Tumore precoce al seno, un test per evitare la chemio nel 70% dei casi

Tumore precoce al seno, un test per evitare la chemio nel 70% dei casi

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Terapia su misura per le donne con un cancro alle prime fasi grazie allo screening di 21 geni. Sette pazienti su 10 possono essere trattate solo con la terapia ormonale

Tumore precoce al seno, un test per evitare la chemio nel 70% dei casi

PUO’ UN TEST genomico indicare al medico quale strategia terapeutica sia meglio seguire per la sua paziente? Più precisamente, può un punteggio ottenuto analizzando l’espressione di alcuni geni predire se l’aggiunta della chemioterapia alla terapia ormonale sia superflua? Sì, come dimostrano i risultati dello studio TaylorX presentato oggi al congresso mondiale di oncologia medica (Asco) a Chicago, il più ampio studio di medicina di precisione nel cancro al seno mai eseguito. I risultati dicono che circa il 70% delle donne con il tipo di tumore al seno più diffuso – quello responsivo agli ormoni, HER2 negativo, senza linfonodi coinvolti – può evitare di fare la chemioterapia insieme alla terapia ormonale. “Il nostro studio dimostra che la chemioterapia può essere evitata in circa il 70% dei casi nelle donne in cui il test è indicato, quindi limitando al 30% la porzione di pazienti per cui la chemio può effettivamente portare dei benefici”, ha spiegato Joseph A. Sparano, dell’Albert Einstein Cancer Center di New York, vice direttore del gruppo di ricerca Ecog-Acrin che ha condotto lo studio.

• IL TEST
OncotypeDX è un test genomico, esamina cioè l’attività di alcuni geni all’interno di un campione di tumore e fornisce informazioni sulla biologia del singolo tumore al seno. In questa ricerca è stato sperimentato con successo nei casi di tumore al seno iniziale. Ma già studi precedenti avevano dimostrato che riesce a prevedere il rischio di recidiva e la probabilità di trarre beneficio dalla chemioterapia nel tumore al seno invasivo nel caso di donne con cancro positivo al recettore per gli estrogeni (ER+), che non esprime livelli alti della proteina HER2 né presenta più di due copie del gene HER2 (HER2 negativo), quello più diffuso.

Contro l’obesità nasce un palloncino gastrico che si ingerisce come una pillola e dura 4 mesi

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Si ingerisce come una pillola e se ne va naturalmente dopo circa 4 mesi, espulso naturalmente con le feci. È stato presentato oggi a Milano ed è il primo palloncino gastrico con queste caratteristiche. Si chiama Elipse ed è indicato per persone obese con un indice di massa corporea (BMI) pari o superiore a 27, che abbiano tentato un regime dietetico senza raggiungere i risultati sperati.

 

In Italia 1 adulto su 3 risulta in sovrappeso, mentre l’ obesità riguarda circa 6 milioni di persone. Ad oggi, sono oltre 4.000 i soggetti già trattati a livello mondiale con questo palloncino gastrico e il trattamento ha già dimostrato di far ottenere in media un calo di 13-15 kg in 4 mesi, il 15% del peso corporeo totale e 8 cm di giro vita.

In particolare uno studio clinico pilota, pubblicato su Surgery for Obesity and Related Disease, ha dimostrato che i pazienti trattati hanno perso in media il 50,2% del peso in eccesso e il 14,6% del peso corporeo. Inoltre, sono migliorati valori indicatori dello stato di salute, come i trigliceridi e l’emoglobina glicata (indicatore del livello di glicemia per la diagnosi del diabete di tipo 2).

 

Elipse ha la forma di una capsula contenente il palloncino sgonfio, della dimensione di una pillola vitaminica, con attaccato un sottile tubo. Una volta ingerito, viene riempito d’acqua attraverso il tubicino (che viene poi staccato ed estratto dalla bocca) fino a raggiungere le dimensioni di un pompelmo. Al contrario, coi palloncini gastrici tradizionali era necessario il ricovero e l’intervento endoscopico, in sedazione.

 

Il ricorso a questo palloncino si inserisce in un programma che consente, grazie all’assistenza di un team dedicato e alla sensazione di sazieta’ indotta, di modificare le abitudini alimentari. All’inizio del programma, il paziente riceve una bilancia `intelligente´ e un’App per connettersi con il medico e permettere al team di monitorare i progressi compiuti. Ma è fondamentale – avvertono gli specialisti che lo propongono – monitorare la situazione anche dopo l’espulsione del palloncino.

 

Il programma prevede infatti una rete di nutrizionisti con le competenze necessarie a seguire il paziente nel percorso di follow-up.

 

A Roma, dove il progetto è già partito, si parla di circa 15 medici nutrizionisti coinvolti, in Sicilia 20 e ne stanno nascendo altri in Lombardia e Emilia-Romagna.

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L’arte come medicina, reagire al tumore con la sfida della creatività

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Dall’esperienza personale dell’autrice, un film documentario sul rapporto tra Arte e Malattia. Una testimonianza sul delicato tema della prevenzione oncologica del cancro al seno e sui benefici di trasformare un disagio psico-fisico in un progetto artistico

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IL DOLORE sa essere molto creativo. E così Alessandra Laganà, avvocato e musicista, sceglie, davanti alla notizia di avere un cancro al seno, di trasformare questa esperienza in un progetto artistico corale. Che è diventato un Film Documentario Autobiografico, Noma, sostenuto dal ministero della Salute e dall’Associazione italiana di oncologia medica (Aiom), e condiviso con i suoi amichevoli partecipanti in un’Associazione no-profit Noma World, che devolverà i proventi del film alla causa motrice che l’ha ispirata. Il film è stato presentato ieri sera al WeGil di Roma.

• TRASFORMARE IL DOLORE IN ENERGIA
Già il nome del documentario, Noma, lascia intuire che si tratta di un progetto speciale. Perché contiene vari significati: una lacerazione (dall’omonimo termine greco), un percorso itinerante (noma-de), ma anche una parte di carci-noma. Anche il logo ‘parla’: riflette una costellazione universale in cui tutti i punti si equivalgono e dialogano quasi a rappresentare un percorso rivolto a tutte le persone che vivono il disagio della malattia che, però, può diventare il motore per trasformare le paure più intime in energia vitale. “Durante la risonanza magnetica – ci racconta Alessandra – ho vissuto una scissione, il mio corpo si preparava per andare in battaglia, ma la mia mente doveva andare altrove. Così, ho deciso di trasformare i rumori assordanti della Risonanza in note musicali”.

• COME NASCE L’IDEA
Alessandra, grazie all’incontro col regista Andrès Arce Maldonado, ha la possibilità di trasformare il suo incontro con il tumore al seno in un film che dia dei significativi messaggi sull’importanza della prevenzione e dell’arte come beneficio. Un film con musiche che scaturiscono dall’anima, tra Avantgarde, Composizioni di libera improvvisazione e canzone d’autore. Il documentario è stato girato tra Roma, Milano, Reggio Calabria, Lanzarote, Torino e Palermo, con la produzione artistica ed esecutiva e il sound design di Tommaso Marletta. “Sull’esperienza della mia malattia – spiega Alessandra – ho realizzato il progetto artistico Noma, che testimonia come un disagio psico-fisico può trasformarsi in una sfida creativa alla vita. Con 20 artisti, attraverso la musica, la scrittura e le immagini, ho raccontato il mio viaggio alla ricerca della forza interiore. Un viaggio verso un nuovo possibile futuro”.

• UNA TESTIMONIANZA PER TUTTE LE DONNE 
Nella riemersione dei ricordi familiari, Alessandra evoca più volte la figura della madre, vittima dello stesso male, e lancia un messaggio fortissimo sull’importanza della prevenzione: “Questa è una testimonianza che vorrei lasciare a tutte le donne: la consapevolezza e la cura del sé possono fare la differenza tra la vita e la morte” racconta.

• I BENEFICI DELL’ARTE 
Noma World è una Associazione di promozione sociale che ha l’obiettivo di promuovere e sostenere lo scambio culturale e sociale per il benessere psicofisico, attraverso la pratica delle arti, stimolando l’inclusione, la condivisione, la capacità di fare rete. Ne fanno parte un collettivo di artisti che hanno sperimentato in prima persona i benefici del “fare arte”, alimentando e delineando un viaggio creativo che si è espresso con e attraverso il film.  Un percorso che l’Associazione Noma World intende trasferire a uomini e donne che vivono il disagio della malattia.

Come utilizzare i cosmetici in sicurezza: i consigli dello specialista per scegliere i più adatti a noi

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Come si giudica la sicurezza di un prodotto cosmetico? Senza rendercene conto durante l’arco della giornata sono moltissimi i prodotti che adoperiamo, dal sapone per l’igiene delle mani, a quello per l’igiene intima, al bagnoschiuma, al deodorante, allo shampoo, senza contare i prodotti per il make up e le creme per migliorare l’aspetto del viso e del corpo.

 

Capire quali sostanze contenute nei prodotti cosmetici, sono potenzialmente dannose per la cute di ciascun individuo, è tutt’altro che facile, poiché vi possono essere dei componenti che inducono, per esempio, sensibilizzazione a causa del contatto anche casuale, con la pelle o perché i fruitori sono categorie particolarmente sensibili. Ecco perché per esempio, chi sa di avere allergia al nichel, deve assicurarsi che i prodotti di cosmesi siano nichel tested.

 

L’etichetta in pratica, deve riportare la presenza del metallo e garantire che la quantità rilasciata si mantenga al di sotto di una certa soglia, in modo da non comportare rischi di salute per chi risulta particolarmente sensibile a causa della reazione del proprio sistema immunitario.

Poiché il tema è estremamente complesso abbiamo cercato di fare maggiore chiarezza parlandone con Corrado Lodovico Galli, professore ordinario presso l’Università degli Studi di Milano e presidente della Società Italiana di Tossicologia.

 

I prodotti cosmetici disponibili in commercio sono sempre sicuri?

«Molto dipende da dove i prodotti vengono acquistati. Se la loro provenienza è l’Unione Europea, possiamo affermare che lo sono. Esistono infatti dei comitati appositi: io per esempio, faccio parte da anni del Comitato Scientifico per la Sicurezza dei Consumatori (SCCS) della UE-DG Sante, la Direzione Generale che è responsabile delle politiche della Commissione Europea in materia di salute e sicurezza alimentare e sanità e salute pubblica.

 

Di norma la Commissione Europea incarica i membri di SCCS di determinare non solo la quantità di ciascuna sostanza che entra in contatto con la cute, i denti e la mucosa della cavità orale, nelle condizioni d’uso normali o ragionevolmente prevedibili, ma anche di stabilire se una sostanza che possa fungere da conservante, antibatterico, filtri solari o simili, all’interno di un prodotto cosmetico sia sicura per la salute o meno in quelle quantità».

 

Molto dipende dalla quantità di prodotto utilizzata

«Si deve determinare con grande precisione se la sostanza può essere utilizzata e in quale quantità in funzione del sito corporeo di applicazione e dello specifico prodotto cosmetico. Può succedere, per esempio, che una certa sostanza vada bene per la realizzazione di un bagnoschiuma, ma non per una crema per il viso. Questo succede perché è la dose che provoca un certo effetto. L’effetto, quindi, positivo o negativo è una conseguenza del livello di esposizione, ma anche della sede di applicazione. L’esposizione del consumatore, sia adulto sia bambino, a ciascuna sostanza contenuta nel prodotto cosmetico è calcolata a partire dalla sua concentrazione nel prodotto finito e della tipologia del prodotto cosmetico, parametri che concorrono a definire un margine di sicurezza per ciascun ingrediente considerato».

 

Gli accertamenti che vengono fatti per capire l’affidabilità della sostanza

«Si è proprio questo il meccanismo che consente di legiferare e di dire se una sostanza può entrare nella formulazione di un prodotto cosmetico anziché un altro e se può essere utilizzata da tutti i gruppi sensibili della popolazione.

 

Non solo, si va anche a valutare cosa succede se la stessa sostanza entra in contatto con il consumatore in seguito all’esposizione a diversi prodotti cosmetici. Per questa ragione SCCS calcola la somma della potenziale esposizione aggregata a un ingrediente derivante dall’uso simultaneo di tutti i prodotti cosmetici che contengono lo specifico ingrediente alla massima quantità consentita».

 

Quali sostanze sono pericolose?

«Il pericolo è insito in tutto ciò che ci circonda, il rischio invece dipende da come e in quali quantità, si entra in contatto con una certa sostanza. Un esempio: l’acido cianidrico è una sostanza pericolosissima. Se la conserviamo in bottiglia chiusa, però, non costituisce un rischio: diventa rischiosa se ne inaliamo i vapori.

 

Gli ingredienti contenuti nei prodotti cosmetici, in generale, non devono costituire alcun pericolo, secondo il Regolamento Europeo dei Prodotti Cosmetici per la salute. Non devono nemmeno rappresentare un rischio a causa delle concentrazioni definite da SCCS di volta in volta. Naturalmente tutto dipende da come il prodotto in questione è stato formulato e a quali direttive risponde per l’immissione in commercio».

 

Ci sono dei canali di acquisto più sicuri di altri?

«Se si acquista un prodotto di cosmesi sul web, non sapendo dove è stato prodotto e quindi non conoscendo a quali restrizioni legislative risponde, non esiste alcuna garanzia per definirne la sicurezza. Comprare un prodotto fatto nell’Unione Europea, dove vige una legislazione attenta alle esigenze del consumatore ci garantisce attenzione per la salute di tutte le fasce di età».

 

Perché alcuni cosmetici sono sconsigliati in gravidanza o nei bambini?

«I bambini a livello internazionale sono considerati dei piccoli adulti dall’anno di età. Prima presentano immaturità enzimatiche e metaboliche che potrebbero renderli più sensibili all’uso di determinati prodotti anche se applicati esternamente, cioè per via topica a causa del loro potenziale assorbimento attraverso la pelle e la capacità di passare nel sangue.

 

In gravidanza, l’accrescimento fetale, può risentire dell’effetto di determinati principi attivi. Per questo sono effettuate precise sperimentazioni per valutare come i singoli elementi possono eventualmente interferire da un punto di vista ormonale o con il normale accrescimento dell’organismo allo stato embrionale. Naturalmente qualora si riscontri un’attività di questo tipo ne viene vietato l’utilizzo».

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Per una buona salute della tiroide, attenti a consumare iodio nella giusta quantità

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Sei milioni di italiani soffrono di disturbi legati alla piccola ghiandola fondamentale per l’organismo

La carenza di iodio in gravidanza causa deficit nello sviluppo cognitivo del nuovo nato. Per questo, le future mamme devono prestare molta attenzione al proprio stato nutrizionale e consumare ogni giorno una corretta quantità di iodio. Nonostante i buoni risultati della legge del 2005, che ha introdotto il programma nazionale di iodoprofilassi, ancora c’è da lavorare per garantire il raggiungimento degli standard suggeriti dall’Oms. Questo il messaggio lanciato occasione della Settimana Mondiale della Tiroide presso il Ministero della Salute, da Antonella Olivieri, Responsabile scientifico dell’Osservatorio Nazionale per il Monitoraggio della Iodoprofilassi in Italia (OSNAMI) dell’Istituto Superiore di Sanità.

 

La tiroide, piccola ghiandola endocrina posta alla base del collo, produce la tiroxina, un ormone importantissimo per l’organismo. Le celebrazioni della Settimana Mondiale, il cui slogan è «tiroide è vita», intendono sensibilizzare la popolazione sulle funzioni di questa ghiandola e sui disturbi ad essa connessi, che affliggono bene sei milioni di italiani.

 

Questa “centralina” «regola l’energia di tutto il nostro organismo svolgendo una serie di funzioni vitali come la regolazione del metabolismo, la produzione di calore, il controllo del ritmo cardiaco, lo sviluppo del sistema nervoso, l’accrescimento corporeo, la forza muscolare e molto altro» spiega Paolo Vitti, Presidente SIE, Società Italiana di Endocrinologia, coordinatore e responsabile scientifico della Settimana Mondiale della Tiroide.

 

I DISTURBI DELLA TIROIDE

«La malattia della tiroide più frequente è la tiroidite di Hashimoto, infiammazione cronica autoimmune, che può presentarsi a tutte le età. Molto subdola è la forma post-partum che, condizionando l’umore e il benessere della neo-mamma, viene frequentemente scambiata per depressione e non trattata» afferma Vincenzo Toscano, Presidente AME, Associazione Medici Endocrinologi.

 

«Il campanello d’allarme della ridotta funzione della tiroide è proprio il facile affaticamento, il tono depresso dell’umore, l’anemia e la caduta dei capelli. Tuttavia questi sintomi sono comuni a molte altre patologie ed è quindi importante creare cultura e sensibilità su questa ghiandola per poter fare diagnosi precoci. Esiste anche una malattia della tiroide da eccesso di funzione, l’ipertiroidismo, che sprigiona il massimo dell’energia dal nostro organismo spingendo sull’acceleratore della funzione di tutti gli organi con un bilancio spesso negativo a discapito del peso e perdita di massa muscolare».

 

LE TERAPIE e LA PREVENZIONE

Grazie alle terapie oggi disponibili, che includono l’assunzione dell’ormone tiroideo sintetico per l’ipotiroidismo, di farmaci tireostatici nel caso dell’ipertiroidismo e della terapia chirurgica nel caso di noduli tiroidei o del cancro, al malato può essere garantita una buona qualità di vita.

 

Un ruolo importante è comunque svolto dalla prevenzione, che consiste principalmente nell’assunzione di iodio in quantità adeguate. Il fabbisogno giornaliero, come spiega Massimo Tonacchera, Segretario AIT, Associazione Italiana della Tiroide, «è di 150 microgrammi per gli adulti, 90 per i bambini fino a 6 anni, 120 per i bambini in età scolare e 250 per le donne in gravidanza e durante l’allattamento». L’Organizzazione Mondiale della Sanità raccomanda l’utilizzo di sale iodato e, se necessario, una quantità supplementare di iodio tramite l’assunzione di integratori, in special modo durante la gravidanza e l’allattamento. Una normale funzione tiroidea, importante in tutte le età della vita, è fondamentale in età pediatrica per assicurare un adeguato sviluppo psico-fisico dall’epoca prenatale fino all’adolescenza.

 

La Settimana Mondiale della Tiroide, che si svolgerà dal 21 al 27 maggio, organizzata con il patrocinio dell’Istituto Superiore di Sanità (ISS), è promossa da Associazione Italiana della Tiroide (AIT), Società Italiana di Endocrinologia (SIE), Associazione Medici Endocrinologi (AME), Società Italiana di Endocrinologia e Diabetologia Pediatrica (SIEDP), Associazione Italiana Medici Nucleari (AIMN), Società Italiana Unitaria di Endocrino Chirurgia (SIUEC), Società Italiana di Gerontologia e Geriatria (SIGG) insieme al Comitato delle Associazioni dei Pazienti Endocrini (CAPE) e il supporto della European Thyroid Association (ETA). L’iniziativa è sostenuta con un contributo incondizionato da Eisai, Esaote, IBSA Farmaceutici Italia, Merck Serono e Sanofi Genzyme.

 

In Italia saranno organizzate diverse iniziative di screening e incontri informativi sulle patologie tiroidee; per informazioni è possibile consultare il sito www.settimanamondialedellatiroide.it e la pagina Facebook dedicata «Settimana Mondiale della Tiroide».

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Stufo del tuo tatuaggio? Rimuoverlo si può, ma non è per niente facile, specie se è colorato

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Un tatuaggio è per sempre: chi decide di imprimere sulla propria pelle un disegno o un messaggio è cosciente che molto probabilmente l’incisione resterà lì a vita a meno di non decidere di rimuoverlo, non senza difficoltà.

 

È bene tenerlo presente soprattutto adesso, alle porte dell’estate, quando la voglia di avere un nuovo tatuaggio, o, al contrario di rimuoverlo dall nostra pelle, aumenta.

 

Perché un tatuaggio è pressoché indelebile nel tempo? Ce lo spiegano Alberto Renzoni e Antonia Pirrera dell’Istituto Superiore di Sanità. «Un tatuaggio sulla pelle comporta l’iniezione nel derma di particelle di inchiostro.

 

È stato dimostrato che la quantità iniziale di pigmento iniettato nella pelle umana, immediatamente dopo l’esecuzione di un tatuaggio, diminuisce. Dopo la loro deposizione intradermica, infatti, i pigmenti del tatuaggio possono essere parzialmente eliminati per via del sanguinamento, della fotodecomposizione, oppure essere trasportati, attraverso il derma, grazie al sistema dei vasi linfatici o sanguigni.

Dopo questo iniziale processo di riduzione della quantità di pigmento, le particelle che rimangono nel sito di iniezione sono fagocitate dai macrofagi. Queste cellule del sistema immunitario che presidiano il derma sono attratte dalla ferita che viene inflitta dall’ago durante il tatuaggio e fagocitano appunto il pigmento proprio come fanno normalmente quando si trovano di fronte a un agente patogeno o a un corpo estraneo. Fino a oggi abbiamo presupposto che la longevità di tali cellule fosse alla base di questo presunto processo biologico responsabile della persistenza dei diversi pigmenti e quindi dei tatuaggi, nel tempo».

 

Lo studio

Uno studio francese recente e molto complesso, però, ha quasi per caso scoperto, che il meccanismo che consente la persistenza dei tatuaggi nel tempo è un po’ diverso da quello fin’ora ipotizzato.

 

I ricercatori, in realtà, stavano cercando di capire come i macrofagi della cute interagiscono con le altre cellule del sistema immunitario dislocate sulla pelle e hanno scoperto, lavorando su un modello animale, che esistono macrofagi in grado di ingerire particelle pigmentate in caso di morte delle cellule che di solito immagazzinano i pigmenti stessi. Sono proprio i macrofagi a permetterne la lunga resistenza, perché ogni particella di pigmento è catturata dal macrofago, rilasciata al momento della sua morte e poi ri-fagocitata da un macrofago giovane.

 

«In pratica quando un macrofago muore, rilascia semplicemente le particelle di inchiostro che aveva immagazzinato, ma nessuno riesce ad eliminarle definitivamente e quindi le particelle di inchiostro risultano indistruttibili» chiariscono ancora gli esperti dell’ISS, commentando i risultati dello studio francese.

 

Quando i macrofagi carichi di pigmenti muoiono, i macrofagi vicini recuperano le particelle di pigmento rilasciate e assicurano in modo dinamico l’aspetto stabile e la persistenza a lungo termine dei tatuaggi, riferiscono gli autori dello studio. Ecco allora che intuitivamente e molto semplicisticamente, basterebbe inibire questi macrofagi per veder sparire o quanto meno attenuarsi il tatuaggio.

 

La rimozione non è così semplice

Naturalmente inibire questi particolari macrofagi, mettono in guardia i ricercatori francesi, potrebbe impedire la guarigione delle ferite, per esempio, ma in combinazione con il laser potrebbe facilitare la rimozione di un tatuaggio non più desiderato.

 

A oggi, infatti, stando alla letteratura scientifica, se non si è soggetti allergici, il modo più efficace per rimuovere un tatuaggio è affidarsi a un dermatologo specializzato nella rimozione con il laser, sottoponendosi a un numero di sedute di solito proporzionale alle dimensioni del tatuaggio, al suo colore e alla sua collocazione. In genere è più agevole rimuovere i tatuaggi piccoli, lineari e scuri perché il laser è più efficace su colori come il nero e il blu.

 

Risulta invece più difficoltoso anche se non impossibile, sbarazzarsi dei tatuaggi grandi e colorati perché servono apparecchiature con lunghezza d’onda specifica e un numero maggiore di sedute. Si possono eliminare tatuaggi in tutte le sedi anche se quelli collocati su spalle, dorso e petto si tolgono più facilmente rispetto a quelli in prossimità del polso e della caviglia, per ragioni esclusivamente anatomiche.

 

COME AVVENGONO LE SEDUTE PER LA RIMOZIONE

Le sedute per la rimozione del tatuaggio tramite laser durano mediamente 10-15 minuti, e si eseguono ogni 2 mesi. Al termine di ogni seduta, per qualche giorno la pelle può presentarsi arrossata, punteggiata di crosticine e vescicole: di solito, per attenuare e risolvere la sintomatologia si applica una crema antibiotica. Dopo la cancellazione del tatuaggio, tuttavia, se il tutto è stato eseguito correttamente la cute non riporta conseguenze di sorta.

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Il “cambio di stagione” mette alla prova la nostra salute: ansia, insonnia e stanchezza i sintomi

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i rimedi nella giusta alimentazione e nel riposo regolare

Difficoltà ad alzarsi al mattino, spossatezza, disturbi legati al sonno, ansia o malumore. Eccoli qui i famigerati sintomi della cosiddetta «sindrome» da cambio di stagione.

 

Malesseri molto diffusi, che colpiscono tutti (o quasi) gli italiani. Una recente indagine dell’Osservatorio Doxa-Aidepi su un campione nazionale rappresentativo della popolazione italiana di 1000 persone ha stabilito che all’86% delle persone (35 milioni tra i 18 e i 70 anni) capita di soffrire dal punto di vista fisico o psicologico, per l’arrivo della stagione più calda.

 

Il 32% dichiara di risentirne sempre o quasi e la categoria più colpita è quella delle donne fra i 35 e i 54 anni dove la percentuale di chi ne risente supera il 90%. Il 64% degli italiani tende ad avvertire un maggiore senso di stanchezza e spossatezza (52%).

 

Molto comuni anche i disturbi legati al sonno, tanto che il 38% degli intervistati ha problemi di insonnia. I più giovani (under 24) tendono a soffrire di più di irritabilità (40%) e malumore (37%) rispetto al resto degli italiani (accusano questi sintomi, rispettivamente il 30% e il 32% del campione). E se l’ansia è un sentimento che provano con maggior frequenza il 21% degli italiani in questo periodo, la percentuale sale al 25% per le donne, soprattutto nella fascia di età tra i 25 e i 34 anni (29%).

 

Viene dunque da chiedersi quale sia la soluzione per resistere e arrivare comunque in forma discreta alle vacanze estive.

 

Sono stati proprio i soggetti intervistati a fornire i possibili rimedi. Il 43% ha detto che trova sollievo nel trascorrere più tempo all’aria aperta o concedendosi momenti di relax. Per 1 su 3 è importante prestare attenzione all’alimentazione e, in particolare, alla prima colazione, tanto che il 35% tende a dedicare maggiore cura a questo pasto e il 94% ritiene che la colazione aiuti ad avere maggiore energia per il resto della giornata.

 

«I bruschi cambi di temperatura – commenta Michelangelo Giampietro, nutrizionista e medico dello sport, – rappresentano uno shock per il nostro organismo. Per recuperare è importante riposare e alimentarsi correttamente, prestando attenzione alla ripartizione dei pasti nel corso della giornata ed evitando periodi troppo lunghi di digiuno. In questi anni si è manifestato un cambiamento fondamentale negli stili di vita delle persone che possiamo identificare nel passaggio dall’attenzione alla salute, alla ricerca di una condizione di benessere generale».

 

E quando si parla di benessere, lo sguardo va immediatamente all’equilibrio nella alimentazione quotidiana. Dove è importante, in base alle indicazioni della maggior parte degli esperti nutrizionisti, consumare regolarmente frutta e verdura.

 

In Italia le porzioni quotidiane sono ancora al di sotto delle quantità ritenute ottimali: 5 adulti su 10 consumano non più di 2 porzioni al giorno. 4 su 10 consumano 3-4 porzioni e solo 1 su 10 consuma la quantità raccomandata.

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Capelli bianchi, tutta colpa di una proteina

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Capelli bianchi, tutta colpa di una proteina

Una ricerca del National Institute of Health svela perché infezioni e altri eventi stressanti possano essere collegati alla comparsa precoce di capelli bianchi. Tutta colpa, rivela lo studio americano, di una proteina malfunzionante

CON il passare degli anni è inevitabile veder spuntare i primi capelli bianchi. Alcune volte però non bisogna neanche aspettare: stress, malattie ed altri eventi traumatici possono causare la comparsa precoce di ciocche bianche nella chioma, o magari tra i peli della barba. Un fenomeno ben noto, ma per il quale manca ancora una spiegazione convincente. Un indizio arriva oggi da uno studio del National Institutes of Health e dell’Università dell’Alabama, che sulle pagine di Plos Biology rivela un collegamento finora sconosciuto tra il funzionamento del sistema immunitario e la comparsa dei capelli bianchi.

• STUDIARE LE STAMINALI
A guardar bene, la ricerca nasce per un motivo leggermente diverso: studiare i geni che influenzano il funzionamento delle cellule staminali. Per farlo, i ricercatori hanno scelto di concentrare l’attenzione sui melanociti, le cellule responsabili della pigmentazione dei capelli (e in parte di quello della pelle), perché forniscono un modello di studio perfetto. Per funzionare correttamente, infatti, i melanociti vengono sostituiti periodicamente grazie a una riserva di cellule staminali situate all’interno dei follicoli piliferi. Se le staminali non funzionano, quindi, i peli tenderanno a diventare bianchi, fornendo così un’indicazione inequivocabile che qualcosa non sta andando come dovrebbe.

• TUTTA COLPA DEL SISTEMA IMMUNITARIO
È così che ha preso il via il nuovo studio: i ricercatori hanno deciso di analizzare i meccanismi coinvolti nel malfunzionamento delle staminali del bulbo pilifero sfruttando dei topi predisposti a sviluppare una depigmentazione precoce della pelliccia. E quasi per caso, si sono trovati di fronte a un fenomeno inaspettato: una proteina chiamata Mitf (acronimo di melanogenesis associated transcription factor), il cui malfunzionamento – rivela oggi la ricerca – può predisporre ai sviluppo dei capelli bianchi. Le analisi genetiche hanno infatti evidenziato che la proteina Mitf, di cui è noto il coinvolgimento in moltissime funzioni cellulari dei melanociti, è fondamentale anche per regolare il comportamento di queste cellule nei periodi in cui il sistema immunitario viene attivato da virus, batteri o altri eventi stressanti. E quando la proteina non agisce come dovrebbe, melanociti e staminali reagiscono eccessivamente all’attivazione del sistema immunitario, smettendo di funzionare correttamente e determinando così la formazione dei capelli bianchi.

• CAPELLI MA NON SOLO
“La nostra scoperta suggerisce che i geni che controllano la pigmentazione dei capelli e della pelle svolgono anche un ruolo importante nel controllo del sistema immunitario innato”, spiega William Pavan, direttore del Genetic Disease Research Branch del National Institute of Health americano. “Si tratta di risultati che migliorano non solo la nostra comprensione dei fenomeni che determinano la comparsa dei capelli bianchi, ma potrebbero anche aiutarci a capire meglio alcune malattie come la vitiligine, in cui la depigmentazione della cute si accompagna ad un funzionamento alterato del sistema immunitario”.

Perché alcuni individui risultino più suscettibili di altri agli effetti di infezioni e stress, e sviluppino più facilmente chiazze bianche in risposta all’attivazione del sistema immunitario,non è ancora chiaro. È per questo – assicura Pavan – che con il suo team continueranno ad approfondire la questione. Alla ricerca di una spiegazione, e chi lo sa, magari di cura con cui prevenire o ritardare la formazione dei capelli bianchi anche nella nostra specie.

Fibromialgia, la malattia che debilita mente e corpo: perchè si scatena e come riconoscerla

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Il 12 maggio ogni anno è la giornata dedicata alla sensibilizzazione a livello mondiale, sulla fibromialgia, una malattia che tende a manifestarsi soprattutto nelle donne, per motivi non ancora del tutto chiari.

 

Per sensibilizzare alla malattia, le sezioni dell’Associazione Italiana Sindrome Fibromialgica hanno organizzato eventi in piazza, incontri e visite ai reparti ospedalieri. Il comitato dei Fibromialgici uniti, in tutta Italia ha organizzato diverse manifestazioni per far conoscere i vari aspetti della malattia, segnalando la loro presenza con tanti palloncini viola. La malattia, secondo le stime, affligge due milioni di persone solo in Italia e tende a insorgere nella fascia di età compresa fra i 20 e i 55 anni.

 

I sintomi principali che la caratterizzano sono dolore, descritto come paragonabile a crampi, morsi, scosse elettriche o trafittura di coltelli, e stanchezza presente già al risveglio al mattino. Altri sintomi caratteristici della malattia sono malessere generale con rigidità mattutina, cefalea, reflusso gastroesofageo, dolori addominali, colon irritabile, difficoltà nella concentrazione e nella memoria: è chiaro che una sintomatologia del genere è fortemente invalidante.

 

Una diagnosi difficile e cause non chiare

«La fibromialgia è talvolta difficile da diagnosticare perché non esistono esami di laboratorio che aiutino il medico a confermare il sospetto clinico- spiega il Prof. Andrea Doria, dell’Unità di Reumatologia dell’Università degli Studi di Padova che aggiunge- La malattia è ancora più difficile da diagnosticare quando si associa ad altre condizioni morbose caratterizzate da dolore come osteoartrosi, artrite reumatoide, spondiloartriti o lupus eritematoso sistemico».

 

Le cause scatenanti di questa malattia non sono del tutto chiare: tende a comparire in seguito a un evento traumatico o dopo un periodo di forte stress continuo, in una persona che ha una predisposizione genetica. Questo si traduce in una riduzione della concentrazione di melatonina e noradrenalina a livello del sistema nervoso centrale.

 

Melatonina e noradrenalina sono neurotrasmettitori che svolgono un ruolo importante nel controllare la soglia del dolore, la regolarità del sonno e il tono dell’umore. Le persone affette da fibromialgia hanno una riduzione di questi neurotrasmettitori il che spiegherebbe l’abbassamento della soglia del dolore, i disturbi del sonno e i problemi di umore.

 

Linee guida non condivise

Esistono delle linee guida su come trattare la malattia, ma non sono universalmente accettate e riconosciute.«La ragione di assenza di un consenso è che vi sono pochi studi randomizzati controllati e quindi mancano dati di “evidence based medicine”. La terapia si basa quindi sull’esperienza del medico. I pazienti devono essere consapevoli che la sola terapia farmacologica non risolve la situazione- spiega ancora il Prof. Doria che conclude- Per stare meglio è fondamentale l’attività fisica, in particolare la ginnastica posturale e gli esercizi di allungamento (stretching) muscolare. È inoltre importante che il paziente si senta compreso, poiché il dolore e il malessere che prova sono reali e fortemente invalidanti, ma non sempre presi effettivamente sul serio da personale medico e familiari».

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