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Epicondilite, non è vero che viene solo ai tennisti. I lavori che possono causarla e le nuove cure

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Lo chiamano anche «gomito del tennista». Le categorie più esposte sono gli operatori di video terminali, dattilografi, idraulici e imbianchini, pittori, barbieri e parrucchieri
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Lo chiamano anche «gomito del tennista», ma in realtà è un infortunio che non colpisce solo gli amanti della racchetta. L’epicondilite, infatti, può interessare persone che praticano altri sport, come il bodybuilding, la scherma, il tennis, il paddle (molto in voga in questo periodo), il ciclismo (mountain bike sopratutto). O anche chi fa lavori ripetitivi, come un operaio in fabbrica. O chi svolge lavori pesanti, come il muratore che utilizza alcuni attrezzi (trapano, martello, cacciavite).

«Le categorie a rischio sono anche gli operatori di video terminali, dattilografi, idraulici e imbianchini, pittori, barbieri e parrucchieri, camerieri (per il continuo portare i piatti), meccanici (uso del cacciavite), carpentieri e anche giardinieri», spiega Emanuele Umbro, fisioterapista, responsabile dello studio Nexus a Roma. Anche l’uso eccessivo di computer e tablet possono aumentare le probabilità di sviluppare questa condizione.

L’EPICONDILITE COLPISCE FINO AL 3% DELLA POPOLAZIONE ITALIANA

Non stupisce, quindi, che l’epicondilite sia molto diffusa. «Si stima affligga dall’1 al 3 per cento della popolazione ogni anno, senza particolare distinzione tra uomini e donne», sottolinea Umbro. La condizione colpisce persone tra i 25 e i 60 anni d’età, ovvero persone attive a lavoro oppure sportive che creano microtraumi ripetuti all’articolazione. «L’epicondilite è per definizione un’infiammazione delle strutture che si collocano nella zona laterale del gomito», spiega l’esperto. Può colpire chiunque esegua ripetutamente dei movimenti di flessione del braccio e rotazione del polso. «Le cause vanno ricercate in uno scorretto uso dell’articolazione – spiega Umbro – che messa in sovraccarico, tende ad infiammarsi nella componente epicondilare, ma non va assolutamente sottovalutata, la compresenza di patologie a carico del rachide cervicale, e proprio la compresenza di cervicalgia, deve destare sospetto e attenzione nel trattamento per evitare il fallimento, per incompletezza di trattamento alla fonte del problema».

CI SONO DIVERSE OPZIONI DI TRATTAMENTO

C’è un sintomo specifico che lascia poco spazio ai dubbi. «Il dolore specifico alla palpazione dell’epicondilo rappresenta il segno che caratterizza l’affezione», spiega Umbro. «Viene eseguito sul gomito piegato a 90 gradi, e si palpa così il tendine comune epicondileo, l’interlinea omero-radiale, il bordo esterno della testa radiale e la zona in cui emerge il nervo radiale. Altro segno quasi certo – continua – è il dolore provocato nei muscoli epicondilari, quando si chiede una estensione contrastata del polso a dita flesse e l’estensione contrastata delle dita, soprattutto del medio».

Ci sono diversi livelli di trattamento. «Il trattamento di questa patologia così ostica, è di tipo conservativo, almeno nella fase iniziale», riferisce Umbro. «Le principali scelte sono quindi riposo, farmaci FANS, fisioterapia e infiltrazioni steroidee», aggiunge. Altre opzioni terapeutiche a disposizione sono: le onde d’urto focali, ovvero onde di pressione (acustiche, di natura meccanica) prodotte da appositi generatori, in grado di propagarsi nei tessuti, in sequenza rapida e ripetuta, con proprietà antidolorifiche e antinfiammatorie. La terapia chirurgica è raccomandata solo in caso di insuccesso dei trattamenti medici e strumentali.

LA NUOVA FRONTIERA E’ LA MEDICINA RIGENERATIVA

Se non si ottiene alcun beneficio si può ricorrere alla medicina rigenerativa. Una delle tecniche più efficaci è quella che prevede l’utilizzo del PRP, il plasma ricco in piastrine: questa prevede un piccolo prelievo di sangue venoso che poi viene centrifugato per separare le componenti e ottenere un concentrato di piastrine. Queste, infatti, sono ricche di fattori di crescita, cioè proteine che aiutano il processo di autoriparazione e guarigione dei tessuti. Le piastrine vengono successivamente iniettate nei tendini o nei muscoli e, dopo l’infiltrazione, si procede alla medicazione compressiva. Un’altra opzione nuova è quella che utilizza le cellule staminali con lo scopo di rigenerare e accelerare la guarigione.

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Dr Luca Savio

Dr Gianfranco Santisi

Perché quando corriamo ci fa male il fianco?

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C’è chi lo attribuisce alla milza, chi pensa sia il fegato: in realtà il “dolore all’ipocondrio” ha molteplici spiegazioni e nessuna in particolare. Ma passa in fretta.

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Fermata obbligata!|SHUTTERSTOCK

Se non vi hanno fermato l’inerzia, il caldo e il fiato corto, c’è una cosa che più di ogni altra potrebbe arrestare la vostra corsa: il classico, acuto dolore al fianco, destro o sinistro scegliete voi. Di che cosa si tratta? Si può prevenire? E chi colpisce?

 

Per indicare quella pungente sensazione esiste un termine medico specifico: exercise related transient abdominal pain (ETAP) o “dolore addominale transiente connesso all’esercizio fisico”. Gli esperti lo chiamano anche dolore in ipocondrio (una regione della cavità addominale compresa tra le arcate costali e fianchi). Sono termini scientifici ma, di fatto, generici: non riguarda infatti un organo in particolare – no, non è la milza, né il fegato.



DEMOCRATICO. Colpisce due terzi dei runner e si manifesta durante le attività che comportano torsione del busto, come la corsa, il nuoto o l’equitazione. Lo accusano anche gli atleti professionisti – anche se in misura minore, rispetto ai corridori della domenica – e sembra più frequente nei soggetti giovani. Si sviluppa in punti diversi: alcuni lo avvertono a destra, altri a sinistra, e anche per questo è difficile da comprendere o prevenire.

 

QUALI CAUSE? Una comune spiegazione lo riconduce a uno scarso afflusso di sangue, e quindi di ossigeno, al diaframma (il più importante muscolo respiratorio): ma alcuni sport come l’equitazione non richiedono un dispendio di ossigeno tale da giustificare questo dolore.

 

Altri ipotizzano che i sobbalzi dell’attività fisica sollecitino eccessivamente i legamenti dei visceri, che mantengono in posizione gli organi interni, o il peritoneo, la membrana che li ricopre. Questo spiegherebbe perché alcuni lo accusino maggiormente dopo aver mangiato o bevuto (e quindi in parte aver teso l’addome), ma non perché il dolore compaia durante movimenti graduali e non bruschi, come quelli del nuoto.

 

C’è chi chiama in causa la postura: lavorare su certe vertebre sembra poter ricreare questo classico dolore; altri citano una presunta frizione o irritazione del tessuto addominale.

 

BUON SENSO. Insomma sulle cause c’è ancora nebbia fitta. Ma se il male al fianco vi perseguita, aiuta fare mente locale di quanto l’ha preceduto: avete mangiato o bevuto? Che tipo di movimenti avete fatto? Quando vi è accaduto, l’ultima volta? Forse c’è qualche accorgimento che potete adottare per cambiare le cose. E in ogni caso, passa in fretta: basta fermarsi e riposare.

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