Dipendenza da videogame, per l’Oms è un disturbo mentale

Dipendenza da videogame, per l’Oms è un disturbo mentale

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E’ stata inserita nell’undicesima edizione della classificazione internazionale delle malattie, riconoscendola formalmente come una patologia

LA DIPENDENZA da videogiochi è una patologia: così l’Organizzazione mondiale della sanità (Oms) inserisce questo disturbo nella bozza dell’undicesima edizione della classificazione internazionale delle malattie (Icd-11), nella speranza che il riconoscimento di questo tipo di dipendenza possa favorire il ricorso a opportune terapie. Perché giocare ai videogames può creare una dipendenza e un comportamento talmente compulsivo che può arrivare persino a distogliere la persona che ne soffre dalle altre attività della vita quotidiana: “Ho pazienti che soffrono di una dipendenza da Candy Crush Saga, che sono sostanzialmente simili alle persone che arrivano con un disturbo della cocaina”, spiega al New York TimesPetros Levounis, presidente del dipartimento di psichiatria della Rutgers New Jersey Medical School (Usa), che aggiunge: “Le loro vite sono rovinate, i loro rapporti sociali ne risentono, la loro condizione fisica peggiora”. Quello dei videogame è un settore in crescita a livello mondiale, il cui fatturato annuale per l’Entertainment Software Association aumenterà del 31% entro tre anni.

 

Il sistema di classificazione delle patologie, che ad oggi conta 55mila malattie e cause di morte, “ci consente di capire in modo migliore che cosa conduca le persone alla malattia o alla morte, così da agire in tempo per prevenire la sofferenza e salvare vite umane”, dice Tedros Adhanom Ghebreyesus, il direttore generale dell’Oms. Inoltre, per la prima volta, l’Icd è completamente elettronico, un modo per rendere il sistema di classificazione più accessibile a medici e altri operatori sanitari di tutto il mondo. La nuova edizione verrà presentata agli stati membri dell’Oms in occasione dell’Assemblea mondiale della sanità, in programma a maggio del prossimo anno, mentre per la sua adozione, dice in una nota l’Oms, bisognerà aspettare gennaio 2022.

Diverse, inoltre, le modifiche fatte rispetto alla versione precedente, come ad esempio quelle relative alla salute sessuale: mentre nelle edizioni precedenti le disfunzioni sessuali erano state classificate nell’ambito della salute mentale, nell’ultima edizione queste si trovano nella sezione “salute sessuale”. E c’è anche un nuovo capitolo sulla medicina tradizionale.

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In estate siamo più stressati che in inverno: ecco perché il nostro bioritmo va in tilt

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Siamo più stressati d’inverno o d’estate? Secondo uno studio polacco lo siamo soprattutto d’estate, per ragioni però che gli stessi studiosi non sanno spiegare, ma che li ha indotti a consigliare la necessità di fermarsi e prendersi un periodo di riposo in maniera inderogabile, d’estate.

 

Lo studio

Gli autori dello studio sono giunti a queste conclusioni dopo aver reclutato un gruppo di giovani donne, studentesse di medicina. Per due giorni consecutivi, durante l’estate, hanno dovuto fornire campioni di saliva ogni due ore; l’esperimento, poi, è stato condotto nei mesi invernali sulle stesse ragazze.

Le studentesse, inoltre, si sono impegnate a compilare questionari riguardanti la loro dieta, l’attività fisica e lo sport praticato.

Dall’analisi dei dati è emerso che i livelli di cortisolo, il cosiddetto ormone dello stress era più alto in estate che in inverno. Un risultato forse inatteso come ci aiuta a riflettere Federica Galli specialista in Psicologia Clinica e Ricercatrice presso l’Università di Milano: «La letteratura scientifica è ricca di studi che evidenziano che gli stati depressivi beneficiano di una maggiore irradiazione solare e quindi di come la sintomatologia tenda a migliorare d’estate. D’altra parte però, non è possibile affermare che la possibilità di godere molto a lungo della luce solare aumenti la percezione della sensazione di benessere in tutti gli individui. Detto in parole povere le persone con una situazione base di equilibrio psicologico possono risentire di variazioni stagionali, con particolare riferimento al periodo estivo accusando un forte stress, come indicato dallo studio polacco e non solo perché stanchi di mesi e mesi di lavoro o di studio intenso».

La routine è sempre rassicurante

L’estate non è soltanto sole, mare, ombrellone, giochi sulla spiaggia, viaggi all’estero, escursioni e letture rilassanti: lo è forse nell’immaginario collettivo, ma nella realtà dei fatti è un periodo durante il quale i ritmi consolidati della routine quotidiana vanno ad alterarsi, in cui la rete sociale è meno contenitiva e dove si impone una riorganizzazione e la pianificazione nuova di orari e attività.

È bene anche ricordare che scorrendo il Social Readjustement Rating Scale, uno strumento messo a punto negli anni ’60 dall’Università di Washington, per valutare quali situazioni sono potenzialmente in grado di indurre lo sviluppo disturbi psicosomatici, troviamo ai primi posti proprio le vacanze.

«L’estate sembra prolungare l’orizzonte temporale entro cui ci si muove. È come se anche i pensieri avessero più spazio, ma anche minore contenimento. I ritmi lavorativi rallentano, spesso dopo le accelerazioni del fine anno, ma l’impatto con la pianificazione della routine quotidiana fatta di bambini che rimangono a casa dai propri impegni scolastici ed extra-scolastici per più di tre mesi, dei ben noti compiti delle vacanze, di partenze e ritorni, può essere dirompente- chiarisce ancora la professoressa Galli che conclude- Il ritmo sonno-veglia rischia di essere più disturbato a causa del caldo o al contrario di un bioritmo che risente del prolungarsi delle ore di luce, con le ben note conseguenze in termini benessere psico-fisico.

La difesa dal caldo, infine, è ancora un obiettivo, più che un’assodata certezza, basti pensare alla famigerata aria condizionata “da regolare” in ufficio pagando il fio di tonsilliti o rapporti che si incrinano. Tutte queste sfaccettature possono rendere il periodo estivo foriero di complicazioni e disagi, per cui anelare all’autunno salvifico!»

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Macchie sulla pelle del viso: quando compaiono e come attenuarle. Prevenire è più facile che curare

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Scientificamente sono anche dette lentigo solari. La loro comparsa è dovuta a età e foto invecchiamento che portano a cattivo funzionamento delle cellule che producono melanina

Macchie solari del viso: foto invecchiamento e per motivi ormonali

Le discromie, alterazioni localizzate in eccesso o in difetto della pigmentazione, sono molto più frequenti nelle donne. Naso, labbro superiore e zigomi sono le zone del viso più a rischio di trovarsi a convivere con le antiestetiche macchie. D’estate la loro presenza tende a essere coperta dall’abbronzatura, ma è proprio a causa di un’incauta esposizione solare che tendono a formarsi di più. e di solito si distingue fra lentigo solari, dovute al fotoinvecchiamento e il melasma.

 

Lentigo solari 

Dopo i 40 anni la pelle del viso, ma più in generale quella del collo e delle mani, cioè laddove la pelle è più esposta al sole, tende a macchiarsi di piccole chiazze di colore bruno o nero dalla forma circolare irregolare; tali discromie vengono chiamate lentigo solari. La loro comparsa è imputabile all’ età e al foto invecchiamento che portano a un cattivo funzionamento di gruppi di melanociti, le cellule deputate alla produzione di melanina, il pigmento capace di proteggere la nostra pelle dai raggi UV e responsabile del colore ambrato della pelle dopo l’abbronzatura. Quando si formano le macchie la melanina prodotta in eccesso da questi gruppi di melanociti iperattivi, non riesce a essere eliminata del tutto e resta lì a macchiare la pelle.

 

Melasma 

«Le anti estetiche ampie aree scure si accentuano con l’ abbronzatura nei soggetti con pelle chiara o media perché la produzione di colore nella pelle sana non è sufficiente a coprire la differenza. Nei soggetti con pelle scura, invece, le macchie tendono a mascherarsi, pur tornando ad essere molto ben visibili quando l’abbronzatura non c’è o se ne va– chiarisce Piergiacomo Calzavara Pinton Presidente SIDeMAST (Società Italiana di Dermatologia) e Direttore della Clinica di Dermatologia, «Spedali Civili» di Brescia che puntualizza anche. Quest’ultime possono comparire in gravidanza e poi scomparire oppure recidivare a volte senza apparente motivo, altre volte a causa dell’assunzione della pillola contraccettiva, per esempio».

 

Discromie: come si diagnosticano e come si minimizzano?

La diagnosi di discromia è clinica: la luce di Wood può essere utile per accertare la profondità del melasma. Bisogna ricorrere alla biopsia, invece, per fare diagnosi differenziale fra lentigo solare e melanoma. Tutte le discromie si possono minimizzare con opportuni trattamenti cosmetici, ma non è facile eliminarle del tutto. «In ogni caso, è importante tener presente che il trattamento è tanto più efficace quanto più è specifico per il tipo di discromia- spiega il professor Calzavara Pinton- il melasma può essere attenuato con prodotti schiarenti a base di idrochinone o derivati vegetali, questi ultimi meno efficaci del primo, antiossidanti come la vitamina C e sostanze che migliorano il ricambio della pelle, per esempio a base di vitamina A. Le lentigo senili, invece, si eliminano con buona efficacia solo mediante terapia laser. è bene precisare che il foto invecchiamento della pelle e quindi la formazione delle lentigo senili è prevenibile, in una certa misura, utilizzando con costanza, nel corso di tutta la vita, un’adeguata protezione solare. Nel caso del melasma, invece, la foto protezione non riesce a prevenire del tutto la formazione delle macchie imputabili essenzialmente a motivi ormonali».

 

Discromie da farmaci

Le discromie da farmaci sono piuttosto frequenti: può succedere , infatti, che la pelle vada a macchiarsi a causa della deposizione del farmaco o dei suoi metaboliti nel derma, perché, in qualche modo, il farmaco assunto è in grado di incrementare la produzione di melanina o perché induce dei cambiamenti post infiammatori nel derma. I farmaci in grado di macchiare la pelle, secondo uno di questi meccanismi sono davvero molti dagli antibiotici, agli antiaritmici utilizzati per correggere il ritmo del cuore, ai diuretici, agli antinfiammatori. Le macchie indotte dall’uso dei farmaci possono comparire durante la terapia, attenuarsi nei mesi invernali e poi ricomparire appena ci si espone nuovamente al sole.

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Poliambulatorio Medico Odontoiatrico San Lazzaro

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Visite dermatologiche per pazienti di Pinerolo, Buriasco, Macello e Osasco

Dermatite atopica: gli italiani sono i più colpiti d’Europa

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Dalla psoriasi ai tumori cutanei, le malattie della pelle al centro dell’ultimo congresso dei dermatologi della Sidemast a Verona

La dermatite atopica è la più comune malattia infiammatoria della pelle. Colpisce il 15-20% dei bambini, dà prurito talvolta così intenso da impedire di studiare, dormire, concentrarsi. Solo un terzo di queste forme esordisce in età adulta, mentre i due terzi sono una scomoda eredità dell’infanzia.

 

Nel bambino va trattata subito perché bloccarla significa, in molti casi, evitare l’esordio di allergie e asma. Infatti, la dermatite atopica va ben oltre la pelle e da problema cutaneo diventa una malattia a impatto sistemico.

 

Ma la novità è che anche molti adulti ne soffrono: una recente indagine internazionale, condotta su oltre 100mila persone e che ha coinvolto anche l’Italia, evidenzia nel nostro paese un’incidenza di dermatite atopica fino all’8 % degli over 18. Lo rivela uno studio pubblicato di recente dalla rivista Allergy condotto da uno staff internazionale di specialisti, tra cui il professor Giampiero Girolomoni, ordinario di dermatologia e venereologia dell’Università di Verona, co-presidente del 93° congresso nazionale della Sidemast tenutosi a Verona alla presenza di oltre mille specialisti provenienti da tutta Italia.

 

Al congresso si è parlato anche dei tumori della pelle, in particolare il melanoma, in continuo aumento. «Nel 2017 in Italia sono stati circa 14.000 i nuovi casi di melanoma della cute, 7.300 tra gli uomini e 6.700 tra le donne – ha spiegato il presidente di Sidemast, prof. Piergiacomo Calzavara Pinton. – Se si considerano le fasce di età, il melanoma rappresenta il 9% dei tumori giovanili negli uomini (seconda neoplasia più frequente) e il 7% nelle donne, secondo i dati AIRTUM».

 

Un altro tema importante è quello della prevenzione in ambito dermatologico delle patologie della cute dell’anziano: la diagnosi precoce di carcinomi baso e squamocellulari appare oggi di estrema attualità. Come fondamentale appare educare i cittadini alla prevenzione dai danni del sole: «Oggi molte persone non sono informate e fanno più danni che altro. La fotoprotezione locale e orale è spesso fatta in maniera sbagliata, bisogna conoscere le giuste regole per esporsi al sole. Presto avremo le nuove linee guida proprio in questo ambito».

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Dimmi cosa mangi e ti dirò a che età andrai in menopausa. Scoperto possibile legame

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È un appuntamento fisiologico per ogni donna: uno studio inglese ha trovato una correlazione fra il tipo di alimentazione seguita e l’ingresso in questa fase

Uno studio inglese ha dimostrato l’esistenza di una correlazione fra quello che si mangia e l’età nella quale si entra in menopausa. Sull’argomento sono sicuramente necessari altri studi, poiché per il momento i meccanismi che possono celarsi dietro questa correlazione non sono noti.

 

Per ogni donna la menopausa è un appuntamento fisiologico che si verifica solitamente fra i 50 e i 52 anni. Una menopausa troppo precoce può comportare numerosi problemi di salute, come per esempio una minore densità minerale ossea e quindi un maggior rischio di fratture.

 

«Se la menopausa arriva prima dei 45 anni è stato riscontrato un rischio più elevato di sviluppare malattia coronarica, ma anche un rischio più elevato per mortalità cardiovascolare e complessiva- precisa Anna Maria Paoletti, Professore ordinario di ginecologia e ostetricia all’Università degli Studi di Cagliari, membro del consiglio direttivo della SIGO (Società Italiana di Ginecologia e Ostetricia) che aggiunge- una menopausa precoce, inoltre, anticipa e accentua il declino cognitivo».

 

Anche una menopausa tardiva che interviene dopo i 55 anni non è esente da problemi di salute, in particolare comporta una probabilità doppia, di sviluppare cancro al seno.

 

Il ruolo dell’alimentazione

Uno studio inglese recente ha cercato di capire se esiste una relazione fra le abitudini alimentari e l’età della menopausa. Lo studio è stato realizzato studiando i dati relativi a una vasta popolazione femminile, di età compresa fra i 35 e i 69 anni, che si sono impegnate a riferire circa il loro peso, l’attività fisica svolta, le gravidanze, l’eventuale assunzione di farmaci per la terapia ormonale sostitutiva.

 

Queste donne inoltre, hanno compilato un questionario sulle loro abitudini alimentari, andando a specificare quali alimenti consumassero quotidianamente o meno, attingendo da una lista di 217 cibi.

 

«Leggendo lo studio si evince che hanno partecipato effettivamente al lavoro di ricerca 14172 donne; fra queste ben 5145 non hanno compilato correttamente il questionario relativamente all’età della menopausa. Delle 9027 che lo hanno fatto , molte sono state escluse per svariati motivi durante il periodo di follow-up e quindi alla fine le conclusioni sono state tratte su 914 partecipanti. Un numero comunque interessante per trarre delle conclusioni» chiarisce ancora la prof.ssa Paoletti.

 

Cibi ed età della menopausa

Dall’analisi di questi dati è emerso che le donne che consumavano abitualmente pesci grassi come la trota, la sardina o l’aringa, ma anche verdure e leguminose e che per questo potevano contare su un buon apporto di zinco e vitamina B6hanno avuto la menopausa mediamente tre anni più tardi rispetto alle altre.

 

Le donne che invece seguivano una dieta ricca di cibi raffinati sono entrate mediamente in menopausa un anno e mezzo prima delle altre.

 

Le donne vegetariane hanno evidenziato la tendenza a entrare in menopausa almeno un anno prima rispetto a quelle che mangiano carne, mentre il consumo di uva e pollame sembra in grado di rallentare l’arrivo della menopausa per le donne che non hanno avuto figli.

 

«Al di là dei risultati di questo studio è utile sottolineare l’importanza di scegliere correttamente la dieta da seguire durante tutta la vita e in particolare dopo la menopausa. A questo proposito la letteratura scientifica disponibile suggerisce l’opportunità di portare a tavola cibi ricchi di antiossidanti- chiarisce ancora la prof.ssa Paoletti che conclude- la dieta Mediterranea è ricca di sostanze ad attività antiossidante e dovremmo favorirla rispetto ad una dieta ricca di grassi saturi, di provenienza animale. Questi dovrebbero essere sostituiti da quelli insaturi che hanno dimostrato di migliorare il metabolismo dell’insulina e di ridurre il rischio cardiovascolare. La sola dieta non è, però, sufficiente a contrastare le problematiche metaboliche della menopausa: un’attività fisica costante, associata all’integrazione di vitamina D che, al di là del suo effetto sull’osso, ha dimostrato importanti effetti sul sistema immunitario, non può che giovare alla salute generale della donna».

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Tumore precoce al seno, un test per evitare la chemio nel 70% dei casi

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Terapia su misura per le donne con un cancro alle prime fasi grazie allo screening di 21 geni. Sette pazienti su 10 possono essere trattate solo con la terapia ormonale

Tumore precoce al seno, un test per evitare la chemio nel 70% dei casi

PUO’ UN TEST genomico indicare al medico quale strategia terapeutica sia meglio seguire per la sua paziente? Più precisamente, può un punteggio ottenuto analizzando l’espressione di alcuni geni predire se l’aggiunta della chemioterapia alla terapia ormonale sia superflua? Sì, come dimostrano i risultati dello studio TaylorX presentato oggi al congresso mondiale di oncologia medica (Asco) a Chicago, il più ampio studio di medicina di precisione nel cancro al seno mai eseguito. I risultati dicono che circa il 70% delle donne con il tipo di tumore al seno più diffuso – quello responsivo agli ormoni, HER2 negativo, senza linfonodi coinvolti – può evitare di fare la chemioterapia insieme alla terapia ormonale. “Il nostro studio dimostra che la chemioterapia può essere evitata in circa il 70% dei casi nelle donne in cui il test è indicato, quindi limitando al 30% la porzione di pazienti per cui la chemio può effettivamente portare dei benefici”, ha spiegato Joseph A. Sparano, dell’Albert Einstein Cancer Center di New York, vice direttore del gruppo di ricerca Ecog-Acrin che ha condotto lo studio.

• IL TEST
OncotypeDX è un test genomico, esamina cioè l’attività di alcuni geni all’interno di un campione di tumore e fornisce informazioni sulla biologia del singolo tumore al seno. In questa ricerca è stato sperimentato con successo nei casi di tumore al seno iniziale. Ma già studi precedenti avevano dimostrato che riesce a prevedere il rischio di recidiva e la probabilità di trarre beneficio dalla chemioterapia nel tumore al seno invasivo nel caso di donne con cancro positivo al recettore per gli estrogeni (ER+), che non esprime livelli alti della proteina HER2 né presenta più di due copie del gene HER2 (HER2 negativo), quello più diffuso.

Contro l’obesità nasce un palloncino gastrico che si ingerisce come una pillola e dura 4 mesi

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Si ingerisce come una pillola e se ne va naturalmente dopo circa 4 mesi, espulso naturalmente con le feci. È stato presentato oggi a Milano ed è il primo palloncino gastrico con queste caratteristiche. Si chiama Elipse ed è indicato per persone obese con un indice di massa corporea (BMI) pari o superiore a 27, che abbiano tentato un regime dietetico senza raggiungere i risultati sperati.

 

In Italia 1 adulto su 3 risulta in sovrappeso, mentre l’ obesità riguarda circa 6 milioni di persone. Ad oggi, sono oltre 4.000 i soggetti già trattati a livello mondiale con questo palloncino gastrico e il trattamento ha già dimostrato di far ottenere in media un calo di 13-15 kg in 4 mesi, il 15% del peso corporeo totale e 8 cm di giro vita.

In particolare uno studio clinico pilota, pubblicato su Surgery for Obesity and Related Disease, ha dimostrato che i pazienti trattati hanno perso in media il 50,2% del peso in eccesso e il 14,6% del peso corporeo. Inoltre, sono migliorati valori indicatori dello stato di salute, come i trigliceridi e l’emoglobina glicata (indicatore del livello di glicemia per la diagnosi del diabete di tipo 2).

 

Elipse ha la forma di una capsula contenente il palloncino sgonfio, della dimensione di una pillola vitaminica, con attaccato un sottile tubo. Una volta ingerito, viene riempito d’acqua attraverso il tubicino (che viene poi staccato ed estratto dalla bocca) fino a raggiungere le dimensioni di un pompelmo. Al contrario, coi palloncini gastrici tradizionali era necessario il ricovero e l’intervento endoscopico, in sedazione.

 

Il ricorso a questo palloncino si inserisce in un programma che consente, grazie all’assistenza di un team dedicato e alla sensazione di sazieta’ indotta, di modificare le abitudini alimentari. All’inizio del programma, il paziente riceve una bilancia `intelligente´ e un’App per connettersi con il medico e permettere al team di monitorare i progressi compiuti. Ma è fondamentale – avvertono gli specialisti che lo propongono – monitorare la situazione anche dopo l’espulsione del palloncino.

 

Il programma prevede infatti una rete di nutrizionisti con le competenze necessarie a seguire il paziente nel percorso di follow-up.

 

A Roma, dove il progetto è già partito, si parla di circa 15 medici nutrizionisti coinvolti, in Sicilia 20 e ne stanno nascendo altri in Lombardia e Emilia-Romagna.

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L’arte come medicina, reagire al tumore con la sfida della creatività

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Dall’esperienza personale dell’autrice, un film documentario sul rapporto tra Arte e Malattia. Una testimonianza sul delicato tema della prevenzione oncologica del cancro al seno e sui benefici di trasformare un disagio psico-fisico in un progetto artistico

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IL DOLORE sa essere molto creativo. E così Alessandra Laganà, avvocato e musicista, sceglie, davanti alla notizia di avere un cancro al seno, di trasformare questa esperienza in un progetto artistico corale. Che è diventato un Film Documentario Autobiografico, Noma, sostenuto dal ministero della Salute e dall’Associazione italiana di oncologia medica (Aiom), e condiviso con i suoi amichevoli partecipanti in un’Associazione no-profit Noma World, che devolverà i proventi del film alla causa motrice che l’ha ispirata. Il film è stato presentato ieri sera al WeGil di Roma.

• TRASFORMARE IL DOLORE IN ENERGIA
Già il nome del documentario, Noma, lascia intuire che si tratta di un progetto speciale. Perché contiene vari significati: una lacerazione (dall’omonimo termine greco), un percorso itinerante (noma-de), ma anche una parte di carci-noma. Anche il logo ‘parla’: riflette una costellazione universale in cui tutti i punti si equivalgono e dialogano quasi a rappresentare un percorso rivolto a tutte le persone che vivono il disagio della malattia che, però, può diventare il motore per trasformare le paure più intime in energia vitale. “Durante la risonanza magnetica – ci racconta Alessandra – ho vissuto una scissione, il mio corpo si preparava per andare in battaglia, ma la mia mente doveva andare altrove. Così, ho deciso di trasformare i rumori assordanti della Risonanza in note musicali”.

• COME NASCE L’IDEA
Alessandra, grazie all’incontro col regista Andrès Arce Maldonado, ha la possibilità di trasformare il suo incontro con il tumore al seno in un film che dia dei significativi messaggi sull’importanza della prevenzione e dell’arte come beneficio. Un film con musiche che scaturiscono dall’anima, tra Avantgarde, Composizioni di libera improvvisazione e canzone d’autore. Il documentario è stato girato tra Roma, Milano, Reggio Calabria, Lanzarote, Torino e Palermo, con la produzione artistica ed esecutiva e il sound design di Tommaso Marletta. “Sull’esperienza della mia malattia – spiega Alessandra – ho realizzato il progetto artistico Noma, che testimonia come un disagio psico-fisico può trasformarsi in una sfida creativa alla vita. Con 20 artisti, attraverso la musica, la scrittura e le immagini, ho raccontato il mio viaggio alla ricerca della forza interiore. Un viaggio verso un nuovo possibile futuro”.

• UNA TESTIMONIANZA PER TUTTE LE DONNE 
Nella riemersione dei ricordi familiari, Alessandra evoca più volte la figura della madre, vittima dello stesso male, e lancia un messaggio fortissimo sull’importanza della prevenzione: “Questa è una testimonianza che vorrei lasciare a tutte le donne: la consapevolezza e la cura del sé possono fare la differenza tra la vita e la morte” racconta.

• I BENEFICI DELL’ARTE 
Noma World è una Associazione di promozione sociale che ha l’obiettivo di promuovere e sostenere lo scambio culturale e sociale per il benessere psicofisico, attraverso la pratica delle arti, stimolando l’inclusione, la condivisione, la capacità di fare rete. Ne fanno parte un collettivo di artisti che hanno sperimentato in prima persona i benefici del “fare arte”, alimentando e delineando un viaggio creativo che si è espresso con e attraverso il film.  Un percorso che l’Associazione Noma World intende trasferire a uomini e donne che vivono il disagio della malattia.

Come utilizzare i cosmetici in sicurezza: i consigli dello specialista per scegliere i più adatti a noi

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Come si giudica la sicurezza di un prodotto cosmetico? Senza rendercene conto durante l’arco della giornata sono moltissimi i prodotti che adoperiamo, dal sapone per l’igiene delle mani, a quello per l’igiene intima, al bagnoschiuma, al deodorante, allo shampoo, senza contare i prodotti per il make up e le creme per migliorare l’aspetto del viso e del corpo.

 

Capire quali sostanze contenute nei prodotti cosmetici, sono potenzialmente dannose per la cute di ciascun individuo, è tutt’altro che facile, poiché vi possono essere dei componenti che inducono, per esempio, sensibilizzazione a causa del contatto anche casuale, con la pelle o perché i fruitori sono categorie particolarmente sensibili. Ecco perché per esempio, chi sa di avere allergia al nichel, deve assicurarsi che i prodotti di cosmesi siano nichel tested.

 

L’etichetta in pratica, deve riportare la presenza del metallo e garantire che la quantità rilasciata si mantenga al di sotto di una certa soglia, in modo da non comportare rischi di salute per chi risulta particolarmente sensibile a causa della reazione del proprio sistema immunitario.

Poiché il tema è estremamente complesso abbiamo cercato di fare maggiore chiarezza parlandone con Corrado Lodovico Galli, professore ordinario presso l’Università degli Studi di Milano e presidente della Società Italiana di Tossicologia.

 

I prodotti cosmetici disponibili in commercio sono sempre sicuri?

«Molto dipende da dove i prodotti vengono acquistati. Se la loro provenienza è l’Unione Europea, possiamo affermare che lo sono. Esistono infatti dei comitati appositi: io per esempio, faccio parte da anni del Comitato Scientifico per la Sicurezza dei Consumatori (SCCS) della UE-DG Sante, la Direzione Generale che è responsabile delle politiche della Commissione Europea in materia di salute e sicurezza alimentare e sanità e salute pubblica.

 

Di norma la Commissione Europea incarica i membri di SCCS di determinare non solo la quantità di ciascuna sostanza che entra in contatto con la cute, i denti e la mucosa della cavità orale, nelle condizioni d’uso normali o ragionevolmente prevedibili, ma anche di stabilire se una sostanza che possa fungere da conservante, antibatterico, filtri solari o simili, all’interno di un prodotto cosmetico sia sicura per la salute o meno in quelle quantità».

 

Molto dipende dalla quantità di prodotto utilizzata

«Si deve determinare con grande precisione se la sostanza può essere utilizzata e in quale quantità in funzione del sito corporeo di applicazione e dello specifico prodotto cosmetico. Può succedere, per esempio, che una certa sostanza vada bene per la realizzazione di un bagnoschiuma, ma non per una crema per il viso. Questo succede perché è la dose che provoca un certo effetto. L’effetto, quindi, positivo o negativo è una conseguenza del livello di esposizione, ma anche della sede di applicazione. L’esposizione del consumatore, sia adulto sia bambino, a ciascuna sostanza contenuta nel prodotto cosmetico è calcolata a partire dalla sua concentrazione nel prodotto finito e della tipologia del prodotto cosmetico, parametri che concorrono a definire un margine di sicurezza per ciascun ingrediente considerato».

 

Gli accertamenti che vengono fatti per capire l’affidabilità della sostanza

«Si è proprio questo il meccanismo che consente di legiferare e di dire se una sostanza può entrare nella formulazione di un prodotto cosmetico anziché un altro e se può essere utilizzata da tutti i gruppi sensibili della popolazione.

 

Non solo, si va anche a valutare cosa succede se la stessa sostanza entra in contatto con il consumatore in seguito all’esposizione a diversi prodotti cosmetici. Per questa ragione SCCS calcola la somma della potenziale esposizione aggregata a un ingrediente derivante dall’uso simultaneo di tutti i prodotti cosmetici che contengono lo specifico ingrediente alla massima quantità consentita».

 

Quali sostanze sono pericolose?

«Il pericolo è insito in tutto ciò che ci circonda, il rischio invece dipende da come e in quali quantità, si entra in contatto con una certa sostanza. Un esempio: l’acido cianidrico è una sostanza pericolosissima. Se la conserviamo in bottiglia chiusa, però, non costituisce un rischio: diventa rischiosa se ne inaliamo i vapori.

 

Gli ingredienti contenuti nei prodotti cosmetici, in generale, non devono costituire alcun pericolo, secondo il Regolamento Europeo dei Prodotti Cosmetici per la salute. Non devono nemmeno rappresentare un rischio a causa delle concentrazioni definite da SCCS di volta in volta. Naturalmente tutto dipende da come il prodotto in questione è stato formulato e a quali direttive risponde per l’immissione in commercio».

 

Ci sono dei canali di acquisto più sicuri di altri?

«Se si acquista un prodotto di cosmesi sul web, non sapendo dove è stato prodotto e quindi non conoscendo a quali restrizioni legislative risponde, non esiste alcuna garanzia per definirne la sicurezza. Comprare un prodotto fatto nell’Unione Europea, dove vige una legislazione attenta alle esigenze del consumatore ci garantisce attenzione per la salute di tutte le fasce di età».

 

Perché alcuni cosmetici sono sconsigliati in gravidanza o nei bambini?

«I bambini a livello internazionale sono considerati dei piccoli adulti dall’anno di età. Prima presentano immaturità enzimatiche e metaboliche che potrebbero renderli più sensibili all’uso di determinati prodotti anche se applicati esternamente, cioè per via topica a causa del loro potenziale assorbimento attraverso la pelle e la capacità di passare nel sangue.

 

In gravidanza, l’accrescimento fetale, può risentire dell’effetto di determinati principi attivi. Per questo sono effettuate precise sperimentazioni per valutare come i singoli elementi possono eventualmente interferire da un punto di vista ormonale o con il normale accrescimento dell’organismo allo stato embrionale. Naturalmente qualora si riscontri un’attività di questo tipo ne viene vietato l’utilizzo».

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