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C’è un legame tra freddo e cuore? Sì, il pericolo di infarto per i soggetti a rischio sale del 34%

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Sport sulla neve, festività e vacanze. I cardiologi svedesi lanciano l’allarme: d’inverno bisogna prestare un po’ di attenzione supplementare al cuore. Cibo, alcol e viaggi per raggiungere i familiari, poco sonno e freddo sono i responsabili del picco di infarti che si registra la notte tra il 24 e il 25 dicembre intorno alle 22. Lo mostra uno studio osservazionale, apparso sul British Medical Journal, frutto di un’analisi condotta su oltre 300mila casi di infarto del miocardio avvenuti tra il 1998 e il 2013 e contenuti nel registro delle unità coronariche svedesi «Swedeheart». La vigilia di Natale si registra un incremento del 37% di attacchi di cuore, mentre l’impennata si assesta su un +27% il giorno successivo e scende a +20% il 1 gennaio.

Il freddo potrebbe avere un ruolo scatenante per eventi cardiovascolari nelle persone i cui vasi non sono perfettamente in salute: la vasocostrizione può provocare la rottura delle placche aterosclerotiche. Infatti, l’aumento di 8 gradi di temperatura riduce il rischio d’infarto del 3%. «Gli studi che indicano il freddo intenso come un possibile pericolo per cuore e vasi sono numerosi: una recente indagine svedese condotta su oltre 274.000 pazienti con problemi cardiovascolari seguiti nell’arco di 16 anni, pubblicata su Jama, ha dimostrato che nelle giornate con una temperatura al di sotto di 0°C il numero di infarti cresce» spiega Giuseppe Mercuro, Presidente della Società Italiana di cardiologia, il cui 79esimo congresso si è appena concluso a Roma.

I cardiologi consigliano di evitare gli sforzi, come spalare la neve, in particolare la mattina. L’associazione fra fatica e temperature polari può essere un vero nemico per il cuore e aumentare fino al 34% il pericolo di un infarto. Meglio poi proteggersi dai malanni invernali, perché le infezioni respiratorie aumentano fino a 6 volte il pericolo di andare incontro a un attacco cardiaco. «Le giornate invernali fredde e di maltempo sono quelle in cui la probabilità di problemi cardiovascolari è massima. Il suggerimento è quello di ‘aggiustare’ dal cardiologo la terapia anticoagulante riducendo l’esposizione al freddo attraverso abbigliamento e riscaldamento adeguati».

«Il meccanismo responsabile dell’aumento del rischio di attacco cardiaco dopo un’esposizione al freddo intenso è legato a molti fattori, tra cui il più importante è l’effetto di vasocostrizione indotto dalle basse temperature – osserva Ciro Indolfi, Presidente Eletto SIC – Il restringimento dei vasi sanguigni infatti potrebbe indurre una rottura della placca coronarica e provocare la formazione di un trombo. Se poi ci si aggiunge la fatica di spalare la neve, che aumenta molto la pressione arteriosa e fa salire il battito cardiaco oltre il 75% della frequenza cardiaca massima, il pericolo cresce ancora. Tutto questo è vero soprattutto in pazienti che non sono in perfette condizioni di salute o hanno numerosi fattori di rischio cardiovascolare, per esempio colesterolo alto, ipertensione, pregressi infarti. L’eventualità di un infarto inoltre è consistente specialmente se si sceglie di attività fisica al mattino, fra le 6 e le 10, quando la probabilità di eventi cardiovascolari è massima nell’arco delle 24 ore».

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“Cupido”, così i nanofarmaci inalati arrivano al cuore

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La ricerca, condotta in vivo e coordinata dal Cnr, ha portato ad una molecola biocompatibile che traghetta i farmaci direttamente alle cellule cardiache

Nanovettori inalabili, biocompatibili e biodegradabili, capaci di arrivare velocemente al cuore e di rilasciarvi il loro carico di nanofarmaci efficaci per il trattamento di disturbi cardiovascolari. Questo nuovo approccio terapeutico non invasivo è stato studiato dai ricercatori dell’Istituto di ricerca genetica e biomedica (Irgb) del Consiglio nazionale delle ricerche di Milano in collaborazione con l’istituto clinico Humanitas. La ricerca, pubblicata sulla rivista Science Translational Medicine, è stata condotta su topi, ratti e maiali nell’ambito di «Cupido», progetto europeo di cui il Cnr è coordinatore, che ha lo scopo di individuare nuove soluzioni terapeutiche basate sulle nanotecnologie in ambito cardiovascolare. I risultati sono stati positivi: i nanofarmaci (particelle di diametro inferiore ai 50 nanometri) inalabili, raggiunte le cellule cardiache e da esse inglobate, hanno migliorato situazioni di scompenso cardiaco e di insufficienza del miocardio degli animali.

 

«Nel tessuto cardiaco dei maiali sani – si legge nello studio –sono state rilevate particelle inalate; ciò suggerisce che questo metodo minimamente invasivo di consegna cardiaca mirata potrebbe potenzialmente tradursi in un’applicazione sull’essere umano». Secondo gli autori, sono necessari ulteriori studi per valutare la sicurezza a lungo termine delle nanoparticelle e per determinare in che modo i nanofarmaci attraversano la barriera polmonare, ma la terapia inalatoria potrebbe ridurre le dosi necessarie per trattare l’insufficienza cardiaca. La maggior parte dei farmaci per insufficienza cardiaca viene somministrata per via orale (che può portare ad un assorbimento inaffidabile) o per iniezione endovenosa (che può causare disagio al paziente): il trattamento inalabile per l’insufficienza cardiaca potrebbe aiutare a superare i molti limiti delle terapie iniettabili o somministrate per via orale.

 

«Il merito è di un’innovativa molecola da noi brevettata – composta prevalentemente da fosfato di calcio, quindi altamente biocompatibile e biodegradabile- che riesce ad essere facilmente assimilata dalle cellule cardiache e, quindi, a trasportare il farmaco», spiega in un comunicato stampa Daniele Catalucci (Irgb-Cnr), coordinatore del progetto. «L’idea è quella di riprodurre i meccanismi tramite i quali alcune particelle inquinanti, come le polveri sottili derivanti dall’inquinamento automobilistico o da processi di combustione, una volta respirate riescono a oltrepassare la barriera polmonare e ad arrivare al cuore attraverso il sistema circolatorio cardiopolmonare.

 

Abbiamo, cioè, sviluppato una «navetta terapeutica» biocompatibile capace di viaggiare all’interno del corpo umano esattamente come fanno queste particelle tossiche, e di arrivare al cuore semplicemente per inalazione: qui il farmaco viene rilasciato senza necessità di iniezioni o altre metodologie invasive per il paziente».

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