CHIRURGIA

Perché le donne sopportano meglio il dolore?

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Secondo un recente studio le donne sopportano di più il dolore rispetto agli uomini perché ricordano di meno le esperienze dolorose.

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|SHUTTERSTOCK

Alzi la mano la donna che non ha mai detto: «Mio marito, quando è malato, è insopportabile. Ha solo due righe di febbre e un po’ di mal di testa ma sembra che sia sul letto di morte». Un luogo comune? Un pregiudizio di genere? Non troppo, e ora la scienza ci spiega perché.

 

MEMORIA. Secondo una ricerca pubblicata su Current Biology, dipenderebbe dalla memoria. Partendo da sperimentazioni condotte su topi di laboratorio (e poi estese agli esseri umani), si è visto che gli esemplari maschi, in caso di ritorno nel luogo in cui avevano vissuto un’esperienza traumatica, tendono a mantenere un ricordo più vivido del dolore.



 

I ricercatori hanno misurato il dolore percepito da un gruppo di individui causato dal riscaldamento dell’avambraccio (per i topi, della zampa). A distanza di qualche tempo, il test è stato ripetuto facendo ritornare i soggetti nello stesso ambiente dell’esperimento.



TROPPO CALDO. La seconda volta gli uomini (e i topi maschi) hanno percepito un fastidio molto più intenso rispetto alle donne… e i topi maschi si sono allontanati in tempi più rapidi dalla fonte del calore.

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La salute vascolare? Aiutala con il cioccolato gianduia!

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Nuovo studio illustra le proprietà di questa «miscela». Non solo fondente quindi, ma anche la base di nocciola può aiutare l’elasticità delle nostre arterie

Non solo fondente. La scienza ora indaga i benefici del cioccolato gianduia, scoprendo che il consumo di questo prodotto favorisce il mantenimento dell’elasticità delle arterie, contribuendo alla salute vascolare.

 

Un nuovo studio che getta luce sulle proprietà di questo cioccolato, apparso sulla rivista Internal and Emergengy Medicine, è stato condotto da un team del Policlinico Umberto I di Roma e mostra che, grazie all’alto contenuto di antiossidanti, di polifenoli e in particolare di vitamina E della nocciola tonda del Piemonte, le virtù del cioccolato che la contiene sono paragonabili a quelle del cioccolato fondente.

 

Le proprietà del fondente

I due cioccolati hanno una diversa composizione: l’impasto gianduia ha circa il 10% di cacao e nocciole. Il fondente ha una percentuale di cacao superiore (tra il 43% e il 100%) e si sa che più alta è questa percentuale e maggiore è il contenuto di flavonoidi. Del cioccolato fondente molto sappiamo: contiene quercitina, flavonoidi (antiossidanti) e teobromina e sembra che queste componenti siano le principali indiziate per spiegare le benefiche virtù del fondente sulla salute cardiovascolare e metabolica. Secondo gli studi, infatti, il fondente migliora la pressione sanguigna, l’aggregazione piastrinica e la funzione endoteliale.

 

Lo studio sul gianduia

I ricercatori italiani hanno valutato se l’assunzione di 60 grammi di gianduia influenzasse l’elasticità delle arterie di 20 fumatori. È noto, infatti, che uno degli effetti negativi del fumo è la perdita di elasticità dei vasi sanguigni. «Dopo circa 2 ore dal consumo – precisa il professor Francesco Violi, direttore del dipartimento di Medicina Interna del Policlinico Umberto I di Roma – i partecipanti mostravano un aumento dell’elasticità delle arterie, mentre alcun effetto si registrava dopo la somministrazione di cioccolato al latte».

 

«E’ interessante sottolineare – aggiunge – come questo effetto positivo sulle arterie sia sovrapponibile a quanto già precedentemente osservato in via sperimentale dagli stessi ricercatori, da me guidati, in persone che avevano assunto cioccolato fondente».

 

Attenzione alle dosi

Il consumo di cioccolato deve essere comunque limitato per non assumere dosi eccessive di grassi, zuccheri e calorie e vanificare i suoi effetti benefici e protettivi. Uno studio condotto su oltre 20mila persone seguite per 8 anni e apparso sull’ European Heart Journal mostra che mangiarne 6 grammi al giorno riduce del 39% il rischio di stroke e ictus. Il progetto epidemiologico “Moli-sani” è emerso che persone che mangiano abitualmente cioccolato fondente in quantità moderata (meno di mezza tavoletta a settimana) risultano avere nel sangue valori di proteina C reattiva significativamente più bassi.

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Stufo del tuo tatuaggio? Rimuoverlo si può, ma non è per niente facile, specie se è colorato

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Un tatuaggio è per sempre: chi decide di imprimere sulla propria pelle un disegno o un messaggio è cosciente che molto probabilmente l’incisione resterà lì a vita a meno di non decidere di rimuoverlo, non senza difficoltà.

 

È bene tenerlo presente soprattutto adesso, alle porte dell’estate, quando la voglia di avere un nuovo tatuaggio, o, al contrario di rimuoverlo dall nostra pelle, aumenta.

 

Perché un tatuaggio è pressoché indelebile nel tempo? Ce lo spiegano Alberto Renzoni e Antonia Pirrera dell’Istituto Superiore di Sanità. «Un tatuaggio sulla pelle comporta l’iniezione nel derma di particelle di inchiostro.

 

È stato dimostrato che la quantità iniziale di pigmento iniettato nella pelle umana, immediatamente dopo l’esecuzione di un tatuaggio, diminuisce. Dopo la loro deposizione intradermica, infatti, i pigmenti del tatuaggio possono essere parzialmente eliminati per via del sanguinamento, della fotodecomposizione, oppure essere trasportati, attraverso il derma, grazie al sistema dei vasi linfatici o sanguigni.

Dopo questo iniziale processo di riduzione della quantità di pigmento, le particelle che rimangono nel sito di iniezione sono fagocitate dai macrofagi. Queste cellule del sistema immunitario che presidiano il derma sono attratte dalla ferita che viene inflitta dall’ago durante il tatuaggio e fagocitano appunto il pigmento proprio come fanno normalmente quando si trovano di fronte a un agente patogeno o a un corpo estraneo. Fino a oggi abbiamo presupposto che la longevità di tali cellule fosse alla base di questo presunto processo biologico responsabile della persistenza dei diversi pigmenti e quindi dei tatuaggi, nel tempo».

 

Lo studio

Uno studio francese recente e molto complesso, però, ha quasi per caso scoperto, che il meccanismo che consente la persistenza dei tatuaggi nel tempo è un po’ diverso da quello fin’ora ipotizzato.

 

I ricercatori, in realtà, stavano cercando di capire come i macrofagi della cute interagiscono con le altre cellule del sistema immunitario dislocate sulla pelle e hanno scoperto, lavorando su un modello animale, che esistono macrofagi in grado di ingerire particelle pigmentate in caso di morte delle cellule che di solito immagazzinano i pigmenti stessi. Sono proprio i macrofagi a permetterne la lunga resistenza, perché ogni particella di pigmento è catturata dal macrofago, rilasciata al momento della sua morte e poi ri-fagocitata da un macrofago giovane.

 

«In pratica quando un macrofago muore, rilascia semplicemente le particelle di inchiostro che aveva immagazzinato, ma nessuno riesce ad eliminarle definitivamente e quindi le particelle di inchiostro risultano indistruttibili» chiariscono ancora gli esperti dell’ISS, commentando i risultati dello studio francese.

 

Quando i macrofagi carichi di pigmenti muoiono, i macrofagi vicini recuperano le particelle di pigmento rilasciate e assicurano in modo dinamico l’aspetto stabile e la persistenza a lungo termine dei tatuaggi, riferiscono gli autori dello studio. Ecco allora che intuitivamente e molto semplicisticamente, basterebbe inibire questi macrofagi per veder sparire o quanto meno attenuarsi il tatuaggio.

 

La rimozione non è così semplice

Naturalmente inibire questi particolari macrofagi, mettono in guardia i ricercatori francesi, potrebbe impedire la guarigione delle ferite, per esempio, ma in combinazione con il laser potrebbe facilitare la rimozione di un tatuaggio non più desiderato.

 

A oggi, infatti, stando alla letteratura scientifica, se non si è soggetti allergici, il modo più efficace per rimuovere un tatuaggio è affidarsi a un dermatologo specializzato nella rimozione con il laser, sottoponendosi a un numero di sedute di solito proporzionale alle dimensioni del tatuaggio, al suo colore e alla sua collocazione. In genere è più agevole rimuovere i tatuaggi piccoli, lineari e scuri perché il laser è più efficace su colori come il nero e il blu.

 

Risulta invece più difficoltoso anche se non impossibile, sbarazzarsi dei tatuaggi grandi e colorati perché servono apparecchiature con lunghezza d’onda specifica e un numero maggiore di sedute. Si possono eliminare tatuaggi in tutte le sedi anche se quelli collocati su spalle, dorso e petto si tolgono più facilmente rispetto a quelli in prossimità del polso e della caviglia, per ragioni esclusivamente anatomiche.

 

COME AVVENGONO LE SEDUTE PER LA RIMOZIONE

Le sedute per la rimozione del tatuaggio tramite laser durano mediamente 10-15 minuti, e si eseguono ogni 2 mesi. Al termine di ogni seduta, per qualche giorno la pelle può presentarsi arrossata, punteggiata di crosticine e vescicole: di solito, per attenuare e risolvere la sintomatologia si applica una crema antibiotica. Dopo la cancellazione del tatuaggio, tuttavia, se il tutto è stato eseguito correttamente la cute non riporta conseguenze di sorta.

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Caviglie sottili alla Meghan Markle, la nuova tendenza per cui molte ricorrono al chirurgo estetico

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Caviglie sottili e sexy. È da sempre il pallino di quasi tutte le donne. Solo che ora, alla vista di quelle perfette di Meghan Markle, la bellissima fidanzata del principe Harry, molte si sono fatte coraggio e hanno deciso di affidarsi al chirurgo estetico per poter esibire gambe da sfilata come quella della futura principessa di Inghilterra. Il ritocchino alla caviglia è diventato, infatti, l’ultimo trend estetico per le donne over 30. La caviglia affusolata è salita adesso in cima alle richieste che arrivano ai chirurghi estetici. Il modello è proprio quello della Markle.

 

 

LE DONNE CHE VOGLIO “RIFARSI” LE CAVIGLIE HANNO PIÙ 30 ANNI D’ETÀ 

«Le caviglie sottili sono sempre state un’ambizione delle donne ma l’attenzione intorno a Meghan Markle l’ha accentuata, tanto che negli ultimi mesi c’è stata un’esplosione di richieste di chirurgia estetica», spiega Giulio Basoccu, chirurgo estetico, responsabile della divisione di Chirurgia plastica estetica e ricostruttiva presso l’Istituto Neurotraumatologico Italiano e docente all’Università di Tor Vergata. «La ricerca di un restringimento più snello tra piede e polpaccio si matura dopo i 30 anni. Le giovanissime guardano più a sedere e culotte», aggiunge.

 

LA CAVIGLIA DIVENTA MIGNON CON LA LIPOSUZIONE

Ma bisogna fare attenzione. Prima di intervenire chirurgicamente si devono fare delle indagini per verificare se l’inestetismo dipende della struttura ossea, da problemi circolatori o dall’accumulo localizzato di grasso: solo in quest’ultimo caso si può procedere con la liposuzione» afferma Basoccu.

 

«È un intervento più complicato e sofisticato della normale liposuzione, ma se eseguito da mani esperte e con perizia si possono ottenere eccellenti risultati. Si rimodella complessivamente – continua – la forma della caviglia, con una riduzione importante della circonferenza anche di alcuni centimetri».

 

Rispetto alla tecnica utilizzata per fianchi, addome e glutei, la liposcultura della caviglia richiede infatti alcuni accorgimenti: «Si utilizzano delle cannule molto sottili, spesso l’aspirazione si fa con delle siringhe e prevede tempi lunghi ed estrema precisione», spiega Basoccu. «L’intervento può durare – continua – da 1 a 3 ore e anche il decorso post operatorio è più lungo, perché le caviglie tendono a sgonfiarsi con molta lentezza. La paziente torna a camminare in un’ora ma per vedere i risultati ci possono volere mesi. Per questo se si ambisce a un rimodellamento per la primavera è consigliabile iniziare adesso».

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Chirurgia bariatrica: per chi è consigliabile e quali sono i benefici

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Pubblicato il 01/02/2018
FABIO DI TODARO

Più magri e più forti: al punto da poter vivere almeno dieci anni in più a quella che sarebbe stata la loro prospettiva di vita, senza entrare in sala operatoria. I benefici della chirurgia bariatrica per i grandi obesi sono ormai consolidati da decine di pubblicazioni. Ma se in molti casi ci si è concentrati sulla valutazione dell’incidenza di nuove malattie correlate all’obesità, nell’ultimo studio pubblicato sul «Journal of the American Medical Association» il beneficio è stato misurato a lungo termine (fino a dieci anni dopo) e rispetto al fine ultimo dell’intervento: l’aumento della sopravvivenza. «A parità di peso di partenza, tra le persone che non si operano abbiamo registrato tassi di morte doppi rispetto a chi invece aveva avuto l’opportunità di perdere peso ricorrendo al bisturi», afferma Philip Greenland, docente di medicina preventiva alla Northwestern University e coautore della pubblicazione.

I vantaggi della chirurgia bariatrica

Lo studio ha posto a confronto 8385 persone sottoposte a una procedura di chirurgia bariatrica – bendaggio gastrico, bypass, gastrectomia verticale – con 25155 obesi non operati. La loro età media era di 46 anni e l’indice di massa corporea – ovvero la grandezza che rapporta il peso corporeo all’altezza – pari a 40: considerato il valore minimo per procedere alla chirurgia bariatrica anche dalla Società Italiana di Chirurgia dell’Obesità (Sicob).

 

L’osservazione per due lustri ha permesso di andare oltre quelli che erano i benefici finora dimostrati: ovvero un miglior controllo dell’ipertensione e del diabete di tipo 2, a loro volta già fattori di rischio per l’insorgenza di malattie cardiovascolari e tumori.

 

Nell’arco di dieci anni è stato infatti possibile valutare anche l’impatto della chirurgia bariatrica, accompagnata da un intervento dietetico e da un supporto psicologico adeguato, su altri aspetti: come l’assorbimento di nutrienti e la comparsa di forme di anemia dovuta alla carenza di ferro. I pazienti operati non sono risultati più esposti a queste conseguenze, rispetto a coloro che non avevano avuto modo di veder ridurre il proprio peso corporeo ricorrendo al bisturi.

 

La storia della chirurgia bariatrica

Le potenzialità della chirurgia bariatrica oggi sono osservate con interesse anche negli adolescenti, per far fronte all’obesità infantile. Ma quando nacque, a metà degli anni ’70, la possibilità di trattare chirurgicamente l’eccesso creò scompiglio anche nella comunità scientifica. L’efficacia del trattamento a lungo termine fu il grimaldello con cui gli specialisti che avevano appreso le prime metodiche negli Stati Uniti fecero breccia in Italia. Oggi in Italia ci sono sei milioni di obesi e almeno uno di essi, secondo gli esperti, richiederebbe un approccio chirurgico. Il paziente da sottoporre a un intervento deve rispettare alcuni requisiti: possedere un indice di massa corporea uguale o superiore a 40 (anche inferiore, se associato ad altre malattie), poi dimostrare di non avere tratto benefici da approcci dietetici, avere un basso rischio operatorio e un’alta componente motivazionale.

 

Le diverse opportunità

Le metodiche di intervento, effettuate quasi sempre in laparoscopia, sono quattro, se si esclude il pallone intragastrico: di silicone e forma sferica, è inserito per via endoscopica nello stomaco con lo scopo di preparare l’obeso al successivo intervento chirurgico. Permanenti sono gli altri approcci restrittivi: il bypass gastrico (si crea una tasca che permette al bolo di saltare parte dello stomaco e il primo tratto dell’intestino tenue) è il più usato al mondo e dimostra una percentuale più alta di riduzione del peso in eccesso dopo cinque anni (62%). Anche l’impiego della gastroplastica verticale, con una riduzione di due terzi della superficie dello stomaco, è in crescita costante. Pur essendo più adatta per quei pazienti contrari alla dieta, più invasiva è la diversione biliopancreatica: una volta asportati una parte dello stomaco e l’intera colecisti, viene creato un secondo canale che ritarda l’incontro tra gli alimenti e le secrezioni digestive.

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POLIAMBULATORIO MEDICO ODONTOIATRICO SAN LAZZARO MEDICA

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