PSICHIATRIA

Canada, il Parlamento ha approvato la legalizzazione della marijuana: è il secondo Paese al mondo (il primo del G7)

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Canada, il Parlamento ha approvato la legalizzazione della marijuana: è il secondo Paese al mondo (il primo del G7)
Lo stato nordamericano diventa il secondo Paese al mondo dopo l’Uruguay a rendere legale l’acquisto e il consumo di cannabis per uso ricreativo: “Un voto storico che ha messo fine a 90 anni di proibizionismo”, ha detto il senatore indipendente Tony Dean, che ha portato avanti il progetto di legge

Da metà settembre i cittadini canadesi potranno comprare e consumare legalmente la cannabis per uso ricreativo. Lo ha deciso il Parlamento dello Stato nordamericano: il Senato che ha approvato il Cannabis Act con 52 voti a favore, 29 contrari e due astenuti. Il Canada diventa così il secondo Paese al mondo dopo l’Uruguay a legalizzare la marijuana per uso ricreativo. E’ il primo tra i Paesi appartenenti al G7. Una mossa “anti-proibizionista”, quella voluta dal presidente Justin Trudeau, che mira a contrastare la criminalità organizzata legata al contrabbando e allo spaccio di droghe e nel frattempo aumentare anche le entrate dello Stato.

La legge federale permetterà ai canadesi di coltivare fino a quattro piante di cannabis a domicilio. Durante il dibattito finale, durato alcune ore, molti senatori hanno tentato per l’ultima volta di convincere i colleghi a votare un emendamento che avrebbe avuto l’effetto di trasferire alle province il potere di proibire la coltivazione a domicilio. Una proposta sempre rifiutata dai liberali, il partito di Trudeau, che anche in questa occasione hanno votato in modo contrario impedendo l’approvazione dell’emendamento.

La ministra della Salute Ginette Petitpas Taylor ha detto che alle province serviranno due o tre mesi prima di essere pronte per l’implementazione della nuova legge.”Questa sera il Senato ha visto un voto storico”, ha detto il senatore indipendente Tony Dean, che ha portato avanti il progetto di legge. Abbiamo messo fine a 90 anni di proibizionismo della cannabis in questo Paese, novant’anni di inutile criminalizzazione, novant’anni di un approccio fatto soltanto di ‘no’ che non ha funzionato”.

In estate siamo più stressati che in inverno: ecco perché il nostro bioritmo va in tilt

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Siamo più stressati d’inverno o d’estate? Secondo uno studio polacco lo siamo soprattutto d’estate, per ragioni però che gli stessi studiosi non sanno spiegare, ma che li ha indotti a consigliare la necessità di fermarsi e prendersi un periodo di riposo in maniera inderogabile, d’estate.

 

Lo studio

Gli autori dello studio sono giunti a queste conclusioni dopo aver reclutato un gruppo di giovani donne, studentesse di medicina. Per due giorni consecutivi, durante l’estate, hanno dovuto fornire campioni di saliva ogni due ore; l’esperimento, poi, è stato condotto nei mesi invernali sulle stesse ragazze.

Le studentesse, inoltre, si sono impegnate a compilare questionari riguardanti la loro dieta, l’attività fisica e lo sport praticato.

Dall’analisi dei dati è emerso che i livelli di cortisolo, il cosiddetto ormone dello stress era più alto in estate che in inverno. Un risultato forse inatteso come ci aiuta a riflettere Federica Galli specialista in Psicologia Clinica e Ricercatrice presso l’Università di Milano: «La letteratura scientifica è ricca di studi che evidenziano che gli stati depressivi beneficiano di una maggiore irradiazione solare e quindi di come la sintomatologia tenda a migliorare d’estate. D’altra parte però, non è possibile affermare che la possibilità di godere molto a lungo della luce solare aumenti la percezione della sensazione di benessere in tutti gli individui. Detto in parole povere le persone con una situazione base di equilibrio psicologico possono risentire di variazioni stagionali, con particolare riferimento al periodo estivo accusando un forte stress, come indicato dallo studio polacco e non solo perché stanchi di mesi e mesi di lavoro o di studio intenso».

La routine è sempre rassicurante

L’estate non è soltanto sole, mare, ombrellone, giochi sulla spiaggia, viaggi all’estero, escursioni e letture rilassanti: lo è forse nell’immaginario collettivo, ma nella realtà dei fatti è un periodo durante il quale i ritmi consolidati della routine quotidiana vanno ad alterarsi, in cui la rete sociale è meno contenitiva e dove si impone una riorganizzazione e la pianificazione nuova di orari e attività.

È bene anche ricordare che scorrendo il Social Readjustement Rating Scale, uno strumento messo a punto negli anni ’60 dall’Università di Washington, per valutare quali situazioni sono potenzialmente in grado di indurre lo sviluppo disturbi psicosomatici, troviamo ai primi posti proprio le vacanze.

«L’estate sembra prolungare l’orizzonte temporale entro cui ci si muove. È come se anche i pensieri avessero più spazio, ma anche minore contenimento. I ritmi lavorativi rallentano, spesso dopo le accelerazioni del fine anno, ma l’impatto con la pianificazione della routine quotidiana fatta di bambini che rimangono a casa dai propri impegni scolastici ed extra-scolastici per più di tre mesi, dei ben noti compiti delle vacanze, di partenze e ritorni, può essere dirompente- chiarisce ancora la professoressa Galli che conclude- Il ritmo sonno-veglia rischia di essere più disturbato a causa del caldo o al contrario di un bioritmo che risente del prolungarsi delle ore di luce, con le ben note conseguenze in termini benessere psico-fisico.

La difesa dal caldo, infine, è ancora un obiettivo, più che un’assodata certezza, basti pensare alla famigerata aria condizionata “da regolare” in ufficio pagando il fio di tonsilliti o rapporti che si incrinano. Tutte queste sfaccettature possono rendere il periodo estivo foriero di complicazioni e disagi, per cui anelare all’autunno salvifico!»

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Il “cambio di stagione” mette alla prova la nostra salute: ansia, insonnia e stanchezza i sintomi

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i rimedi nella giusta alimentazione e nel riposo regolare

Difficoltà ad alzarsi al mattino, spossatezza, disturbi legati al sonno, ansia o malumore. Eccoli qui i famigerati sintomi della cosiddetta «sindrome» da cambio di stagione.

 

Malesseri molto diffusi, che colpiscono tutti (o quasi) gli italiani. Una recente indagine dell’Osservatorio Doxa-Aidepi su un campione nazionale rappresentativo della popolazione italiana di 1000 persone ha stabilito che all’86% delle persone (35 milioni tra i 18 e i 70 anni) capita di soffrire dal punto di vista fisico o psicologico, per l’arrivo della stagione più calda.

 

Il 32% dichiara di risentirne sempre o quasi e la categoria più colpita è quella delle donne fra i 35 e i 54 anni dove la percentuale di chi ne risente supera il 90%. Il 64% degli italiani tende ad avvertire un maggiore senso di stanchezza e spossatezza (52%).

 

Molto comuni anche i disturbi legati al sonno, tanto che il 38% degli intervistati ha problemi di insonnia. I più giovani (under 24) tendono a soffrire di più di irritabilità (40%) e malumore (37%) rispetto al resto degli italiani (accusano questi sintomi, rispettivamente il 30% e il 32% del campione). E se l’ansia è un sentimento che provano con maggior frequenza il 21% degli italiani in questo periodo, la percentuale sale al 25% per le donne, soprattutto nella fascia di età tra i 25 e i 34 anni (29%).

 

Viene dunque da chiedersi quale sia la soluzione per resistere e arrivare comunque in forma discreta alle vacanze estive.

 

Sono stati proprio i soggetti intervistati a fornire i possibili rimedi. Il 43% ha detto che trova sollievo nel trascorrere più tempo all’aria aperta o concedendosi momenti di relax. Per 1 su 3 è importante prestare attenzione all’alimentazione e, in particolare, alla prima colazione, tanto che il 35% tende a dedicare maggiore cura a questo pasto e il 94% ritiene che la colazione aiuti ad avere maggiore energia per il resto della giornata.

 

«I bruschi cambi di temperatura – commenta Michelangelo Giampietro, nutrizionista e medico dello sport, – rappresentano uno shock per il nostro organismo. Per recuperare è importante riposare e alimentarsi correttamente, prestando attenzione alla ripartizione dei pasti nel corso della giornata ed evitando periodi troppo lunghi di digiuno. In questi anni si è manifestato un cambiamento fondamentale negli stili di vita delle persone che possiamo identificare nel passaggio dall’attenzione alla salute, alla ricerca di una condizione di benessere generale».

 

E quando si parla di benessere, lo sguardo va immediatamente all’equilibrio nella alimentazione quotidiana. Dove è importante, in base alle indicazioni della maggior parte degli esperti nutrizionisti, consumare regolarmente frutta e verdura.

 

In Italia le porzioni quotidiane sono ancora al di sotto delle quantità ritenute ottimali: 5 adulti su 10 consumano non più di 2 porzioni al giorno. 4 su 10 consumano 3-4 porzioni e solo 1 su 10 consuma la quantità raccomandata.

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Vi sentite stressati e inadeguati? Ecco la soluzione: “Lasciatevi in pace”

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Dalla Francia la lezione del filosofo ed esperto in Mindfulness Fabrice Midal: “Smettete di torturarvi, la vita non è una equazione matematica»

Cosa non faremmo per vivere tranquilli e sereni? In armonia: col mondo, con gli altri e pure con noi stessi. Galleggiamo in un’esistenza che ci vuole sempre sani, attivi, svegli, efficienti; «performanti», come si usa dire oggi con un termine orrendo. Pronti a scattare, a produrre, ad adattare il nostro fisico e la nostra mente alle novità e agli imprevisti di ogni giorno sul lavoro, ma anche a casa, in famiglia, con le persone che frequentiamo. Sentiamo di dovere essere indiscriminatamente accettabili e adeguati alle più svariate situazioni, in automatica sintonia con qualsiasi contesto ci si presenti.

 

Un bel vortice di sollecitazioni, non c’è che dire. Ognuno regge come può, perché andare avanti si deve. Ma il minimo che possa accadere è che spesso – e non volentieri – si venga travolti da una sorta di ansia da prestazione, la stessa che in ambito sessuale è foriera di fallimenti e che, applicata alla sfera sociale, ci condiziona pesantemente, offuscando e paralizzando le nostre reali potenzialità.

 

Ma allora a che cosa appellarsi per trovare un equilibrio che allevi il nostro malessere profondo, fornendoci la possibilità di tirare fuori il meglio di cui siamo capaci?

Un suggerimento a dir poco geniale, ci arriva dalla Francia, elaborato da Fabrice Midal, uno dei più grandi esperti europei di meditazione. Ed è tutto racchiuso nel titolo originale del suo ultimo libro. Siete pronti a registrarlo nel vostro cervello come una formula magica? Eccolo: «Lasciatevi in pace». Una soluzione facile e a portata di mano, sintetizzata in questa breve esortazione, un imperativo fatto di tre parole, semplice e chiarissimo.

 

«Foutez-vous la paix», pubblicato da Flammarion, è uscito l’anno scorso e nel paese di nascita ha raccolto ottime critiche. Nella versione italiana, la New Compton Editori, ha scelto per il lancio in copertina un assunto meno aulico e più confidenziale, concedendosi una innocua parolaccia che spiegasse al lettore che la maggior parte delle convinzioni nelle quali si è auto-imprigionato «Sono tutte stronzate» (sottotitolo «il metodo francese per superare i sensi di colpa: non serve essere perfetti») .

 

In Francia, il magazine Elle, ha definito il concetto sviluppato nel manuale «il consiglio più rivoluzionario del 2017». Ed è vero, perché ciò che Midal predica, non è di sforzarsi ad agire in un certo modo, ma, al contrario, di cessare di dare il tormento a se stessi su come sarebbe meglio comportarsi. Ogni capitolo del libro è fedele alla legge del mollare gli ormeggi e come un mantra, tutte e 15 le sezioni invitano a «smettere» di fare o essere qualcosa. «Smettete di essere calmi», «Smettete di essere saggi», «Smettete di paragonarvi agli altri», «Smettete di frenarvi» e via di seguito.

 

«Ci martirizziamo dal mattino alla sera – spiega l’autore – Non siamo mai soddisfatti di chi siamo e di che cosa facciamo e così aumentiamo la pressione sul nostro io. Dobbiamo piantarla. E questo non significa che diventeremo all’improvviso ottimi genitori, splendidi colleghi e fantastici amanti. Ma di certo ci accorgeremo delle risorse che possediamo e la smetteremo di massacrarci tentando di essere qualcun altro».

 

Fabrice Midal, parigino, classe 1967, è filosofo e fondatore dell’«École occidentale de meditation». Sul metodo anti-stress che costituisce il fulcro di questa sua ultima pubblicazione, tiene seminari in varie parti del mondo ma «soltanto nei Paesi di lingua francofona», come è costretto a precisare quando gli chiediamo se avremo prima o poi l’opportunità di partecipare a una sua lezione qui in Italia.

 

Gli incontri che organizza in patria sono affollatissimi. Midal, vestito con abiti dai colori caldi e allegri, se ne sta seduto in poltrona su un palco e di quando in quando interrompe il suo soliloquio per bere un sorso d’acqua. Sembra tutto molto naturale, si ha la sensazione che stia parlando a braccio. In realtà non è stato semplice neppure per lui arrivare a questo livello di consapevolezza. «Avevo paura di scoprire il mistero della vita e di indagare a fondo la mia interiorità – ci confida – E’ stato un lungo percorso che infine mi ha portato a conoscere il vero me stesso e oggi eccomi qui a provare ad aiutare gli altri».

 

Nel libro racconta del suo primo approccio alla meditazione, iniziato 25 anni fa quando era uno studente universitario e faceva fatica a procedere negli esami. L’incontro con il biologo e filosofo cileno Francisco Varela (scomparso poi nel 2001) gli apre un mondo. Partecipa ai suoi raduni e scopre una via. «Per la prima volta non avevo niente in cui dovevo riuscire – spiega – mi bastava essere nella situazione e tornare ad avvertire la mia presenza corporea e il mio respiro… Alla fine mi sono sentito a casa».

 

Decide così di diventare egli stesso un insegnante di mindfulness, sebbene molti provassero a scoraggiarlo pronosticandogli un sonoro fallimento per via della sua impostazione. «Cosa potevo comunicare dal momento che iniziavo i miei incontri spiegando che la meditazione non rende più produttivi, né più efficienti, che non fa mettere giudizio e che, fondamentalmente, nel senso comune, non serve a niente?».

 

E invece la strada si rivela quella giusta. Studia e condivide il pensiero di grandi filosofi come Wittegenstein al quale si ispira nella ricerca di una libertà dello spirito: «Nei suoi diari – ricorda Midal – egli esprime riprovazione verso la saggezza…verso l’ipocrisia accademica, verso la freddezza dei dibattiti intellettuali. Estranei al fermento e al calore della realtà… Racconta dei suoi incontri con la gente comune, coloro che effettivamente vivono la benevolenza, l’amore, la preoccupazione di un discorso giusto».

 

Fa propri questi elementi l’autore francese e prova ad andare oltre: «Io oppongo alla saggezza spaventosa come la intendiamo noi, l’entusiasmo che solo, con l’ardore che contiene, guarisce e cambia il mondo. Ci permette di lasciare la nostra zona di comfort, di uscire da noi stessi per andare verso qualcosa di più grande».

Saggezza intesa come zavorra, dunque. Qualcosa che ci allontana da quella benefica e salvifica «leggerezza» alla quale il nostro Italo Calvino aveva dedicato una delle sue pregiate Lezioni Americane.

 

In un capitolo di «Sono tutte stronzate», Fabrice Midal ci invita a diffidare della nostra volontà di capire tutto. Sbagliamo quando assilliamo noi stessi con le domande sui massimi sistemi: «Devo cambiare lavoro, o azienda, o stile di vita perché queste cose hanno avuto un effetto nocivo sulla mia esistenza?…Valutiamo all’infinito i pro e i contro, lasciamo passare mesi, anni, per poi riprendere i nostri calcoli e sentirci invadere dal terrore perché la colonna dei “contro” non è mai vuota. E alla fine restiamo dove siamo, a piangerci addosso e rimpiangere “Ah, se solo avessi…”».

Tormenti inutili e dannosi, bisogna che impariamo a «lasciarci in pace».

 

Nella vita privata dell’autore di «Foutez-vous la paix» c’è un passaggio delicatissimo che non racconteremo qui per rispetto a certe pagine di storia costellate di tragiche vicende umane. Nel libro, quel momento, viene descritto proprio per far comprendere quanto inefficace possa essere l’ostinazione a cercare di capire e razionalizzare ogni cosa. «Ho mollato la corda logora alla quale mi ero aggrappato e ho saltato – spiega Midal -, credendo di lanciarmi nel vuoto, quando in realtà avanzavo finalmente verso la vita….Ho accettato l’incertezza…Ho smesso di cercare di capire il perché e sono entrato in relazione con quel dolore…. La nostra esistenza non è un’equazione matematica e non accanirsi a capire tutto è l’unico modo per essere davvero fedeli al senso dell’esistenza umana».

 

Anche la banale quotidianità, non manca di spunti che ci possono far pensare all’utilità del paradigma ideato dallo scrittore. Pensiamo a quante volte ci è capitato di darci degli imbecilli da soli. Lo studioso parigino fa l’esempio di una signora che aveva incrociato in metropolitana: senza rendersene conto, quella donna si era messa a pensare ad alta voce ed egli l’aveva udita borbottare: «Che stupida che sono! Sono proprio una stupida». Presa dalle sue mille preoccupazioni, si era scordata di scendere alla fermata che le interessava e ora martirizzava se stessa per aver commesso quell’errore. «Siamo il nostro giudice peggiore – argomenta l’autore nel capitolo “Smettete di torturarvi” – Una vocetta dentro di noi commenta ogni nostra azione, ogni nostro pensiero, con una severità che saremmo incapaci di usare verso chiunque altro. Con una parzialità, un accanimento che non appartengono più all’ambito della critica, ma della vessazione».

 

Spesso è così e quel che saremmo in grado di dire amorevolmente all’amico o al conoscente, a noi stessi lo precludiamo e manchiamo di assolverci. «Siamo estremamente maldestri con noi stessi – spiega Midal – … talmente impegnati a rimproverarci e a mortificarci….a dirci che non valiamo niente…che alla fine non concentriamo le nostre energie sulla situazione presente così com’è».

 

Insomma, proviamo a fare come ci suggerisce questo libro. Lasciamoci un po’ in pace. Altrimenti c’è il rischio di finire come quel tizio descritto proprio da Wittgenstein. Quello che, trovatosi rinchiuso in una stanza, cerca di uscirne in tutti i modi più complicati. Prima si arrampica verso la finestra che però sta troppo in alto; poi cerca di passare per il camino che ahimè è troppo stretto. Tutta fatica sprecata. Gli sarebbe bastato voltarsi per accorgersi che la porta era rimasta aperta tutto il tempo.

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Dimmi come abbracci e ti dirò quanto sei emozionato

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Studio tedesco con l’osservazione di 2500 azioni. Verso sinistra indica che si è in uno stato emotivo più forte

Può servire a dimostrare amore, gioia o dare conforto in situazioni difficili: l’abbraccio è parte delle interazioni sociali umane sin dalla nascita, ma ci sono differenze che riguardano il modo in cui questo gesto viene compiuto.

 

In generale preferiamo abbracciare da destra, ma se lo facciamo da sinistra la situazione è per noi più coinvolgente dal punto di vista emotivo, sia in termini negativi che positivi. Emerge da una ricerca della Ruhr-Universität Bochum, pubblicata su Psychological Research, che ha analizzato circa 2500 abbracci.

 

In un aeroporto tedesco ne sono stati valutati circa 1000 sia nell’area delle partenze che in quella degli arrivi, dove si stima che si possano provare emozioni diverse, come tristezza perché una persona cara si allontana, o felicità perché ritorna. Per studiare gli abbracci neutrali, invece, su YouTube sono state analizzate clip di attori che abbracciavano estranei, più di 500.

 

Con un test si è chiesto inoltre a 120 persone di abbracciare un manichino. L’analisi ha mostrato che gli abbracci da sinistra si verificano più frequentemente in situazioni positive e negative.

 

«Ciò è dovuto all’influenza dell’emisfero destro del cervello, che controlla il lato sinistro del corpo ed elabora sia le emozioni positive che negative», spiega Julian Packheiser, l’autore principale dello studio. L’abbraccio tra due uomini è un’eccezione, con una forte tendenza a utilizzare il lato sinistro, anche in situazioni neutrali.

 

«La nostra interpretazione è che molti uomini considerano gli abbracci tra loro come qualcosa di negativo, quindi tendono a percepirli come negativi anche in una situazione neutrale» conclude Sebastian Ocklenburg, altro autore dello studio.

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Non riuscite ad addormentarvi? Scrivete una lista di cose da fare

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Stilare appena prima di andare a letto una “to do list” per il giorno dopo migliorerebbe la qualità e la quantità del sonno: uno studio della Baylor University pubblicato su Journal of Experimetal Psicology

CI SONO  probabilmente due scuole di pensiero: una, secondo la quale riflettere la sera sulle cose da fare il giorno dopo aumenta l’ansia e di conseguenza ritarda il sonno.  L’altra, al contrario, per cui elencare, anzi di più, scrivere prima di andare a dormire quello che va fatto una volta svegli, concilia il sonno. Stando ai risultati di un esperimento  condotto da neuroscienziati della Baylor University, in Texas, e pubblicato sul Journal of Experimetal Psicology , delle due è vera la seconda: stilare una to-do-listappena prima di andare a letto anticiperebbe il sonno di 9 minuti, farebbe dormire 7 minuti di più e ridurrebbe i risvegli notturni.

. LA CULTURA 24/7
Viviamo in una cultura 24/7 che ci vuole operativi 24 ore giorno per 7 giorni a settimana. Gli elenchi di cose da fare sembrano in costante crescita e ci preoccupano gli impegni che non siamo riusciti a portare a termine prima di addormentarci”, spiega Michael K. Scullin, direttore del  Baylor’s Sleep Neuroscience and Cognition Laboratory e primo autore della ricerca. “La maggior parte delle persone – ha aggiunto – prima di andare a dormireripassa le cose da fare mentalmente. Noi  abbiamo voluto capire se l’atto di scriverle può contrastare la difficoltà di prendere sonno”.

. 5 MINUTI PER SCRIVERE
Gli autori della ricerca hanno reclutato 57 studenti dai 18 ai 30 anni e li hanno tenuti una notte della settimana lavorativa in laboratorio, in condizioni controllate: i giovani potevano andare a dormire alle 22,30, una volta a letto non avrebbero utilizzato device tecnologici, non avrebbero studiato, e avrebbero spento la luce. Prima di farlo però ad alcuni era stato chiesto di prendersi 5 minuti di tempo per scrivere un elenco di quello che dovevano ricordarsi di fare il giorno dopo o nei giorni successivi, una to-do-list, appunto, ad altri di buttare giù la nota delle cose che avevano invece già fatto. Di tutti i partecipanti è stata valutata qualità e quantità del sonno utilizzando la polisonnografia, cioè è un esame non invasivo che monitora contemporaneamente una serie di parametri: elettrocardiogramma, frequenza del battito cardiaco, rumore respiratorio…

. SI DORME PRIMA E DI PIÙ
Il risultato? I giovani del gruppo to-do-list si sono addormentati in media dopo 16 minuti, rispetto ai 25 minuti che sono stato necessari agli altri: cioè 9 minuti prima. Hanno anche dormito per 8 ore e 19 minuti, rispetto alle  8 ore 12 minuti degli altri: ovvero sette minuti di più. Non solo, più la lista delle cose da fare era articolata e specifica, più velocemente (15 minuti prima esattamente) si cadeva nelle braccia di Morfeo. “Abbiamo reclutato giovani adulti sani e quindi – ha tenuto a chiarire Scullin  –  sebbene sia stato già suggerito che alcune attività di scrittura possano portare benefici a chi soffre di insonnia, non sappiamo se le nostre scoperte si possano estendere anche a questi pazienti”. Ulteriori studi, condotti su campioni più estesi e meno omogenei potranno in futuro confermarlo.

POLIAMBULATORIO MEDICO ODONTOIATRICO SAN LAZZARO MEDICA

VIA ETTORE BIGNONE 38/A
PINEROLO, ITALIA 10064
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Telefono: 0121030435
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Benvenuto al Dr De Cori David medico psichiatra

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Siam lieti di accogliere A BREVE nel nostro staff il

Dr De Cori David

Medico Chirurgo specializzato in Psichiatria

IN SERVIZIO PRESSO IL REPARTO DI PSICHIATRIA DELL’OSPEDALE CIVILE

VISITERA’ TUTTI I MARTEDI’ POMERIGGIO

NB. IN CORSO DI AUTORIZZAZIONE

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SERVIAMO PAZIENTI DEL PINEROLESE, SALUZZESE E TORINESE.

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