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Così la musica vi aiuterà: prima a crescere e poi a non invecchiare

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«Neuroscienze cognitive della musica» (Zanichelli), un libro dedicato a musicisti e appassionati, educatori e musicoterapeuti, esperti e curiosi

La musica è una disciplina che affascina e in qualche modo amiamo tutti. C’è chi la studia fin da piccolo, c’è chi impara a suonare pur non avendo mai studiato, chi vi si appassiona nell’età adulta e chi sogna di cantare come un usignolo, ma non vi riesce. Neuroscienze cognitive della musica, scritto da Alice Mado Proverbio, professore di Psicobiologia e Psicologia fisiologica presso l’Università degli Studi di Milano-Bicocca, dove insegna Neuroscienze cognitive, rappresenta un vero e proprio viaggio nella musica dedicato a studiosi di neuroscienze, educatori e musico-terapeuti, musicisti e studiosi di musica.

L’autrice dell’opera, edita da Zanichelli Editore, segue lo sviluppo della mente musicale nell’arco della vita dell’essere umano, dal grembo materno fino all’età senile. Attraverso studi sperimentali provenienti dai laboratori di tutto il mondo vengono sfatati miti e spiegati fenomeni.

Espressioni quali «avere orecchio», «buttare l’occhio», «la memoria della mano» trovano la loro adeguata spiegazione scientifica. Nel libro, inoltre, sono presenti due sezioni particolarmente interessanti: una relativa al ruolo dei neuroni a specchio audiovisuomotori che giocano un ruolo fondamentale nell’apprendimento della musica, nell’affinamento dell’abilità esecutiva, nella capacità di coordinarsi con i cointerpreti e cogliere le intenzioni espressive del direttore d’orchestra; l’altra riservata alla Neuroestetica.

Tale disciplina descrive i meccanismi neurali dell’esperienza estetica musicale, offrendo una spiegazione scientifica di come la musica sia in grado di modificare lo stato d’animo dell’ascoltatore e indurre emozioni specifiche, tanto da essere utilizzata a fini espressivi e narrativi in altri ambiti artistici quali, ad esempio, il cinema: alla neuroestetica della musica da film è dedicato appunto l’ultimo capitolo del libro. Abbiamo intervistato l’autrice del libro, per scoprire i segreti del suo libro e della musica!

1) La predisposizione alla musica è codificata geneticamente? 
«Vi sono una serie di geni che effettivamente spiegano alcune abilità correlate alla musica, come ad esempio i geni GATA2 e PCDH7 che regolano la codifica neurale dell’altezza dei suoni, oppure altri geni che controllano la capacità motoria, la coordinazione, la capacità attentiva, la sensibilità al ritmo, il controllo e la pianificazione dell’azione, l’eccitabilità sensoriale, gli aspetti emotivi come la perseveranza, la costanza, la resilienza, l’essere aperti a nuove esperienze, il narcisismo, il tratto ossessivo e il perfezionismo, il tratto introversione/estroversione, il tratto schizoide/creativo, la tendenza alla malinconia. Ciascuno di noi è portare di un cocktail genetico talmente complesso che la cosiddetta “predisposizione alla musica” avrebbe in definitiva un ruolo secondario rispetto a fattori ambientali».

2) Quali sono i fattori ambientali che incidono sulle abilità musicali?
«Il fatto di vivere in un ambiente dove si ascolta o si suona musica, e dove questo è considerato un valore; il fatto di essere esposti alla musica da bambini ed incoraggiati a suonare; il fatto di essere rinforzati positivamente dal proprio studio, dall’esperienza del successo e dal piacere dell’esibizione. L’avere la possibilità di studiare in un ambiante adeguato, di avere accesso a studi di qualità nella propria città: ecco questi sono tutti fattori di tipo ambientale».

3) Quanto conta la pratica per lo sviluppo delle abilità musicali? 
«Alcuni ricercatori hanno tentato di quantificare la quantità di tempo necessaria a diventare molto esperti in una particolare abilità sensoriale-motoria, la quale è stata stimata in circa 10.000 ore, il che equivale a circa 10 anni di pratica (intervallo definito come “un lungo periodo di pratica deliberata”). Questo valore può variare in funzione del talento e dell’atteggiamento dell’individuo. La pratica conta moltissimo perché le abilità procedurali si sviluppano con l’esercizio».

4) È possibile imparare a suonare o cantare in età avanzata? 
«Certamente, anche se il livello di abilità acquisito sarà correlato all’intensità e durata dello studio e dovrà fare i conti con eventuali problemi articolari, muscolari o di diminuzione della velocità di reazione e della coordinazione legati al progredire dell’età».

5) Studiare la musica in età adulta può aiutare a mantenere giovane il cervello?
«Suonare uno strumento musicale, cantare ed imparare a leggere la musica può costituire un intervento (se non addirittura un trattamento riabilitativo) estremamente utile negli anziani, in quanto promuove la riserva cognitiva e migliora il benessere e l’umore soggettivi. Difatti il cervello continua a produrre nuove sinapsi anche in età adulta (sinaptogenesi), ed addirittura anche nuove cellule nervose (neurogenesi). Le modificazioni neuroplastiche imposte dall’apprendimento della nuova abilità corrispondono al mantenere un cervello relativamente giovane ed in esercizio».

6) Qual è il segreto per non «steccare»? 
«L’abilità di cantare o suonare intonati si basa su un complesso circuito di regolazione del feedback uditivo (ciò che abbiamo suonato e cantato) che per retroazione viene utilizzato per regolare il gesto motorio/articolatorio. A tale scopo esistono particolari popolazioni neurali audio/visuomotorie (le cui connessioni si sviluppano con l’esercizio) che sono in grado di combinare informazioni multimodali. Oltre all’esercizio svolge un ruolo rilevante il controllo automatizzato dell’azione, sia quello motorio (gangli della base, area supplementare motoria, cingolato) che cognitivo e percettivo (corteccia prefrontale dorsolaterale, talamo), che emotivo (insula anteriore). Al contrario di quanto si pensi, l’eccellenza di un interprete musicale ha molto a che vedere con le sue straordinarie capacità di controllo».

7) Cos’é la neuro estetica della musica?
«E’ un approccio di ricerca interdisciplinare finalizzato alla comprensione delle basi neurali dell’esperienza estetica da un punto di vista biologico e psicologico. Per esempio, si cerca di capire come fa l’ascolto musicale ad essere un’esperienza estetica e a trasmettere ad esempio sensazioni piacevoli; come fa a modificare lo stato d’animo degli ascoltatori e a comunicare emozioni e informazioni narrative ad esempio, nella musica da film».

8) Esistono delle regole per scrivere una hit?
«Alcuni dati da noi raccolti mostrano che clip musicali considerate più gradevoli da ascoltatori ingenui (non educati musicalmente), erano tipicamente più tonali, tradizionali, melodiche, tristi, emotivamente calme, lente e strutturalmente semplici. Queste caratteristiche richiamano uno stato emotivo malinconico e poco agitato, assimilabile alle emozioni di “tenerezza” e “pacatezza”. In generale un’eccessiva complessità (armonica, melodica, ritmica, esecutiva o strutturale) non è mai molto apprezzata da un pubblico naïve

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I ragazzi inviano messaggi anche nel sonno ma non ricordano di averlo fatto

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Un numero crescente di adolescenti e studenti universitari negli Usa (ma il fenomeno sta arrivando anche da noi) si connette con gli amici tramite i dispositivi elettronici come i telefonini anche nel cuore della notte e spesso non ricorda di averlo fatto. I Millennials, insomma, sono sempre più preda dello “sleep texting”, cioè l’invio di messaggi mentre si sta per prendere sonno o si è ancora addormentati.

Le comunicazioni spedite sono spesso prive di senso, non danno risposte sensate a domande, e sono quindi più che pericolose imbarazzanti. Lo rileva una ricerca condotta su 372 ragazzi dalla Villanova University, pubblicata sulla rivista Journal of American College Health. «La maggior parte non aveva memoria del fatto di aver inviato messaggi o del loro contenuto – evidenzia Elizabeth B. Dowdell, prima autrice dello studio – il fatto di non ricordare non è sorprendente, poiché la ricerca sul sonno ha scoperto che le persone che si svegliano dopo aver dormito per più di qualche minuto non sono in grado di ricordare gli ultimi minuti prima di addormentarsi».

Più di un quarto (25,6%) degli studenti nel sondaggio ha riferito di aver inviato messaggi nel sonno; la maggioranza (72%) ha riferito di non ricordare di averlo fatto. Lo sleep texting secondo gli studiosi è collegato a un sonno interrotto e ha un’influenza sulla qualità del sonno stesso, che se insufficiente e irregolare oltre a minare il rendimento scolastico e universitario può portare a un significativo squilibrio emotivo, affaticamento e scarsa concentrazione. I cellulari non sono l’unico tipo di tecnologia utilizzata dagli studenti. Secondo gli studiosi andrebbero valutati con attenzione anche laptop, tablet e e-reader. Quando è stata misurata la quantità di sonno durante la settimana rispetto al week end, gli studenti con quattro o più dispositivi tecnologici in camera da letto risultavano dormire significativamente meno di quelli con tre o meno.

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Anche il nostro cervello subisce gli effetti dell’inquinamento: ecco in che modo

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Il, 22 luglio, si è celebrato il «World Brain Day». Respirare aria pulita consentirebbe di evitare molte malattie cerebrovascolari e neurodegenerative

L’inquinamento dell’aria non è un problema solo per la salute dei polmoni: un numero crescente di evidenze scientifiche mostra che respirare aria pulita consentirebbe di evitare un gran numero di malattie cerebrovascolari e neurodegenerative.

 

Per questa ragione, l’edizione di quest’anno della giornata mondiale del cervello (World Brain Day) – organizzata dalla Federazione mondiale di neurologia il 22 luglio – è stata dedicata agli effetti negativi dell’inquinamento ambientale sul cervello. Lo slogan scelto è «Aria pulita per la salute del cervello», #worldbrainday2018 #wbd2018cleanairforbrainhealth

 

INQUINAMENTO E SALUTE

«L’inquinamento atmosferico consiste nella contaminazione diffusa, spesso invisibile, di bioaerosol nocivi contenenti polline, spore, particelle e sostanze tossiche. Gli inquinanti possono derivare da fonti naturali o essere dovuti all’attività umana» spiega il professor Jacques Reis responsabile del gruppo di lavoro di medicina ambientale della World Federation of Neurology.

 

Stime recenti indicano in 9 milioni i decessi ogni anno nel mondo attribuibili all’inquinamento dell’aria e 467 mila in Europa, secondo il rapporto sulla qualità dell’aria dell’Agenzia europea dell’ambiente EEA. E secondo i dati diffusi dall’Oms lo scorso maggio, nove esseri umani su dieci respirano aria inquinata, definita un «killer invisibile» all’origine del 10% di tutti i decessi.

 

E il cervello? «Secondo il Global Burden of Disease, fino al 30% di tutti gli ictus nel mondo può essere ricondotto a sostanze inquinanti nell’aria» spiega il professor Mohammad Wasay, responsabile delle celebrazioni del World Brain Day.

 

EFFETTI SUL CERVELLO

Negli ultimi anni, gli scienziati hanno indagato a fondo in che modo tutto ciò agisce sul cervello. Tanto che oggi ipotizzano che proprio l’inquinamento sia coinvolto nell’aumento di patologie neurologiche nel mondo. «Gli inquinanti entrano nel corpo attraverso le vie respiratorie e alimentari, causando risposte infiammatorie e riuscendo ad arrivare al cervello attraverso il flusso sanguigno o il tratto respiratorio superiore – spiega Reis – Anche il conseguente danno al microbiota intestinale può avere un impatto sul cervello».

 

L’elenco dei possibili effetti nocivi che possono essere collegati all’inquinamento atmosferico è lungo: aterosclerosi, stress ossidativo, risposte infiammatorie in tutto il corpo, danni ai vasi sanguigni, aumento della pressione sanguigna, alterazione dei meccanismi di protezione della barriera emato-encefalica e problemi cardiaci.

 

A livello cellulare, gli inquinanti atmosferici interferiscono con i mitocondri – spesso indicati come “centrali elettriche” delle cellule – e con il materiale genetico come il DNA. Di tutto questo, i politici e gli amministratori locali devono iniziare a tenere conto. La giornata mondiale del cervello servirà ad aumentare la loro consapevolezza e quella dei cittadini.

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Alzheimer, un doppio test svela chi si ammalerà di demenza

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Alzheimer, un doppio test svela chi si ammalerà

Un’analisi del sangue e un esame del cervello per capire chi si ammalerà di demenza o Alzheimer. Grazie a uno studio tutto italiano, condotto a Roma alla Fondazione policlinico universitario Agostino Gemelli Irccs – università Cattolica, con il supporto tecnico dell’Irccs S.Raffaele Pisana, potrebbe presto diventare possibile sapere chi si ammalerà di demenza (e Alzheimer) con un doppio test combinato – semplice, accurato e low cost – basato su un prelievo di sangue e un elettroencefalogramma (Eeg).

LEGGI ANCHE Alzheimer, l’abuso di alcol causa demenza precoce

Il test sarà rivolto a tutti coloro che presentano un lieve declino cognitivo (Mci è l’acronimo in inglese) e che proprio per questo hanno un rischio 20 volte maggiore di ammalarsi di demenza rispetto ai coetanei sani. Ma solo la metà svilupperà effettivamente poi la malattia, e finora non era possibile prevedere chi si ammalerà e chi no in modo semplice, economico e non invasivo, essendo necessari esami onerosi come la Pet, la risonanza magnetica o la puntura lombare.

La ricerca che potrebbe rappresentare una svolta – almeno per questo gruppo di soggetti a rischio – è oggi pubblicata su ‘Annals of Neurology’ ed è stata coordinata da Paolo Maria Rossini, direttore dell’Area di neuroscienze della Fondazione Gemelli e ordinario di Neurologia alla Cattolica. «Grazie a questo studio conoscere chi si ammalerà di demenza tra i soggetti a rischio sarà semplice e rapido perché basteranno un Eeg eseguito in modo routinario, ma analizzato con metodi estremamente sofisticati, e un prelievo – spiega Rossini – A oggi manca nella pratica clinica un test simile, che potrà essere di grande aiuto sia per le persone con declino cognitivo, sia per le loro famiglie, per iniziare il prima possibile i trattamenti medici e riabilitativi, introdurre le necessarie modifiche nello stile di vita e orientare per tempo scelte anche difficili che si è costretti ad affrontare in caso di diagnosi di demenza».

Il test ha dimostrato un’accuratezza elevata (cioè non dà falsi positivi o false diagnosi) fino al 92%. Il prelievo di sangue serve per la ricerca di una mutazione legata al rischio di Alzheimer, sul gene Apoe. Mentre i segnali registrati con l’Eeg sono interpretati con un’analisi matematica (teoria dei grafi) che consente di capire come sono connesse tra loro le diverse aree del cervello. Il declino cognitivo lieve che risulta ai normali test neuropsicologici (che in genere vengono effettuati per modesti deficit di memoria o perché c’è una significativa familiarità di demenza), è caratterizzato da piccole défaillance misurabili, ma che non impattano nelle abilità di vita quotidiana, di relazione, affettiva, professionale del paziente.

In Italia ci sono attualmente circa 735.000 persone con questo tipo di lieve declino cognitivo. Nel giro di 1-5 anni dalla diagnosi uno su 2 svilupperà la demenza vera e propria, spiegano gli esperti. Il test è stato sviluppato partendo proprio dall’idea di disporre di una metodica semplice, a basso costo, disponibile su tutto il territorio nazionale e non invasiva (come per esempio è la puntura lombare).

Accuratezza e sensibilità sono poi state valutate con una casistica di 145 pazienti con Mci, in cui il test genetico e l’Eeg sono stati eseguiti all’inizio dello studio. Il campione è stato seguito per alcuni anni e 71 di loro hanno sviluppato una demenza, mentre 74 sono rimasti stabili. Sapendo in anticipo grazie al test se la persona si ammalerà o meno, il paziente può essere inquadrato in un percorso terapeutico con farmaci già disponibili e più efficaci in questa fase pre-malattia, può essere inoltre spronato a modificare i propri stili di vita (dieta, sport, fumo, controllo della pressione, della glicemia, della funzione cardiaca, della funzione tiroidea), in modo da ridurre il rischio di demenza o di ritardare nel tempo l’esordio dei sintomi, rallentandone la progressione.

Inoltre, «quando arriveranno i farmaci innovativi destinati alle forme prodromiche di Alzheimer, dovremo avere lo strumento per intercettare per tempo quali sono i soggetti che certamente si ammaleranno», considera Rossini. «Il test è utilizzabile da subito nella pratica clinica – assicura l’esperto – ma è previsto un suo collaudo all’interno di un progetto di ricerca comparativa denominato Interceptor, di recente finanziato da Aifa e ministero della Salute». «Nel trial – aggiunge Rossini – il nostro e altri test saranno messi a confronto per valutare la loro accuratezza, i loro costi e la loro facilità di esecuzione all’interno di un modello organizzativo su scala nazionale».

«Purtroppo – conclude – stiamo assistendo a un rallentamento dell’avvio del trial multicentrico (il Bando è già scaduto da oltre 2 mesi). L’auspicio di tutti i miei colleghi impegnati nella ricerca contro le demenze e l’ Alzheimer è che al più presto le nostre autorità regolatorie colgano l’importanza dell’iniziativa scientifica che porrà il nostro Paese all’avanguardia nel mondo nello studio di questa grave, sempre è più diffusa e invalidante patologia neurologica». Hanno collaborato alla ricerca Fabrizio Vecchio, del San Raffaele Pisana di Roma; Camillo Marra, responsabile della Clinica della memoria della Fondazione Gemelli; Francesca Miraglia, bioingegnere al Policlinico Gemelli; Danilo Tiziano, della Genetica medica della Fondazione Gemelli, e Patrizio Pasqualetti, responsabile bio-statistico e direttore scientifico dell’associazione Fatebenefratelli per la ricerca (Afar).

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Il “cambio di stagione” mette alla prova la nostra salute: ansia, insonnia e stanchezza i sintomi

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i rimedi nella giusta alimentazione e nel riposo regolare

Difficoltà ad alzarsi al mattino, spossatezza, disturbi legati al sonno, ansia o malumore. Eccoli qui i famigerati sintomi della cosiddetta «sindrome» da cambio di stagione.

 

Malesseri molto diffusi, che colpiscono tutti (o quasi) gli italiani. Una recente indagine dell’Osservatorio Doxa-Aidepi su un campione nazionale rappresentativo della popolazione italiana di 1000 persone ha stabilito che all’86% delle persone (35 milioni tra i 18 e i 70 anni) capita di soffrire dal punto di vista fisico o psicologico, per l’arrivo della stagione più calda.

 

Il 32% dichiara di risentirne sempre o quasi e la categoria più colpita è quella delle donne fra i 35 e i 54 anni dove la percentuale di chi ne risente supera il 90%. Il 64% degli italiani tende ad avvertire un maggiore senso di stanchezza e spossatezza (52%).

 

Molto comuni anche i disturbi legati al sonno, tanto che il 38% degli intervistati ha problemi di insonnia. I più giovani (under 24) tendono a soffrire di più di irritabilità (40%) e malumore (37%) rispetto al resto degli italiani (accusano questi sintomi, rispettivamente il 30% e il 32% del campione). E se l’ansia è un sentimento che provano con maggior frequenza il 21% degli italiani in questo periodo, la percentuale sale al 25% per le donne, soprattutto nella fascia di età tra i 25 e i 34 anni (29%).

 

Viene dunque da chiedersi quale sia la soluzione per resistere e arrivare comunque in forma discreta alle vacanze estive.

 

Sono stati proprio i soggetti intervistati a fornire i possibili rimedi. Il 43% ha detto che trova sollievo nel trascorrere più tempo all’aria aperta o concedendosi momenti di relax. Per 1 su 3 è importante prestare attenzione all’alimentazione e, in particolare, alla prima colazione, tanto che il 35% tende a dedicare maggiore cura a questo pasto e il 94% ritiene che la colazione aiuti ad avere maggiore energia per il resto della giornata.

 

«I bruschi cambi di temperatura – commenta Michelangelo Giampietro, nutrizionista e medico dello sport, – rappresentano uno shock per il nostro organismo. Per recuperare è importante riposare e alimentarsi correttamente, prestando attenzione alla ripartizione dei pasti nel corso della giornata ed evitando periodi troppo lunghi di digiuno. In questi anni si è manifestato un cambiamento fondamentale negli stili di vita delle persone che possiamo identificare nel passaggio dall’attenzione alla salute, alla ricerca di una condizione di benessere generale».

 

E quando si parla di benessere, lo sguardo va immediatamente all’equilibrio nella alimentazione quotidiana. Dove è importante, in base alle indicazioni della maggior parte degli esperti nutrizionisti, consumare regolarmente frutta e verdura.

 

In Italia le porzioni quotidiane sono ancora al di sotto delle quantità ritenute ottimali: 5 adulti su 10 consumano non più di 2 porzioni al giorno. 4 su 10 consumano 3-4 porzioni e solo 1 su 10 consuma la quantità raccomandata.

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Fibromialgia, la malattia che debilita mente e corpo: perchè si scatena e come riconoscerla

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Il 12 maggio ogni anno è la giornata dedicata alla sensibilizzazione a livello mondiale, sulla fibromialgia, una malattia che tende a manifestarsi soprattutto nelle donne, per motivi non ancora del tutto chiari.

 

Per sensibilizzare alla malattia, le sezioni dell’Associazione Italiana Sindrome Fibromialgica hanno organizzato eventi in piazza, incontri e visite ai reparti ospedalieri. Il comitato dei Fibromialgici uniti, in tutta Italia ha organizzato diverse manifestazioni per far conoscere i vari aspetti della malattia, segnalando la loro presenza con tanti palloncini viola. La malattia, secondo le stime, affligge due milioni di persone solo in Italia e tende a insorgere nella fascia di età compresa fra i 20 e i 55 anni.

 

I sintomi principali che la caratterizzano sono dolore, descritto come paragonabile a crampi, morsi, scosse elettriche o trafittura di coltelli, e stanchezza presente già al risveglio al mattino. Altri sintomi caratteristici della malattia sono malessere generale con rigidità mattutina, cefalea, reflusso gastroesofageo, dolori addominali, colon irritabile, difficoltà nella concentrazione e nella memoria: è chiaro che una sintomatologia del genere è fortemente invalidante.

 

Una diagnosi difficile e cause non chiare

«La fibromialgia è talvolta difficile da diagnosticare perché non esistono esami di laboratorio che aiutino il medico a confermare il sospetto clinico- spiega il Prof. Andrea Doria, dell’Unità di Reumatologia dell’Università degli Studi di Padova che aggiunge- La malattia è ancora più difficile da diagnosticare quando si associa ad altre condizioni morbose caratterizzate da dolore come osteoartrosi, artrite reumatoide, spondiloartriti o lupus eritematoso sistemico».

 

Le cause scatenanti di questa malattia non sono del tutto chiare: tende a comparire in seguito a un evento traumatico o dopo un periodo di forte stress continuo, in una persona che ha una predisposizione genetica. Questo si traduce in una riduzione della concentrazione di melatonina e noradrenalina a livello del sistema nervoso centrale.

 

Melatonina e noradrenalina sono neurotrasmettitori che svolgono un ruolo importante nel controllare la soglia del dolore, la regolarità del sonno e il tono dell’umore. Le persone affette da fibromialgia hanno una riduzione di questi neurotrasmettitori il che spiegherebbe l’abbassamento della soglia del dolore, i disturbi del sonno e i problemi di umore.

 

Linee guida non condivise

Esistono delle linee guida su come trattare la malattia, ma non sono universalmente accettate e riconosciute.«La ragione di assenza di un consenso è che vi sono pochi studi randomizzati controllati e quindi mancano dati di “evidence based medicine”. La terapia si basa quindi sull’esperienza del medico. I pazienti devono essere consapevoli che la sola terapia farmacologica non risolve la situazione- spiega ancora il Prof. Doria che conclude- Per stare meglio è fondamentale l’attività fisica, in particolare la ginnastica posturale e gli esercizi di allungamento (stretching) muscolare. È inoltre importante che il paziente si senta compreso, poiché il dolore e il malessere che prova sono reali e fortemente invalidanti, ma non sempre presi effettivamente sul serio da personale medico e familiari».

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«Human Brain», il mondo dell’encefalo: nuove cure e sviluppo di moderne tecnologie

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A Pavia il meeting di tutte le unità italiane coinvolte nel progetto da 1,2 miliardi di euro finanziato dall’Europa in 10 anni, giunto a metà percorso
Pubblicato il 30/03/2018
NICLA PANCIERA

Disporre un cervello virtuale su cui testare l’efficacia di nuovi interventi terapeutici o di prevenzione significherebbe accelerare notevolmente la ricerca di una cura per le patologie neurologiche. Simulare il cervello è uno degli obiettivi dello «Human Brain Project» progetto da 1,2 miliardi di euro finanziato dall’Europa in 10 anni e che vede al lavoro 120 laboratori europei, di cui 16 unità italiane.

 

Con i suoi mille miliardi di neuroni, cifra da moltiplicare per almeno mille volte per ottenere il numero delle sinapsi, il nostro encefalo è un organo complesso. Per conoscerlo bisogna superare la frammentazione delle discipline e degli sforzi. Inoltre, e questo è l’approccio di «Human Brain», è necessario arrivare a un modello matematico. «Oggi non abbiamo una teoria generale del cervello e del suo funzionamento da mettere alla prova dei fatti. Ci mancano ancora troppi pezzi del puzzle. Per procedere serve una collaborazione sistematica dall’organizzazione multiscala», spiega il neurofisiologo Egidio D’Angelo, del dipartimento di Brain and Behavioural Sciences dell’Università di Pavia, a margine dell’incontro di tutte le unità italiane coinvolte nell’iniziativa.

 

Il sistema nervoso centrale è dotato di una peculiare e forte interconnessione tra i suoi elementi costitutivi. Ma la complessa circuiteria neurale è frutto dell’evoluzione biologica e potrebbe essere quindi, più che al disegno di un ingegnere, molto più simile ad un’opera di modifica e assemblaggio di pezzi che si sono via via resi disponibili. Come arrivare ad un modello del tutto, allora, non conoscendone le parti e le logiche di assembramento?

 

«“Human Brain Project” procede seguendo una modellizzazione “bottom-up”: non imponiamo al sistema la nostra concezione architettonica, ma partiamo dalle misurazioni in laboratorio, vale a dire dalla conoscenza molecolare e cellulare. Il nostro modello deve, poi, incorporare tutti i livelli di complessità possibile e, quindi, “costruiti” i singoli neuroni, ora ne stiamo simulando la connettività», aggiunge D’Angelo che è il coordinatore per tutto il progetto dello sviluppo di modelli dei microcircuiti cerebrali. Gli scienziati hanno già creato i primi modelli della corteccia e sono in fase di completamento ippocampo, cervelletto e gangli della base. Tutti verificati sperimentalmente mediante misure a elevata tecnologia.

 

«Il prossimo passo sarà la creazione di strutture sempre più complesse e che si avvicineranno progressivamente a quella sorta di gigantesco bricolage evolutivo che ci troviamo a studiare e simulare», dice D’Angelo, che anticipa: «L’applicazione di tali modelli computazionali del funzionamento del cervello, attraverso la loro implementazione nei circuiti dei robot e in nuove architetture di calcolo neuromorfo, ci consentirà di condurre ricerche su un cervello virtuale». E di avere macchine potentissime nell’apprendimento e nel calcolo. Infatti, oltre all’avanzamento delle conoscenze neuroscientifiche e alla cura delle patologie del cervello, tra gli obiettivi dello «Human Brain Project» c’è anche lo sviluppo di nuove tecnologie biorobotiche e bioinformatiche.

 

«La robotica ha da sempre lavorato con la neurofisiologia, contribuendo alla comprensione dei meccanismi di elaborazione sensoriale e del comportamento e fornendo il banco di prova alle teorie», sottolinea Cecilia Laschi dell’Istituto di biorobotica della Scuola Superiore Sant’Anna di Pisa, partner del progetto. Ma che cosa significa dotare un robot di un cervello simile a quello dei mammiferi? «La sua programmazione è costituita da codici che non impartiscono regole, ma che simulano reti neurali e consentono così al neurorobot di imparare e disimparare dall’esperienza. Invece di rigide strategie comportamentali, incorporiamo delle regole di plasticità – dice Alessandra Pedrocchi del laboratorio di neuroingegneria e robotica medica del Politecnico di Milano, partner di “Human Brain” -. Macchine di questo tipo, robuste e ridondanti, sono fondamentali nell’interazione con l’uomo», dove a contare sono reattività e adattamento.

 

D’Angelo parla di «un cambiamento di paradigma nelle procedure di studio del cervello». Quanto ai dubbi sulla correttezza epistemologica di questo modo di procedere ribatte: «È una sfida. Anche se quest’approccio non portasse ad una “teoria del tutto” gli avanzamenti teorici e tecnologici che stiamo sviluppando saranno cruciali per qualunque futura ricerca».

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Sclerosi multipla, un videogioco per lavorare sulla riabilitazione anche a casa propria

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Un videogioco con dispositivi high-tech che consente alle persone con sclerosi multipla di fare riabilitazione direttamente da casa, sotto continuo monitoraggio medico. Si chiama Ms-Fit ed è un gioco digitale sviluppato da Roche ed Helaglobe srl, con il coinvolgimento di 12 centri neurologici diffusi in tutta Italia e della Fondazione italiana sclerosi multipla (Fism).

Ms-Fit, spiegano i suoi realizzatori, «utilizza le caratteristiche fondamentali dei videogames per consentire a chi vive con la sclerosi multipla di svolgere quotidianamente un’attività fisica adattata, sotto lo stretto monitoraggio del medico che ne riceve i dati e i progressi» attraverso una piattaforma dedicata. Il tutto avviene grazie a un mini-personal computer e un controller del movimento: l’utente vede riprodotto sullo schermo un avatar che lo guida nello svolgimento degli esercizi.

 

In Ms-Fit «gli esercizi si ispirano al Pilates e intervengono su tre aspetti trasversali a tutti i pazienti, ovvero la postura, l’equilibrio e la respirazione. Lo strumento tiene conto delle esigenze di chi vive con questa patologia, per cui è fondamentale porre attenzione al concetto di fatica, e prevede meccanismi di sfida-premio per invogliare il paziente a proseguire con l’attività fisica».

 

«L’innovazione è la nostra risposta continua alle sfide della salute – dice Anna Maria Porrini, direttore medico di Roche – siamo fortemente impegnati non solo nel trovare soluzioni terapeutiche d’avanguardia, ma anche nell’offrire servizi e strumenti tecnologici, come Ms-Fit, a vantaggio della quotidianità delle tantissime persone che convivono con la sclerosi multipla».

 

«Ms-Fit – aggiunge Davide Cafiero, managing director di Helaglobe – è nato per dare l’opportunità alle persone con sclerosi multipla di esercitarsi quotidianamente, nonostante l’attività fisica adattata venga percepita da loro a volte come noiosa o faticosa».

 

Con questa tecnologia, conclude Giampaolo Brichetto, coordinatore ricerca in riabilitazione Fism-Aism, «coordineremo uno studio che coinvolgerà un network di centri di eccellenza nella ricerca riabilitativa e nell’esercizio fisico. L’obiettivo sarà testare la fattibilità e la validità di questo particolare approccio di attività fisica adattata nella persona con sclerosi multipla».

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Così la logopedia potrà beneficiare dei nuovi sistemi di “comunicazione aumentativa”

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Il 6 marzo Giornata Mondiale dedicata alle terapie per il linguaggio

Comunicare senza mai parlare. Può sembrare impossibile, ma è invece una realtà per milioni di persone in tutto il mondo grazie alla comunicazione aumentativa alternativa: una sorta di «superlinguaggio» che permette di comunicare con la realtà circostante anche a chi è impossibilitato (momentaneamente o meno). In Italia questo problema, per varie cause, arriva a riguardare quasi ottocentomila persone. Ma attraverso questa opportunità – flessibile e modulata sulla base delle caratteristiche della persona stessa – si può permettere a queste persone di essere comunque in grado di mantenere una socialità adeguata.

 

Comunicazione aumentativa alternativa: di cosa si tratta?

È dedicata alla comunicazione aumentativa alternativa la Giornata europea della logopedia, in programma come ogni anno per il 6 marzo. Per l’Italia è prevista la consueta settimana di consulti con i cittadini, che potranno contattare la Federazione dei Logopedisti attraverso i canali web (www.fli.it – info@fli.it), social e telefonico (049-8647936: fino al 9 marzo, dalle 10 alle 12).

 

V IDEO: IN CHE MODO LA LOGOPEDIA INTERVIENE SULLA BALBUZIE 

 

Un’opportunità per avere delucidazioni sul focus di quest’anno ma non solo.«Quando non è possibile comunicare verbalmente, si può ricorrere alla comunicazione aumentativa alternativa – afferma Tiziana Rossetto, logopedista e presidente della Federazione Logopedisti Italiani -. Si tratta di un insieme di modalità, strategie e tecnologie che possono migliorare la capacità di comunicare di una persona. La comunicazione aumentativa alternativa comprende l’uso di tabelle di immagini, tabelle di lettere, gesti, oggetti, dispositivi a uscita vocale. Si possono per esempio usare i residui vocali del soggetto rinforzandoli con l’uso di immagini simboliche.

 

LEGGI : IL MIO LAVORO DI LOGOPEDISTA PER RIDARE AI PAZIENTI LA PAROLA 

 

Il ventaglio di opportunità va dalla lingua dei segni alle tecnologie assistive, dalla chiusura delle palpebre all’uso di simboli realizzati con grafica essenziale per esprimere un singolo concetto. Senza dimenticare il sistema di comunicazione tramite scambio di immagini che entra a far parte delle strategie utilizzate nell’ambito dell’autismo».

 

Chi ne può trarre beneficio?

La comunicazione aumentativa alternativa può aiutare bambini e adulti che hanno una disabilità congenita (paralisi cerebrale, disabilità intellettiva, disturbo dello spettro autistico) oppure una disabilità acquisita (ictus, trauma cranico), un disturbo degenerativo (malattie del motoneurone, morbo di Parkinson) o una difficoltà temporanea (sindrome di Guillain-Barré). Chiunque abbia una disabilità che colpisce gravemente la comunicazione, non soltanto nella produzione ma anche nella comprensione, è candidato alla comunicazione aumentativa alternativa.

 

«Gli interventi di comunicazione aumentativa alternativa non ritardano l’acquisizione del linguaggio parlato, anzi – prosegue la specialista -. Esistono evidenze che possono facilitare lo sviluppo del linguaggio per alcune malattie complesse, come nel caso dell’autismo. Possiamo quindi vedere un bambino affetto da sindrome genetica con grave malformazione cranio-facciale, che non ha potuto imparare a parlare e che invece comunica usando specifici software o anche una semplice tabella di simboli colorati che lui può indicare per esprimere le sue richieste.

 

Oppure ancora un paziente adulto con grave afasia che comunica selezionando dal tablet dei messaggi pre-registrati. O, infine, un paziente che ha subito un esteso intervento chirurgico demolitivo testa-collo che digita frasi su un dispositivo che le tramuta in messaggi vocali».

 

Necessario rivolgersi a un logopedista

I logopedisti sono essenziali per garantire l’ottimale scelta ed utilizzo delle forme alternative o aumentative della comunicazione. Chiosa Rossetto: «Il successo dipende infatti dalla personalizzazione della strategia e dal suo adattamento ai bisogni comunicativi della persona dal reale sviluppo o potenziamento della competenza comunicativa, dalla motivazione a comunicare, dal coinvolgimento di tutto l’entourage che ruota attorno alla persona. Non basta imparare a usare un tablet per comunicare efficacemente e in tutti i contesti».

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Parlare nel sonno: lo fanno soprattutto gli uomini e con tono rude

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Studio francese: la parola più pronunciata è «no». E non sempre i destinatari degli eventuali insulti sono identificabili

Il somniloquio è la propensione a parlare nel sonno: a farlo sono soprattutto i bambini, ma anche gli adulti, specie quelli sotto stress o in preda a stati febbrili.

 

Maria Paola Canevini, professore associato presso l’Università degli Studi di Milano, responsabile del Centro Epilessia dell’ASST Santi Paolo e Carlo di Milano precisa: «Quello del somniloquio è un fenomeno frequente, basti pensare che nel corso della vita i 2/3 della popolazione presenta questo tipo di manifestazione. Si tratta di solito di un fenomeno normale dovuto al fatto che il cervello non dorme mai, ma continua a formulare pensieri indipendentemente dal fatto che si sogni o meno».

 

In pratica mentre il nostro corpo riposa, il nostro cervello no, o almeno non completamente. Alcune parti si attivano in modo simile alla veglia mentre altre continuano a dormire.

 

La professoressa Canevini spiega: «Mentre si dorme si può verificare una vera e propria dissociazione che permette l’emergere di manifestazioni comportamentali anomale in sonno, fra cui il somniloquio, ma non solo, basti pensare ad altri comportamenti che possono realizzarsi durante il sonno, come il sonnambulismo, un fenomeno durante il quale un soggetto apparentemente addormentato può camminare in giro per casa.

Il somniloquio non è di per sé una malattia, anche se a volte si associa a disturbi neurologici o ad altri disturbi del sonno come il bruxismo, lo sleep terror ovvero la paura di addormentarsi o le apnee ostruttive del sonno.

Il somniloquio può presentarsi sia durante il sonno NREM sia durante quello REM, quindi sia nelle fasi di sonno più leggero che più pesante, manifestando alcune peculiarità nei due diversi contesti. Si può trattare di borbottii difficilmente decifrabili, caratterizzati dall’emissione di semplici suoni, fino a vere e proprie conversazioni».

 

Che cosa si dice nel sonno?

Uno studio francese, recentemente pubblicato sulla rivista Sleep ha cercato di capire meglio cosa accade a chi parla nel sonno e soprattutto si è concentrato nel decifrare cosa viene detto, ovvero se si tratta di frasi senza senso oppure con significato compiuto.

 

I ricercatori hanno selezionato 232 volontari che si sono detti disposti a dormire per due notti di seguito in laboratorio. Tutti erano afflitti da parasonnie, disturbi del sonno che inducono a parlare nel sonno stesso. Nelle due notti di studio i volontari mentre dormivano sapevano di essere sottoposti a polisonnografia, un esame che permette un’attenta valutazione di tutti i parametri legati al sonno.

 

I ricercatori hanno così registrato 883 episodi di parlato nel sonno: il 59% degli episodi era riferibile a borbottii, urla, risate e sussurri. Ma gli studiosi sono riusciti a captare anche 3349 parole intellegibili. I più «chiacchieroni» sono risultati gli uomini e la parola più detta è stata «no», o comunque negazioni e poi domande. Il 10% delle parole dette sono risultate essere insulti, generalmente non rivolti ad un interlocutore preciso. Quando i volontari sono entrati nella fase REM, tuttavia, gli insulti sono stati rivolti chiaramente a persone ben identificabili.

 

Secondo i ricercatori il somniloquio è più frequente nelle persone che vivono una situazione di conflitto a casa o comunque nella vita. Questo lavoro di ricerca permette anche di affermare che quando si parla nel sonno vengono utilizzati gli stessi circuiti cerebrali che di giorno ci permettono di rispettare una certa sintassi, la semantica e di aspettare che l’interlocutore ci risponda.

 

Che cosa si intende per corretta igiene del sonno

La professoressa Canevini sottolinea che «il somniloquio, soprattutto se associato ad altri disturbi del sonno o a riflessi diurni che possono essere spia di una significativa destrutturazione del sonno notturno, dovrebbe essere inquadrato da medici esperti in disturbi del sonno in modo da stabilire se si tratti di una manifestazione isolata o meno, impostare un inquadramento diagnostico e un eventuale trattamento, non necessariamente di tipo farmacologico».

 

Spesso i problemi del sonno si giovano di alcuni semplici accorgimenti di igiene del sonno stesso, come quello di addormentarsi solo in camera da letto, dopo aver spento tutte le apparecchiature elettroniche, televisione compresa, dopo aver assunto una cena leggera che non impegni eccessivamente i processi digestivi, senza aver assunto alcol, addormentandosi in un ambiente sereno, buio e a mantenuto a una temperatura adeguata, ovvero né troppo calda né troppo fredda.

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