Esiste un limite di resistenza alla fatica? Sì, ed è uguale per tutti

Esiste un limite di resistenza alla fatica? Sì, ed è uguale per tutti

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Che tu sia un runner della domenica o un ultramaratoneta fa poca differenza: condividiamo tutti la stessa soglia di dispendio energetico oltre la quale il corpo umano è incapace di sostenersi a lungo. Un tetto massimo che sembra essere stato selezionato nel corso dell’evoluzione.

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È il corpo stesso a stabilire le richieste energetiche massime che può sostenere. Jogging estivo: come si adatta il corpo all’afa?|SHUTTERSTOCK

Il Giro d’Italia, l’Ironman, gli Ultra trail… alcune competizioni spingono ai limiti della resistenza anche gli atleti più allenati. Ma esiste un tetto oltre al quale non è possibile arrivare? Esiste, e non è solo nella mente, come alcuni preparatori sono soliti ricordare. Si tratta di un limite metabolico che – secondo un nuovo studio pubblicato su Science Advances – è uguale per tutti a prescindere dalla preparazione, e dalla disciplina praticata.

 

LINEA ROSSA. Il corpo umano non può richiedere calorie oltre la soglia di due volte e mezzo il suo dispendio metabolico a riposo (metabolismo basale, cioè il dispendio energetico necessario a sostenere le funzioni vitali di base): oltre quel tetto, l’organismo inizia a consumare i suoi stessi tessuti, nel tentativo disperato di supplire al deficit di calorie. Per Herman Pontzer, antropologo evolutivo della Duke University (USA) e coautore dello studio, è questo il margine entro il quale si muovono le umane possibilità.

 

Questa soglia potrebbe dipendere dalla capacità delle pareti intestinali di assorbire nutrienti: il nostro tratto digerente può scomporre e digerire solo una certa quantità di cibo al giorno, e dunque incamerare una quantità massima di riserve energetiche.



FATICHE A CONFRONTO. Gli scienziati hanno comparato i dati disponibili sulle calorie bruciate quotidianamente in una serie di gare di resistenza, inclusi il Tour de France, gare di nuoto, di trekking nell’Artico e una prova che dura nove mesi – la gravidanza. In particolare si sono soffermati sul dispendio energetico degli atleti che hanno preso parte, nel 2015, a una gara di resistenza che dura cinque mesi e attraversa gli USA per 4800 km, la Race Across the USA (RAUSA). In questa competizione, gli atleti corrono l’equivalente di una maratona al giorno, per sei giorni alla settimana, per 14-20 settimane.

 

Il confronto dei dati ha mostrato un andamento costante, una curva a forma di “L” in cui il dispendio energetico giornaliero degli atleti partiva a livelli alti, per poi progressivamente calare e stabilizzarsi a una soglia di 2,5 volte il metabolismo basale per il resto della gara. Quando gli scienziati hanno analizzato i campioni di urina degli atleti del RAUSA, all’inizio e alla fine della gara, si sono accorti che alla ventesima settimana, consumavano 600 kcal in meno al giorno rispetto a quanto ci si sarebbe aspettati per quel chilometraggio e quel momento. Come se il corpo sapesse abbassare le proprie richieste energetiche per mantenersi entro quella soglia massima.

 

DI PIÙ NON È POSSIBILE. Il fatto forse più interessante è che tutti gli eventi seguivano la stessa curva, che si trattasse di una gara alle temperature sottozero dell’Artico, di una competizione di ciclismo estiva o di una gravidanza: il tetto massimo di energia spendibile riscontrato nei campioni di resistenza è infatti appena superiore ai ritmi metabolici sostenuti dalle donne durante la gravidanza. Lo stesso limite fisiologico selezionato nel corso dell’evoluzione sembrerebbe quindi impedire al corpo di imbarcarsi in sforzi fisici oltre i quali potrebbero esserci conseguenze fatali, e al feto di svilupparsi in modo eccessivo all’interno dell’utero.

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Epicondilite, non è vero che viene solo ai tennisti. I lavori che possono causarla e le nuove cure

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Lo chiamano anche «gomito del tennista». Le categorie più esposte sono gli operatori di video terminali, dattilografi, idraulici e imbianchini, pittori, barbieri e parrucchieri
ortopedico torino san lazzaro medica

Lo chiamano anche «gomito del tennista», ma in realtà è un infortunio che non colpisce solo gli amanti della racchetta. L’epicondilite, infatti, può interessare persone che praticano altri sport, come il bodybuilding, la scherma, il tennis, il paddle (molto in voga in questo periodo), il ciclismo (mountain bike sopratutto). O anche chi fa lavori ripetitivi, come un operaio in fabbrica. O chi svolge lavori pesanti, come il muratore che utilizza alcuni attrezzi (trapano, martello, cacciavite).

«Le categorie a rischio sono anche gli operatori di video terminali, dattilografi, idraulici e imbianchini, pittori, barbieri e parrucchieri, camerieri (per il continuo portare i piatti), meccanici (uso del cacciavite), carpentieri e anche giardinieri», spiega Emanuele Umbro, fisioterapista, responsabile dello studio Nexus a Roma. Anche l’uso eccessivo di computer e tablet possono aumentare le probabilità di sviluppare questa condizione.

L’EPICONDILITE COLPISCE FINO AL 3% DELLA POPOLAZIONE ITALIANA

Non stupisce, quindi, che l’epicondilite sia molto diffusa. «Si stima affligga dall’1 al 3 per cento della popolazione ogni anno, senza particolare distinzione tra uomini e donne», sottolinea Umbro. La condizione colpisce persone tra i 25 e i 60 anni d’età, ovvero persone attive a lavoro oppure sportive che creano microtraumi ripetuti all’articolazione. «L’epicondilite è per definizione un’infiammazione delle strutture che si collocano nella zona laterale del gomito», spiega l’esperto. Può colpire chiunque esegua ripetutamente dei movimenti di flessione del braccio e rotazione del polso. «Le cause vanno ricercate in uno scorretto uso dell’articolazione – spiega Umbro – che messa in sovraccarico, tende ad infiammarsi nella componente epicondilare, ma non va assolutamente sottovalutata, la compresenza di patologie a carico del rachide cervicale, e proprio la compresenza di cervicalgia, deve destare sospetto e attenzione nel trattamento per evitare il fallimento, per incompletezza di trattamento alla fonte del problema».

CI SONO DIVERSE OPZIONI DI TRATTAMENTO

C’è un sintomo specifico che lascia poco spazio ai dubbi. «Il dolore specifico alla palpazione dell’epicondilo rappresenta il segno che caratterizza l’affezione», spiega Umbro. «Viene eseguito sul gomito piegato a 90 gradi, e si palpa così il tendine comune epicondileo, l’interlinea omero-radiale, il bordo esterno della testa radiale e la zona in cui emerge il nervo radiale. Altro segno quasi certo – continua – è il dolore provocato nei muscoli epicondilari, quando si chiede una estensione contrastata del polso a dita flesse e l’estensione contrastata delle dita, soprattutto del medio».

Ci sono diversi livelli di trattamento. «Il trattamento di questa patologia così ostica, è di tipo conservativo, almeno nella fase iniziale», riferisce Umbro. «Le principali scelte sono quindi riposo, farmaci FANS, fisioterapia e infiltrazioni steroidee», aggiunge. Altre opzioni terapeutiche a disposizione sono: le onde d’urto focali, ovvero onde di pressione (acustiche, di natura meccanica) prodotte da appositi generatori, in grado di propagarsi nei tessuti, in sequenza rapida e ripetuta, con proprietà antidolorifiche e antinfiammatorie. La terapia chirurgica è raccomandata solo in caso di insuccesso dei trattamenti medici e strumentali.

LA NUOVA FRONTIERA E’ LA MEDICINA RIGENERATIVA

Se non si ottiene alcun beneficio si può ricorrere alla medicina rigenerativa. Una delle tecniche più efficaci è quella che prevede l’utilizzo del PRP, il plasma ricco in piastrine: questa prevede un piccolo prelievo di sangue venoso che poi viene centrifugato per separare le componenti e ottenere un concentrato di piastrine. Queste, infatti, sono ricche di fattori di crescita, cioè proteine che aiutano il processo di autoriparazione e guarigione dei tessuti. Le piastrine vengono successivamente iniettate nei tendini o nei muscoli e, dopo l’infiltrazione, si procede alla medicazione compressiva. Un’altra opzione nuova è quella che utilizza le cellule staminali con lo scopo di rigenerare e accelerare la guarigione.

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Dr Luca Savio

Dr Gianfranco Santisi

Perché le donne sopportano meglio il dolore?

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Secondo un recente studio le donne sopportano di più il dolore rispetto agli uomini perché ricordano di meno le esperienze dolorose.

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|SHUTTERSTOCK

Alzi la mano la donna che non ha mai detto: «Mio marito, quando è malato, è insopportabile. Ha solo due righe di febbre e un po’ di mal di testa ma sembra che sia sul letto di morte». Un luogo comune? Un pregiudizio di genere? Non troppo, e ora la scienza ci spiega perché.

 

MEMORIA. Secondo una ricerca pubblicata su Current Biology, dipenderebbe dalla memoria. Partendo da sperimentazioni condotte su topi di laboratorio (e poi estese agli esseri umani), si è visto che gli esemplari maschi, in caso di ritorno nel luogo in cui avevano vissuto un’esperienza traumatica, tendono a mantenere un ricordo più vivido del dolore.



 

I ricercatori hanno misurato il dolore percepito da un gruppo di individui causato dal riscaldamento dell’avambraccio (per i topi, della zampa). A distanza di qualche tempo, il test è stato ripetuto facendo ritornare i soggetti nello stesso ambiente dell’esperimento.



TROPPO CALDO. La seconda volta gli uomini (e i topi maschi) hanno percepito un fastidio molto più intenso rispetto alle donne… e i topi maschi si sono allontanati in tempi più rapidi dalla fonte del calore.

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Chirurgia robotica: facciamo il punto

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A vent’anni dall’introduzione del sistema chirurgico da Vinci, questo potente strumento di chirurgia mininvasiva è oggi uno standard di eccellenza in molti ambiti chirurgici.

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Il robot da Vinci è la piattaforma più evoluta al mondo per la chirurgia mininvasiva. da Vinci non agisce in autonomia: a guidare i suoi bracci, dove sono montati gli strumenti, è sempre il chirurgo. Il sistema è costituito da tre componenti principali: la console chirurgica (il centro di controllo del sistema: da qui il chirurgo controlla l’endoscopio 3D e gli strumenti per mezzo di manipolatori e pedali), il carrello paziente (il componente operativo, con gli strumenti e l’endoscopio) e il carrello visione (l’unità centrale di elaborazione e processamento dell’immagine, con un sistema video ad alta definizione).

Sono 111 in Italia (22 solo in Lombardia) e circa 5.000 nel mondo le piattaforme chirurgiche da Vinci, in molti ambiti considerate oggi più efficaci e sicure della chirurgia tradizionale – per esempio prostatectomia, urologia e ginecologia, trapianti, oncologia, chirurgia generale complessa – per la precisione che il sistema consente, il basso impatto sul paziente (chirurgia mininvasiva) e la riduzione dei tempi di ripresa post operatoria.

Nel 2018, in Italia sono stati eseguiti 20.450 interventi con il sistema chirurgico da Vinci: un dato che indica crescente fiducia nel sistema. Per esplorare proprio gli aspetti di conoscenza di questa tecnologia, in altre parole “l’atteggiamento e la predisposizione rispetto all’innovazione in sala operatoria“, ab medica (che distribuisce in Italia la piattaforma da Vinci ed eroga formazione e l’assistenza) ha commissionato all’Istituto IPSOS un ampio sondaggio – condotto su 700 cittadini lombardi tra i 25 e i 75 anni: un campione casuale, rappresentativo per genere, età, titolo di studio, condizione lavorativa e zona di residenza. Il lavoro è stato presentato il 16 maggio scorso.

 

Il 74% degli intervistati ha espresso una sostanziale “fiducia” nella chirurgia robotica, e il dato trova conferma nel 61% di chi ritiene che questo tipo di tecnologia possa portare dei vantaggi rispetto alla chirurgia tradizionale.

 

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La chirurgia robotica gode di una fiducia diffusa tra i cittadini lombardi. A destra la composizione del campione che va a comporre quel 74%, che è l’insieme di chi ha espresso “molta” (40%) o “abbastanza” fiducia.

 

Non molti hanno avuto esperienza di un intervento in chirurgia robotica (8%), ma tra questi il 93% ne ha dato un giudizio positivo. Il 30% degli intervistati si dice certo di poter accettare un intervento di chirurgia robotica, mentre il 63% si dice disponibile in funzione del tipo di intervento. Nel complesso, dall’indagine risulta che il “paziente-tipo” più confidente nella chirurgia da Vinci è “uomo, tra i 55 e i 75 anni, con un buon livello culturale e disponibilità economica”.

 

La questione della formazione del chirurgo e del personale di sala all’uso dei sistemi robotici è un altro tema importante: il 76% degli intervistati riconosce che il medico deve acquisire competenze molto elevate per manovrare il robot.

 

Su questo versante lavorano ab medica, con piani di formazione continua e assistenza da remoto, e i responsabili dei reparti dov’è installato il da Vinci: «Per chi, come me, opera in urologia, la chirurgia robotica rappresenta ormai un gold standard imprescindibile: credo fermamente che il futuro sarà robotico, ragion per cui ho messo a disposizione le mie competenze e il mio know-how, in quanto membro della EAU- European Association of Urology, per stilare nuovi protocolli robotici destinati alle prossime leve della chirurgia», afferma Francesco Montorsi, direttore dell’Unità Operativa di Urologia Ospedale San Raffaele.

 

Giorgio Guazzoni (responsabile di Unità Operativa Urologia e Andrologia Ospedale Humanitas Rozzano), ha istituito nel 2011 il primo Master italiano in urologia robotica. Andrea Pietrabissa (direttore Struttura Complessa di Chirurgia Generale Fondazione IRCCS Policlinico San Matteo) afferma che la chirurgia robotica è «una scommessa che abbiamo accolto nel 1999 e che risulta vincente ancora oggi: ogni giorno sosteniamo questa scelta formando instancabilmente i chirurghi di domani, offrendo loro competenze e know-how all’avanguardia e innovativi».

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In Cina i controlli medici sui bambini nelle scuole li fanno i robot

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In poco tempo il robot Walklake, equipaggiato con fotocamere e sensori, è in grado di diagnosticare i sintomi di varie malattie e tenere sotto controllo la salute degli scolari

In più di 2000 scuole materne in Cina sono stati installati robot che, ogni giorno, svolgono controlli sulla salute degli scolari. I bambini, di età compresa tra 2 e 6 anni, prima di iniziare scuola devono passare tutte le mattine davanti a una macchina robotica, chiamata Walklake , che verifica la loro condizione, ispezionando occhi, bocca e mani per individuare eventuali sintomi di malattia.

Questi robot di controllo sanitario, dotati di fotocamera e sensori, impiegano pochissimo tempo per diagnosticare una varietà di patologie, inclusa la congiuntivite.

Il meglio delle opinioni e dei commenti, ogni mattina nella tua casella di posta

L’idea è quella di intervenire tempestivamente per evitare che una malattia si diffonda e contagi tutta la popolazione della scuola.

Una volta riscontrati problemi medici, Walklake avvisa insegnanti e responsabili degli istituti mentre, d’altra parte, produce report giornalieri dei dati sanitari acquisiti.

Spetta, comunque, al personale del sistema sanitario decidere se mandare a casa il bambino, confermata la diagnosi del robot.

L’introduzione di Walklake è in linea con gli indirizzi del governo cinese che prevedono esami medici quotidiani agli studenti nella scuola dell’infanzia.

I robot consentono un monitoraggio della salute dei bambini là dove c’è una popolazione studentesca numerosa ma il personale medico scarseggia. In Cina, la robotica in ambito sanitario è in grande ascesa come ha mostrato l’ultima World Robot Conference, tenuta a Pechino nell’agosto 2018. In questa occasione, l’azienda iFlytek ha presentato un robot medico che, adottato negli ospedali, è in grado di effettuare diagnosi mediche di oltre 150 tipi di malattie.

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Perché il caffè ha un effetto lassativo?

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La caffeina non c’entra, con l’inevitabile tappa in bagno che segue la pausa tazzina: a determinare l’impulso sono piuttosto l’azione dell’espresso sui batteri, e sulla muscolatura intestinale.

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Per gli appassionati di caffè, non è certo un segreto che tra le conseguenze della bevanda più amata vi sia una certa urgenza di andare al bagno. Ma da cosa dipende questo impellente bisogno? In base a uno studio di recente presentato alla Digestive Disease Week a San Diego, California, non tanto dalla caffeina, come si potrebbe pensare, quanto dagli effetti del caffè sul microbiota intestinale e sulla capacità di contrarsi dei muscoli digerenti.

 

CONTRAZIONI. Xuan-Zheng Shi, professore di medicina interna dell’University of Texas Medical Branch, è giunto a queste conclusioni dopo due esperimenti nei quali ha somministrato caffè ad alcuni topi, e ha osservato la reazione al caffè di microbi intestinali su una piastra di Petri (un recipiente piatto da laboratorio). Dopo tre giorni di ingestione di caffè, la capacità di contrarsi della muscolatura dell’intestino tenue degli animali è aumentata: ma non per la caffeina, visto che i decaffeinati hanno avuto il medesimo effetto.



PULIZIE. Shi ha poi sottoposto a una soluzione a base di caffè i microbi intestinali presenti nella materia fecale dei topi, disposta su una capsula di laboratorio. La crescita di batteri è diminuita con la somministrazione di una soluzione contenente l’1,5% di caffè, ed è scesa ulteriormente sotto l’effetto di una soluzione con il 3% di caffè. Anche in questo caso, è valso lo stesso con il decaffeinato. Dopo tre giorni di caffè la conta microbica totale dei batteri intestinali dei topi era diminuita, ma non è chiaro se ad essere soppressi siano stati i batteri benefici o quelli dannosi per l’intestino.

 

MEDICINALE. Oltre a spiegare una reazione comune ai consumatori di caffè, lo studio potrebbe indicare nel consumo della bevanda una soluzione alle condizioni patologiche di immobilità intestinale che possono seguire gli interventi di chirurgia addominale. Il caffè dosato in modo opportuno potrebbe risvegliare in modo naturale la motilità intestinale.

 

Studi passati hanno collegato il consumo di caffè a una migliore salute cardiovascolare e dell’apparato digerente, nonché a una aumentata funzionalità del fegato. Un consumo regolare e moderato di caffè è inoltre correlato a un rischio minore di diagnosi di malattie neurodegenerative.

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DIETA PER LA PROVA COSTUME – Dr.ssa Serena Garifo

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Ritagliati 14 gg per cambiare taglia 👩‍

c’è un metodo EFFICACE, SICURO e GARANTITO a cui si sono affidati più di 50 miei pazienti in questi ultimi mesi.
I pazienti che arriveranno in studio nei prossimi mesi pre-estivi avranno a disposizione il MIO NUOVO PROTOCOLLO DI LIPOSUZIONE ALIMENTARE SEMPLIFICATO, PIU’ FACILE DA SEGUIRE GRAZIE ALL’INTRODUZIONE DELLA PASTA E DEL PANE nel piano di dieta, pur mantenendo inalterati tutti i benefici garantiti dalla precedente mia formula di alimentazione chetogenica per il dimagrimento rapido.
In sole 2 settimane è possibile registrare un dimagrimento dai 3 ai 4 kg in normopeso e lieve sovrappeso e dai 4 ai 7 kg in sovrappeso / obesità con azione prevalente sul grasso ostinato nei punti critici dell’uomo e della donna (es. addome, fianchi, cosce, culotte de cheval)
Il dimagrimento ottenuto è duraturo perché ottenuto dalla demolizione del tessuto adiposo e non dalla perdita di liquidi. Come puoi esserne certo? perchè puoi conoscere se stai smaltendo davvero grasso grazie all’esecuzione di un semplice test delle urine da effettuare al mattino; il test risulterà positivo per la produzione di chetoni a partire dal secondo giorno di dieta.
PUO’ FARE PER TE SE :
– hai chili resistenti alle altre diete
– hai adipe localizzato su cosce e glutei con cellulite (struttura ginoide donna)
– hai preso molto peso ed hai bisogno di un grande risultato che funga come incentivo per ritrovare la motivazione a prenderti cura di te stessa/o
IL COSTO E’ IN PROMO A 120 EURO, CORRISPONDENTE AL COSTO DI TUTTI I PRODOTTI NECESSARI PER REALIZZARE IL TRATTAMENTO. IL COSTO DEL TRATTAMENTO DI LIPOSUZIONE NON E’ COMPRESO NEL COSTO DELLA CONSULENZA NUTRIZIONALE.
SUCCESSIVAMENTE ALLA LIPOSUZIONE ALIMENTARE PER STABILIZZARE IL PESO PERSO E/O PER CONTINUARE A DIMAGRIRE SI SEGUE UN ULTERIORE PIANO DI DIETA NON CHETOGENICA SU IMPOSTAZIONE MEDITERRANEA (DIETA FASE 2) CHE NON PREVEDE ALIMENTI SPECIALI / COSTI AGGIUNTIVI
IL TRATTAMENTO E’ RIPETIBILE DOPO 14 GIORNI DI DIETA FASE 2.
Per info e prenotazioni rivolgersi al seguente indirizzo di posta: serena.garifo@gmail.com (si suggerisce di specificare le vostre necessità per conoscere se questo trattamento può fare o meno al caso vostro)
o tel 0121/030435

L’obesità avanza più rapidamente in campagna

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La tendenza al sovrappeso cresce più velocemente nelle aree rurali di quanto non faccia in città, a differenza di quanto accadeva 35 anni fa. Lo rivela uno studio sugli indici di massa corporea, che invita a ripensare a quello che crediamo di sapere sullo stile di vita urbano.

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È più facile accumulare peso in eccesso nei contesti urbani, o nelle aree rurali? Se si pensa al contrasto un po’ stereotipato tra città e campagna, si tende a optare per la prima risposta: a lungo abbiamo associato alle realtà metropolitane i cattivi stili di vita anticamera dell’obesità. Eppure, l’ultimo studio globale su come cambia l’indice di massa corporea (BMI) l’indicatore più comune dello stato di peso forma, racconta l’esatto contrario.



In base alla ricerca pubblicata su Nature, l’obesità sta crescendo più rapidamente nelle zone rurali. L’analisi dei ricercatori di Imperial College London ha riguardato dati su oltre 112 milioni di adulti abitanti nelle città e nelle campagne di 200 Paesi tra il 1985 e il 2017. Il BMI è un valore ottenuto dal rapporto tra il peso e il quadrato dell’altezza di un individuo. Quando è superiore a 25,01 indica uno stato di sovrappeso; se va oltre il 30,1, di obesità.

TUTTI PIÙ GRASSI. Nel periodo considerato, il BMI è cresciuto in media di 2 chili per metro quadrato nelle donne e di 2,2 chili per metro quadrato negli uomini globalmente: spartendosi questi chili è come se ciascuno fosse ingrassato di 5 o 6 chili. Più della metà di questa crescita globale è imputabile all’aumento dell’indice di massa corporea nelle aree rurali. Nelle campagne di alcuni Paesi di medio o basso reddito è localizzabile addirittura l’80% dell’aumento di peso di quelle nazioni.

 

COME SI CAMBIA. Dal 1985, il BMI medio nelle zone rurali è aumentato di 2,1 chili per metro quadrato sia nelle donne sia negli uomini. Nelle città, invece, l’incremento è stato di 1,3 chili al metro quadro nelle donne e 1,6 chili al metro quadro negli uomini.

 

La geografia del peso si è ribaltata rispetto a poco più di 30 anni fa: nel 1985, gli abitanti delle città di tre quarti dei Paesi analizzati avevano un BMI superiore dei connazionali di campagna. «I risultati rovesciano la comune percezione che vivere in città sia la principale causa della crescita globale dell’obesità» spiega Majid Ezzati, autore dello studio.

 

Un’eccezione importante a questa tendenza è rappresentata dall’Africa Sub-sahariana, dove le donne in particolare pesano di più nelle città, forse perché qui svolgono meno lavoro manuale (agricoltura, raccolta dell’acqua) e meno tragitti a piedi.

 

LE CAUSE. Quali sono allora, i motivi di questo sbilanciamento? Nei Paesi ad alto reddito, le città offrono più strutture per dedicarsi all’esercizio fisico e allo svago, migliori servizi per la salute e più occasioni di nutrirsi in modo sano; mentre è più facile che le aree rurali siano collegate a peggiori stipendi e minori opportunità educative, o che offrano meno occasioni per fare sport.

 

Nei Paesi in via di sviluppo, invece, l’avvento dell’agricoltura meccanizzata, di migliori infrastrutture e dell’uso dell’automobile nelle aree rurali ha spostato il problema nutrizionale dall’avere cibo a sufficienza, ad avere cibo di buona qualità. Mentre la tecnologia conduce a una vita più sedentaria.

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Fallo con un robot: la nuova frontiera del sesso

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INTELLIGENZA ARTIFICIALE

Fallo con un robot: la nuova frontiera del sesso

Macchine sempre più sofisticate, pensate per offrire piacere e, in futuro, addirittura amore. Tra umanoidi e sex doll sta nascendo un’inaspettata identità sessuale, che gli esperti chiamano “digisexual”. E solleva profonde questioni etiche e filosofiche

Fallo con un robot: la nuova frontiera del sesso

«Fate l’amore, non la guerra». In un futuro distopico non troppo lontano potrebbe essere lo slogan pubblicitario di una casa produttrice di sex robot. A differenza degli umanoidi killer, progettati per seminare morte tra i soldati nemici, i “sexbot” sono macchine pensate per sostituire gli esseri umani sotto le lenzuola, offrire piacere sessuale e addirittura amore. Già disponibili e configurabili in base ai propri gusti, basta fare un giro sul Web, pronti a soddisfare desideri sessuali e anche qualcosa di più. 

“Frigid Farrah” è programmata per dire “no”, resistere alle avance sessuali del partner o addirittura mettere in pratica violenze sessuali. Il motto commerciale di un altro robot intelligente, Young Yoko, recita «così giovane, appena 18 anni, che aspetta solo te per imparare». Poi c’è “Samantha”, creata da Sergi Santos, ingegnere elettronico e responsabile della compagnia robotica Synthea Amatus, talmente verosimile che nel 2017 all’Ars Electronica Festival a Linz, in Austria, fu letteralmente presa d’assalto, “violentata” da un gruppo di uomini eccitati. Una scena raccapricciante. E così via, i robot del sesso hanno nomi ammiccanti: Roxxxy, Denyse, Solana, Isabel, ma anche Robert o Stew. Dispositivi dotati di intelligenza artificiale, più evoluti delle sex dolls, le bambole in silicone per uso domestico o da bordello.

GALASSIA DIGISEXUAL
Se l’identità sessuale è un concetto sempre più variegato, anche l’offerta sintetica si fa più ricca e va incontro a esigenze in continua evoluzione. Persone demisessuali, in grado cioè di sviluppare attrazione fisica solo per persone con cui hanno una forte relazione emotiva; asessuali, che non provano alcuna attrazione fisica, o ancora “skoliosexual”, individui attratti da persone che non si riconoscono nell’idea secondo cui esistono solo due generi, maschile e femminile. E così via. Per definire invece i pionieri dell’interazione sessuale uomo-macchina alcuni esperti hanno coniato il termine “digisexual”, che definisce una identità sessuale nuova da estendere anche a tutti coloro, ben più numerosi, che vivono immersi in un mondo dominato da pornografia digitale, “teledildonics”, vale a dire sex toy azionati a distanza con l’aiuto di computer, applicazioni per incontri sessuali. Nei prossimi anni i digisexual aumenteranno.

È suggestivo e inquietante lo scenario disegnato nel saggio “Benvenuti nel 2050. Cambiamenti, criticità e curiosità” (Egea) di Cristina Pozzi, bocconiana, imprenditrice sociale, esperta di tecnologie emergenti e visioni future. L’autrice, unica Young global leader 2019 per l’Italia di Forbes, prevede che fra trent’anni i robot umanoidi potranno assumere la personalità o l’aspetto estetico che preferiamo: una star del cinema, una ex fidanzata, un defunto, sempre che questo abbia lasciato il consenso, riportandolo in vita. Navigando on line potremmo ritrovarci a chiacchierare con robot in social network per persone scomparse, in un’epoca in cui sarà del tutto normale fare sesso con una macchina.

VEDI ANCHE:

I miti greci e i sexbot. I sex toys e l’archeologia. Dai tempi antichi di Laodamia alla serie tv come “Westworld” le macchine dalle sembianze umane hanno conquistato il nostro immaginario, le nostre speranze e paure. Ma c’è chi vorrebbe metterle al bando perché incoraggerebbero violenza e isolamento. Colloquio con Kate Devlin, esperta di intelligenza artificiale

Già ora, del resto, la trasformazione digitale della specie è una delle grandi questioni del nostro tempo: non a caso si intitola “Society 5.0 – A human centric future” il TedX Romache si è svolto il 4 maggio al convention center La Nuvola: 16 speaker provenienti da ogni parte del mondo tra cui Kate Devlin,per riportare l’uomo al centro di scelte e obiettivi.

«La società 5.0 non dovrà più basarsi sulla produzione fine a se stessa di beni, bensì sulla definizione delle soluzioni che realmente servano all’individuo», spiega Emilia Garito, curatrice di TedX Roma e fondatrice della società Quantum Leap Ip: «Vale per ogni settore, anche quello delle relazioni sessuali. In futuro l’offerta sarà sempre più estrema, tesa alla massimizzazione del profitto di chi mette i sexbot sul mercato. L’interazione uomo-macchina tuttavia non deve trasformarsi in compromesso, occorre mantenere spirito critico e libertà di giudizio di fronte al potere della tecnologia, che è in mano a pochi».

Al di là della curiosità, a volte morbosa, e dell’apparente frivolezza dell’argomento, l’idea che esistano robot per raggiungere l’orgasmo, o intessere una relazione più articolata, solleva una serie di questioni etiche e filosofiche: procurarsi il piacere da soli, a volte con l’aiuto di oggetti, è sesso? C’è qualcosa di immorale nel comprare e nell’avere rapporti con una macchina? Le persone che fanno sesso con un robot hanno un’inclinazione a praticare violenza sugli altri e sono incapaci di costruire relazioni affettive stabili con i propri simili? Temi di notevole portata, ai quali Maurizio Balistreri, esperto di bioetica e ricercatore di Filosofia morale dell’università di Torino, ha dedicato il libro “Sex Robot – L’amore al tempo delle macchine” (Fandango libri). «Dalla nostra analisi emerge che il sesso non è per sua natura relazionale e che, pertanto, così come possiamo avere rapporti sessuali a pagamento, con persone sconosciute, a distanza per telefono oppure facendo sesso in una realtà virtuale, allo stesso modo possiamo benissimo avere relazioni sessuali anche con i robot», dice Balistreri.

E così, dopo aver sostituito i lavoratori, i robot si apprestano a mandare in pensione anche gli amanti.Ma cosa ne sarà dell’amore se le nostre relazioni sessuali si consumeranno con una macchina? «È vero che attraverso i robot del sesso non possiamo avere gli stessi rapporti che abbiamo con altri esseri viventi: è difficile riuscire ad amare un robot e anche se fossimo in grado di farlo il robot non potrebbe ricambiare i nostri sentimenti», aggiunge il ricercatore: «Ma se l’autoerotismo è sesso, allora possiamo fare sesso anche con i robot: possono aiutarci a raggiungere il piacere e soddisfare i nostri desideri sessuali. I sex robot esistono veramente ed è arrivato il momento di prenderli sul serio».

MA SI PUÒ AMARE UN ROBOT?
Chi li ha presi sul serio, già da tempo, sono il cinema, la tv, la letteratura. Film come “Lei (Her)” di Spike Jonze, che descrive una relazione sentimentale tra il protagonista e un sistema operativo dotato di intelligenza artificiale. Oppure la serie tv “Westworld – Dove tutto è concesso” con le sue scene di sesso spinto, ideata da Jonathan Nolan e Lisa Joy e basata sul film “Il mondo dei robot” (Westworld, 1973) scritto e diretto da Michael Crichton. E più di recente la serie di animazione antologica di Netflix “Love, Death & Robots”, creata da David Fincher e Tim Miller, che mescola estetica da videogiochi, fantascienza, horror e fantasy. Tra gli episodi colpisce “La testimone”, in cui la protagonista, che lavora in un bordello in cui gli uomini si accoppiano con i robot, assiste a un omicidio e scappa dall’assassino per le strade di una città surreale.

C’è poi il nuovo romanzo retrofuturista di Ian McEwan, “Machines like me” (edito da Jonathan Cape), la storia del triangolo amoroso tra Charlie, la giovane Miranda e il robot quasi umano Adam, bello e forte, plasmato e programmato dalla coppia. Una storia ucronica ambientata a Londra nei primi anni Ottanta, in cui la Gran Bretagna ha perso la guerra delle Falkland e il matematico inglese Alan Turing invece di essere perseguitato in quanto omosessuale è uno scienziato di successo nel campo dell’intelligenza artificiale. Un romanzo in cui McEwan mette in guardia i lettori dal potere di creare robot fuori dal nostro controllo e pone questioni universali: cosa ci rende umani? Le nostre azioni o le nostre riflessioni interiori? Una macchina può comprendere il cuore di un uomo? Si può ipotizzare l’attrazione sessuale di un essere umano per un robot?

Questioni che indagano i meccanismi della mente umana, e che si pone anche Paola Marion, psicoanalista, direttore della Rivista di psicoanalisi e autrice del saggio “Il disagio del desiderio” (Donzelli editore): «Non so se verso un robot si possa parlare di desiderio in senso vero e proprio. Il desiderio sessuale, per come noi ancora lo intendiamo, comprende un altro a cui rivolgersi e a cui tendere. Mette in gioco, cioè, la relazione con l’altro», afferma Marion: «Nel caso della sessualità mette in gioco il corpo e i corpi in relazione tra di loro. Il robot rappresenta un oggetto inanimato, anche se dotato di intelligenza artificiale, che può soddisfare senza coinvolgere relazione e corporeità. Mi pare questa la vera rottura».

Come è facile immaginare, le risposte non sono univoche. Un’altra esperta, Georgia Zara, psicologa e criminologa, docente nelle università di Torino e di Cambridge, alla domanda se si possa avere una relazione che implichi affetto, sessualità e investimento emozionale con un sexbot, risponde così: «La risposta più semplice è “sì”. Esistono relazioni sintetiche nelle quali si investe una forte carica affettiva. Gli studi scientifici evidenziano che quanto più un robot ha sembianze umane, tanto maggiore è il legame che si potrebbe venire a creare: una sorta di “illusione antropomorfica”.L’interazione fisica con i sexbot permetterebbe di avere un amante sempre diverso, senza controversie, con il quale tutto è possibile», dice Zara, che poi affronta altri aspetti, toccati anche nel saggio a sua firma pubblicato nel libro di Balistreri.

La docente, infatti, è responsabile scientifica del primo progetto in Italia sull’uso dei robot per il trattamento degli autori di reati sessuali, intitolato S.o.r.a.t. (Sex offenders risk assessment and treatment), che vede coinvolti tra gli altri il Dipartimento di Psicologia dell’ateneo torinese e il Gruppo Abele, su un campione di 71 sex offender maschi, età media 47 anni, ai quali sono state mostrate quattro immagini raffiguranti due sexbot adulti, uomo e donna, e due bambini, maschio e femmina, allo scopo di studiare le loro reazioni. Argomento controverso e difficile: al momento non ci sono sufficienti evidenze scientifiche per dire che l’utilizzo dei sexbot possa inibire il passaggio all’abuso, ma lo studio non è ancora ultimato.

IL RISCHIO DELLA VIOLENZA
Una delle critiche che vengono rivolte agli androidi riguarda il rischio della normalizzazione della violenza sessuale. «Il rischio non è solo possibile, ma anche probabile. In uno studio sul diniego nei sex offender recentemente pubblicato, si evidenzia il ruolo delle fantasie sessuali nelle dinamiche sessualmente abusanti», aggiunge l’esperta. Secondo la ricerca, se la fantasia sessuale è quella del dominio e del controllo del partner, un sexbot può incoraggiarla. Se la fantasia è di tipo feticista, coinvolgendo solo alcune parti del corpo, un sexbot può alimentare il gioco erotico. 

«Sebbene i sexbot possano agevolare persone in difficoltà nella sfera intima o fungere semplicemente da sex toy tecnologicamente avanzati, dal punto di vista psicosociale e clinico non è da escludere che l’utilizzo di tali dispositivi possa diventare problematico, laddove il sexbot diventa il sostituto esclusivo dell’altro», conclude Zara, che porta l’esempio di Lilly, una donna francese che dice di essere attratta solo dai robot e di volerne sposare uno, dopo le esperienze deludenti con gli uomini. Del resto qualche tempo fa, in Giappone, un uomo di 35 anni, Akihiko Kondo, ha portato all’altare un ologramma, la versione peluche della popstar Hatsune Miku. Il matrimonio non ha alcun valore legale, naturalmente, ma è la spia di un fenomeno in evoluzione.

Nascono alchimie misteriose, legami inediti, forti e inspiegabili. Viene in mente la scena finale di “Io e Annie”, il celebre film di Woody Allen, con la voce fuori campo del protagonista Alvy: «Quella vecchia barzelletta, sapete… Quella dove uno va dallo psichiatra e dice: “Dottore mio fratello è pazzo, crede di essere una gallina”, e il dottore gli dice: “Perché non lo interna?”, e quello risponde: “E poi a me le uova chi me le fa?”. Beh, credo che corrisponda molto a quello che penso io dei rapporti uomo-donna. E cioè che sono assolutamente irrazionali, e… e pazzi. E assurdi… Ma credo che continuino perché la maggior parte di noi ha bisogno di uova».
Il tempo scorre veloce, il mercato asseconda ogni richiesta con umanoidi sempre più sofisticati che rimpiazzano gli umani, si creano relazioni sempre più complesse, dai confini fluidi. E magari c’è chi, da qualche parte nel mondo, sta già costruendo il sexbot che depone le uova.

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