a prendersi cura della propria salute».

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Smettere di fumare: una variante genetica lo rende ancora più difficile

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Un meccanismo molecolare assai diffuso che predispone alla dipendenza da nicotina sembra anche responsabile dei comportamenti di “ricaduta” degli ex fumatori.

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Tagliare i rapporti con la nicotina può essere complicato per colpa dei geni.|SHUTTERSTOCK

Chiudere con le sigarette è complicato, e anche chi ci riesce finisce spesso per ricominciare dopo qualche mese. Uno studio pubblicato su Current Biology potrebbe spiegare almeno in parte questi episodi di “ricaduta”. Una variante genetica già conosciuta per essere coinvolta nella sensibilità alla nicotina e nei meccanismi di dipendenza sembra favorire, nei topi, il comportamento di recidiva dopo alcuni mesi di cessazione.

 

LA BIOLOGIA DEL VIZIO. La nicotina, principale sostanza psicoattiva nelle sigarette, si lega ai recettori nicotinici nel cervello, attivando nuovi circuiti neuronali che favoriscono il rilascio di dopamina e di altri potenti neurotrasmettitori modulatori dell’umore.

 

Una boccata dopo l’altra, i recettori nicotinici vengono saturati. La nicotina non è più in grado di attivarli, e la gratificazione ottenuta continuando a fumare si esaurisce. Tra una sigaretta e l’altra parte dei recettori torna attivabile e, complice il meccanismo di gratificazione di cui si è fatta esperienza, si cercano nuove dosi. Con il tempo, queste ripetizioni portano ad assuefazione. Il consumo individuale di tabacco è dunque strettamente collegato alla sensibilità dei recettori nicotinici, che si presentano in cinque sottoclassi.

 

Studi recenti avevano dimostrato che una piccola mutazione a carico di un gene – il CHRNA5 – che codifica per una particolare sottoclasse di recettori nicotinici, è associata a un aumento significativo del rischio di dipendenza da nicotina. Questa variante è largamente diffusa: la presentano il 35% della popolazione europea e fino al 50% dei medio-orientali. Un team di scienziati dell’Institut Pasteur e del CNRS (Francia), in collaborazione con l’Università della Sorbona e l’Istituto Nazionale francese per la Salute e la Ricerca Medica, ha voluto studiare meglio il suo meccanismo di azione, per capire su che fase della dipendenza da nicotina intervenga questa variante.

 

Dopo aver introdotto la mutazione nei ratti, gli scienziati hanno osservato che essa favoriva un maggiore consumo di nicotina e in dosi più massicce, e che predisponeva a comportamenti di ricaduta dopo periodi di cessazione. L’effetto di questa variante sugli episodi di ricaduta era associato a una riduzione dell’attività in un’area cerebrale – il nucleo interpeduncolare – dove si trova la maggiore concentrazione della classe di recettori nicotinici codificati dal CHRNA5.

 

Farmaci in grado di attivare questi recettori, e di farlo al posto della nicotina, potrebbero aiutare a ridurre il consumo di tabacco e limitare il rischio di recidive.

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Influenza in arrivo: che cosa dobbiamo aspettarci?

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Quante persone colpirà e quando arriverà il picco dell’epidemia? Perché ha un andamento così imprevedibile? Che differenza c’è tra i vaccini disponibili? Guida essenziale alla stagione influenzale 2018-2019.

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A differenza di altri patogeni “sempre uguali”, come quello del morbillo, i virus dell’influenza si modificano continuamente: ecco perché continuiamo a subirli.|SHUTTERSTOCK

Colpisce ogni anno l’8% della popolazione italianacausando in media 8.000 decessi: se per i più l’influenza si risolve con qualche giorno di febbre alta, tosse e naso che cola, in chi soffre di patologie croniche come diabete o problemi cardiovascolari, è affetto o è recentemente stato colpito da malattie bronchiali o polmonari, o immuno-depresso perché, per esempio, in cura per un tumore, questa infezione può avere conseguenze critiche.

 

Le fasce di popolazione per le quali è particolarmente consigliato il vaccino quadrivalente: donne in gravidanza, persone anziane, bambini dai sei mesi ai 5 anni, pazienti affetti da malattie croniche e loro familiari, operatori sanitari. | SANOFI PASTEUR

All’origine dell’influenza ci sono quattro famiglie di virus, due di tipo A e due di tipo B.

 

La proporzione tra i virus di lineaggio B è variabile e imprevedibile: per questo capire in anticipo quali caratteristiche avrà l’epidemia in arrivo è quasi un terno al lotto. Ci siamo fatti aiutare da Fabrizio Pregliasco, virologo e ricercatore del Dipartimento di scienze biomediche per la salute dell’Università degli Studi di Milano e direttore sanitario dell’IRCCS Galeazzi di Milano.

 

«Salvo imprevisti la prossima stagione influenzale dovrebbe essere di intensità media. Si stima, comunque, che non meno di 5 milioni di persone saranno costrette a letto: nell’emisfero australe la stagione sta scorrendo con bassi livelli di diffusione e una prevalenza del virus AH1N1, anche se in quest’ultima parte di stagione rimane l’incognita del contributo del virus B, che potrebbe innalzare la dimensione complessiva della stagione.»



Le raccomandazioni dell’OMS sulla stagione influenzale dell’emisfero nord arrivano a febbraio. Fino a maggio, milioni di uova di pollo vengono inoculate con ceppi virali e lasciate incubare per permettere al virus di moltiplicarsi. Quindi si procede alla raccolta del siero virale, che viene purificato in diverse fasi, filtrato e trattato per frammentare e uccidere il virus: se ne conservano solo gli antigeni di superficie, ossia le sostanze che inducono una risposta immunitaria. L’operazione è ripetuta per ciascuno dei ceppi virali inclusi in un quadrivalente: da giugno a luglio, questi sono raccolti e combinati in un unico prodotto, sottoposto a rigorosi controlli e poi confezionato in fiale e siringhe, pronti da consegnare. Lo stabilimento di Sanofi Pasteur a Val De Reuil (Francia), che abbiamo visitato e ci ha fornito queste informazioni, produce ogni anno 200 milioni di dosi di vaccini influenzali. Il 70% del tempo produttivo è impiegato in attività di controllo qualità. | SANOFI PASTEUR

GIOCARE D’ANTICIPO. Le previsioni si elaborano osservando quanto accaduto nella stagione invernale che precede la nostra, ossia quella che sta finendo nell’emisfero australe.

 

«Ci si basa su un doppio sistema di sorveglianza globale gestito dall’OMS», spiega Pregliasco. «Da un lato, epidemiologico, con medici sentinella in varie parti del mondo che segnalano casi sospetti; dall’altro, virologico, con gruppi selezionati di pazienti sottoposti a prelievi e tamponi faringei. Con queste seconde tecniche di biologia molecolare possiamo tracciare un albero genealogico dei virus e la loro caratterizzazione genomica.»

 

A determinare la stagione influenzale sono soprattutto la novità dei virus (per ogni lineaggio A o B esistono diverse varianti) e le condizioni meteo. «Se la stagione invernale è molto ballerina come sono questi primi momenti, allora prevarranno i virus para-influenzali (ce ne sono 262 diversi tipi!). Se il freddo è pesante e continuativo, con molta umidità e temperature basse che si prolungano, si diffondono con più facilità i virus influenzali veri e propri.»

 

Con questi parametri si approntano previsioni su quando arriverà l’epidemia: si confrontano i dati raccolti con il trend storico stagionale (consultabile, per esempio, su InfluNet). Si va a vedere quanti casi di influenza si sono registrati, negli anni passati, nelle varie fasce anagrafiche di popolazione, e in quale settimana. «Quando si nota un incremento e si conferma la presenza dei primi casi in laboratorio, allora si capisce che l’epidemia sta iniziando – continua Pregliasco. Una crescita esponenziale nell’arco di sei settimane rappresenta invece la curva dell’epidemia. Possiamo pensare che il picco arriverà quest’anno dopo Natale, perché per allora farà sicuramente freddo. Ma l’andamento è davvero imprevedibile».



QUALE VACCINO? Per correre ai ripari abbiamo a disposizione i vaccini influenzali: di tipo trivalente – che contiene, e protegge da, 2 ceppi di virus A (A/H1N1 e A/H3N2) e 1 ceppo di virus B (B/Victoria o B/Yamagata) – oppure quadrivalente (o tetravalente) Quest’ultimo contiene 2 ceppi A e 2 ceppi B, ed è la scelta raccomandata dall’OMS.

 

Chiarisce Pregliasco: «Venti anni fa i virus dell’influenza circolavano in modo diverso, c’era un virus prevalente, un solista. Negli anni invece è diventata una band, un duo, un trio e poi ogni tanto un quartetto. In particolare c’è un componente del quartetto che non riusciamo bene a individuare se sarà o meno presente: il sottotipo di virus B. Per questo l’OMS preferisce allargare l’ombrello di protezione e includerli tutti».

 

COME SCEGLIERE? In futuro tutti i vaccini diverranno quadrivalenti, ma ad oggi non tutte le aziende sono riuscite a licenziarli in tempo. Quindi in commercio troviamo diversi vaccini: quadrivalente, trivalente, trivalente adiuvato. Gli adiuvati sono pensati per aiutare la risposta immunitaria, ma al momento non esiste un quadrivalente adiuvato: se ne stanno ancora studiando gli effetti.

 

Per questo sui soggetti “grandi anziani” (over 75) è preferibile il trivalente adiuvato: a questa età si è infatti meno colpiti dai virus B perché questi diversificano meno, e in genere gli anziani ne conservano una memoria immunitaria. In pratica nel loro caso è preferibile aumentare la risposta immunitaria e tralasciare la protezione per un sottotipo B (che colpisce più spesso i bambini, veri attori della trasmissione)».

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Nel video qui sotto, potete ripercorrere le varie fasi di produzione di un vaccino – influenzale, ma non solo. Il filmato è in inglese, con sottotitoli [video credit Sanofi Pasteur].

 

 

Il colorito della pelle può dirci quali sono i nostri problemi di salute

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Dimmi che colorito hai e ti dirò come stai. Molto spesso la nostra pelle è lo specchio del nostro stato di salute. Cambiamenti nel colorito, infatti, possono rappresentare un segnale di problemi più profondi che possono riguardare diversi organi, come i polmoni e i reni. Per questo è sempre bene non trascurare strani cambiamenti e insolite sfumature. Questo non significa quindi doversi subito allarmare, ma certamente ci dovrebbe mettere ragionevolmente in allerta.

 

COLORITO GIALLASTRO: ECCESSO DI CAROTENE O DISTURBI AL FEGATO

Il colorito della nostra pelle può assumere una strana tinta giallastra, che quasi tende all’arancione, quando si è in presenza di carotenemia, un disturbo che si manifesta quando il corpo assume dosi più alte del previsto di beta-carotene. Spesso questa condizione può essere dovuta ad un consumo eccessivo di carote o di alimenti ricchi di carotene come zucche o patate dolci.

 

La buona notizia è che, anche se all’inizio può spaventare, la carotenemia non è pericolosa. In effetti, una volta che i livelli di carotene tornano normali si ritorna al colorito di sempre. Tutt’altra storia, invece, quando il colorito giallastro è un segnale di ittero, una sindrome che indica la presenza di problemi al fegato, ed è piuttosto diffuso nei neonato. In questo caso il colorito giallastro non interessa solo la pelle, ma anche gli occhi e i liquidi corporei.

 

 

Questa condizione si manifesta quando c’è un eccessivo innalzamento dei livelli di bilirubina nel sangue. Può essere anche un effetto collaterale dell’assunzione di alcuni farmaci e di varie condizioni, come la cirrosi o diverse malattie del sangue.

 

«La bilirubina è un sottoprodotto della distruzione dei globuli rossi che, in tempi più o meno programmati, vengono sostituiti», spiega Massimo Galli, professore ordinario di Malattie Infettive dell’Università degli Studi di Milano e presidente Società Italiana di Malattie Infettive e Tropicali (SIMIT). «In condizioni normali la bilirubina viene captata dal fegato che la passa alla bile. Se il fegato non funzione – aggiunge – la bilirubina in eccesso causa inizialmente la colorazione della sclera e poi anche della cute».

 

COLORITO BIANCASTRO: ANEMIA, INSUFFICIENZA D’ORGANO O STANCHEZZA

E’ il tipico colorito di chi è pallido, qualcosa che probabilmente sarà capitato a molti di noi. C’è chi presenta un lieve pallore dopo una settimana particolarmente stressante, a causa dell’influenza o di un banalissimo raffreddore. Tuttavia, la pelle può “sbiancare” o sbiadire anche per motivi ben più seri. Potrebbe essere un segnale di anemia, una condizione che si manifesta quando la quantità di emoglobina nel sangue scende al di sotto del minimo necessario.

 

In questo caso, non ci sono abbastanza globuli rossi sani per trasportare ossigeno sufficiente per i tessuti: ecco perché la pelle può diventare improvvisamente più chiara. In molti casi, si risolve con un regime alimentare più sano, che consiste nel reintegro di ferro o assumendo alcuni integratori di vitamine. In altri casi ci vogliono soluzioni più complesse da concordare con il medico. Il pallore, inoltre, potrebbe essere un sintomo di poca funzionalità dei polmoni e dell’intestino crasso. Il sangue infatti ristagna negli organi interni e non riesce a donare un colorito sano.

 

COLORITO ROSSASTRO: FORTE EMOZIONE O STATO FEBBRICITANTE

L’improvviso rossore della pelle è molto spesso il segnale di un’emozione forte: capita spesso alle persone timide, a chi è appassionato a qualcosa o quando ad esempio si è in preda alla rabbia. Ma la pelle può diventare rossastra anche quando l’organismo è costretto a funzionare a livelli molto più accelerati del solito.

 

In questo caso il particolare colorito indica la presenza di calore all’interno dell’organismo che può derivare da un aumento dell’attività metabolica, come accade durante la febbre. E’ bene quindi riportare l’accelerazione del metabolismo alla normalità. Per il rossore causato dalle emozioni, invece, è bene ricordare che è tutto passeggero. Una volta calmati gli spiriti bollenti anche il colorito torna alla normalità.

 

COLORITO DAL GRIGIASTRO AL NERO: INSUFFICIENZA RENALE

Il colorito della pelle può scurirsi, tendendo al grigio o nero, quando gli organi «spazzini» non funzionano come dovrebbero. Può esserci quindi un collegamento con i reni che non riescono a pulire il sangue dalle tossine accumulate e che quindi ritornano nel sangue, rendendo la pelle scura.

 

Bisogna quindi chiedere aiuto a un medico che farà tutti gli esami opportuni. In alcuni casi, avere un colorito «nerastro» può anche essere un segnale di collera. Non a caso si dice «essere arrabbiati neri». In questo caso è qualcosa di temporaneo.

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Pessimisti e stressati? Può essere colpa della fame

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stressati? Può essere colpa della fame

Pessimisti e stressati? Può essere colpa della fame

Il calo di zucchero potrebbe influire sulle nostre emozioni e sul nostro comportamento. Un problema che potrebbe emergere quando ci mettiamo a dieta. A scoprirlo sono stati i ricercatori dell’università di Guelph, in Canada

“I’M HUNGRY” e “I’m angry”: Ovvero “Ho fame” e “Sono arrabbiato”. La pronuncia è quasi simile, ma il significato del tutto diverso. Sembra, però, che ci sia qualche collegamento tra le due condizioni: secondo un recente studiodell’università di Guelph, in Canada – pubblicato su Psychopharmacology – infatti, l’improvviso calo di glucosio che sperimentiamo quando siamo affamati può avere ripercussioni sul nostro umore. Un problema che potrebbe emergere durante una dieta molto rigida per perdere chili in fretta.

“Abbiamo trovato prove che un cambiamento nel livello di glucosio può avere un effetto duraturo sull’umore”, ha affermato Francesco Leri del Dipartimento di psicologia dell’ateneo canadese, tra gli autori dello studio. “Ero scettico quando le persone mi dicevano che diventano scontrose se non mangiano, ma ora ci credo: l’ipoglicemia è un forte fattore di stress fisiologico e psicologico”.

• LO STUDIO
I ricercatori inducendo ipoglicemia nei ratti, hanno voluto esaminare l’impatto di un improvviso calo di glucosio sul comportamento emotivo. “Quando le persone pensano agli stati d’animo negativi e allo stress, pensano ai fattori psicologici, non necessariamente ai fattori metabolici”, ha detto il dottorando Thomas Horman, che ha guidato la ricerca. “Ma abbiamo scoperto che l’alimentazione può avere un impatto”.

I ricercatori hanno indotto l’ipoglicemia nei ratti  iniettando un bloccante del glucosio, e hanno collocato gli animali in una scatola. In un’altra occasione, invece, hanno somministrato agli animali un’iniezione di acqua, collocando i ratti in un’altra scatola. Nel momento in cui gli animali erano liberi di scegliere in quale delle due entrare, evitavano la scatola in cui sperimentavano l’ipoglicemia. “Questo comportamento di evitamento è un’espressione di stress e ansia”, ha detto Leri. “Gli animali evitano quel luogo perché hanno avuto un’esperienza stressante lì e non vogliono riviverla”.

• IL LIVELLO DI STRESS
Ma in che modo è stato valutato il livello di stress dei ratti? I ricercatori hanno osservato che, dopo l’ipoglicemia, gli animali presentavano picchi più elevati di corticosterone, un ormone indicatore di stress fisiologico. Inoltre, apparivano anche più pigri: “Si potrebbe pensare che si verifica questo perché i ratti hanno bisogno di glucosio per far funzionare i muscoli”, ha detto Leri. “Ma quando abbiamo somministrato loro un antidepressivo di uso comune, non abbiamo più osservato il comportamento lento. I ratti – spiega il professore – hanno, infatti, iniziato a muoversi normalmente. Questo è un dato interessante perché i loro muscoli non stavano ancora assumendo il glucosio, eppure il loro comportamento è cambiato”.

• UNA POSSIBILE CONNESSIONE TRA DEPRESSIONE E ALIMENTAZIONE
Lo studio supporta, dunque, l’idea che gli animali sperimentano stress e depressione quando sono ipoglicemici. Ma questi risultati possono avere anche implicazioni per il trattamento di ansia e depressione nelle persone? “I fattori che inducono qualcuno a sviluppare depressione e ansia sono diversi da una persona all’altra. Ma – sottolinea Horman – sapendo che la nutrizione è uno dei fattori coinvolti, si possono includere, per esempio, in un trattamento anche le abitudini alimentari. Questo studio fornisce, infatti, anche una panoramica della connessione tra depressione e malattie come obesità, diabete, bulimia e anoressia”.

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Avendo stabilito che l’ipoglicemia contribuisce a stati d’animo negativi, i ricercatori vogliono in futuro capire se l’ipoglicemia cronica a lungo termine possa essere un fattore di rischio per lo sviluppo di comportamenti simili alla depressione. “Sicuramente saltare un pasto può renderci arrabbiati, ma questi risultati – afferma Horman – suggeriscono che se il pasto saltato diventa un’abitudine, il nostro umore potrebbe essere fortemente influenzato. Si può creare un vero e proprio circolo vizioso tra cattivo umore e alimentazione povera: se una persona non sta mangiando in modo appropriato, può sperimentare un calo di umore, e questo calo di umore può far sì che non voglia mangiare. In altre parole – spiega il dottorando –  sperimentando costantemente questo fattore di stress, la risposta potrebbe influenzare lo stato emotivo in maniera più costante”.

• UNA DIETA RICCA DI ZUCCHERI PUÒ FAVORIRE LA DEPRESSIONE
La relazione fra tono dell’umore e dieta è molto stretta e può accadere anche il contrario. Mangiare troppi dolci può far male e aumentare i sintomi depressivi. “In generale, la relazione tra umore e alimentazione è complessa e può essere bidirezionale”, afferma Marilena Aiello, ricercatrice di neuroscienze cognitive presso la Scuola Internazionale superiore di studi avanzati di Trieste. In letteratura ci son diversi studi che suggeriscono un collegamento tra il consumo di cibi dolci e i sintomi depressivi: “Per esempio uno studio recente ha esplorato questa relazione in un’ottica prospettica” afferma Aiello che si occupa prevalentemente di comportamento alimentare. Lo studio è stato effettuato su un campione di 10.000 partecipanti tra i 35 e i 53 anni seguito per più di 20 anni, dal 1989 al 2013. E “si è osservato che solamente tra gli uomini, chi consumava più zucchero aveva il 23% di probabilità in più di avere un disturbo depressivo dopo 5 anni”, spiega Aiello. I ricercatori hanno indagato anche la relazione contraria osservando che, mentre un maggior consumo di zucchero era in qualche modo collegato a una maggiore prevalenza di sintomi depressivi, essere depressi non portava a un maggior consumo di zuccheri. “Ovviamente ci sono dei limiti che vanno tenuti in considerazione”, precisa Aiello. “Per esempio che la frequenza di consumo degli alimenti è stata misurata mediante questionari o che la composizione di questi ultimi è cambiata negli anni”.

Ma perché una dieta ricca di zucchero sembra favorire disturbi depressivi a lungo termine? Secondo gli autori della ricerca potrebbero esserci diverse spiegazioni. Per esempio, mangiare troppo zucchero può ridurre il fattore neurotrofico cerebrale e facilitare l’atrofia ippocampale, una situazione che si verifica nella depressione. Inoltre, si è osservato che a lungo termine una dieta ricca di zucchero può produrre ipoglicemia attraverso una produzione eccessiva di insulina con delle ricadute a livello ormonale e quindi sull’umore. Una condizione di resistenza all’insulina è stata documentata in alcuni pazienti con depressione maggiore. “A tal proposito, i ricercatori – spiega Aiello – parlano di una notevole possibilità applicativa di questi risultati. In altre parole, i farmaci che agiscono sull’insulina potrebbero essere impiegati nel trattamento della depressione, in particolare delle forme resistenti o che traggono scarso beneficio dai farmaci classici”.

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