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Nel caffè la sveglia del tessuto che brucia i grassi

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Nel caffè la sveglia del tessuto che brucia i grassi

Caffeina tra candidati, potrebbe essere utile in futuro contro obesità e diabete. Ma si deve capire ancora in che dosi

ROMA – All’interno del caffè potrebbe nascondersi una sostanza capace di attivare il tessuto che brucia i grassi, cioè il tessuto adiposo bruno che brucia le calorie. Il probabile candidato è la caffeina, ma – attenzione – sono necessarie altre ricerche per individuare la dose precisa per ottenere l’efficacia della sostanza e l’eventuale associazione con altre molecole. Quindi è meglio evitare sperimentazioni fai-da-te. È quanto emerge dallo studio pubblicato sulla rivista Scientific Reports dal gruppo dell’Università britannica di Nottingham, coordinato da Michael Symonds. Lo studio è basato sull’analisi dell’effetto di sostanze come la caffeina su cellule staminali in grado di trasformarsi in cellule del tessuto adiposo bruno. E, inoltre, sull’utilizzo di tecniche di diagnostica per immagini che permettono di visualizzare, attraverso camere termiche, la posizione e l’attività del tessuto stesso.

Il tessuto adiposo bruno, considerato inizialmente una caratteristica solo dei bambini e dei mammiferi che vanno in letargo è, invece, presente anche negli adulti. Dove, sottolineano gli autori della ricerca, ha l’importante ruolo di riscaldare l’organismo bruciando calorie in risposta al freddo.
“Finora non era mai stato scoperto un modo efficace per stimolare l’attività del tessuto adiposo bruno. È la prima volta che osserviamo, grazie al caffè, un effetto diretto su questo tessuto”, ha spiegato Symonds. Secondo gli esperti, “nel caffè si nasconde quindi una sostanza simile alla caffeina che, da sola o insieme a quest’ultima, facilita il funzionamento di questo tessuto. Un’arma – ha concluso – che potrebbe rivelarsi utile a contrastare l’obesità e alcune forme di diabete

DIETA PER LA PROVA COSTUME – Dr.ssa Serena Garifo

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L’obesità avanza più rapidamente in campagna

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La tendenza al sovrappeso cresce più velocemente nelle aree rurali di quanto non faccia in città, a differenza di quanto accadeva 35 anni fa. Lo rivela uno studio sugli indici di massa corporea, che invita a ripensare a quello che crediamo di sapere sullo stile di vita urbano.

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È più facile accumulare peso in eccesso nei contesti urbani, o nelle aree rurali? Se si pensa al contrasto un po’ stereotipato tra città e campagna, si tende a optare per la prima risposta: a lungo abbiamo associato alle realtà metropolitane i cattivi stili di vita anticamera dell’obesità. Eppure, l’ultimo studio globale su come cambia l’indice di massa corporea (BMI) l’indicatore più comune dello stato di peso forma, racconta l’esatto contrario.



In base alla ricerca pubblicata su Nature, l’obesità sta crescendo più rapidamente nelle zone rurali. L’analisi dei ricercatori di Imperial College London ha riguardato dati su oltre 112 milioni di adulti abitanti nelle città e nelle campagne di 200 Paesi tra il 1985 e il 2017. Il BMI è un valore ottenuto dal rapporto tra il peso e il quadrato dell’altezza di un individuo. Quando è superiore a 25,01 indica uno stato di sovrappeso; se va oltre il 30,1, di obesità.

TUTTI PIÙ GRASSI. Nel periodo considerato, il BMI è cresciuto in media di 2 chili per metro quadrato nelle donne e di 2,2 chili per metro quadrato negli uomini globalmente: spartendosi questi chili è come se ciascuno fosse ingrassato di 5 o 6 chili. Più della metà di questa crescita globale è imputabile all’aumento dell’indice di massa corporea nelle aree rurali. Nelle campagne di alcuni Paesi di medio o basso reddito è localizzabile addirittura l’80% dell’aumento di peso di quelle nazioni.

 

COME SI CAMBIA. Dal 1985, il BMI medio nelle zone rurali è aumentato di 2,1 chili per metro quadrato sia nelle donne sia negli uomini. Nelle città, invece, l’incremento è stato di 1,3 chili al metro quadro nelle donne e 1,6 chili al metro quadro negli uomini.

 

La geografia del peso si è ribaltata rispetto a poco più di 30 anni fa: nel 1985, gli abitanti delle città di tre quarti dei Paesi analizzati avevano un BMI superiore dei connazionali di campagna. «I risultati rovesciano la comune percezione che vivere in città sia la principale causa della crescita globale dell’obesità» spiega Majid Ezzati, autore dello studio.

 

Un’eccezione importante a questa tendenza è rappresentata dall’Africa Sub-sahariana, dove le donne in particolare pesano di più nelle città, forse perché qui svolgono meno lavoro manuale (agricoltura, raccolta dell’acqua) e meno tragitti a piedi.

 

LE CAUSE. Quali sono allora, i motivi di questo sbilanciamento? Nei Paesi ad alto reddito, le città offrono più strutture per dedicarsi all’esercizio fisico e allo svago, migliori servizi per la salute e più occasioni di nutrirsi in modo sano; mentre è più facile che le aree rurali siano collegate a peggiori stipendi e minori opportunità educative, o che offrano meno occasioni per fare sport.

 

Nei Paesi in via di sviluppo, invece, l’avvento dell’agricoltura meccanizzata, di migliori infrastrutture e dell’uso dell’automobile nelle aree rurali ha spostato il problema nutrizionale dall’avere cibo a sufficienza, ad avere cibo di buona qualità. Mentre la tecnologia conduce a una vita più sedentaria.

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Frutta e verdura, gli italiani ne consumano un miliardo di chili in più

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La ricerca Coldiretti sugli ultimi dieci anni: mele e arance i frutti più consumati

Un miliardo di chili in più nell’ultimo decennio. È l’aumento dei consumi di frutta e verdura degli italiani, che nel 2018 ha fatto registrare il record del periodo per un quantitativo complessivo nel carrello di 8,7 miliardi di chili. A rilevarlo è Coldiretti in occasione dell’inaugurazione del Macfrut il Fruit & Veg Professional Show di Rimini che si apre oggi.

«La spinta al consumo è avvenuta per effetto soprattutto delle preferenze alimentari dei giovani che – sottolinea la Coldiretti – fanno sempre più attenzione al benessere a tavola con smoothies, frullati e centrifugati consumati al bar o anche a casa grazie alle nuove tecnologie». Il frutto più consumato sono state le mele, precisa l’organizzazione, con le arance al secondo posto. Mentre tra gli ortaggi preferiti dagli italiani salgono sul podio nell’ordine le patate, i pomodori e le insalate/indivie.

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In crescita – conclude Coldiretti – la spesa per gli ortaggi freschi pronti al consumo (la cosiddetta IV gamma) che chiudono il 2018 con una crescita a valore del +5% rispetto all’anno precedente con quasi 20 milioni di famiglie acquirenti, secondo Ismea. Tra le tendenze si registra il forte aumento degli acquisti diretti dal produttore dove nel corso del 2018 hanno fatto la spesa 6 italiani su dieci almeno una volta al mese secondo l’indagine Coldiretti/Ixe. Coldiretti segnala anche che «la ricerca di sicurezza e genuinità nel piatto porta l’88% degli italiani a bocciare la frutta straniera e a ritenere importante scegliere nel carrello frutta e verdura made in Italy secondo l’indagine Coldiretti/Ixè».

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Pessimisti e stressati? Può essere colpa della fame

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stressati? Può essere colpa della fame

Pessimisti e stressati? Può essere colpa della fame

Il calo di zucchero potrebbe influire sulle nostre emozioni e sul nostro comportamento. Un problema che potrebbe emergere quando ci mettiamo a dieta. A scoprirlo sono stati i ricercatori dell’università di Guelph, in Canada

“I’M HUNGRY” e “I’m angry”: Ovvero “Ho fame” e “Sono arrabbiato”. La pronuncia è quasi simile, ma il significato del tutto diverso. Sembra, però, che ci sia qualche collegamento tra le due condizioni: secondo un recente studiodell’università di Guelph, in Canada – pubblicato su Psychopharmacology – infatti, l’improvviso calo di glucosio che sperimentiamo quando siamo affamati può avere ripercussioni sul nostro umore. Un problema che potrebbe emergere durante una dieta molto rigida per perdere chili in fretta.

“Abbiamo trovato prove che un cambiamento nel livello di glucosio può avere un effetto duraturo sull’umore”, ha affermato Francesco Leri del Dipartimento di psicologia dell’ateneo canadese, tra gli autori dello studio. “Ero scettico quando le persone mi dicevano che diventano scontrose se non mangiano, ma ora ci credo: l’ipoglicemia è un forte fattore di stress fisiologico e psicologico”.

• LO STUDIO
I ricercatori inducendo ipoglicemia nei ratti, hanno voluto esaminare l’impatto di un improvviso calo di glucosio sul comportamento emotivo. “Quando le persone pensano agli stati d’animo negativi e allo stress, pensano ai fattori psicologici, non necessariamente ai fattori metabolici”, ha detto il dottorando Thomas Horman, che ha guidato la ricerca. “Ma abbiamo scoperto che l’alimentazione può avere un impatto”.

I ricercatori hanno indotto l’ipoglicemia nei ratti  iniettando un bloccante del glucosio, e hanno collocato gli animali in una scatola. In un’altra occasione, invece, hanno somministrato agli animali un’iniezione di acqua, collocando i ratti in un’altra scatola. Nel momento in cui gli animali erano liberi di scegliere in quale delle due entrare, evitavano la scatola in cui sperimentavano l’ipoglicemia. “Questo comportamento di evitamento è un’espressione di stress e ansia”, ha detto Leri. “Gli animali evitano quel luogo perché hanno avuto un’esperienza stressante lì e non vogliono riviverla”.

• IL LIVELLO DI STRESS
Ma in che modo è stato valutato il livello di stress dei ratti? I ricercatori hanno osservato che, dopo l’ipoglicemia, gli animali presentavano picchi più elevati di corticosterone, un ormone indicatore di stress fisiologico. Inoltre, apparivano anche più pigri: “Si potrebbe pensare che si verifica questo perché i ratti hanno bisogno di glucosio per far funzionare i muscoli”, ha detto Leri. “Ma quando abbiamo somministrato loro un antidepressivo di uso comune, non abbiamo più osservato il comportamento lento. I ratti – spiega il professore – hanno, infatti, iniziato a muoversi normalmente. Questo è un dato interessante perché i loro muscoli non stavano ancora assumendo il glucosio, eppure il loro comportamento è cambiato”.

• UNA POSSIBILE CONNESSIONE TRA DEPRESSIONE E ALIMENTAZIONE
Lo studio supporta, dunque, l’idea che gli animali sperimentano stress e depressione quando sono ipoglicemici. Ma questi risultati possono avere anche implicazioni per il trattamento di ansia e depressione nelle persone? “I fattori che inducono qualcuno a sviluppare depressione e ansia sono diversi da una persona all’altra. Ma – sottolinea Horman – sapendo che la nutrizione è uno dei fattori coinvolti, si possono includere, per esempio, in un trattamento anche le abitudini alimentari. Questo studio fornisce, infatti, anche una panoramica della connessione tra depressione e malattie come obesità, diabete, bulimia e anoressia”.

LEGGI Depressione, una dieta per essere felici

Avendo stabilito che l’ipoglicemia contribuisce a stati d’animo negativi, i ricercatori vogliono in futuro capire se l’ipoglicemia cronica a lungo termine possa essere un fattore di rischio per lo sviluppo di comportamenti simili alla depressione. “Sicuramente saltare un pasto può renderci arrabbiati, ma questi risultati – afferma Horman – suggeriscono che se il pasto saltato diventa un’abitudine, il nostro umore potrebbe essere fortemente influenzato. Si può creare un vero e proprio circolo vizioso tra cattivo umore e alimentazione povera: se una persona non sta mangiando in modo appropriato, può sperimentare un calo di umore, e questo calo di umore può far sì che non voglia mangiare. In altre parole – spiega il dottorando –  sperimentando costantemente questo fattore di stress, la risposta potrebbe influenzare lo stato emotivo in maniera più costante”.

• UNA DIETA RICCA DI ZUCCHERI PUÒ FAVORIRE LA DEPRESSIONE
La relazione fra tono dell’umore e dieta è molto stretta e può accadere anche il contrario. Mangiare troppi dolci può far male e aumentare i sintomi depressivi. “In generale, la relazione tra umore e alimentazione è complessa e può essere bidirezionale”, afferma Marilena Aiello, ricercatrice di neuroscienze cognitive presso la Scuola Internazionale superiore di studi avanzati di Trieste. In letteratura ci son diversi studi che suggeriscono un collegamento tra il consumo di cibi dolci e i sintomi depressivi: “Per esempio uno studio recente ha esplorato questa relazione in un’ottica prospettica” afferma Aiello che si occupa prevalentemente di comportamento alimentare. Lo studio è stato effettuato su un campione di 10.000 partecipanti tra i 35 e i 53 anni seguito per più di 20 anni, dal 1989 al 2013. E “si è osservato che solamente tra gli uomini, chi consumava più zucchero aveva il 23% di probabilità in più di avere un disturbo depressivo dopo 5 anni”, spiega Aiello. I ricercatori hanno indagato anche la relazione contraria osservando che, mentre un maggior consumo di zucchero era in qualche modo collegato a una maggiore prevalenza di sintomi depressivi, essere depressi non portava a un maggior consumo di zuccheri. “Ovviamente ci sono dei limiti che vanno tenuti in considerazione”, precisa Aiello. “Per esempio che la frequenza di consumo degli alimenti è stata misurata mediante questionari o che la composizione di questi ultimi è cambiata negli anni”.

Ma perché una dieta ricca di zucchero sembra favorire disturbi depressivi a lungo termine? Secondo gli autori della ricerca potrebbero esserci diverse spiegazioni. Per esempio, mangiare troppo zucchero può ridurre il fattore neurotrofico cerebrale e facilitare l’atrofia ippocampale, una situazione che si verifica nella depressione. Inoltre, si è osservato che a lungo termine una dieta ricca di zucchero può produrre ipoglicemia attraverso una produzione eccessiva di insulina con delle ricadute a livello ormonale e quindi sull’umore. Una condizione di resistenza all’insulina è stata documentata in alcuni pazienti con depressione maggiore. “A tal proposito, i ricercatori – spiega Aiello – parlano di una notevole possibilità applicativa di questi risultati. In altre parole, i farmaci che agiscono sull’insulina potrebbero essere impiegati nel trattamento della depressione, in particolare delle forme resistenti o che traggono scarso beneficio dai farmaci classici”.

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Qual è il cibo più adatto per uno sportivo?

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Secondo i nutrizionisti, il frutto perfetto per chi fa sport è l’avocado. Ecco perché.

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L’avocado è un frutto ricchissimo di fibre, acido folico, vitamine.|

Il primato spetta forse all’avocado, un frutto dalle molteplici qualità, consigliato dai nutrizionisti soprattutto a chi fa un’attività che richiede sforzi prolungati (nuoto, corsa, sport di squadra). Nonostante il suo alto contenuto lipidico (grassi, il 30% circa), è tra i cibi più utili e sani.

 

Infatti, dei 27 grammi di grassi che in media contiene un frutto, solo 4 sono saturi, i restanti sono insaturi e hanno effetti positivi sul colesterolo. Un avocado non contiene né molti carboidrati, né troppe proteine, ma è ricchissimo di fibre, acido folico, vitamine (la A per vista e pelle, la C per il sistema immunitario e la E che è un potente antiossidante) e minerali (potassio, magnesio, ferro).

 

Questo frutto fornisce al corpo il doppio delle calorie di una banana, ed è utile a chi vuole aumentare la massa muscolare, ma è adatto anche per le diete, visto il basso contenuto di carboidrati – che favorisce la sensazione di sazietà.

 

UN NOME SPECIALE. Del resto, che fosse un frutto prezioso lo avevano capito già gli Atzechi. Nella loro lingua (il nahuatl) la parola “ahuacatl”, da cui deriva avocado, significa “testicolo”. Le popolazioni native dell’America centro-meridionale coltivavano questo frutto prima dell’arrivo di Cristoforo Colombo e scelsero un nome evocativo della morfologia del frutto stesso. Chiamato anche pera alligatore, l’avocado fu descritto dai conquistadores come un frutto “abbondante, con una polpa simile al burro e caratterizzato da un ottimo sapore”.

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Mangiare da soli fa male alla salute? Rispondere è complicato

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I pasti in solitaria sono spesso associati, nell’immaginario comune, a rischi per la salute fisica e psicologica. Ma il quadro offerto dalla ricerca scientifica sul tema è più complesso e articolato.

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Alcuni non rinuncerebbero mai a una cena (ma anche a due o tre) da soli davanti a una serie TV, eppure sempre più spesso ci si imbatte in ricerche scientifiche che associano questa abitudine a condizioni come depressione, obesità, diabete, pressione alta e problemi cardiovascolari. Un’analisi della Oxford Economics su 8.000 persone citata dal Guardian suggerisce che pranzare o cenare da soli sia il più alto indicatore di infelicità in assoluto, se si escludono le malattie mentali.

Mangiare da soli può influire sulla quantità di cibo ingerito, spingerci a optare per pietanze molto grasse o molto caloriche – tanto non ci vede nessuno! – o influire negativamente sull’umore. Allo stesso tempo, però, le abitudini alimentari sono particolarmente complesse da studiare, perché legate alla cultura di appartenenza, alle condizioni socioeconomiche dei soggetti studiati e alla durata degli studi di questo tipo. La realtà scientifica è insomma un po’ più complessa e variegata, e non inquadrabile soltanto con un titolo ad effetto.

 

DI CHI SI STA PARLANDO? Molti studi si concentrano su campioni soltanto maschili o femminili, o solo su gruppi di persone di una specifica fascia d’età. Già così fa un’enorme differenza: se nei giovani adulti mangiare da soli è spesso legato ad abitudini alimentari più sane, nelle persone anziane è spesso spia di una condizione di solitudine che non risulta protettiva per la salute.



CHE COSA VIENE PRIMA? Difficile è anche definire il concetto di “frequente”, o condurre una ricerca che includa un arco di vita significativo. In certi periodi, infatti, cenare da soli potrebbe essere il risultato, e non la causa, di cattive condizioni di salute: per esempio una persona sovrappeso o obesa potrebbe sentirsi in imbarazzo a mangiare in compagnia, per la quantità di cibo di cui sente di avere bisogno. In quel preciso momento di vita, la solitudine a tavola potrebbe essere la conseguenza di una condizione psico-fisica difficile.

 

OPPOSTI RISULTATI. Anche gli studi su numero di commensali e quantità di cibo ingerita non sono concordi. Se una ricerca ha trovato, da un lato, che gli uomini adulti che mangiano da soli sono più spesso sovrappeso o sottopeso, altre evidenziano che quando siamo in compagnia tendiamo ad abbuffarci di più. Senza contare che anche il tipo di persona con cui si mangia potrebbe influenzare l’esito del nostro pasto. Uno studio ha dimostrato che si tende a mangiare più pasta in presenza di un attore camuffato da persona sovrappeso, indipendentemente da cosa questa persona si mette nel piatto.


PER SCELTA O PER FORZA. Poiché il momento e le modalità dei pasti sono strettamente influenzati dalla cultura di provenienza, e le risposte date in molti degli studi sul tema si basano su questionari di autovalutazione (quindi non sempre del tutto attendibili), è molto difficile scindere questo momento dalle condizioni psicologiche, familiari e sociali di partenza.

 

Il problema non sembra essere tanto il cenare da soli, ma il fatto di averlo scelto o meno: sentirsi soli al momento del pasto sembra portare alla scelta di alimenti più calorici e “consolatori”, non importa se ci si trova nella cucina di casa o a un pranzo di lavoro. In altre parole una cena solitaria volutamente perseguita – e gustata – è ben diversa dal ritrovarsi abitualmente a tavola da soli, come spesso capita alle persone anziane.

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Il sole fa dimagrire?

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Uno studio offre un’ulteriore spiegazione del perché in estate si tenda a perdere peso più facilmente.

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Stendersi al sole fa bene, ma nelle ore meno calde della giornata.|PIXABAY

Pare proprio di sì: la luce nella lunghezza d’onda blu, quella molto intensa di giorno, penetrando nella pelle raggiunge le cellule adiposepiù superficiali e le fa “sgonfiare”: le goccioline di lipidi che contengono, infatti, si rimpiccioliscono e vengono espulse più facilmente attraverso la membrana cellulare. In inverno, la minore presenza di luce favorirebbe l’effetto opposto e quindi l’accumulo di grasso.

 

CELLULE ADIPOSE. Secondo l’autore della scoperta, Peter Light, ricercatore presso l’Alberta Diabetes Institute in Canada, le cellule adipose sarebbero perciò una sorta di orologio biologico periferico, che indica all’organismo quanta ciccia bruciare in base alla stagione.

 

ACCUMULI DI ENERGIA. «A differenza di gran parte dei mammiferi, l’uomo ha grasso quasi ovunque nel corpo, sotto la pelle: nel corso dell’evoluzione potrebbe essere servito come sensore della luce esterna, utile per accumulare peso ed energia in inverno, quando era più difficile trovare cibo, e usare queste riserve in estate, dimagrendo», dice Light.

 

 

ATTENTI ALLE SCOTTATURE. Che però invita a non piazzarsi sotto il sole a oltranza per perdere una taglia: non è ancora chiaro quale intensità o durata di luce attivi il meccanismo di “scioglimento” del grasso, il rischio è scottarsi senza diminuire di un solo etto.

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Appetito e modo di mangiare cambiano con l’età?

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Si cresce (e si invecchia) anche nell’approccio al cibo: ecco come le varie “stagioni” della vita influenzano il nostro rapporto con l’alimentazione.

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Lo stesso picnic, esigenze diverse.

Sull’appetito non incide soltanto la fame, intesa come l’esigenza biologica di cibo espressa dal corpo quando è a corto di energie. Altri fattori come l’olfatto, la pubblicità o il contesto in cui ci si trova influenzano il desiderio di mangiare. Uno di quelli di cui si parla meno è forse l’età: in base a un articolo pubblicato su BBC Future, e originariamente su The Conversation, esisterebbero sette “età del cibo”, ciascuna con caratteristiche ed esigenze specifiche. Ecco quali.

DA 0 A 10 ANNI. All’esigenza di una rapida crescita si affianca la necessità di impostare le basi del comportamento alimentare del bambino, affinché non sviluppi, con l’età, disturbi alimentari o obesità. La diffidenza verso alimenti fondamentali, come la verdura, può essere vinta con progressive e positive esposizioni a quelle pietanze.

 

I piccoli dovrebbero essere lasciati liberi di esercitare un certo grado di controllo su ciò che hanno nel piatto. Spingerli a finire per forza tutto quello che si propone può influire sulla capacità futura di valutare il proprio appetito, e aprire la strada a problemi nell’autoregolazione del cibo.



DAI 10 AI 20 ANNI. Negli anni dell’adolescenza sono gli ormoni a influenzare l’appetito. A una fame spesso insaziabile si accompagna l’esigenza di una buona educazione alimentare, negli anni in cui i modelli proposti da social e pubblicità hanno forse l’influenza maggiore.

 

Una cattiva alimentazione in questa fase può portare a gravi carenze nutrizionali, soprattutto nelle ragazze, per una questione di salute riproduttiva. Le teenager alle prese con gravidanze precoci sono considerate per esempio particolarmente a rischio, in termini alimentari: un corpo che sta ancora crescendo si trova infatti “in competizione”, sulle risorse, con quello del feto da nutrire.

 

DAI 20 AI 30 ANNI. Che si vada all’Università, si cambi città, si inizi a lavorare o ci si trasferisca a vivere con un partner (o soli) questo è – insieme alla decade successiva – il periodo in cui si cambia maggiormente stile di vita. Occorre prestare particolarmente attenzione all’aumento di peso, perché il grasso corporeo accumulato non si smaltisce facilmente.

 

I segnali che il corpo umano manda quando ha fame sono più forti e difficili da ignorare di quelli che segnalano un apporto di cibo eccessivo; inoltre alcuni alimenti facilitano la percezione del senso di sazietà. Una pietanza sana ad alto contenuto di acqua o di proteine – lo abbiamo tutti sperimentato – riempie prima di un barattolo di gelato, che è più facile consumare per intero senza rendersene conto.


 


DAI 30 AI 40 ANNI. Sono gli anni dello stress da lavoro, responsabile del cambiamento di abitudini alimentari nell’80% della popolazione. Questo malessere può manifestarsi sotto forma di mal di stomaco o mal di pancia da ufficio (o comunque: in un modo che toglie la fame) o al contrario come molla scatenante di una dipendenza da cibo, con l’urgenza di consumare uno specifico alimento ad alto contenuto calorico. Un ambiente di lavoro strutturato per curare anche questo aspetto, insieme a strategie per ridurre lo stress, possono essere di aiuto.

 

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Scelte alimentari: in un certo senso sono inderogabili ad ogni età. | SHUTTERSTOCK

DAI 40 AI 50 ANNI. Nella quinta decade si dovrebbe cominciare (se non lo si è fatto prima) a cambiare le abitudini alimentari per prevenire i problemi di salute. Non è sempre facile: da un lato siamo infatti creature abitudinarie, ormai inclini all’acquisto e al consumo di certi alimenti “feticcio”; dall’altro alcuni problemi di salute, come il colesterolo alto o l’ipertensione, non sempre manifestano già in questo periodo i primi sintomi.

DAI 50 AI 60 ANNI. Si inizia ad accusare una perdita di massa muscolare (sarcopenia) dello 0,5-1% all’anno, e fattori come una diminuzione dell’attività fisica, l’insorgenza della menopausa per le donne e uno scarso apporto di proteine possono peggiorare la situazione. Un’alimentazione sana e variegata e una regolare attività motoria possono aiutare a contrastare questo problema.

 

Le persone anziane sono più inclini a trascurare la propria alimentazione, spesso per questioni legate alla solitudine. |MURIELLE29/FLICKR

DAI 60 ANNI IN SU. Il cibo ha una forte valenza sociale, e in questa età della vita lo si avverte particolarmente. Gli anni che avanzano possono portare a carenza di appetito, e malattie degenerative come l’Alzheimer possono favorire perdita di peso e fragilità dell’organismo.

 

La scomparsa di una persona amata e la solitudine influiscono negativamente sulla voglia di mangiare e sulla cura e la preparazione del cibo. Altri fattori come alterazione dei sapori o cambiamento dei gusti personali in fatto di cibo; problemi dentali o nella deglutizione possono aggravare un quadro già complesso. Occorre ricordare che una maggiore durata dell’esistenzadeve accompagnarsi a una buona qualità della vita.

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Carboidrati e grassi insieme “confondono” il cervello

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Per il cervello umano, gli alimenti che contengono grassi e carboidrati insieme sono più gratificanti di quelli che presentano solo uno di questi nutrienti. Lo suggerisce uno studio pubblicato sulla rivista Cell Metabolism da un gruppo di ricerca internazionale coordinato da Dana M. Small, della Yale University di New Haven (Usa), secondo cui la combinazione di grassi e carboidrati sarebbe in grado d’“ingannare” il cervello, spingendolo a sovrastimare il valore energetico del cibo e suscitando un forte desiderio di consumarlo.

Per giungere a queste conclusioni, gli scienziati hanno esaminato la risposta neuronale suscitata da diversi tipi di cibo. Hanno analizzato l’attività cerebrale di 206 volontari che sono stati sottoposti a risonanza magnetica mentre erano impegnati a osservare una serie di fotografie di snack contenenti principalmente grassiprincipalmente zuccheri oppure una combinazione di entrambi. Gli autori hanno poi assegnato una modesta quantità di denaro a ciascun partecipante, invitandolo a usarli per acquistare uno degli alimenti osservati in precedenza.

 

Al termine dell’esperimento, è emerso che quando i soggetti guardavano le immagini dei cibi ricchi di grassi e carboidrati, il centro di ricompensa del loro cervello tendeva a rilasciare più dopamina – il cosiddetto “ormone della gratificazione” -, rispetto a quando osservavano alimenti che avevano lo stesso valore energetico, ma contenevano principalmente grassi o carboidrati. Inoltre, i volontari erano disposti a pagare di piùper acquistare gli alimenti che contenevano entrambi i nutrienti.

 

Secondo gli esperti, la combinazione di grassi e carboidrati sarebbe in grado di confondere il cervello, inducendolo a sovrastimare l’apporto calorico fornito dall’alimento. “Il processo biologico che regola l’associazione dei cibi al loro valore nutrizionale si è evoluto in modo da definire attentamente il valore di un alimento, affinché gli organismi possano assumere decisioni adattive – spiega la dottoressa Small -. Per esempio, un topo non dovrebbe rischiare di correre all’aperto ed esporsi alla presenza di un predatore per cercare un alimento che fornisce poca energia. Sorprendentemente, sembra che i cibi che contengono grassi e carboidrati trasmettano al cervello informazioni relative al loro potenziale apporto calorico  attraverso meccanismi distinti. I nostri partecipanti sono stati molto accurati quando hanno dovuto stimare le calorie provenienti dai grassi, ma piuttosto approssimativi quando hanno valutato le calorie derivanti dai carboidrati. Il nostro studio dimostra che quando entrambi i nutrienti sono combinati, il cervellosembra sovrastimare il valore energetico del cibo”.

 

Gli studiosi fanno notare che i cibi ricchi di grassi e carboidrati non esistono in natura, con una sola eccezione: il latte materno. Questo si spiega, precisano gli esperti, perché è fondamentale che i bambini siano spinti a nutrirsi per sopravvivere. Tuttavia, questo meccanismo cerebrale che induce le persone a consumare gli alimenti che contengono entrambi i nutrienti potrebbe favorire la diffusione di sovrappeso e obesità. “Nell’ambiente alimentare moderno – conclude la ricercatrice -, che è pieno di alimenti trasformati ricchi di grassi e carboidrati come le ciambelle, le patatine fritte e le barrette di cioccolato, questo potenziamento della ricompensa potrebbe avere ricadute negative, promuovendo l’iperalimentazione e l’obesità”.

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