Caviglie sottili alla Meghan Markle, la nuova tendenza per cui molte ricorrono al chirurgo estetico

Caviglie sottili alla Meghan Markle, la nuova tendenza per cui molte ricorrono al chirurgo estetico

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Caviglie sottili e sexy. È da sempre il pallino di quasi tutte le donne. Solo che ora, alla vista di quelle perfette di Meghan Markle, la bellissima fidanzata del principe Harry, molte si sono fatte coraggio e hanno deciso di affidarsi al chirurgo estetico per poter esibire gambe da sfilata come quella della futura principessa di Inghilterra. Il ritocchino alla caviglia è diventato, infatti, l’ultimo trend estetico per le donne over 30. La caviglia affusolata è salita adesso in cima alle richieste che arrivano ai chirurghi estetici. Il modello è proprio quello della Markle.

 

 

LE DONNE CHE VOGLIO “RIFARSI” LE CAVIGLIE HANNO PIÙ 30 ANNI D’ETÀ 

«Le caviglie sottili sono sempre state un’ambizione delle donne ma l’attenzione intorno a Meghan Markle l’ha accentuata, tanto che negli ultimi mesi c’è stata un’esplosione di richieste di chirurgia estetica», spiega Giulio Basoccu, chirurgo estetico, responsabile della divisione di Chirurgia plastica estetica e ricostruttiva presso l’Istituto Neurotraumatologico Italiano e docente all’Università di Tor Vergata. «La ricerca di un restringimento più snello tra piede e polpaccio si matura dopo i 30 anni. Le giovanissime guardano più a sedere e culotte», aggiunge.

 

LA CAVIGLIA DIVENTA MIGNON CON LA LIPOSUZIONE

Ma bisogna fare attenzione. Prima di intervenire chirurgicamente si devono fare delle indagini per verificare se l’inestetismo dipende della struttura ossea, da problemi circolatori o dall’accumulo localizzato di grasso: solo in quest’ultimo caso si può procedere con la liposuzione» afferma Basoccu.

 

«È un intervento più complicato e sofisticato della normale liposuzione, ma se eseguito da mani esperte e con perizia si possono ottenere eccellenti risultati. Si rimodella complessivamente – continua – la forma della caviglia, con una riduzione importante della circonferenza anche di alcuni centimetri».

 

Rispetto alla tecnica utilizzata per fianchi, addome e glutei, la liposcultura della caviglia richiede infatti alcuni accorgimenti: «Si utilizzano delle cannule molto sottili, spesso l’aspirazione si fa con delle siringhe e prevede tempi lunghi ed estrema precisione», spiega Basoccu. «L’intervento può durare – continua – da 1 a 3 ore e anche il decorso post operatorio è più lungo, perché le caviglie tendono a sgonfiarsi con molta lentezza. La paziente torna a camminare in un’ora ma per vedere i risultati ci possono volere mesi. Per questo se si ambisce a un rimodellamento per la primavera è consigliabile iniziare adesso».

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Vi sentite stressati e inadeguati? Ecco la soluzione: “Lasciatevi in pace”

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Dalla Francia la lezione del filosofo ed esperto in Mindfulness Fabrice Midal: “Smettete di torturarvi, la vita non è una equazione matematica»

Cosa non faremmo per vivere tranquilli e sereni? In armonia: col mondo, con gli altri e pure con noi stessi. Galleggiamo in un’esistenza che ci vuole sempre sani, attivi, svegli, efficienti; «performanti», come si usa dire oggi con un termine orrendo. Pronti a scattare, a produrre, ad adattare il nostro fisico e la nostra mente alle novità e agli imprevisti di ogni giorno sul lavoro, ma anche a casa, in famiglia, con le persone che frequentiamo. Sentiamo di dovere essere indiscriminatamente accettabili e adeguati alle più svariate situazioni, in automatica sintonia con qualsiasi contesto ci si presenti.

 

Un bel vortice di sollecitazioni, non c’è che dire. Ognuno regge come può, perché andare avanti si deve. Ma il minimo che possa accadere è che spesso – e non volentieri – si venga travolti da una sorta di ansia da prestazione, la stessa che in ambito sessuale è foriera di fallimenti e che, applicata alla sfera sociale, ci condiziona pesantemente, offuscando e paralizzando le nostre reali potenzialità.

 

Ma allora a che cosa appellarsi per trovare un equilibrio che allevi il nostro malessere profondo, fornendoci la possibilità di tirare fuori il meglio di cui siamo capaci?

Un suggerimento a dir poco geniale, ci arriva dalla Francia, elaborato da Fabrice Midal, uno dei più grandi esperti europei di meditazione. Ed è tutto racchiuso nel titolo originale del suo ultimo libro. Siete pronti a registrarlo nel vostro cervello come una formula magica? Eccolo: «Lasciatevi in pace». Una soluzione facile e a portata di mano, sintetizzata in questa breve esortazione, un imperativo fatto di tre parole, semplice e chiarissimo.

 

«Foutez-vous la paix», pubblicato da Flammarion, è uscito l’anno scorso e nel paese di nascita ha raccolto ottime critiche. Nella versione italiana, la New Compton Editori, ha scelto per il lancio in copertina un assunto meno aulico e più confidenziale, concedendosi una innocua parolaccia che spiegasse al lettore che la maggior parte delle convinzioni nelle quali si è auto-imprigionato «Sono tutte stronzate» (sottotitolo «il metodo francese per superare i sensi di colpa: non serve essere perfetti») .

 

In Francia, il magazine Elle, ha definito il concetto sviluppato nel manuale «il consiglio più rivoluzionario del 2017». Ed è vero, perché ciò che Midal predica, non è di sforzarsi ad agire in un certo modo, ma, al contrario, di cessare di dare il tormento a se stessi su come sarebbe meglio comportarsi. Ogni capitolo del libro è fedele alla legge del mollare gli ormeggi e come un mantra, tutte e 15 le sezioni invitano a «smettere» di fare o essere qualcosa. «Smettete di essere calmi», «Smettete di essere saggi», «Smettete di paragonarvi agli altri», «Smettete di frenarvi» e via di seguito.

 

«Ci martirizziamo dal mattino alla sera – spiega l’autore – Non siamo mai soddisfatti di chi siamo e di che cosa facciamo e così aumentiamo la pressione sul nostro io. Dobbiamo piantarla. E questo non significa che diventeremo all’improvviso ottimi genitori, splendidi colleghi e fantastici amanti. Ma di certo ci accorgeremo delle risorse che possediamo e la smetteremo di massacrarci tentando di essere qualcun altro».

 

Fabrice Midal, parigino, classe 1967, è filosofo e fondatore dell’«École occidentale de meditation». Sul metodo anti-stress che costituisce il fulcro di questa sua ultima pubblicazione, tiene seminari in varie parti del mondo ma «soltanto nei Paesi di lingua francofona», come è costretto a precisare quando gli chiediamo se avremo prima o poi l’opportunità di partecipare a una sua lezione qui in Italia.

 

Gli incontri che organizza in patria sono affollatissimi. Midal, vestito con abiti dai colori caldi e allegri, se ne sta seduto in poltrona su un palco e di quando in quando interrompe il suo soliloquio per bere un sorso d’acqua. Sembra tutto molto naturale, si ha la sensazione che stia parlando a braccio. In realtà non è stato semplice neppure per lui arrivare a questo livello di consapevolezza. «Avevo paura di scoprire il mistero della vita e di indagare a fondo la mia interiorità – ci confida – E’ stato un lungo percorso che infine mi ha portato a conoscere il vero me stesso e oggi eccomi qui a provare ad aiutare gli altri».

 

Nel libro racconta del suo primo approccio alla meditazione, iniziato 25 anni fa quando era uno studente universitario e faceva fatica a procedere negli esami. L’incontro con il biologo e filosofo cileno Francisco Varela (scomparso poi nel 2001) gli apre un mondo. Partecipa ai suoi raduni e scopre una via. «Per la prima volta non avevo niente in cui dovevo riuscire – spiega – mi bastava essere nella situazione e tornare ad avvertire la mia presenza corporea e il mio respiro… Alla fine mi sono sentito a casa».

 

Decide così di diventare egli stesso un insegnante di mindfulness, sebbene molti provassero a scoraggiarlo pronosticandogli un sonoro fallimento per via della sua impostazione. «Cosa potevo comunicare dal momento che iniziavo i miei incontri spiegando che la meditazione non rende più produttivi, né più efficienti, che non fa mettere giudizio e che, fondamentalmente, nel senso comune, non serve a niente?».

 

E invece la strada si rivela quella giusta. Studia e condivide il pensiero di grandi filosofi come Wittegenstein al quale si ispira nella ricerca di una libertà dello spirito: «Nei suoi diari – ricorda Midal – egli esprime riprovazione verso la saggezza…verso l’ipocrisia accademica, verso la freddezza dei dibattiti intellettuali. Estranei al fermento e al calore della realtà… Racconta dei suoi incontri con la gente comune, coloro che effettivamente vivono la benevolenza, l’amore, la preoccupazione di un discorso giusto».

 

Fa propri questi elementi l’autore francese e prova ad andare oltre: «Io oppongo alla saggezza spaventosa come la intendiamo noi, l’entusiasmo che solo, con l’ardore che contiene, guarisce e cambia il mondo. Ci permette di lasciare la nostra zona di comfort, di uscire da noi stessi per andare verso qualcosa di più grande».

Saggezza intesa come zavorra, dunque. Qualcosa che ci allontana da quella benefica e salvifica «leggerezza» alla quale il nostro Italo Calvino aveva dedicato una delle sue pregiate Lezioni Americane.

 

In un capitolo di «Sono tutte stronzate», Fabrice Midal ci invita a diffidare della nostra volontà di capire tutto. Sbagliamo quando assilliamo noi stessi con le domande sui massimi sistemi: «Devo cambiare lavoro, o azienda, o stile di vita perché queste cose hanno avuto un effetto nocivo sulla mia esistenza?…Valutiamo all’infinito i pro e i contro, lasciamo passare mesi, anni, per poi riprendere i nostri calcoli e sentirci invadere dal terrore perché la colonna dei “contro” non è mai vuota. E alla fine restiamo dove siamo, a piangerci addosso e rimpiangere “Ah, se solo avessi…”».

Tormenti inutili e dannosi, bisogna che impariamo a «lasciarci in pace».

 

Nella vita privata dell’autore di «Foutez-vous la paix» c’è un passaggio delicatissimo che non racconteremo qui per rispetto a certe pagine di storia costellate di tragiche vicende umane. Nel libro, quel momento, viene descritto proprio per far comprendere quanto inefficace possa essere l’ostinazione a cercare di capire e razionalizzare ogni cosa. «Ho mollato la corda logora alla quale mi ero aggrappato e ho saltato – spiega Midal -, credendo di lanciarmi nel vuoto, quando in realtà avanzavo finalmente verso la vita….Ho accettato l’incertezza…Ho smesso di cercare di capire il perché e sono entrato in relazione con quel dolore…. La nostra esistenza non è un’equazione matematica e non accanirsi a capire tutto è l’unico modo per essere davvero fedeli al senso dell’esistenza umana».

 

Anche la banale quotidianità, non manca di spunti che ci possono far pensare all’utilità del paradigma ideato dallo scrittore. Pensiamo a quante volte ci è capitato di darci degli imbecilli da soli. Lo studioso parigino fa l’esempio di una signora che aveva incrociato in metropolitana: senza rendersene conto, quella donna si era messa a pensare ad alta voce ed egli l’aveva udita borbottare: «Che stupida che sono! Sono proprio una stupida». Presa dalle sue mille preoccupazioni, si era scordata di scendere alla fermata che le interessava e ora martirizzava se stessa per aver commesso quell’errore. «Siamo il nostro giudice peggiore – argomenta l’autore nel capitolo “Smettete di torturarvi” – Una vocetta dentro di noi commenta ogni nostra azione, ogni nostro pensiero, con una severità che saremmo incapaci di usare verso chiunque altro. Con una parzialità, un accanimento che non appartengono più all’ambito della critica, ma della vessazione».

 

Spesso è così e quel che saremmo in grado di dire amorevolmente all’amico o al conoscente, a noi stessi lo precludiamo e manchiamo di assolverci. «Siamo estremamente maldestri con noi stessi – spiega Midal – … talmente impegnati a rimproverarci e a mortificarci….a dirci che non valiamo niente…che alla fine non concentriamo le nostre energie sulla situazione presente così com’è».

 

Insomma, proviamo a fare come ci suggerisce questo libro. Lasciamoci un po’ in pace. Altrimenti c’è il rischio di finire come quel tizio descritto proprio da Wittgenstein. Quello che, trovatosi rinchiuso in una stanza, cerca di uscirne in tutti i modi più complicati. Prima si arrampica verso la finestra che però sta troppo in alto; poi cerca di passare per il camino che ahimè è troppo stretto. Tutta fatica sprecata. Gli sarebbe bastato voltarsi per accorgersi che la porta era rimasta aperta tutto il tempo.

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Dolore neuropatico: cos’è e quali sono le più moderne strategie per affrontarlo

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Quando si parla di dolore neuropatico si intende una sensazione dolorosa che origina da un danno o alterazione del tessuto nervoso sia periferico sia centrale.

L’ipereccitabilità nervosa è una delle principali caratteristiche del dolore neuropatico che si manifesta spesso come un dolore provocato da stimoli meccanici o termici normalmente innocui.

 

«Altra importante caratteristica del dolore neuropatico è che può manifestarsi a seguito di numerose patologie come ad esempio, nella complicanza del diabete e cioè la neuropatia diabetica, oppure la nevralgia post erpetica che può colpire chi si ammala di fuoco di Sant’Antonio (ovvero vede riaccendersi l’infezione da Herpes Zoster) – chiarisce il professor Pierangelo Geppetti, Ordinario di Farmacologia Clinica dell’Università di Firenze e Direttore del Centro Cefalee dell’Ospedale Universitario di Careggi che puntualizza anche- Il dolore neuropatico può presentarsi anche come conseguenza dello sviluppo di un tumore o di una chemioterapia, di un ictus, della sclerosi multipla, di un’infezione da HIV o comparire come conseguenza dell’amputazione di un arto. L’origine poco chiara e i meccanismi solo parzialmente conosciuti rappresentano i maggiori ostacoli alla terapia di questo tipo di dolore».

 

Un problema diffuso

Secondo le stime attualmente disponibili il dolore neuropatico affligge il 7-8% degli adulti nel mondo: la condizione tende a essere più probabile negli anziani e nel sesso femminile. La problematica è molto sentita fra i diabetici e purtroppo, visto che la diffusione di tale malattia è sempre maggiore, si prevede un aumento dei casi associati allo sviluppo di neuropatia diabetica.

 

Fare diagnosi di dolore neuropatico non è né facile né scontato e anche quando si arriva a diagnosi certa, non conoscendo bene i motivi per cui il dolore si instaura, non è facile identificare una terapia efficace e ben tollerata.

 

Generalmente un primo approccio è quello di curare la patologia che ha portato a sviluppare il dolore neuropatico e poi di agire su quest’ultimo, ma non con l’utilizzo di antinfiammatori poiché questo tipo di dolore non riconosce una componente infiammatoria, bensì con anticonvulsivanti e antidepressivi, che risultano efficaci indipendentemente dalla loro azione sull’umore o sull’epilessia. Risultano essere di una certa utilità anche i trattamenti fisioterapici e di sostegno psicologico.

 

Un nuovo approccio al dolore neuropatico

Per un più efficace e sicuro trattamento del dolore neuropatico è quindi necessario capirne i meccanismi anche molecolari. Uno studio recentemente pubblicato sulla rivista Nature Communications e condotto presso l’università di Firenze, ha identificato il ruolo di un recettore, chiamato TRPA1 (quello che permette di percepire e a tavola anche apprezzare la sensazione pungente della mostarda e del wasabi, per esempio) e normalmente coinvolto nella trasmissione di sensazioni dolorose che dal singolo nervo arrivano al sistema nervoso centrale.

 

A tale proposito il professor Geppetti, autore dello studio in questione chiarisce:

«Quando un nervo periferico è lesionato viene invaso da macrofagi , ovvero cellule specializzate del sistema immunitario, che dovrebbero ripararlo, ma che, producendo stress ossidativo, sono anche la causa del dolore neuropatico che cronicamente affligge i pazienti. Il nostro studio ha chiarito come fa lo stress ossidativo a produrre dolore neuropatico, identificando la presenza del TRPA1 nelle cellule di Schwann ovvero in quelle particolari cellule che rivestono e proteggono i nervi periferici- il professor Geppetti inoltre puntualizza- In queste cellule il TRPA1, attivato dallo stress ossidativo prodotto dai macrofagi, funziona come un amplificatore che aumentando questo stesso segnale fa si che esso raggiunga il nervo avvolto dalla medesima cellula di Schwann.

Il nostro obiettivo, a questo punto, è quello di scoprire farmaci che bloccando tale meccanismo, in ultima analisi la sovraeccitazione del recettore TRPA1, potranno ridurre o abolire in maniera sicura e efficace il dolore neuropatico».

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Serviamo pazienti del Pinerolese, Saluzzese e Torinese

Benvenuto al Dr Nicola Cruciano Urologo – Andrologo

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Dr Nicola Cruciano

Medico chirugo specialista in Urologia ed Andrologia

in servizio presso il reparto di Urologia dell’Ospedale Maria Vittoria di Torino

Visita tutti i venerdì pomeriggio

Prestazioni:

Eco doppler Penieno

Ecografia scortale

Ecografia peniena

Visita urologica

Visita andrologica

Visita andrologica di coppia

Diagnostica andrologica

Farmacoterapia itracavernosa

 

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Benvenuto alla equipe Medico Universitaria dell’istituto Irccs di Candiolo

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Siamo lieti di annunciare la nostra collaborazione con l’Istituto Irccs di Candiolo

A partire dal mese di marzo ogni martedì pomeriggio sarà possibile prenotare un consulenza con uno dei membri della equipe medico universitaria dell’irccs di  Candiolo:

Oncologia:

Dr Antonio Capaldi Referente Medico dell’Irccs di Candiolo

Dr Pietro Gabriele Già primario dell’Irccs di Candiolo

Radioterapia Oncologica:

Prof. Dr Pietro Gabriele Già primario dell’Irccs di Candiolo

Chirurgia Oncologica

Dr

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Dimmi come abbracci e ti dirò quanto sei emozionato

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Studio tedesco con l’osservazione di 2500 azioni. Verso sinistra indica che si è in uno stato emotivo più forte

Può servire a dimostrare amore, gioia o dare conforto in situazioni difficili: l’abbraccio è parte delle interazioni sociali umane sin dalla nascita, ma ci sono differenze che riguardano il modo in cui questo gesto viene compiuto.

 

In generale preferiamo abbracciare da destra, ma se lo facciamo da sinistra la situazione è per noi più coinvolgente dal punto di vista emotivo, sia in termini negativi che positivi. Emerge da una ricerca della Ruhr-Universität Bochum, pubblicata su Psychological Research, che ha analizzato circa 2500 abbracci.

 

In un aeroporto tedesco ne sono stati valutati circa 1000 sia nell’area delle partenze che in quella degli arrivi, dove si stima che si possano provare emozioni diverse, come tristezza perché una persona cara si allontana, o felicità perché ritorna. Per studiare gli abbracci neutrali, invece, su YouTube sono state analizzate clip di attori che abbracciavano estranei, più di 500.

 

Con un test si è chiesto inoltre a 120 persone di abbracciare un manichino. L’analisi ha mostrato che gli abbracci da sinistra si verificano più frequentemente in situazioni positive e negative.

 

«Ciò è dovuto all’influenza dell’emisfero destro del cervello, che controlla il lato sinistro del corpo ed elabora sia le emozioni positive che negative», spiega Julian Packheiser, l’autore principale dello studio. L’abbraccio tra due uomini è un’eccezione, con una forte tendenza a utilizzare il lato sinistro, anche in situazioni neutrali.

 

«La nostra interpretazione è che molti uomini considerano gli abbracci tra loro come qualcosa di negativo, quindi tendono a percepirli come negativi anche in una situazione neutrale» conclude Sebastian Ocklenburg, altro autore dello studio.

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Chirurgia bariatrica: per chi è consigliabile e quali sono i benefici

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Pubblicato il 01/02/2018
FABIO DI TODARO

Più magri e più forti: al punto da poter vivere almeno dieci anni in più a quella che sarebbe stata la loro prospettiva di vita, senza entrare in sala operatoria. I benefici della chirurgia bariatrica per i grandi obesi sono ormai consolidati da decine di pubblicazioni. Ma se in molti casi ci si è concentrati sulla valutazione dell’incidenza di nuove malattie correlate all’obesità, nell’ultimo studio pubblicato sul «Journal of the American Medical Association» il beneficio è stato misurato a lungo termine (fino a dieci anni dopo) e rispetto al fine ultimo dell’intervento: l’aumento della sopravvivenza. «A parità di peso di partenza, tra le persone che non si operano abbiamo registrato tassi di morte doppi rispetto a chi invece aveva avuto l’opportunità di perdere peso ricorrendo al bisturi», afferma Philip Greenland, docente di medicina preventiva alla Northwestern University e coautore della pubblicazione.

I vantaggi della chirurgia bariatrica

Lo studio ha posto a confronto 8385 persone sottoposte a una procedura di chirurgia bariatrica – bendaggio gastrico, bypass, gastrectomia verticale – con 25155 obesi non operati. La loro età media era di 46 anni e l’indice di massa corporea – ovvero la grandezza che rapporta il peso corporeo all’altezza – pari a 40: considerato il valore minimo per procedere alla chirurgia bariatrica anche dalla Società Italiana di Chirurgia dell’Obesità (Sicob).

 

L’osservazione per due lustri ha permesso di andare oltre quelli che erano i benefici finora dimostrati: ovvero un miglior controllo dell’ipertensione e del diabete di tipo 2, a loro volta già fattori di rischio per l’insorgenza di malattie cardiovascolari e tumori.

 

Nell’arco di dieci anni è stato infatti possibile valutare anche l’impatto della chirurgia bariatrica, accompagnata da un intervento dietetico e da un supporto psicologico adeguato, su altri aspetti: come l’assorbimento di nutrienti e la comparsa di forme di anemia dovuta alla carenza di ferro. I pazienti operati non sono risultati più esposti a queste conseguenze, rispetto a coloro che non avevano avuto modo di veder ridurre il proprio peso corporeo ricorrendo al bisturi.

 

La storia della chirurgia bariatrica

Le potenzialità della chirurgia bariatrica oggi sono osservate con interesse anche negli adolescenti, per far fronte all’obesità infantile. Ma quando nacque, a metà degli anni ’70, la possibilità di trattare chirurgicamente l’eccesso creò scompiglio anche nella comunità scientifica. L’efficacia del trattamento a lungo termine fu il grimaldello con cui gli specialisti che avevano appreso le prime metodiche negli Stati Uniti fecero breccia in Italia. Oggi in Italia ci sono sei milioni di obesi e almeno uno di essi, secondo gli esperti, richiederebbe un approccio chirurgico. Il paziente da sottoporre a un intervento deve rispettare alcuni requisiti: possedere un indice di massa corporea uguale o superiore a 40 (anche inferiore, se associato ad altre malattie), poi dimostrare di non avere tratto benefici da approcci dietetici, avere un basso rischio operatorio e un’alta componente motivazionale.

 

Le diverse opportunità

Le metodiche di intervento, effettuate quasi sempre in laparoscopia, sono quattro, se si esclude il pallone intragastrico: di silicone e forma sferica, è inserito per via endoscopica nello stomaco con lo scopo di preparare l’obeso al successivo intervento chirurgico. Permanenti sono gli altri approcci restrittivi: il bypass gastrico (si crea una tasca che permette al bolo di saltare parte dello stomaco e il primo tratto dell’intestino tenue) è il più usato al mondo e dimostra una percentuale più alta di riduzione del peso in eccesso dopo cinque anni (62%). Anche l’impiego della gastroplastica verticale, con una riduzione di due terzi della superficie dello stomaco, è in crescita costante. Pur essendo più adatta per quei pazienti contrari alla dieta, più invasiva è la diversione biliopancreatica: una volta asportati una parte dello stomaco e l’intera colecisti, viene creato un secondo canale che ritarda l’incontro tra gli alimenti e le secrezioni digestive.

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Non riuscite ad addormentarvi? Scrivete una lista di cose da fare

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Stilare appena prima di andare a letto una “to do list” per il giorno dopo migliorerebbe la qualità e la quantità del sonno: uno studio della Baylor University pubblicato su Journal of Experimetal Psicology

CI SONO  probabilmente due scuole di pensiero: una, secondo la quale riflettere la sera sulle cose da fare il giorno dopo aumenta l’ansia e di conseguenza ritarda il sonno.  L’altra, al contrario, per cui elencare, anzi di più, scrivere prima di andare a dormire quello che va fatto una volta svegli, concilia il sonno. Stando ai risultati di un esperimento  condotto da neuroscienziati della Baylor University, in Texas, e pubblicato sul Journal of Experimetal Psicology , delle due è vera la seconda: stilare una to-do-listappena prima di andare a letto anticiperebbe il sonno di 9 minuti, farebbe dormire 7 minuti di più e ridurrebbe i risvegli notturni.

. LA CULTURA 24/7
Viviamo in una cultura 24/7 che ci vuole operativi 24 ore giorno per 7 giorni a settimana. Gli elenchi di cose da fare sembrano in costante crescita e ci preoccupano gli impegni che non siamo riusciti a portare a termine prima di addormentarci”, spiega Michael K. Scullin, direttore del  Baylor’s Sleep Neuroscience and Cognition Laboratory e primo autore della ricerca. “La maggior parte delle persone – ha aggiunto – prima di andare a dormireripassa le cose da fare mentalmente. Noi  abbiamo voluto capire se l’atto di scriverle può contrastare la difficoltà di prendere sonno”.

. 5 MINUTI PER SCRIVERE
Gli autori della ricerca hanno reclutato 57 studenti dai 18 ai 30 anni e li hanno tenuti una notte della settimana lavorativa in laboratorio, in condizioni controllate: i giovani potevano andare a dormire alle 22,30, una volta a letto non avrebbero utilizzato device tecnologici, non avrebbero studiato, e avrebbero spento la luce. Prima di farlo però ad alcuni era stato chiesto di prendersi 5 minuti di tempo per scrivere un elenco di quello che dovevano ricordarsi di fare il giorno dopo o nei giorni successivi, una to-do-list, appunto, ad altri di buttare giù la nota delle cose che avevano invece già fatto. Di tutti i partecipanti è stata valutata qualità e quantità del sonno utilizzando la polisonnografia, cioè è un esame non invasivo che monitora contemporaneamente una serie di parametri: elettrocardiogramma, frequenza del battito cardiaco, rumore respiratorio…

. SI DORME PRIMA E DI PIÙ
Il risultato? I giovani del gruppo to-do-list si sono addormentati in media dopo 16 minuti, rispetto ai 25 minuti che sono stato necessari agli altri: cioè 9 minuti prima. Hanno anche dormito per 8 ore e 19 minuti, rispetto alle  8 ore 12 minuti degli altri: ovvero sette minuti di più. Non solo, più la lista delle cose da fare era articolata e specifica, più velocemente (15 minuti prima esattamente) si cadeva nelle braccia di Morfeo. “Abbiamo reclutato giovani adulti sani e quindi – ha tenuto a chiarire Scullin  –  sebbene sia stato già suggerito che alcune attività di scrittura possano portare benefici a chi soffre di insonnia, non sappiamo se le nostre scoperte si possano estendere anche a questi pazienti”. Ulteriori studi, condotti su campioni più estesi e meno omogenei potranno in futuro confermarlo.

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“Cupido”, così i nanofarmaci inalati arrivano al cuore

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La ricerca, condotta in vivo e coordinata dal Cnr, ha portato ad una molecola biocompatibile che traghetta i farmaci direttamente alle cellule cardiache

Nanovettori inalabili, biocompatibili e biodegradabili, capaci di arrivare velocemente al cuore e di rilasciarvi il loro carico di nanofarmaci efficaci per il trattamento di disturbi cardiovascolari. Questo nuovo approccio terapeutico non invasivo è stato studiato dai ricercatori dell’Istituto di ricerca genetica e biomedica (Irgb) del Consiglio nazionale delle ricerche di Milano in collaborazione con l’istituto clinico Humanitas. La ricerca, pubblicata sulla rivista Science Translational Medicine, è stata condotta su topi, ratti e maiali nell’ambito di «Cupido», progetto europeo di cui il Cnr è coordinatore, che ha lo scopo di individuare nuove soluzioni terapeutiche basate sulle nanotecnologie in ambito cardiovascolare. I risultati sono stati positivi: i nanofarmaci (particelle di diametro inferiore ai 50 nanometri) inalabili, raggiunte le cellule cardiache e da esse inglobate, hanno migliorato situazioni di scompenso cardiaco e di insufficienza del miocardio degli animali.

 

«Nel tessuto cardiaco dei maiali sani – si legge nello studio –sono state rilevate particelle inalate; ciò suggerisce che questo metodo minimamente invasivo di consegna cardiaca mirata potrebbe potenzialmente tradursi in un’applicazione sull’essere umano». Secondo gli autori, sono necessari ulteriori studi per valutare la sicurezza a lungo termine delle nanoparticelle e per determinare in che modo i nanofarmaci attraversano la barriera polmonare, ma la terapia inalatoria potrebbe ridurre le dosi necessarie per trattare l’insufficienza cardiaca. La maggior parte dei farmaci per insufficienza cardiaca viene somministrata per via orale (che può portare ad un assorbimento inaffidabile) o per iniezione endovenosa (che può causare disagio al paziente): il trattamento inalabile per l’insufficienza cardiaca potrebbe aiutare a superare i molti limiti delle terapie iniettabili o somministrate per via orale.

 

«Il merito è di un’innovativa molecola da noi brevettata – composta prevalentemente da fosfato di calcio, quindi altamente biocompatibile e biodegradabile- che riesce ad essere facilmente assimilata dalle cellule cardiache e, quindi, a trasportare il farmaco», spiega in un comunicato stampa Daniele Catalucci (Irgb-Cnr), coordinatore del progetto. «L’idea è quella di riprodurre i meccanismi tramite i quali alcune particelle inquinanti, come le polveri sottili derivanti dall’inquinamento automobilistico o da processi di combustione, una volta respirate riescono a oltrepassare la barriera polmonare e ad arrivare al cuore attraverso il sistema circolatorio cardiopolmonare.

 

Abbiamo, cioè, sviluppato una «navetta terapeutica» biocompatibile capace di viaggiare all’interno del corpo umano esattamente come fanno queste particelle tossiche, e di arrivare al cuore semplicemente per inalazione: qui il farmaco viene rilasciato senza necessità di iniezioni o altre metodologie invasive per il paziente».

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Nuovo test cerca 8 tumori nel sangue

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DAL SANGUE sarà  possibile diagnosticare precocemente le otto più comuni forme di tumore, sulla base di una nuovo test che combina l’analisi del Dna e delle proteine tumorali e ha un’affidabilità che varia dal 69 al 98% dei casi a seconda del tipo di cancro. Lo descrivono sulla rivista Science i ricercatori della Johns Hopkins University di Baltimora.

Il metodo, testato su mille persone già malate, è stato chiamato CancerSEEK. Il gruppo guidato da Joshua Cohen è riuscito a valutare le mutazioni di 16 geni tumorali, insieme ai livelli di 10 proteine circolanti nel sangue, per il cancro del seno, fegato, ovaie, polmone, stomaco, pancreas, esofago e colon retto. Lo hanno provato su malati a cui erano stati diagnosticati tumori di diversa gravità, e su 850 volontari sani. “Hanno cercato il Dna del tumore circolante nel sangue insieme ai livelli di alcune proteine, che possono essere indicative dello sviluppo del cancro”, rileva Fabrizio d’Adda di Fagagna, ricercatore dell’Istituto Firc di Oncologia Molecolare (Ifom) di Milano.

“Si tratta dunque di un test più completo e nuovo che potrà permettere una maggiore personalizzazione della terapia, adatta ai malati che hanno determinate caratteristiche genetiche”, continua. A rendere ancora più affidabile l’esame è la probabilità bassissima che possa dare falsi positivi: nello studio sono stati solo 7 su più di 1000. In alcuni casi il test è riuscito a dare informazioni anche sull’origine del tessuto malato, cosa risultata sempre difficile in passato. Nello studio la diagnosi è stata fatta a persone con un tumore senza metastasi, sulla base dei sintomi. Il prossimo obiettivo saràdiagnosticare il cancro prima che compaiano i sintomi. Secondo i ricercatori il costo di questo esame del sangue per 8 tumori potrebbe essere di circa 400 euro, più o meno quanto costano i singoli test di screening per un solo cancro, come ad esempio la colonscopia.

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