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Mangiare le unghie non fa venire il cancro

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L’«onicofagia» non è un fattore di rischio per lo sviluppo dei tumori. La notizia della ragazza che ha dovuto subire l’amputazione di un dito a causa di un melanoma dovuto a questa abitudine non ha nessun fondamento scientifico

L’abitudine del mangiarsi le unghie non è causa di tumori. A far nascere il dubbio è stata la notizia della storia di una ragazza australiana alla quale è stato amputato un dito della mano a causa di un melanoma. Tumore, come riportato da diverse testate, che sarebbe stato causato dalla cattiva abitudine di rosicchiarsi le unghie.

I fatti

Courtney Whithorn è una ragazza australiana a cui è stato diagnosticato un melanoma acrale subungueale. In seguito alla diagnosi, a causa della gravità dell’estensione del tumore, i medici hanno dovuto eseguire l’amputazione del pollice della mano per evitare che la malattia si diffondesse in altre sedi. A scatenare la malattia -secondo quanto raccontato da diverse testate attraverso news che sono diventate virali nel giro di poco tempo- la reale abitudine della ragazza di mangiarsi le unghie. Una notizia totalmente distorta che non deve assolutamente fare cadere nell’errore di pensare che l’onicofagia sia un fattore di rischio per l’insorgenza del cancro.

 

Melanoma subungueale, un tumore raro

Il melanoma subunguale -la malattia che ha colpito la giovane donna australiana- è una rara forma di melanoma (di tutti i melanomi rappresenta solo il 3%) caratterizzata dalla presenza di un nevo anomalo sotto l’unghia. A differenza del melanoma cutaneo, dove il fattore di rischio principale è una scorretta esposizione ai raggi del sole, quello subungueale non ha una chiara origine. Secondo recenti analisi uno dei possibili fattori di rischio potrebbe essere un trauma fisico cronico.

 

Il mangiarsi le unghie però non rientra affatto in questo tipo di categoria. Non è un caso che uno degli ultimi studi pubblicati mostri che il melanoma subungueale per metà dei casi si localizza a livello dell’alluce, zona del corpo difficilmente soggetta ad onicofagia.

 

Attenzione alla prevenzione

La notizia dell’associazione -infondata- tra rischio cancro e abitudine nel mangiarsi le unghie è però l’occasione per ribadire ancora una volta due concetti fondamentali per la prevenzione: il primo riguarda il melanoma subungueale. Spesso questo tumore si mostra come una striscia nera anomala sotto le unghie. In questi casi è opportuno rivolgersi immediatamente al medico per approfondimenti. Il secondo riguarda l’onicofagia: mangiarsi le unghie non è solo questione di estetica ma può essere pericoloso soprattutto nell’ottica di una maggior suscettibilità a contrarre infezioni.

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Nella mente del criminale: la differenza sta nella percezione del rischio

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Nella mente del criminale: la differenza sta nella percezione del rischio

Lo sostiene uno studio che ha analizzato ligi e trasgressori valutando il loro comportamento e la loro attività cerebrale. Scoprendo che si attivano aree del cervello diverse

IL CERVELLO di chi abitualmente trasgredisce la legge funziona diversamente da quello del bravo cittadino che non riesce a parcheggiare in seconda fila se non con sensi di colpa e/o col timore di una multa? E se sì (se sì) qual è questa differenza? Una domanda la cui risposta, qualunque sia, non può che essere complessa e coinvolgere diverse discipline. Ora, qualche indizio ci arriva dalle neuroscienze.

Uno studio pubblicato di recente sul Journal of Experimental Psychology, ha indagato la questione confrontando trasgressori e ligi davanti a una scelta rischiosa valutando contemporaneamente sia il loro comportamento (cioè cosa le persone fanno davanti a un azzardo), sia l’attività cerebrale con risonanza magnetica funzionale. Così facendo hanno trovato che, quando si tratta di rischiare, negli onesti e in coloro che lo sono meno c’è una differenza visibile: si accendono aree del cervello diverse.

• LO STUDIO
Gli autori, coordinati da Valerie Rejna, psicologa e direttore del Human Neuroscience Institute e del Magnetic Resonance Imaging Facility della Cornell University, hanno selezionato due gruppi di adulti: quello di chi autodichiarava di avere tendenze trasgressive e quello dei rispettosi delle norme. E li hanno sottoposti a due test: nel primo a tutti è stato chiesto di scegliere se accettare 20 dollari (un regalo, in sostanza) o in alternativa di scommettere col classico lancio della moneta (testa o croce) se vincerne il doppio o perdere tutto, anche i 20 assicurati. La maggior parte delle persone sceglie di non correre il rischio di rimanere a mani vuote e accetta i 20 dollari, qui e ora. Altri si concentrano sui 40 dollari, e azzardano: lanciano la moneta e provano a ottenere di più.

• UN QUADRO INVERSO
Ma se in ballo c’è la possibilità non di vincerli ma di perderli, i soldi? E siamo al secondo test. Alle stesse persone è stato anche chiesto di scegliere di cedere questa volta i 20 dollari, oppure con un lancio di moneta di tentare la sorte e rischiare di perderne 40, ma anche, in alternativa, di non perdere nulla. Ebbene in questo caso la maggior parte del campione ha scelto il rischio, perdere niente è meglio che perdere qualcosa. Ma quelli con le tendenze più spiccate a infrangere la legge hanno al contrario accettato di cedere 20 dollari invece che rischiare di perderne 40. “Abbiamo scoperto – ha sintetizzato Rejna – che la maggior parte delle persone (…) evita il rischio quando si tratta di vincere e lo accetta quando si tratta di perdere. Chi ha una tendenza ad andare contro la legge tende a invertire questo quadro. E questo è un comportamento cognitivo”.

• COSA SUCCEDEVA CON LA RISONANZA MAGNETICA?
Mentre i test con i dollari e i lanci di moneta erano in corso, i ricercatori hanno esaminato le reazioni a livello cerebrale. Scoprendo che il comportamento delle menti con tendenze alla trasgressione della legge era associato a una maggiore attivazione nelle cortecce temporale e parietale, aree coinvolte nell’analisi cognitiva e nel ragionamento. Gli altri invece – la maggioranza –  mostravano una reattività superiore in alcune zone del cervello più coinvolte nell’emotività, nei meccanismi della motivazione e della ricompensa (amigdala e aree striate).

“È  la prima volta che uno studio ha dimostrato  una differenza nel modo in cui il rischio viene elaborato dal punto di vista cognitivo da chi rispetta la legge e da chi è un trasgressore abituale – si legge in una nota della Cornell – permettendo di comprendere meglio la mente criminale”. “Abbiamo scoperto – ha infatti aggiunto Reyna – che il comportamento criminale è associato a un particolare tipo di pensiero del rischio”.

Come riuscire ad accettare se stesse? Anche con la scrittura

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Studio della Northwestern University su un campione di donne chiamate a raccontare per iscritto il rapporto con il proprio corpo

L’insoddisfazione nei confronti del proprio aspetto fisico può portare allo sviluppo di ansia, depressione e disturbi del comportamento alimentare. Poco serve rassicurare chi si porta un complesso di questo tipo sulla bellezza: partendo da questi presupposti due ricercatrici della Northwestern University hanno elaborato uno studio scientifico incentrato sulla potenza della scrittura per migliorare la propria immagine corporea. «Di base ogni essere umano tende a essere empatico con gli altri, ma non con se stesso. Scrivere rivolgendosi al proprio corpo è un modo per aumentare l’empatia verso se stessi e ridurre l’ansia e l’insicurezza che si prova poiché è un sistema per soffermarsi, una volta tanto sull’idea di essere entità degne di attenzione e “compassione”» commenta Alessandra Gorini , ricercatrice presso il Dipartimento di Oncologia ed Emato-Oncologia dell’Università degli Studi di Milano.

 

Esercizi di scrittura

Le autrici dello studio in questione hanno proposto a 151 donne in età da college di scrivere una lettera a se stesse dal tono compassionevole; a 242 di scrivere una missiva dai toni delicati, ma dal punto di vista di un caro amico; a 1.158 donne è stato chiesto di scrivere direttamente al proprio corpo, mostrando gratitudine e riconoscenza per le funzioni assolte bene dall’organismo stesso.

 

Molte delle lettere si sono rivelate profondamente coinvolgenti e commoventi e anche le donne più critiche nei confronti del proprio aspetto fisico, si sono addolcite mentre scrivevano.

 

La scrittura, dunque, ha un impatto estremamente positivo sull’autostima, per questo le studiose sperano di riuscire a creare un sito web o un app per smartphone, dove indirizzare lettere rivolte al proprio corpo per condividerle con un vasto pubblico, per dare conforto e forza a tutte quelle donne che combattono contro la mancata accettazione di se stesse.

 

Il potere della scrittura

«Scrivere permette di mettere ordine nei pensieri, aiuta a dare un senso agli eventi vissuti, permette di liberare la creatività senza essere sottoposti al giudizio altrui, soprattutto se nella scrittura ci si rivolge alla propria persona. Mettersi a scrivere, inoltre, permette di prendersi un tempo interamente dedicato a se stessi per riflettere e fissare ricordi ed emozioni in un momento di silenzio dal mondo e permette, di conseguenza, l’ ascolto dei pensieri più profondi- commenta ancora l’esperta – Scrivendo si sviluppa anche l’immaginazione in quanto lo scritto non riporta solo fatti accaduti, ma anche sogni e speranze che spesso non vengono espressi attraverso altri canali».

 

La scrittura di un diario, d’altra parte, da secoli rappresenta una valida valvola di sfogo che ha permesso a generazioni di adolescenti di superare le fasi più critiche di un periodo travagliato quale può essere l’adolescenza.

 

«Scrivere un diario, in particolare, crea una complicità con noi stessi che insegna ad ascoltarsi e a valorizzarsi. Soprattutto da adolescenti, quindi, il diario permette di esprimere pensieri senza filtri, formulare opinioni su persone o fatti, e mettere per iscritto le emozioni e i sentimenti dominanti riguardo a eventi accaduti. Attraverso questo processo si verifica un rafforzamento dell’autostima che aiuta ad affrontare le difficoltà della vita. Purtroppo – spiega la dottoressa Gorini – i social ci stanno portando a ridurre emozioni e riflessioni a poche parole se non addirittura a simboli (emoticon) che inaridiscono e impoveriscono non solo la produttività scritta, ma anche i vissuti e le rielaborazioni interiori. Consci di questo, dovremmo spingere più che mai i giovani, e forse anche noi stessi, a scrivere diari e riflessioni personali molto più frequentemente di quanto siamo soliti fare».

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Omosessuale o etero? L’intelligenza artificiale lo capirebbe dal volto

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omosessuale o etero

L’Università di Stanford ha sviluppato un algoritmo in grado di distinguere correttamente l’orientamento sessuale delle persone analizzando delle fotografie

Omosessuale o eterosessuale? A capire l’orientamento sessuale di una persona (senza che lei lo dica e senza sbagliare) potrebbe essere l’intelligenza artificiale, e solamente analizzando qualche fotografia. Lo rivela uno studio della Stanford University, che ha sviluppato un algoritmoin grado di distinguere correttamente fra persone omosessuali ed eterosessuali nell’81% dei casi quando si è trattato di uomini e nel 74% in occasione di immagini di donne. I risultati (ancora in bozza) saranno presto pubblicati sul Journal of Personality Social Psychology e riportati in prima battuta dall’Economist.

Cos’è un’intelligenza artificiale? 

Un algoritmo programmato come una rete neurale, cioè che mima le caratteristiche del cervello umano, ed è addestrato con una grande quantità di dati a compiere certi compiti.

La ricerca

La ricerca è stata condotta partendo da 35.326 immagini, relative a 14.776 persone, sia omosessuali che eterosessuali. Il materiale fotografico è stato analizzato con un processo di “deep learning”, ovvero di “apprendimento profondo”, che ha consentito all’intelligenza artificiale di stabilire gerarchie di fattori e parametriconcetti o elementi ricorrenti su una mole di documenti. Attraverso questo apprendimento, l’intelligenza è andata ad analizzare le caratteristiche facciali degli individui cercando correlazioni con il loro orientamento sessuale.

Caratteristiche del volto specifiche 

Secondo quanto riportano i responsabili della ricerca, Michal Kosinksi e Yilun Wang, uomini e donne omosessuali avrebbero caratteristiche di genere specifiche. Espressioni, strutture morfologiche e atteggiamenti che si sintetizzerebbero nella valutazione che i gay apparirebbero più femminili e viceversa. Secondo i dati analizzati esisterebbero alcune tendenze ricorrenti: i gay avrebbero la mascella più affusolata e sottilenasi più lunghi e fronti più ampie degli eterosessuali, mentre le lesbiche presenterebbero mascelle più massicce e fronti più piccolecomparate alle donne eterosessuali.

Alta efficacia

Quando all’algoritmo sono state fornite cinque immagini di un soggetto anziché una soltanto, il tasso di successo si è impennato al 91% (nel riconoscimento di uomini omosessuali) e al 83% (nel riconoscimento di donne omosessuali). Nei casi in cui, invece, sono state persone in carne e ossaa dover giudicare l’orientamento sessuale di una persona che vedevano per la prima volta, il tasso di successo non è stato così alto: solo nel 61% dei casi per gli uomini e nel 54% per le donne.

Il volto dice tanto di noi

I risultati e le rilevanze ottenute da questo algoritmo, portano gli autori a sostenere che i voltidelle persone conterrebberro effettivamente più informazioni sull’orientamento sessuale di quante ne possa percepire e interpretare il cervello umano. La scoperta avvalorebbe anche la tesi che l’orientamento sessuale possa in qualche modo essere influenzato dall’esposizione a certi ormoni prima della nascita, nell’utero.

Le conseguenze della scoperta

Questa ricerca, tuttavia, solleva qualche dubbio sulle prospettive e i rischi legati all’utilizzo dell’intelligenza artificiale. «Non abbiamo voluto creare uno strumento che interferisse con la privacy, ma soltanto dimostrare come alcune tecnologie ampiamente utilizzate possono rappresentare una minaccia per la sfera intima delle persone», affermano Michal Kosinski and Yilun Wang, autori dello studio.

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Sposato o single? Il tuo stato civile influenza anche la tua salute, ecco perché

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Un recente studio pubblicato sulla rivista Annals of Behavioral Medicine pone l’accento su quanto uno stile di vita irregolare aumenti il rischio di morte prematura soprattutto se tale condotta si adotta dopo un divorzio, anche se la relazione fra separazione e cattive condizioni di salute resta non del tutto chiarita e lascia spazio a diverse ipotesi.

 

Lo studio in questione, in ogni caso, è solo uno degli ultimi che evidenzia come una vita di coppia serena sia di aiuto alla salute, mentre al contrario essere single aumenti la probabilità di ammalarsi e morire.

 

La fine di un matrimonio, in effetti, determina spesso tutta una serie di situazioni psicologiche ed economiche che possono peggiorare lo stato di salute. Al contrario un’unione felice e la certezza di poter contare su un compagno in grado di spronare a fare meglio, attento a limitare i vizi e le condotte sbagliate possono contribuire a superare alcune condizioni patologiche e magari prevenirle.

 

Un partner supporta nella vita quotidiana e nell’emergenza

«Molte ricerche mostrano come il matrimonio faccia bene alla salute. Il motivo principale di questa influenza è l’azione stabilizzatrice di un rapporto di lunga durata – spiega Antonio Maturo, docente di Sociologia della salute presso l’Università di Bologna e la Brown University (USA) che aggiunge -. Avere una certa regolarità rispetto a sonno e dieta è di per sé una pratica salutare, così come lo è una sessualità regolare. La possibilità di dialogare con costanza con qualcuno, inoltre, è un fattore di protezione contro la depressione ed è noto quanto una persona triste o depressa sia incline a trascurarsi. Le evidenze scientifiche a disposizione mostrano pure che se uno dei partner adotta comportamenti virtuosi, per esempio smette di fumare, l’altro ne risulta facilmente contagiato. La cosa più importante, però, è il supporto pratico che un partner può fornire: sia nelle emergenze sia nella vita quotidiana».

 

 

La separazione accentua fumo e sedentarietà

Dopo un divorzio, rileva sempre lo studio di Annals of Behavioral Medicine, sia i maschi sia le femmine tendono a cedere soprattutto alla sedentarietà perché non si ha voglia di uscire o relazionarsi con la cerchia di amici e conoscenti che si frequentava in coppia e la chiusura iniziale, può poi diventare un’abitudine consolidata. Altro vizio cui si tende facilmente a cedere è il fumo.

 

«Paradossalmente anche chi decide di uscire di più e conoscere gente nuova per buttarsi alle spalle il passato e vive quindi vita sociale più intensa, magari anche rispetto al passato per cercare nuove occasioni, è maggiormente esposto a tentazioni come il bere e il fumare » suggerisce ancora il professor Maturo.

 

La vita a due giova soprattutto alla salute maschile

Sempre dalle evidenze a disposizione risulta che le persone sposate con diabete di tipo2, ipertensione e colesterolo alto possono contare su un tasso di sopravvivenza superiore rispetto ai single gravati dai medesimi problemi di salute. I coniugati, inoltre, hanno più probabilità di sopravvivere a un attacco di cuore. Il matrimonio, in ogni caso, sembra giovare più alla salute maschile che a quella femminile come a risentire di più di un divorzio in termini affettivi sono soprattutto le donne che evidenziano un livello di soddisfazione personale più basso e un forte abbattimento sentimentale .

 

«I maschi hanno più probabilità di lasciarsi andare a comportamenti nocivi per la loro salute se non hanno una compagna – precisa ancora il professor Maturo che conclude – Le separazioni sono una delle cause principali delle nuove povertà maschili, poiché capita spesso che gli uomini debbano pagare gli alimenti per il mantenimento dei figli e l’impoverimento è la principale causa di malattia e mortalità precoce. Il degrado economico, inoltre, è legato spesso all’adozione di stili di vita malsani, se non addirittura a una riduzione del benessere oggettivo. Per fare un esempio molto pratico chi è povero rinuncia alla frequenza regolare della palestra o a comprare frutta fresca tutti i giorni, con ripercussioni di salute non da poco. La salute, dopotutto, è una risultante di circoli viziosi o virtuosi, una separazione può facilmente innescarne uno negativo».

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Dipendenza da videogame, per l’Oms è un disturbo mentale

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E’ stata inserita nell’undicesima edizione della classificazione internazionale delle malattie, riconoscendola formalmente come una patologia

LA DIPENDENZA da videogiochi è una patologia: così l’Organizzazione mondiale della sanità (Oms) inserisce questo disturbo nella bozza dell’undicesima edizione della classificazione internazionale delle malattie (Icd-11), nella speranza che il riconoscimento di questo tipo di dipendenza possa favorire il ricorso a opportune terapie. Perché giocare ai videogames può creare una dipendenza e un comportamento talmente compulsivo che può arrivare persino a distogliere la persona che ne soffre dalle altre attività della vita quotidiana: “Ho pazienti che soffrono di una dipendenza da Candy Crush Saga, che sono sostanzialmente simili alle persone che arrivano con un disturbo della cocaina”, spiega al New York TimesPetros Levounis, presidente del dipartimento di psichiatria della Rutgers New Jersey Medical School (Usa), che aggiunge: “Le loro vite sono rovinate, i loro rapporti sociali ne risentono, la loro condizione fisica peggiora”. Quello dei videogame è un settore in crescita a livello mondiale, il cui fatturato annuale per l’Entertainment Software Association aumenterà del 31% entro tre anni.

 

Il sistema di classificazione delle patologie, che ad oggi conta 55mila malattie e cause di morte, “ci consente di capire in modo migliore che cosa conduca le persone alla malattia o alla morte, così da agire in tempo per prevenire la sofferenza e salvare vite umane”, dice Tedros Adhanom Ghebreyesus, il direttore generale dell’Oms. Inoltre, per la prima volta, l’Icd è completamente elettronico, un modo per rendere il sistema di classificazione più accessibile a medici e altri operatori sanitari di tutto il mondo. La nuova edizione verrà presentata agli stati membri dell’Oms in occasione dell’Assemblea mondiale della sanità, in programma a maggio del prossimo anno, mentre per la sua adozione, dice in una nota l’Oms, bisognerà aspettare gennaio 2022.

Diverse, inoltre, le modifiche fatte rispetto alla versione precedente, come ad esempio quelle relative alla salute sessuale: mentre nelle edizioni precedenti le disfunzioni sessuali erano state classificate nell’ambito della salute mentale, nell’ultima edizione queste si trovano nella sezione “salute sessuale”. E c’è anche un nuovo capitolo sulla medicina tradizionale.

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