Il cioccolato fa bene, quello con il 70% di cacao può aiutare perfino contro la colite

Il cioccolato fa bene, quello con il 70% di cacao può aiutare perfino contro la colite

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Benefico per memoria, umore e immunità. Ma anche contro infiammazioni e stress

Consumare ogni giorno piccole quantità di cioccolato fondente fa bene alla salute, ma per evidenziare tali benefici il cioccolato consumato deve contenere almeno il 70% di cacao e un 30% di zucchero di canna biologico. A ribadire questo concetto due recenti studi statunitensi che hanno insistito molto sul fatto che con un contenuto di cacao inferiore al 70% i benefici di salute non ci sono.

 

Maggiore è il contenuto di cacao, infatti, più elevato è l’apporto di flavonoidi, le molecole dall’attività antiossidante. Il cioccolato in commercio, spesso viene arricchito di zuccheri e grassi saturi per mitigarne il sapore amaro a discapito del contenuto in antiossidanti.

 

Potenziamento delle difese immunitarie e della memoria

Gli studi condotti presso l’Università di Loma Linda in California, hanno dimostrato che un consumo di cioccolato fondente, composto per almeno il 70% di cacao, è benefico per la memoria, l’umore, l’immunità, l’infiammazione e lo stress.

 

Nello specifico a 5 volontari sono stati somministrati per 8 giorni consecutivi 48 g di cioccolato fondente al 70% e sono stati notati miglioramenti significativi nel funzionamento delle difese immunitarie, grazie all’attivazione delle cellule responsabili della risposta immunitaria (i linfociti T), ma anche un effetto positivo sulle performance di memoria e nell’apprendimento di nuove abilità.

 

«È bene ricordare che i flavonoidi contenuti nel cacao sono in grado di stimolare la produzione e il rilascio di Ossido Nitrico. Questo porta a un aumento del flusso ematico cerebrale e della perfusione sanguigna del sistema nervoso centrale e periferico, tale da fornire ossigeno e glucosio ai neuroni, eliminando anche i metaboliti dei rifiuti nel cervello e negli organi sensoriali e stimolando l’angiogenesi nell’ippocampo – chiarisce Barbara Paolini, vicesegretario nazionale ADI (Associazione Italiana di dietetica e nutrizione clinica) e medico dietologo dell’AOU Senese la quale sottolinea anche i benefici di un consumo modesto, ma regolare per intestino e sistema cardiovascolare – I polifenoli presenti nel cioccolato esercitano un’azione antinfiammatoria sull’intestino colitico, migliorando l’integrità della mucosa, suggerendo un effetto inibitorio sul rilascio di citochine pro-infiammatorie, con riduzione dell’infiltrazione dei neutrofili, e generazione di NO (Ossido Nitrico), tale da essere associato al miglioramento della colite.

 

La liberazione di NO che si osserva per consumo di cioccolato fondente con buon contenuto di flavonoidi, inoltre, determina un’azione di vasodilatazione, antinfiammatoria con riduzione dell’aterogenesi. L’aumento di NO, infine, può spiegare gli effetti antiipertensivi del cacao, ma anche il miglior profilo lipidico grazie alla riduzione del colesterolo LDL e incremento dell’HDL».

 

Ma come fare a consumare cioccolato anche in estate? Ecco come si conserva

Via libera, quindi, a un moderato consumo di cioccolato fondente anche tutti i giorni. Con il caldo però, il cioccolato si scioglie, come conservarlo e come mangiarne quel tanto che può far bene?

 

«Il cioccolato è sensibile al calore – spiega la dottoressa Paolini – . Per la sua preparazione è importante la fase del temperaggio, attraverso il quale si cristallizza il burro di cacao ottenendo la croccantezza e la struttura che conosciamo. Se sottoponiamo la tavoletta a temperature troppo alte, i cristalli di burro di cacao si modificano e ricristallizzano, perdendo in gusto e consistenza. Perché non si formi la patina bianca, occorre scegliere un luogo di conservazione con una buona aerazione, fresco con una temperatura ottimale intorno a 20°, chiuso ermeticamente che non prenda sapori, privo di umidità e lontano da fonti di luce e calore. Il cioccolato si può anche congelare, con l’accortezza di scongelarlo (come tutti gli alimenti) gradualmente in frigorifero».

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Il verde aiuta i pazienti, il primo giardino pensile sul tetto di un ospedale

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Il verde aiuta i pazienti,  il primo giardino pensile sul tetto di un ospedale
Il giardino terapeutico inaugurato al Policlinico Gemelli di Roma.

Per gentile concessione del Gemelli 

Inaugurato al Policlinico Gemelli di Roma, il nuovo Centro di farmacologia clinica dedicato alle donne. In uno spazio più confortevole e green, dove si potrà camminare a piedi nudi sull’erba. Con yoga, agopuntura, musicoterapia

UNA realtà nuova, non solo in Italia, ma anche a livello internazionale. Al Policlinico Gemelli di Roma, si coniuga ricerca e benessere dei pazienti. Anzi delle pazienti, perché il centro di Farmacologia clinica di genere è dedicato alle donne. Al decimo piano dell’Ala O della struttura ospedaliera, infatti, architetti, designer e medici hanno collaborato insieme per ridisegnare gli spazi di cura, grazie al contributo dell’Associazione “Oppo e le sue stanze” onlus, partner già da anni del Gemelli per la realizzazione di altri centri: un terrazzo e un reparto rinnovati secondo le regole del design biofilico – basato cioè sulla realizzazione di spazi caratterizzati da un’atmosfera molto vicina alla natura – che possa favorire il benessere psicofisico delle pazienti durante la sperimentazione clinica.

• SPERIMENTAZIONI PER TUMORI FEMMINILI
Si tratterà, di fatto, di un centro innovativo, il fiore all’occhiello del polo donna (già presente nella struttura ospedaliera). Nel Centro di farmacologia clinica di genere, il primo in Italia, si conducono studi clinici sulle donne: ad oggi si contano già oltre 20 trial di fase 2-3, e dal prossimo mese inizieranno anche quelli di fase 1 – il farmaco si sperimenta per la prima volta sull’essere umano, dunque la ricerca mira in questa fase a stabilire la sicurezza e la tollerabilità del nuovo trattamento – in particolare nell’ambito della ginecologia oncologica, ma non solo: “Il primo trial di fase 1 sarà eseguito con una nuova molecola per i tumori ovarici – spiega Giovanni Scambia, direttore del Dipartimento per la Salute della Donna e del Bambino del Policlinico Gemelli – la sperimenteremo su pazienti che non hanno altre possibilità di cura in questo momento e potranno quindi trovare, attraverso l’utilizzo di questa molecola, una nuova forma di terapia”.
La nuova unità è costituita da quattro stanze per la degenza e due poltrone di Day Hospital, oltre a tutti i sistemi di monitoraggio per la gestione dei trial clinici.

• PORTARE LA CHEMIOTERAPIA FUORI DALLE MURA
Un centro pensato per prendersi cura della salute della donna a 360°, puntando, dunque, anche al benessere psicofisico delle pazienti. Con questo obiettivo gli esperti, in collaborazione con psicologi sociali, esperti del paesaggio e sociologi urbani del Centro studi ReLab – Studies for urban Re-Evolution, hanno realizzato un giardino pensile terapeutico – ad oggi l’unico in Italia – uno spazio protetto e disegnato ad hoc per essere fruito dalle pazienti, che potranno trarre beneficio sia sul piano psicologico che fisico. Ricerche internazionali suggeriscono infatti come l’umanizzazione degli spazi di cura e il contatto con la natura stessa abbia effetti positivi anche sulla salute fisica: riduce il dolore, i tempi di ricovero e aumenta l’efficienza delle terapie.

“Il contatto con la natura aiuta l’accettazione della cura e migliora le performance della cura stessa, con un percorso che utilizza suoni, sensazioni e olfatto. E’ la massima dimostrazione di cosa vuol dire medicina personalizzata, farmaci innovativi per la cura non solo della malattia, ma della persona”, continua Scambia, durante l’inaugurazione del giardino terapeutico. Una sequenza di stimoli sensoriali caratterizza questo spazio, arricchito da un piccolo percorso sensoriale – il sensory path – da fare a piedi nudi che alterna erba, sassi di fiume e legno.

• VERSO LA TERAPIA INTEGRATA
Per gli esperti del Policlinico resta da realizzare la parte del centro dedicata alla terapia integrata che verrà inaugurata nei prossimi mesi: il giardino terapeutico sarà affiancato da altre attività per prendersi cura delle pazienti, come lo yoga, la riflessologia, la musicoterapia, l’agopuntura e le consulenze sugli stili di vita (sonno, alimentazione), per affrontare la patologia con una concezione olistica, che miri a curare bene anche la persona in quanto tale, non soltanto la sua malattia.

Canada, il Parlamento ha approvato la legalizzazione della marijuana: è il secondo Paese al mondo (il primo del G7)

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Canada, il Parlamento ha approvato la legalizzazione della marijuana: è il secondo Paese al mondo (il primo del G7)
Lo stato nordamericano diventa il secondo Paese al mondo dopo l’Uruguay a rendere legale l’acquisto e il consumo di cannabis per uso ricreativo: “Un voto storico che ha messo fine a 90 anni di proibizionismo”, ha detto il senatore indipendente Tony Dean, che ha portato avanti il progetto di legge

Da metà settembre i cittadini canadesi potranno comprare e consumare legalmente la cannabis per uso ricreativo. Lo ha deciso il Parlamento dello Stato nordamericano: il Senato che ha approvato il Cannabis Act con 52 voti a favore, 29 contrari e due astenuti. Il Canada diventa così il secondo Paese al mondo dopo l’Uruguay a legalizzare la marijuana per uso ricreativo. E’ il primo tra i Paesi appartenenti al G7. Una mossa “anti-proibizionista”, quella voluta dal presidente Justin Trudeau, che mira a contrastare la criminalità organizzata legata al contrabbando e allo spaccio di droghe e nel frattempo aumentare anche le entrate dello Stato.

La legge federale permetterà ai canadesi di coltivare fino a quattro piante di cannabis a domicilio. Durante il dibattito finale, durato alcune ore, molti senatori hanno tentato per l’ultima volta di convincere i colleghi a votare un emendamento che avrebbe avuto l’effetto di trasferire alle province il potere di proibire la coltivazione a domicilio. Una proposta sempre rifiutata dai liberali, il partito di Trudeau, che anche in questa occasione hanno votato in modo contrario impedendo l’approvazione dell’emendamento.

La ministra della Salute Ginette Petitpas Taylor ha detto che alle province serviranno due o tre mesi prima di essere pronte per l’implementazione della nuova legge.”Questa sera il Senato ha visto un voto storico”, ha detto il senatore indipendente Tony Dean, che ha portato avanti il progetto di legge. Abbiamo messo fine a 90 anni di proibizionismo della cannabis in questo Paese, novant’anni di inutile criminalizzazione, novant’anni di un approccio fatto soltanto di ‘no’ che non ha funzionato”.

Dipendenza da videogame, per l’Oms è un disturbo mentale

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E’ stata inserita nell’undicesima edizione della classificazione internazionale delle malattie, riconoscendola formalmente come una patologia

LA DIPENDENZA da videogiochi è una patologia: così l’Organizzazione mondiale della sanità (Oms) inserisce questo disturbo nella bozza dell’undicesima edizione della classificazione internazionale delle malattie (Icd-11), nella speranza che il riconoscimento di questo tipo di dipendenza possa favorire il ricorso a opportune terapie. Perché giocare ai videogames può creare una dipendenza e un comportamento talmente compulsivo che può arrivare persino a distogliere la persona che ne soffre dalle altre attività della vita quotidiana: “Ho pazienti che soffrono di una dipendenza da Candy Crush Saga, che sono sostanzialmente simili alle persone che arrivano con un disturbo della cocaina”, spiega al New York TimesPetros Levounis, presidente del dipartimento di psichiatria della Rutgers New Jersey Medical School (Usa), che aggiunge: “Le loro vite sono rovinate, i loro rapporti sociali ne risentono, la loro condizione fisica peggiora”. Quello dei videogame è un settore in crescita a livello mondiale, il cui fatturato annuale per l’Entertainment Software Association aumenterà del 31% entro tre anni.

 

Il sistema di classificazione delle patologie, che ad oggi conta 55mila malattie e cause di morte, “ci consente di capire in modo migliore che cosa conduca le persone alla malattia o alla morte, così da agire in tempo per prevenire la sofferenza e salvare vite umane”, dice Tedros Adhanom Ghebreyesus, il direttore generale dell’Oms. Inoltre, per la prima volta, l’Icd è completamente elettronico, un modo per rendere il sistema di classificazione più accessibile a medici e altri operatori sanitari di tutto il mondo. La nuova edizione verrà presentata agli stati membri dell’Oms in occasione dell’Assemblea mondiale della sanità, in programma a maggio del prossimo anno, mentre per la sua adozione, dice in una nota l’Oms, bisognerà aspettare gennaio 2022.

Diverse, inoltre, le modifiche fatte rispetto alla versione precedente, come ad esempio quelle relative alla salute sessuale: mentre nelle edizioni precedenti le disfunzioni sessuali erano state classificate nell’ambito della salute mentale, nell’ultima edizione queste si trovano nella sezione “salute sessuale”. E c’è anche un nuovo capitolo sulla medicina tradizionale.

Dall’ananas allo zucchero, ecco le regine delle bufale sull’alimentazione

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In estate siamo più stressati che in inverno: ecco perché il nostro bioritmo va in tilt

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Siamo più stressati d’inverno o d’estate? Secondo uno studio polacco lo siamo soprattutto d’estate, per ragioni però che gli stessi studiosi non sanno spiegare, ma che li ha indotti a consigliare la necessità di fermarsi e prendersi un periodo di riposo in maniera inderogabile, d’estate.

 

Lo studio

Gli autori dello studio sono giunti a queste conclusioni dopo aver reclutato un gruppo di giovani donne, studentesse di medicina. Per due giorni consecutivi, durante l’estate, hanno dovuto fornire campioni di saliva ogni due ore; l’esperimento, poi, è stato condotto nei mesi invernali sulle stesse ragazze.

Le studentesse, inoltre, si sono impegnate a compilare questionari riguardanti la loro dieta, l’attività fisica e lo sport praticato.

Dall’analisi dei dati è emerso che i livelli di cortisolo, il cosiddetto ormone dello stress era più alto in estate che in inverno. Un risultato forse inatteso come ci aiuta a riflettere Federica Galli specialista in Psicologia Clinica e Ricercatrice presso l’Università di Milano: «La letteratura scientifica è ricca di studi che evidenziano che gli stati depressivi beneficiano di una maggiore irradiazione solare e quindi di come la sintomatologia tenda a migliorare d’estate. D’altra parte però, non è possibile affermare che la possibilità di godere molto a lungo della luce solare aumenti la percezione della sensazione di benessere in tutti gli individui. Detto in parole povere le persone con una situazione base di equilibrio psicologico possono risentire di variazioni stagionali, con particolare riferimento al periodo estivo accusando un forte stress, come indicato dallo studio polacco e non solo perché stanchi di mesi e mesi di lavoro o di studio intenso».

La routine è sempre rassicurante

L’estate non è soltanto sole, mare, ombrellone, giochi sulla spiaggia, viaggi all’estero, escursioni e letture rilassanti: lo è forse nell’immaginario collettivo, ma nella realtà dei fatti è un periodo durante il quale i ritmi consolidati della routine quotidiana vanno ad alterarsi, in cui la rete sociale è meno contenitiva e dove si impone una riorganizzazione e la pianificazione nuova di orari e attività.

È bene anche ricordare che scorrendo il Social Readjustement Rating Scale, uno strumento messo a punto negli anni ’60 dall’Università di Washington, per valutare quali situazioni sono potenzialmente in grado di indurre lo sviluppo disturbi psicosomatici, troviamo ai primi posti proprio le vacanze.

«L’estate sembra prolungare l’orizzonte temporale entro cui ci si muove. È come se anche i pensieri avessero più spazio, ma anche minore contenimento. I ritmi lavorativi rallentano, spesso dopo le accelerazioni del fine anno, ma l’impatto con la pianificazione della routine quotidiana fatta di bambini che rimangono a casa dai propri impegni scolastici ed extra-scolastici per più di tre mesi, dei ben noti compiti delle vacanze, di partenze e ritorni, può essere dirompente- chiarisce ancora la professoressa Galli che conclude- Il ritmo sonno-veglia rischia di essere più disturbato a causa del caldo o al contrario di un bioritmo che risente del prolungarsi delle ore di luce, con le ben note conseguenze in termini benessere psico-fisico.

La difesa dal caldo, infine, è ancora un obiettivo, più che un’assodata certezza, basti pensare alla famigerata aria condizionata “da regolare” in ufficio pagando il fio di tonsilliti o rapporti che si incrinano. Tutte queste sfaccettature possono rendere il periodo estivo foriero di complicazioni e disagi, per cui anelare all’autunno salvifico!»

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Macchie sulla pelle del viso: quando compaiono e come attenuarle. Prevenire è più facile che curare

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Scientificamente sono anche dette lentigo solari. La loro comparsa è dovuta a età e foto invecchiamento che portano a cattivo funzionamento delle cellule che producono melanina

Macchie solari del viso: foto invecchiamento e per motivi ormonali

Le discromie, alterazioni localizzate in eccesso o in difetto della pigmentazione, sono molto più frequenti nelle donne. Naso, labbro superiore e zigomi sono le zone del viso più a rischio di trovarsi a convivere con le antiestetiche macchie. D’estate la loro presenza tende a essere coperta dall’abbronzatura, ma è proprio a causa di un’incauta esposizione solare che tendono a formarsi di più. e di solito si distingue fra lentigo solari, dovute al fotoinvecchiamento e il melasma.

 

Lentigo solari 

Dopo i 40 anni la pelle del viso, ma più in generale quella del collo e delle mani, cioè laddove la pelle è più esposta al sole, tende a macchiarsi di piccole chiazze di colore bruno o nero dalla forma circolare irregolare; tali discromie vengono chiamate lentigo solari. La loro comparsa è imputabile all’ età e al foto invecchiamento che portano a un cattivo funzionamento di gruppi di melanociti, le cellule deputate alla produzione di melanina, il pigmento capace di proteggere la nostra pelle dai raggi UV e responsabile del colore ambrato della pelle dopo l’abbronzatura. Quando si formano le macchie la melanina prodotta in eccesso da questi gruppi di melanociti iperattivi, non riesce a essere eliminata del tutto e resta lì a macchiare la pelle.

 

Melasma 

«Le anti estetiche ampie aree scure si accentuano con l’ abbronzatura nei soggetti con pelle chiara o media perché la produzione di colore nella pelle sana non è sufficiente a coprire la differenza. Nei soggetti con pelle scura, invece, le macchie tendono a mascherarsi, pur tornando ad essere molto ben visibili quando l’abbronzatura non c’è o se ne va– chiarisce Piergiacomo Calzavara Pinton Presidente SIDeMAST (Società Italiana di Dermatologia) e Direttore della Clinica di Dermatologia, «Spedali Civili» di Brescia che puntualizza anche. Quest’ultime possono comparire in gravidanza e poi scomparire oppure recidivare a volte senza apparente motivo, altre volte a causa dell’assunzione della pillola contraccettiva, per esempio».

 

Discromie: come si diagnosticano e come si minimizzano?

La diagnosi di discromia è clinica: la luce di Wood può essere utile per accertare la profondità del melasma. Bisogna ricorrere alla biopsia, invece, per fare diagnosi differenziale fra lentigo solare e melanoma. Tutte le discromie si possono minimizzare con opportuni trattamenti cosmetici, ma non è facile eliminarle del tutto. «In ogni caso, è importante tener presente che il trattamento è tanto più efficace quanto più è specifico per il tipo di discromia- spiega il professor Calzavara Pinton- il melasma può essere attenuato con prodotti schiarenti a base di idrochinone o derivati vegetali, questi ultimi meno efficaci del primo, antiossidanti come la vitamina C e sostanze che migliorano il ricambio della pelle, per esempio a base di vitamina A. Le lentigo senili, invece, si eliminano con buona efficacia solo mediante terapia laser. è bene precisare che il foto invecchiamento della pelle e quindi la formazione delle lentigo senili è prevenibile, in una certa misura, utilizzando con costanza, nel corso di tutta la vita, un’adeguata protezione solare. Nel caso del melasma, invece, la foto protezione non riesce a prevenire del tutto la formazione delle macchie imputabili essenzialmente a motivi ormonali».

 

Discromie da farmaci

Le discromie da farmaci sono piuttosto frequenti: può succedere , infatti, che la pelle vada a macchiarsi a causa della deposizione del farmaco o dei suoi metaboliti nel derma, perché, in qualche modo, il farmaco assunto è in grado di incrementare la produzione di melanina o perché induce dei cambiamenti post infiammatori nel derma. I farmaci in grado di macchiare la pelle, secondo uno di questi meccanismi sono davvero molti dagli antibiotici, agli antiaritmici utilizzati per correggere il ritmo del cuore, ai diuretici, agli antinfiammatori. Le macchie indotte dall’uso dei farmaci possono comparire durante la terapia, attenuarsi nei mesi invernali e poi ricomparire appena ci si espone nuovamente al sole.

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POLIAMBULATORIO MEDICO ODONTOIATRICO SAN LAZZARO MEDICA

VIA ETTORE BIGNONE 38/A
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Telefono: 0121030435
Email: sanlazzaromedica@gmail.com

Visite dermatologiche per pazienti di Pinerolo, Buriasco, Macello e Osasco

Dermatite atopica: gli italiani sono i più colpiti d’Europa

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Dalla psoriasi ai tumori cutanei, le malattie della pelle al centro dell’ultimo congresso dei dermatologi della Sidemast a Verona

La dermatite atopica è la più comune malattia infiammatoria della pelle. Colpisce il 15-20% dei bambini, dà prurito talvolta così intenso da impedire di studiare, dormire, concentrarsi. Solo un terzo di queste forme esordisce in età adulta, mentre i due terzi sono una scomoda eredità dell’infanzia.

 

Nel bambino va trattata subito perché bloccarla significa, in molti casi, evitare l’esordio di allergie e asma. Infatti, la dermatite atopica va ben oltre la pelle e da problema cutaneo diventa una malattia a impatto sistemico.

 

Ma la novità è che anche molti adulti ne soffrono: una recente indagine internazionale, condotta su oltre 100mila persone e che ha coinvolto anche l’Italia, evidenzia nel nostro paese un’incidenza di dermatite atopica fino all’8 % degli over 18. Lo rivela uno studio pubblicato di recente dalla rivista Allergy condotto da uno staff internazionale di specialisti, tra cui il professor Giampiero Girolomoni, ordinario di dermatologia e venereologia dell’Università di Verona, co-presidente del 93° congresso nazionale della Sidemast tenutosi a Verona alla presenza di oltre mille specialisti provenienti da tutta Italia.

 

Al congresso si è parlato anche dei tumori della pelle, in particolare il melanoma, in continuo aumento. «Nel 2017 in Italia sono stati circa 14.000 i nuovi casi di melanoma della cute, 7.300 tra gli uomini e 6.700 tra le donne – ha spiegato il presidente di Sidemast, prof. Piergiacomo Calzavara Pinton. – Se si considerano le fasce di età, il melanoma rappresenta il 9% dei tumori giovanili negli uomini (seconda neoplasia più frequente) e il 7% nelle donne, secondo i dati AIRTUM».

 

Un altro tema importante è quello della prevenzione in ambito dermatologico delle patologie della cute dell’anziano: la diagnosi precoce di carcinomi baso e squamocellulari appare oggi di estrema attualità. Come fondamentale appare educare i cittadini alla prevenzione dai danni del sole: «Oggi molte persone non sono informate e fanno più danni che altro. La fotoprotezione locale e orale è spesso fatta in maniera sbagliata, bisogna conoscere le giuste regole per esporsi al sole. Presto avremo le nuove linee guida proprio in questo ambito».

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Dimmi cosa mangi e ti dirò a che età andrai in menopausa. Scoperto possibile legame

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È un appuntamento fisiologico per ogni donna: uno studio inglese ha trovato una correlazione fra il tipo di alimentazione seguita e l’ingresso in questa fase

Uno studio inglese ha dimostrato l’esistenza di una correlazione fra quello che si mangia e l’età nella quale si entra in menopausa. Sull’argomento sono sicuramente necessari altri studi, poiché per il momento i meccanismi che possono celarsi dietro questa correlazione non sono noti.

 

Per ogni donna la menopausa è un appuntamento fisiologico che si verifica solitamente fra i 50 e i 52 anni. Una menopausa troppo precoce può comportare numerosi problemi di salute, come per esempio una minore densità minerale ossea e quindi un maggior rischio di fratture.

 

«Se la menopausa arriva prima dei 45 anni è stato riscontrato un rischio più elevato di sviluppare malattia coronarica, ma anche un rischio più elevato per mortalità cardiovascolare e complessiva- precisa Anna Maria Paoletti, Professore ordinario di ginecologia e ostetricia all’Università degli Studi di Cagliari, membro del consiglio direttivo della SIGO (Società Italiana di Ginecologia e Ostetricia) che aggiunge- una menopausa precoce, inoltre, anticipa e accentua il declino cognitivo».

 

Anche una menopausa tardiva che interviene dopo i 55 anni non è esente da problemi di salute, in particolare comporta una probabilità doppia, di sviluppare cancro al seno.

 

Il ruolo dell’alimentazione

Uno studio inglese recente ha cercato di capire se esiste una relazione fra le abitudini alimentari e l’età della menopausa. Lo studio è stato realizzato studiando i dati relativi a una vasta popolazione femminile, di età compresa fra i 35 e i 69 anni, che si sono impegnate a riferire circa il loro peso, l’attività fisica svolta, le gravidanze, l’eventuale assunzione di farmaci per la terapia ormonale sostitutiva.

 

Queste donne inoltre, hanno compilato un questionario sulle loro abitudini alimentari, andando a specificare quali alimenti consumassero quotidianamente o meno, attingendo da una lista di 217 cibi.

 

«Leggendo lo studio si evince che hanno partecipato effettivamente al lavoro di ricerca 14172 donne; fra queste ben 5145 non hanno compilato correttamente il questionario relativamente all’età della menopausa. Delle 9027 che lo hanno fatto , molte sono state escluse per svariati motivi durante il periodo di follow-up e quindi alla fine le conclusioni sono state tratte su 914 partecipanti. Un numero comunque interessante per trarre delle conclusioni» chiarisce ancora la prof.ssa Paoletti.

 

Cibi ed età della menopausa

Dall’analisi di questi dati è emerso che le donne che consumavano abitualmente pesci grassi come la trota, la sardina o l’aringa, ma anche verdure e leguminose e che per questo potevano contare su un buon apporto di zinco e vitamina B6hanno avuto la menopausa mediamente tre anni più tardi rispetto alle altre.

 

Le donne che invece seguivano una dieta ricca di cibi raffinati sono entrate mediamente in menopausa un anno e mezzo prima delle altre.

 

Le donne vegetariane hanno evidenziato la tendenza a entrare in menopausa almeno un anno prima rispetto a quelle che mangiano carne, mentre il consumo di uva e pollame sembra in grado di rallentare l’arrivo della menopausa per le donne che non hanno avuto figli.

 

«Al di là dei risultati di questo studio è utile sottolineare l’importanza di scegliere correttamente la dieta da seguire durante tutta la vita e in particolare dopo la menopausa. A questo proposito la letteratura scientifica disponibile suggerisce l’opportunità di portare a tavola cibi ricchi di antiossidanti- chiarisce ancora la prof.ssa Paoletti che conclude- la dieta Mediterranea è ricca di sostanze ad attività antiossidante e dovremmo favorirla rispetto ad una dieta ricca di grassi saturi, di provenienza animale. Questi dovrebbero essere sostituiti da quelli insaturi che hanno dimostrato di migliorare il metabolismo dell’insulina e di ridurre il rischio cardiovascolare. La sola dieta non è, però, sufficiente a contrastare le problematiche metaboliche della menopausa: un’attività fisica costante, associata all’integrazione di vitamina D che, al di là del suo effetto sull’osso, ha dimostrato importanti effetti sul sistema immunitario, non può che giovare alla salute generale della donna».

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Tumore precoce al seno, un test per evitare la chemio nel 70% dei casi

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Terapia su misura per le donne con un cancro alle prime fasi grazie allo screening di 21 geni. Sette pazienti su 10 possono essere trattate solo con la terapia ormonale

Tumore precoce al seno, un test per evitare la chemio nel 70% dei casi

PUO’ UN TEST genomico indicare al medico quale strategia terapeutica sia meglio seguire per la sua paziente? Più precisamente, può un punteggio ottenuto analizzando l’espressione di alcuni geni predire se l’aggiunta della chemioterapia alla terapia ormonale sia superflua? Sì, come dimostrano i risultati dello studio TaylorX presentato oggi al congresso mondiale di oncologia medica (Asco) a Chicago, il più ampio studio di medicina di precisione nel cancro al seno mai eseguito. I risultati dicono che circa il 70% delle donne con il tipo di tumore al seno più diffuso – quello responsivo agli ormoni, HER2 negativo, senza linfonodi coinvolti – può evitare di fare la chemioterapia insieme alla terapia ormonale. “Il nostro studio dimostra che la chemioterapia può essere evitata in circa il 70% dei casi nelle donne in cui il test è indicato, quindi limitando al 30% la porzione di pazienti per cui la chemio può effettivamente portare dei benefici”, ha spiegato Joseph A. Sparano, dell’Albert Einstein Cancer Center di New York, vice direttore del gruppo di ricerca Ecog-Acrin che ha condotto lo studio.

• IL TEST
OncotypeDX è un test genomico, esamina cioè l’attività di alcuni geni all’interno di un campione di tumore e fornisce informazioni sulla biologia del singolo tumore al seno. In questa ricerca è stato sperimentato con successo nei casi di tumore al seno iniziale. Ma già studi precedenti avevano dimostrato che riesce a prevedere il rischio di recidiva e la probabilità di trarre beneficio dalla chemioterapia nel tumore al seno invasivo nel caso di donne con cancro positivo al recettore per gli estrogeni (ER+), che non esprime livelli alti della proteina HER2 né presenta più di due copie del gene HER2 (HER2 negativo), quello più diffuso.

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