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Complicazioni dopo il primo trapianto di faccia. Alla paziente serve nuovo donatore

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Il sangue non arriva ai tessuti. Il bollettino medico dei medici del Sant’Andrea di Roma: «La paziente dovrà essere rioperata»
ANSA

Tecnicamente, l’intervento è riuscito. «Le condizioni generali della paziente sono buone e non ci sono preoccupazioni per la sua vita». Ma l’esito del primo trapianto di faccia effettuato su una donna italiana di 49 anni non è stato positivo. Durante la scorsa notte, infatti, i tessuti trapiantati hanno manifestato segni di sofferenza della microcircolazione sanguigna. Tradotto: ci sono state complicazioni nell’attecchimento del lembo trapiantato, a cui continua a non arrivare il sangue della paziente. Come affermato dagli specialisti dell’ospedale universitario Sant’Andrea di Roma, dove la paziente è stata operata fino alle prime luci dell’alba di domenica ed è ricoverata in coma farmacologico in terapia intensiva, «si è verificato un rigetto dei tessuti, nonostante il cross-match negativo tra donatore e ricevente». Motivo per cui «si procederà alla ricostruzione temporanea con tessuti autologhi della paziente, nell’attesa di una ulteriore ricostruzione con un nuovo donatore».

 

Trapianto «rigettato»

In quella che avrebbe dovuto essere la giornata giusta per raccontare un altro traguardo della chirurgia trapiantologica italiana, da Roma non sono giunte dunque buone notizie. Per queste ragioni la struttura ospedaliera ha annullato la conferenza stampa in programma, a cui avrebbero preso parte il ministro della Salute Giulia Grillo, il presidente della Regione Nicola Zingaretti, il numero uno del Centro Nazionale Trapianti Alessandro Nanni Costa e il rettore dell’Università Sapienza Eugenio Gaudio. Il quadro era ancora complesso per poter sbilanciarsi. Poi, in serata, è giunta la notizia che in un certo senso decreta il fallimento dell’intervento. Nelle prossime ore la paziente – 49 anni, affetta dalla neurofibromatosi, una malattia deturpante che (come in questo caso) può rendere impossibile attività vitali (aprire la bocca e gli occhi) – sarà rioperata per tornare alla situazione di partenza, in attesa di un nuovo donatore. Nonostante la donna sia stata sottoposta da subito alla terapia immunosoppressiva, il tessuto prelevato da una ragazza di 21 anni, vittima di un incidente stradale, ha provocato una reazione di rigetto. Uno scenario tutt’altro che imprevedibile, che aveva consigliato al team di specialisti coordinato da Fabio Santanelli di Pompeo, responsabile dell’unità operativa di chirurgia plastica del Sant’Andrea, di aspettare per trarre un primo bilancio dell’intervento.

 

 

Cosa si intende per rigetto?

La comparsa o meno del rigetto è uno dei fattori che incide sulla riuscita di un trapianto. Nonostante gli accertamenti preventivi sulla compatibilità tra donatore e ricevente, un organo trapiantato può essere riconosciuto come un «corpo estraneo» dal nostro sistema immunitario ed essere come tale «attaccato». A innescare questa reazione sono i geni del complesso maggiore di istocompatibilità di classe II, che si trovano sulle cellule che presentano gli antigeni (Apc) e che vengono riconosciuti dai linfociti T: le cellule del sistema immunitario responsabili dell’«aggressione» ai danni dei tessuti estranei. Come in questo caso, il rigetto può essere acuto: in quanto verificatosi a breve distanza di tempo dal trapianto. Oppure cronico, se la risposta del sistema immunitario si manifesta nel tempo, indipendentemente dalla sospensione (che talora si registra, in maniera autonoma da parte del paziente) alla terapia immunosoppressiva, che invece deve essere seguita per tutta la vita: in modo da «sedare» la risposta del sistema immunitario.

 

Una procedura altamente complessa

La storia del trapianto di faccia affonda le radici nel 2005, quando una donna francese di 38 anni fu la prima paziente a esservi sottoposta. A seguire, sono stati effettuati una cinquantina di interventi analoghi nel mondo: di cui una decina in Europa. Nel complesso, si tratta di una procedura chirurgica altamente complessa, come peraltro dimostra il caso del paziente francese che, dal 2010 a oggi, ha già dovuto affrontare un secondo trapianto proprio a causa del rigetto del tessuto utilizzato durante il primo intervento. Tecnicamente, un trapianto di faccia è definito una procedura «multitessuto», poiché nel corso dello stesso intervento il paziente che vi si sottopone riceve pelle, fasci muscolari e cartilagini del donatore.

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Gli uomini dimagriscono più velocemente delle donne

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Uno studio dimostra che, a parità di dieta, gli uomini perdono peso più rapidamente rispetto alle donne (che, oltretutto, evidenziano anche qualche effetto indesiderato). Colpa dei diversi tipi di grasso.

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Le donne che abbiano fatto una dieta insieme al proprio partner potrebbero avere avuto l’impressione che gli uomini perdano peso più velocemente. Ora questa sensazione potrebbe aver trovato una conferma in uno studio condotto da un team di ricercatori di diverse università di Europa e Oceania, pubblicato qualche giorno fa sulla rivista Diabetes, Obesity and Metabolism.



Lo studio è stato condotto su 2.224 adulti in sovrappeso e in condizioni di “prediabete” (cioè con livelli di zucchero nel sangue leggermente elevati, con il rischio di sviluppare il diabete di tipo 2) provenienti da Europa, Australia e Nuova Zelanda. Per otto settimane, i partecipanti hanno seguito una dieta a basso contenuto calorico basata principalmente su zuppe, frullati e verdure come pomodori, cetrioli e lattuga.

 

EFFETTI (ANCHE) INDESIDERATI. Alla fine delle otto settimane, il 35 per cento di uomini e donne presentava normali livelli di glicemia (dunque non erano più in condizioni di prediabete). Gli uomini, però, mostravano di aver perso mediamente più peso, di aver ridotto la frequenza cardiaca e la percentuale di grasso corporeo. Tra gli altri effetti riscontrati nelle donne, invece, i ricercatori hanno registrato una riduzione del colesterolo HLD (il cosiddetto “colesterolo buono”), una perdita della massa magra (muscoli) e della densità minerale ossea.

A cosa si devono questi effetti diversi? Secondo quanto dichiarato al sito Live Science da Elizabeth Lowden, endocrinologa e specializzata in chirurgia dell’obesità all’ospedale Delnor (Illinois, Stati Uniti), non coinvolta nello studio, la risposta sta nelle differenze tra il metabolismo degli uomini e quello delle donne.

 

Lo sapevate? Il cervello memorizza i posti dove avete mangiato bene per poterci ritornare. (Sperando che la meta non sia così difficile da raggiungere…) | IMAGE CREDIT: DINNERINTHESKY.COM

GRASSI DIVERSI. Gli uomini, infatti, tendono ad avere una maggiore “riserva” di grasso viscerale, quello che circonda gli organi interni. Durante la dieta, la perdita di grasso viscerale avrebbe un beneficio sul loro metabolism, contribuendo a bruciare più calorie.

 

Le donne hanno invece più grasso sottocutaneo (intorno a cosce, fianchi ecc.) importante per la gravidanza, ma meno “attivo” da un punto di vista del metabolismo. La perdita di grasso sottocutaneo non contribuisce a bruciare più calorie.

 

Lo studio, tuttavia, presenta secondo Lowden alcuni limiti: per esempio non si specifica se le donne monitorate fossero o no in menopausa (condizione che favorisce l’accumulo di grasso addominale, come negli uomini) e inoltre i risultati si concentrano sugli effetti a breve termine, trascurando quelli di lungo periodo. Ciò nonostante, sostiene Lowden, in uomini e donne sovrappeso la perdita di peso è sempre auspicabile.

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Stufo del tuo tatuaggio? Rimuoverlo si può, ma non è per niente facile, specie se è colorato

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Un tatuaggio è per sempre: chi decide di imprimere sulla propria pelle un disegno o un messaggio è cosciente che molto probabilmente l’incisione resterà lì a vita a meno di non decidere di rimuoverlo, non senza difficoltà.

 

È bene tenerlo presente soprattutto adesso, alle porte dell’estate, quando la voglia di avere un nuovo tatuaggio, o, al contrario di rimuoverlo dall nostra pelle, aumenta.

 

Perché un tatuaggio è pressoché indelebile nel tempo? Ce lo spiegano Alberto Renzoni e Antonia Pirrera dell’Istituto Superiore di Sanità. «Un tatuaggio sulla pelle comporta l’iniezione nel derma di particelle di inchiostro.

 

È stato dimostrato che la quantità iniziale di pigmento iniettato nella pelle umana, immediatamente dopo l’esecuzione di un tatuaggio, diminuisce. Dopo la loro deposizione intradermica, infatti, i pigmenti del tatuaggio possono essere parzialmente eliminati per via del sanguinamento, della fotodecomposizione, oppure essere trasportati, attraverso il derma, grazie al sistema dei vasi linfatici o sanguigni.

Dopo questo iniziale processo di riduzione della quantità di pigmento, le particelle che rimangono nel sito di iniezione sono fagocitate dai macrofagi. Queste cellule del sistema immunitario che presidiano il derma sono attratte dalla ferita che viene inflitta dall’ago durante il tatuaggio e fagocitano appunto il pigmento proprio come fanno normalmente quando si trovano di fronte a un agente patogeno o a un corpo estraneo. Fino a oggi abbiamo presupposto che la longevità di tali cellule fosse alla base di questo presunto processo biologico responsabile della persistenza dei diversi pigmenti e quindi dei tatuaggi, nel tempo».

 

Lo studio

Uno studio francese recente e molto complesso, però, ha quasi per caso scoperto, che il meccanismo che consente la persistenza dei tatuaggi nel tempo è un po’ diverso da quello fin’ora ipotizzato.

 

I ricercatori, in realtà, stavano cercando di capire come i macrofagi della cute interagiscono con le altre cellule del sistema immunitario dislocate sulla pelle e hanno scoperto, lavorando su un modello animale, che esistono macrofagi in grado di ingerire particelle pigmentate in caso di morte delle cellule che di solito immagazzinano i pigmenti stessi. Sono proprio i macrofagi a permetterne la lunga resistenza, perché ogni particella di pigmento è catturata dal macrofago, rilasciata al momento della sua morte e poi ri-fagocitata da un macrofago giovane.

 

«In pratica quando un macrofago muore, rilascia semplicemente le particelle di inchiostro che aveva immagazzinato, ma nessuno riesce ad eliminarle definitivamente e quindi le particelle di inchiostro risultano indistruttibili» chiariscono ancora gli esperti dell’ISS, commentando i risultati dello studio francese.

 

Quando i macrofagi carichi di pigmenti muoiono, i macrofagi vicini recuperano le particelle di pigmento rilasciate e assicurano in modo dinamico l’aspetto stabile e la persistenza a lungo termine dei tatuaggi, riferiscono gli autori dello studio. Ecco allora che intuitivamente e molto semplicisticamente, basterebbe inibire questi macrofagi per veder sparire o quanto meno attenuarsi il tatuaggio.

 

La rimozione non è così semplice

Naturalmente inibire questi particolari macrofagi, mettono in guardia i ricercatori francesi, potrebbe impedire la guarigione delle ferite, per esempio, ma in combinazione con il laser potrebbe facilitare la rimozione di un tatuaggio non più desiderato.

 

A oggi, infatti, stando alla letteratura scientifica, se non si è soggetti allergici, il modo più efficace per rimuovere un tatuaggio è affidarsi a un dermatologo specializzato nella rimozione con il laser, sottoponendosi a un numero di sedute di solito proporzionale alle dimensioni del tatuaggio, al suo colore e alla sua collocazione. In genere è più agevole rimuovere i tatuaggi piccoli, lineari e scuri perché il laser è più efficace su colori come il nero e il blu.

 

Risulta invece più difficoltoso anche se non impossibile, sbarazzarsi dei tatuaggi grandi e colorati perché servono apparecchiature con lunghezza d’onda specifica e un numero maggiore di sedute. Si possono eliminare tatuaggi in tutte le sedi anche se quelli collocati su spalle, dorso e petto si tolgono più facilmente rispetto a quelli in prossimità del polso e della caviglia, per ragioni esclusivamente anatomiche.

 

COME AVVENGONO LE SEDUTE PER LA RIMOZIONE

Le sedute per la rimozione del tatuaggio tramite laser durano mediamente 10-15 minuti, e si eseguono ogni 2 mesi. Al termine di ogni seduta, per qualche giorno la pelle può presentarsi arrossata, punteggiata di crosticine e vescicole: di solito, per attenuare e risolvere la sintomatologia si applica una crema antibiotica. Dopo la cancellazione del tatuaggio, tuttavia, se il tutto è stato eseguito correttamente la cute non riporta conseguenze di sorta.

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Occhio secco, così il disturbo compromette la vita. Intervenire con tempismo per migliorare

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Una malattia cronica, che richiede un approccio di cura ad ampio spettro, ma soprattutto a lungo termine: ecco come la comunità scientifica considera oggi la problematica dell’occhio secco, in netta controtendenza rispetto all’opinione comunemente diffusa, che tende a sottovalutarla.

«La sindrome dell’occhio secco è una condizione molto comune che aumenta con l’età, soprattutto nelle donne – esordisce Maurizio Rolando, direttore del Centro superficie oculare IsPre Oftalmica di Genova. -. Si stima infatti che fra il 12 e il 16 per cento della popolazione generale presenti i sintomi del disturbo, senza però riconoscerlo come condizione patologica e di conseguenza senza adottare terapie mirate. La diagnosi tempestiva è invece il presupposto per una corretta gestione del problema».

 

I sintomi del disturbo

I sintomi della sindrome da occhio secco – accentuati anche dall’utilizzo duraturo di pc, tablet e smartphone – includono dolore agli occhi, secchezza, arrossamento, lacrimazione eccessiva, disagio causato da lenti a contatto, irritazione da vento o fumo, occhi stanchi, sensazione di corpo estraneo nell’occhio, visione offuscata e fotofobia.

 

«L’occhio secco può influire sulla capacità di lettura e di guida, limitando quindi notevolmente la vita quotidiana di chi ne soffre – prosegue l’esperto -. Senza contare il fatto che la somma di questi disturbi può, in alcuni casi, anche portare allo sviluppo di ansia e depressione: un quadro generale che denota senza dubbio la presenza di una condizione malattia cronica».

 

Un attento ascolto dei sintomi riferiti dal paziente è il primo step per un approccio globale alla sindrome dell’occhio secco. Al fine di quantificare l’entità di tali sintomi e valutare in seguito l’efficacia della terapia su di essi, è utile servirsi di appositi questionari di autovalutazione che il paziente può facilmente compilare.

 

Oltre a questo, va effettuata un’accurata anamnesi che indaghi sull’andamento e sulla variabilità dei sintomi, su fattori scatenanti quali condizioni ambientali sfavorevoli, presenza di malattie autoimmuni, alterazioni ormonali, assunzione di particolari farmaci, interventi chirurgici oculari pregressi, solo per citare alcuni esempi.

 

«La malattia dell’occhio secco può essere difficile da diagnosticare perché i sintomi variano e spesso si sovrappongono con altri disturbi oculari – afferma Pasquale Aragona, direttore della clinica oculistica e del centro di riferimento regionale per le malattie della superficie oculare dell’Università di Messina -. Per questa ragione, anche lo specialista può essere portato a sottostimarne la severità e, se non tempestivamente individuata e correttamente trattata, la patologia può avere ripercussioni significative sulla vita delle persone».

 

Le cause della sindrome da occhio secco

Gli elementi che determinano l’occhio secco sono molteplici: dall’invecchiamento, fino ai fattori ambientali (si pensi all’inquinamento o al trascorrere molto tempo davanti a uno schermo) e alla condizione fisica generale del soggetto (per esempio i cambiamenti ormonali e l’assunzione di determinati farmaci come quelli anti-acne, alcuni beta-bloccanti o i contraccettivi orali).

 

Una volta accertata da parte dell’oculista la malattia dell’occhio secco, la terapia deve basarsi sull’utilizzo regolare, nell’arco del giorno, di sostituti lacrimali ad ampio spettro e accompagnata da un’accurata igiene della palpebra.

 

«Occorre accertarsi che il sostituto lacrimale utilizzato sia privo di conservanti, perché durante la giornata la parte di acqua evapora lasciando quest’ultimo a contatto con l’occhio a concentrazioni crescenti», aggiunge Rolando, tra gli estensori delle prime raccomandazioni nazionali sulla sindrome dell’occhio secco. I conservanti, come per esempio il benzalconio cloruro che viene spesso utilizzato nella preparazione dei colliri, comportano un certo rischio di tossicità, dato che possono infiammare e provocare danni alla superficie oculare. «Stiamo parlando di una malattia cronica per la quale ancora non esiste una cura definitiva – chiosa Aragona -. Un motivo in più per procedere in direzione di una diagnosi precoce e verso una gestione appropriata del paziente per migliorare la qualità della sua vista e della sua vita».

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Dermatologia: Mappatura dei nei in promozione 120€

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Dr Giuseppe Correnti

Specializzato in Dermatologia e Malattie Veneree

In servizio presso l’Ospedale Cottolengo di Pinerolo (TO)

Mappatura dei Nei in Promozione : 120 €

Riceve tutti  i Martedì pomeriggio

 

La mappatura dei nei è una valutazione dermatologica che consente il controllo costante delle lesioni pigmentate presenti su tutto il corpo del paziente.
Mappatura NeiQuest’indagine prevede l’ispezione dell’intera superficie cutanea alla ricerca di neoformazioni neviche, tenendo monitorate nel tempo le eventuali macchie che mostrano caratteristiche atipiche.
La mappatura nevica viene eseguita con l’ausilio di strumenti ottici di precisione, non invasivi, che analizzano non solo la struttura morfologica esterna delle lesioni, ma anche le caratteristiche degli strati posti subito al di sotto del derma superficiale.

Con questa valutazione, il dermatologo ha l’opportunità di visualizzare ed archiviare su un computer le foto delle macchie pigmentate sospette, per poterle confrontare con le immagini registrate nei mesi o negli anni successivi e individuare eventuali segni di alterazione.
Per questi motivi, la mappatura dei nei rappresenta un esame diagnostico importante per individuare precocemente la presenza di un tumore della pelle e migliorarne in modo significativo le probabilità di cura.

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POLIAMBULATORIO MEDICO ODONTOIATRICO SAN LAZZARO MEDICA

VIA ETTORE BIGNONE 38/A
PINEROLO, ITALIA 10064
Italia
Telefono: 0121030435
Email: sanlazzaromedica@gmail.com

Serviamo pazienti del Pinerolese, Saluzzese e Torinese

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