Fibromialgia, la malattia che debilita mente e corpo: perchè si scatena e come riconoscerla

Fibromialgia, la malattia che debilita mente e corpo: perchè si scatena e come riconoscerla

gestione No Comments

Il 12 maggio ogni anno è la giornata dedicata alla sensibilizzazione a livello mondiale, sulla fibromialgia, una malattia che tende a manifestarsi soprattutto nelle donne, per motivi non ancora del tutto chiari.

 

Per sensibilizzare alla malattia, le sezioni dell’Associazione Italiana Sindrome Fibromialgica hanno organizzato eventi in piazza, incontri e visite ai reparti ospedalieri. Il comitato dei Fibromialgici uniti, in tutta Italia ha organizzato diverse manifestazioni per far conoscere i vari aspetti della malattia, segnalando la loro presenza con tanti palloncini viola. La malattia, secondo le stime, affligge due milioni di persone solo in Italia e tende a insorgere nella fascia di età compresa fra i 20 e i 55 anni.

 

I sintomi principali che la caratterizzano sono dolore, descritto come paragonabile a crampi, morsi, scosse elettriche o trafittura di coltelli, e stanchezza presente già al risveglio al mattino. Altri sintomi caratteristici della malattia sono malessere generale con rigidità mattutina, cefalea, reflusso gastroesofageo, dolori addominali, colon irritabile, difficoltà nella concentrazione e nella memoria: è chiaro che una sintomatologia del genere è fortemente invalidante.

 

Una diagnosi difficile e cause non chiare

«La fibromialgia è talvolta difficile da diagnosticare perché non esistono esami di laboratorio che aiutino il medico a confermare il sospetto clinico- spiega il Prof. Andrea Doria, dell’Unità di Reumatologia dell’Università degli Studi di Padova che aggiunge- La malattia è ancora più difficile da diagnosticare quando si associa ad altre condizioni morbose caratterizzate da dolore come osteoartrosi, artrite reumatoide, spondiloartriti o lupus eritematoso sistemico».

 

Le cause scatenanti di questa malattia non sono del tutto chiare: tende a comparire in seguito a un evento traumatico o dopo un periodo di forte stress continuo, in una persona che ha una predisposizione genetica. Questo si traduce in una riduzione della concentrazione di melatonina e noradrenalina a livello del sistema nervoso centrale.

 

Melatonina e noradrenalina sono neurotrasmettitori che svolgono un ruolo importante nel controllare la soglia del dolore, la regolarità del sonno e il tono dell’umore. Le persone affette da fibromialgia hanno una riduzione di questi neurotrasmettitori il che spiegherebbe l’abbassamento della soglia del dolore, i disturbi del sonno e i problemi di umore.

 

Linee guida non condivise

Esistono delle linee guida su come trattare la malattia, ma non sono universalmente accettate e riconosciute.«La ragione di assenza di un consenso è che vi sono pochi studi randomizzati controllati e quindi mancano dati di “evidence based medicine”. La terapia si basa quindi sull’esperienza del medico. I pazienti devono essere consapevoli che la sola terapia farmacologica non risolve la situazione- spiega ancora il Prof. Doria che conclude- Per stare meglio è fondamentale l’attività fisica, in particolare la ginnastica posturale e gli esercizi di allungamento (stretching) muscolare. È inoltre importante che il paziente si senta compreso, poiché il dolore e il malessere che prova sono reali e fortemente invalidanti, ma non sempre presi effettivamente sul serio da personale medico e familiari».

HOME 

Mistero a Stoccolma: chi è Lars Andersson, lo scienziato “No Vax” che scrive ma non esiste

gestione No Comments

È come un fantasma. Eppure alcune riviste scientifiche pubblicano suoi contributi in qualità di esperto del Karolinska Institutet

Giallo a Stoccolma. All’insaputa del Karolinska Institutet, la prestigiosa università di medicina svedese, un tale Lars Andersson da alcuni anni sta pubblicando su riviste scientifiche una serie di articoli (nel gergo tecnico si tratta di «lettere all’editore») con l’obbiettivo -infondato- di insinuare il dubbio sull’utilità e sulla sicurezza dei vaccini. Ultimo in ordine di tempo è quello che afferma che il vaccino per l’HPV esporrebbe ad un aumentato rischio di sviluppare il cancro del collo dell’utero.

Esattamente il contrario di ciò che dovrebbe fare, ovvero prevenirne l’insorgenza.

 

C’è però un piccolo particolare: oltre all’infondatezza della comunicazione, presso il Karolinska non lavora nessun Lars Andersson. Una situazione imbarazzante che mostra il lato oscuro di come vengono gestite alcune pubblicazioni su riviste scientifiche non sempre attendibili. Ma l’imbarazzo colpisce anche l’istituto stesso che negli anni non si è mai accorto delle pubblicazioni a nome dello scienziato fantasma.

 

Un unico obbiettivo: insinuare il dubbio

La «lettera all’editore» da poco pubblicata da Lars Andersson è solo l’ultima di una serie iniziata nel 2014. Negli ultimi giorni del mese di aprile di quest’anno la rivista «Indian Journal Medical Ethics» pubblica un articolo che afferma che il vaccino contro il papilloma virus in realtà potrebbe causare il cancro della cervice uterina. A firmare la rivoluzionaria scoperta è il solo Lars Andersson che come affiliazione si porta dietro il nome del prestigioso Karolinska Institutet. Che qualcosa non quadri lo si può notare dall’indirizzo mail a cui poter scrivere allo scienziato. Una casella di posta generica non riconducibile all’istituto.

 

Con le stesse modalità -articolo a firma unica, affiliazione del Karolinska e mail generica- Andersson nel 2014 pubblica alcuni dati sulla presunta associazione tra vaccino influenzale e sviluppo di diabete e, nel 2017, che il vaccino per l’HPV è associato alla comparsa della sindrome da stanchezza cronica.

 

Lars Andersson non esiste

Se le precedenti pubblicazioni non hanno avuto molta eco, quest’ultima ha cominciato a fare il giro del web -ripresa in particolare da siti particolarmente sensibili all’argomento «danni da vaccino»- sino ad arrivare al Karolinska Institutet. Al di là dell’infondatezza del messaggio, basato sull’interpretazione ed omissione di alcuni dati, a rendere curiosa la vicenda è l’identità del ricercatore.

Dopo una rapida indagine interna il Karolinska mercoledì ha diramato un comunicato in cui afferma che nel proprio organico non c’è e non vi è mai stato il signor Lars Andersson (a onor del vero c’è un omonimo che non si occupa di vaccini. Ma Lars Andersson in Svezia equivale a Giuseppe Rossi per l’Italia).

 

Oltre a prendere posizione l’università ha chiesto alla rivista «Indian Journal Medical Ethics» di eliminare immediatamente quell’affiliazione. Richiesta accettata con la precisazione che Lars Andersson non è altro che uno pseudonimo che il ricercatore chiede di adottare per salvaguardare la propria incolumità.

 

Il vaccino contro l’HPV funziona

La vicenda, emersa solo in questi ultimi giorni, ci insegna che ad oggi uno dei problemi nel campo della ricerca è la facilità con cui è possibile pubblicare teorie fasulle senza troppo controllo. Teorie che, proprio perché pubblicate su riviste scientifiche scarsamente controllate -che un non addetto ai lavori non può riconoscere-, vengono prese come pretesto per affermare la pericolosità dei vaccini.

 

Un salto di qualità notevole che permette alla galassia dei siti No-Vax di poter citare pubblicazioni scientifiche a supporto della propria idea. Eppure, sull’efficacia e sicurezza dei vaccini -e in particolare modo quello per l’HPV- i dati parlano chiaro. Proprio ieri è stato pubblicato un imponente studio – e non una semplice lettera all’editore come quelle di Lars Andersson- che ha preso in esame ben 26 ricerche che hanno coinvolto oltre 73 mila ragazze e donne di età compresa tra i 15 e i 45 anni di tutti i continenti e seguite per 8 anni.

 

L’analisi ha mostrato che il vaccino contro il papillomavirus abbatte il rischio di lesioni pre-tumorali nelle ragazze e non è associato a effetti collaterali gravi, né tanto meno a decessi o a conseguenze sulle gravidanze.

HOME

Occhio secco, così il disturbo compromette la vita. Intervenire con tempismo per migliorare

gestione No Comments

Una malattia cronica, che richiede un approccio di cura ad ampio spettro, ma soprattutto a lungo termine: ecco come la comunità scientifica considera oggi la problematica dell’occhio secco, in netta controtendenza rispetto all’opinione comunemente diffusa, che tende a sottovalutarla.

«La sindrome dell’occhio secco è una condizione molto comune che aumenta con l’età, soprattutto nelle donne – esordisce Maurizio Rolando, direttore del Centro superficie oculare IsPre Oftalmica di Genova. -. Si stima infatti che fra il 12 e il 16 per cento della popolazione generale presenti i sintomi del disturbo, senza però riconoscerlo come condizione patologica e di conseguenza senza adottare terapie mirate. La diagnosi tempestiva è invece il presupposto per una corretta gestione del problema».

 

I sintomi del disturbo

I sintomi della sindrome da occhio secco – accentuati anche dall’utilizzo duraturo di pc, tablet e smartphone – includono dolore agli occhi, secchezza, arrossamento, lacrimazione eccessiva, disagio causato da lenti a contatto, irritazione da vento o fumo, occhi stanchi, sensazione di corpo estraneo nell’occhio, visione offuscata e fotofobia.

 

«L’occhio secco può influire sulla capacità di lettura e di guida, limitando quindi notevolmente la vita quotidiana di chi ne soffre – prosegue l’esperto -. Senza contare il fatto che la somma di questi disturbi può, in alcuni casi, anche portare allo sviluppo di ansia e depressione: un quadro generale che denota senza dubbio la presenza di una condizione malattia cronica».

 

Un attento ascolto dei sintomi riferiti dal paziente è il primo step per un approccio globale alla sindrome dell’occhio secco. Al fine di quantificare l’entità di tali sintomi e valutare in seguito l’efficacia della terapia su di essi, è utile servirsi di appositi questionari di autovalutazione che il paziente può facilmente compilare.

 

Oltre a questo, va effettuata un’accurata anamnesi che indaghi sull’andamento e sulla variabilità dei sintomi, su fattori scatenanti quali condizioni ambientali sfavorevoli, presenza di malattie autoimmuni, alterazioni ormonali, assunzione di particolari farmaci, interventi chirurgici oculari pregressi, solo per citare alcuni esempi.

 

«La malattia dell’occhio secco può essere difficile da diagnosticare perché i sintomi variano e spesso si sovrappongono con altri disturbi oculari – afferma Pasquale Aragona, direttore della clinica oculistica e del centro di riferimento regionale per le malattie della superficie oculare dell’Università di Messina -. Per questa ragione, anche lo specialista può essere portato a sottostimarne la severità e, se non tempestivamente individuata e correttamente trattata, la patologia può avere ripercussioni significative sulla vita delle persone».

 

Le cause della sindrome da occhio secco

Gli elementi che determinano l’occhio secco sono molteplici: dall’invecchiamento, fino ai fattori ambientali (si pensi all’inquinamento o al trascorrere molto tempo davanti a uno schermo) e alla condizione fisica generale del soggetto (per esempio i cambiamenti ormonali e l’assunzione di determinati farmaci come quelli anti-acne, alcuni beta-bloccanti o i contraccettivi orali).

 

Una volta accertata da parte dell’oculista la malattia dell’occhio secco, la terapia deve basarsi sull’utilizzo regolare, nell’arco del giorno, di sostituti lacrimali ad ampio spettro e accompagnata da un’accurata igiene della palpebra.

 

«Occorre accertarsi che il sostituto lacrimale utilizzato sia privo di conservanti, perché durante la giornata la parte di acqua evapora lasciando quest’ultimo a contatto con l’occhio a concentrazioni crescenti», aggiunge Rolando, tra gli estensori delle prime raccomandazioni nazionali sulla sindrome dell’occhio secco. I conservanti, come per esempio il benzalconio cloruro che viene spesso utilizzato nella preparazione dei colliri, comportano un certo rischio di tossicità, dato che possono infiammare e provocare danni alla superficie oculare. «Stiamo parlando di una malattia cronica per la quale ancora non esiste una cura definitiva – chiosa Aragona -. Un motivo in più per procedere in direzione di una diagnosi precoce e verso una gestione appropriata del paziente per migliorare la qualità della sua vista e della sua vita».

HOME

Sportivo, manager o nerd, la dieta è un affare da maschi

gestione No Comments

Non è (solo) una questione estetica. Alcune patologie legate al cibo come quelle cardiovascolari o il diabete colpiscono di più gli uomini

Un tempo appannaggio del mondo femminile da sempre attento alle diete, oggi l’attenzione all’alimentazione è diventata cruciale per il benessere e la salute. E così anche gli uomini hanno iniziato ad affollare gli studi dei nutrizionisti. Cercano indicazioni precise e le seguono alla lettera, tanto che, per loro, l’intervento alimentare ha «un effetto quasi istantaneo sui marcatori di rischio delle patologie più diffuse come l’ipertensione, l’iperglicemia, la dislipidemia e il sovrappeso». Parola di Lucilla Titta, biologa nutrizionista e consulente per lo IEO Istituto Oncologico Europeo, dove è responsabile del progetto «Smart Food» dedicato ai fattori protettivi della dieta.

 

I rischi

«Le donne purtroppo sono cresciute a “pane e dieta dimagrante”, sono più consapevoli e, quindi, tendono al fai-da-te» ci spiega la ricercatrice. I maschi sono più attenti. Da cinque anni ormai, «essi rappresentano il 50% delle persone che ricevo nel mio studio – conferma – Non sono spinti da motivazioni estetiche, ma prendono molto sul serio il fatto che il cibo sia un’arma potentissima di prevenzione delle malattie». Anche oncologiche: «Il 30-40% dei tumori che colpiscono gli uomini potrebbe essere evitato grazie a qualche modifica a tavola. Sono ormai molti gli studi che hanno dimostrato il collegamento tra quello che mangiamo e come lo cuciniamo e l’insorgenza e l’evoluzione dei tumori» dice Lucilla Titta, che è anche responsabile del progetto «Food Bank in Oncology».

 

Ci sono patologie, scrive nel suo ultimo libro, La dieta del maschio (Rizzoli), vademecum teorico e pratico su salute e alimentazione, «che colpiscono maggiormente il genere maschile, come quelle cardiovascolari, il diabete di tipo 2, l’obesità, le patologie del sistema gastrointestinale, la steatosi epatica e alcuni tipi di tumore». E il comune denominatore è di essere tutte collegate all’alimentazione e allo stile di vita.

 

La sfida

Ma se la letteratura scientifica non ha dubbi su quale sia l’alimentazione più corretta, «la sfida principale diventa fornire indicazioni chiare e precise da seguire nella vita quotidiana, dove siamo messi a dura prova dalla continua disponibilità di alimenti di ogni sorta», spiega la ricercatrice. Inoltre, come insegna la medicina di genere, gli organismi dei due sessi hanno caratteristiche e bisogni diversi. Ci sono poi le differenze individuali. Cosa fare? Oltre a una sintesi della letteratura scientifica più aggiornata, La dieta del maschio risponde individuando otto profili e fornendo, per ciascuno, indicazioni da seguire in dieci ipotetiche situazioni, dal congresso alle vacanze.

 

I profili

Ci sono i «conditi dallo stress», come manager e liberi professionisti, che saltano il pranzo e passano da una cena di lavoro all’altra, e hanno generalmente problemi di stomaco. C’è chi, in un continuo slalom tra snack e caffè, mangia a orari irregolari, come infermieri, medici, autisti. Per costoro, alla mancanza di sonno, si aggiunge quella di alimenti freschi, con un aumentato rischio di sviluppare ipertensione. Ma quando si pensa ai bisogni dell’uomo moderno, ci ammonisce l’autrice, spesso si dimentica chi svolge lavori pesanti, come coltivatori e operai edili: «Questo tipo di professioni porta a diverse problematiche dal punto di vista nutrizionale, che si possono risolvere o perlomeno attenuare con un’attenzione specifica allo stato infiammatorio».

 

Del tutto diversa la situazione di chi, come impiegati, insegnanti e giornalisti, è sedentario e segue orari regolari: costoro dovrebbero concentrarsi sullo stile di vita. Lo stesso vale per gli smart workers, che lavorano da casa, cui «allo svantaggio della sedentarietà del lavoro d’ufficio si aggiunge l’accesso illimitato al frigorifero». L’intestino, qui, è il primo a risentirne. Regolarizzare i ritmi alimentari dovrebbe essere, invece, la priorità di chi, come commercianti e cuochi, passa molto tempo in piedi e consuma pasti veloci e disordinati. In generale, «buona regola per abbassare l’impatto glicemico dei piatti, cioè la capacità di alzare gli zuccheri nel sangue e aumentare senso di sazietà, è iniziare pranzo e cena con verdure di stagione cotte o crude». Il messaggio è chiaro: a ciascuno il suo menù, per rimanere in salute e abbassare i fattori di rischio. Con delle regole chiare, potrebbe non essere così difficile.

HOME

Abbuffate e poi allenamenti sfrenati: il disturbo alimentare in versione maschile è in aumento

gestione No Comments

Una storia di «binge/purging» raccontata dal The Guardian. Dove ha origine il disagio

Siamo abituati a pensare ai disturbi del comportamento alimentare come a problematiche riguardanti solo o soprattutto il genere femminile. Invece è interessante esaminare quel che recentemente ha pubblicato il quotidiano The GuardianUn articolo sulla storia di un atleta maschio con condotte di binge/purging (ovvero sequenza di abbuffate e condotte di eliminazione per mezzo di esercizio fisico, utilizzo di purghe o vomito indotto), in cui si sottolinea come il fenomeno sia in espansione anche tra la popolazione maschile.

L’articolo vuole presentare un libro scritto dall’autore stesso, Tom Pollock, per ora reperibile solo in inglese («White Rabbit, Red Wolf»), in cui l’autore scrive la sua esperienza e la presenta al grande pubblico. L’autore racconta una storia fatta di allenamenti mostruosi usati come «condotta di eliminazione» a seguito di abbuffate compulsive svolte in uno stato mentale di quasi-trance, una sequenza ricorrente nella vita di chi soffre di disturbi del comportamento alimentare.

 

E’ ben descritto anche il nascere del problema, che Pollock riconduce a difficoltà vissute nell’età adolescenziale fuori e dentro la famiglia. Se inizialmente le abbuffate parevano essere momenti di sfogo per la tensione e la pressione, divennero presto per l’autore le fonti stesse di pressione e tensione.

 

Pollock conclude descrivendo il momento in cui uno psichiatra nominò per primo il suo problema in maniera corretta, formulando una diagnosi di bulimia, e descrivendo il percorso terapeutico che gli consentì di uscirne (un approccio di psicoterapia a cadenza settimanale e l’uso di un antidepressivo con funzione ansiolitica, insieme a un coming out rispetto al problema con parenti e amici, così da creare una “rete” intorno a lui).

«Human Brain», il mondo dell’encefalo: nuove cure e sviluppo di moderne tecnologie

gestione No Comments

A Pavia il meeting di tutte le unità italiane coinvolte nel progetto da 1,2 miliardi di euro finanziato dall’Europa in 10 anni, giunto a metà percorso
Pubblicato il 30/03/2018
NICLA PANCIERA

Disporre un cervello virtuale su cui testare l’efficacia di nuovi interventi terapeutici o di prevenzione significherebbe accelerare notevolmente la ricerca di una cura per le patologie neurologiche. Simulare il cervello è uno degli obiettivi dello «Human Brain Project» progetto da 1,2 miliardi di euro finanziato dall’Europa in 10 anni e che vede al lavoro 120 laboratori europei, di cui 16 unità italiane.

 

Con i suoi mille miliardi di neuroni, cifra da moltiplicare per almeno mille volte per ottenere il numero delle sinapsi, il nostro encefalo è un organo complesso. Per conoscerlo bisogna superare la frammentazione delle discipline e degli sforzi. Inoltre, e questo è l’approccio di «Human Brain», è necessario arrivare a un modello matematico. «Oggi non abbiamo una teoria generale del cervello e del suo funzionamento da mettere alla prova dei fatti. Ci mancano ancora troppi pezzi del puzzle. Per procedere serve una collaborazione sistematica dall’organizzazione multiscala», spiega il neurofisiologo Egidio D’Angelo, del dipartimento di Brain and Behavioural Sciences dell’Università di Pavia, a margine dell’incontro di tutte le unità italiane coinvolte nell’iniziativa.

 

Il sistema nervoso centrale è dotato di una peculiare e forte interconnessione tra i suoi elementi costitutivi. Ma la complessa circuiteria neurale è frutto dell’evoluzione biologica e potrebbe essere quindi, più che al disegno di un ingegnere, molto più simile ad un’opera di modifica e assemblaggio di pezzi che si sono via via resi disponibili. Come arrivare ad un modello del tutto, allora, non conoscendone le parti e le logiche di assembramento?

 

«“Human Brain Project” procede seguendo una modellizzazione “bottom-up”: non imponiamo al sistema la nostra concezione architettonica, ma partiamo dalle misurazioni in laboratorio, vale a dire dalla conoscenza molecolare e cellulare. Il nostro modello deve, poi, incorporare tutti i livelli di complessità possibile e, quindi, “costruiti” i singoli neuroni, ora ne stiamo simulando la connettività», aggiunge D’Angelo che è il coordinatore per tutto il progetto dello sviluppo di modelli dei microcircuiti cerebrali. Gli scienziati hanno già creato i primi modelli della corteccia e sono in fase di completamento ippocampo, cervelletto e gangli della base. Tutti verificati sperimentalmente mediante misure a elevata tecnologia.

 

«Il prossimo passo sarà la creazione di strutture sempre più complesse e che si avvicineranno progressivamente a quella sorta di gigantesco bricolage evolutivo che ci troviamo a studiare e simulare», dice D’Angelo, che anticipa: «L’applicazione di tali modelli computazionali del funzionamento del cervello, attraverso la loro implementazione nei circuiti dei robot e in nuove architetture di calcolo neuromorfo, ci consentirà di condurre ricerche su un cervello virtuale». E di avere macchine potentissime nell’apprendimento e nel calcolo. Infatti, oltre all’avanzamento delle conoscenze neuroscientifiche e alla cura delle patologie del cervello, tra gli obiettivi dello «Human Brain Project» c’è anche lo sviluppo di nuove tecnologie biorobotiche e bioinformatiche.

 

«La robotica ha da sempre lavorato con la neurofisiologia, contribuendo alla comprensione dei meccanismi di elaborazione sensoriale e del comportamento e fornendo il banco di prova alle teorie», sottolinea Cecilia Laschi dell’Istituto di biorobotica della Scuola Superiore Sant’Anna di Pisa, partner del progetto. Ma che cosa significa dotare un robot di un cervello simile a quello dei mammiferi? «La sua programmazione è costituita da codici che non impartiscono regole, ma che simulano reti neurali e consentono così al neurorobot di imparare e disimparare dall’esperienza. Invece di rigide strategie comportamentali, incorporiamo delle regole di plasticità – dice Alessandra Pedrocchi del laboratorio di neuroingegneria e robotica medica del Politecnico di Milano, partner di “Human Brain” -. Macchine di questo tipo, robuste e ridondanti, sono fondamentali nell’interazione con l’uomo», dove a contare sono reattività e adattamento.

 

D’Angelo parla di «un cambiamento di paradigma nelle procedure di studio del cervello». Quanto ai dubbi sulla correttezza epistemologica di questo modo di procedere ribatte: «È una sfida. Anche se quest’approccio non portasse ad una “teoria del tutto” gli avanzamenti teorici e tecnologici che stiamo sviluppando saranno cruciali per qualunque futura ricerca».

HOME

Sclerosi multipla, un videogioco per lavorare sulla riabilitazione anche a casa propria

gestione No Comments

a

Un videogioco con dispositivi high-tech che consente alle persone con sclerosi multipla di fare riabilitazione direttamente da casa, sotto continuo monitoraggio medico. Si chiama Ms-Fit ed è un gioco digitale sviluppato da Roche ed Helaglobe srl, con il coinvolgimento di 12 centri neurologici diffusi in tutta Italia e della Fondazione italiana sclerosi multipla (Fism).

Ms-Fit, spiegano i suoi realizzatori, «utilizza le caratteristiche fondamentali dei videogames per consentire a chi vive con la sclerosi multipla di svolgere quotidianamente un’attività fisica adattata, sotto lo stretto monitoraggio del medico che ne riceve i dati e i progressi» attraverso una piattaforma dedicata. Il tutto avviene grazie a un mini-personal computer e un controller del movimento: l’utente vede riprodotto sullo schermo un avatar che lo guida nello svolgimento degli esercizi.

 

In Ms-Fit «gli esercizi si ispirano al Pilates e intervengono su tre aspetti trasversali a tutti i pazienti, ovvero la postura, l’equilibrio e la respirazione. Lo strumento tiene conto delle esigenze di chi vive con questa patologia, per cui è fondamentale porre attenzione al concetto di fatica, e prevede meccanismi di sfida-premio per invogliare il paziente a proseguire con l’attività fisica».

 

«L’innovazione è la nostra risposta continua alle sfide della salute – dice Anna Maria Porrini, direttore medico di Roche – siamo fortemente impegnati non solo nel trovare soluzioni terapeutiche d’avanguardia, ma anche nell’offrire servizi e strumenti tecnologici, come Ms-Fit, a vantaggio della quotidianità delle tantissime persone che convivono con la sclerosi multipla».

 

«Ms-Fit – aggiunge Davide Cafiero, managing director di Helaglobe – è nato per dare l’opportunità alle persone con sclerosi multipla di esercitarsi quotidianamente, nonostante l’attività fisica adattata venga percepita da loro a volte come noiosa o faticosa».

 

Con questa tecnologia, conclude Giampaolo Brichetto, coordinatore ricerca in riabilitazione Fism-Aism, «coordineremo uno studio che coinvolgerà un network di centri di eccellenza nella ricerca riabilitativa e nell’esercizio fisico. L’obiettivo sarà testare la fattibilità e la validità di questo particolare approccio di attività fisica adattata nella persona con sclerosi multipla».

HOME

Visita non agonistica per la palestra 25€

gestione No Comments

Ogni lunedì e mercoledì pomeriggio i nostri medici dello sport, Dr Gianluca Gottero e Dr Marco Piseddu effettuano le visite medico sportive per il certificato medico necessario per accedere nelle palestre.

 

 

La visita comprende:

misure antropometriche

esame della vista

spirometria

visita medica

Elettrocardiogramma basale

 

Per prenotare tel 0121/030435  Email:  sanlazzaromedica@libero.it

 

HOME

POLIAMBULATORIO MEDICO ODONTOIATRICO SAN LAZZARO MEDICA

VIA ETTORE BIGNONE 38/A
PINEROLO, ITALIA 10064
Italia
Telefono: 0121030435
Email: sanlazzaromedica@gmail.com

Serviamo paziente delle palestre del Pinerolese, Torinese e Saluzzese

 

Funghi della pelle, le parti del corpo più soggette e i rimedi possibili

gestione No Comments

Le micosi della pelle, le infezioni causate da funghi patogeni o miceti, sono estremamente frequenti e in costante aumento a causa dello stile di vita odierno. Molte persone le sviluppano a causa dell’assidua frequentazione di saune, palestre, piscine o comunque ambienti caldo umidi che ne favoriscono l’insediamento cutaneo.

 

I miceti, inoltre, attaccano e trovano vita facile tanto più il sistema immunitario è indebolito dallo stress cronico, ma anche da terapie antibiotiche prolungate o frequenti, dall’uso continuo di cortisonici o da trattamenti che determinano immunosoppressione come la radio o la chemioterapia.

 

Non è affatto raro, quindi, che all’avvicinarsi della primavera ci si ritrovi a fare i conti con fastidiose infezioni micotiche, anche a causa della debilitazione delle difese immunitarie messe a dura prova da virus influenzali e parainfluenzali e relative terapie.

 

INFEZIONI MICOTICHE: I PUNTI DEL CORPO IN CUI SONO PIU’ FREQUENTI

«Le infezioni micotiche cutanee, di più comune riscontro nella pratica dermatologica, sono causate da un gruppo eterogeneo di parassiti: i dermatofiti, i lieviti e le muffe. Tali microrganismi sono accomunati dalla capacità di sintetizzare la cheratinasi, un enzima che serve alla degradazione della cheratina degli epiteli cheratinizzati indispensabile alla loro sopravvivenza all’interno dello strato corneo cutaneo, delle unghie, dei peli e dei capelli» spiega il dottor Gianni Montesi Specialista in Dermatologia e Venereologia all’Ospedale Israelitico di Roma.

 

Nella metà dei casi le micosi sono causate proprio dai dermatofiti: «Il termine tinea, seguito dal nome dell’area interessata dall’infezione, indica la sede della micosi in atto. Tinea capitis se interessa il cuoio capelluto, tinea corporis se è interessato il tronco, tinea cruris se ad essere interessata è la regione inguinale, tinea manus, tine pedis, tinea unguium. Si parla di «intertrigo micotica», infine, se l’infezione interessa le pieghe come quella ascellare, inguinale o sottomammaria» chiarisce ancora il dottor Montesi .

 

ATTENZIONE ALLA SUDORAZIONE

Molte delle micosi di comune riscontro tendono a comparire nel periodo primaverile – estivo a causa dei cambiamenti della temperatura, dell’umidità cutanea e della produzione di sebo tipici di queste stagioni.

 

Il piede d’atleta è sicuramente una delle infezioni micotiche più diffuse e fastidiose: «Il piede d’atleta (tinea pedis), è causato da funghi del genere Tricophyton o più comunemente dalla Candida- spiega il dottor Montesi- Il persistere dell’umidità tra le dita dei piedi causato dall’ipersudorazione determinata dall’uso frequente di scarpe antitraspiranti o semplicemente dalla mancata asciugatura degli spazi interdigitali dopo la doccia, determina la comparsa di macerazione e fessurazione cutanea, un ambiente ideale per la proliferazione dei funghi.

Queste micosi sono difficili da debellare se non si interviene con una corretta asciugatura e con delle polveri antimicotiche che, oltre all’effetto antifungino, contribuiscono a tenere asciutta l’area dove vengono applicate».

 

LE ASCELLE E LA PARTE SOTTOSTANTE DEL SENO

Un discorso analogo può essere fatto per le micosi del cavo ascellare, del solco sottomammario e dell’inguine come precisa il dottor Montesi: «Le micosi in questi distretti anatomici sono più frequenti nei soggetti affetti da diabete e nei pazienti immunocompromessi, nei quali la stagione estiva può contribuire al peggioramento dei sintomi. Tali micosi sono molto spesso causate dalla Candida e si presentano con delle aree eritematose accompagnate da prurito e bruciore. La terapia si avvale sempre di una corretta asciugatura della zona e dell’utilizzo di creme o polveri antimicotiche associate a prodotti a base di eosina, sucralfato, solfato di rame o di zinco e i silicati che contribuiscono a ridurre l’infiammazione, l’umidità e la carica batterica della superficie cutanea».

 

LE MICOSI NELLE UNGHIE DELLE MANI E DEI PIEDI

Quando le infezioni micotiche interessano le unghie delle mani o dei piedi si parla di onicomicosi. «Queste infezioni insorgono più frequentemente tra i 20 e i 50 anni e sono molto comuni nei soggetti che presentano alterazioni della circolazione arteriosa, che indossano calzature poco traspiranti e che frequentano piscine, palestre e saune- spiega ancora il dottor Montesi che conclude- Le onicomicosi possono insorgere su unghie sane (onicomicosi primaria) oppure su unghie interessate da un’altra patologia (onicomicosi secondaria). L‘infezione può manifestarsi ai margini subungueali e coinvolgere la lamina ungueale in senso centripeto, può interessare solo la superficie della lamina ungueale, oppure può colpire inizialmente la porzione prossimale dell’unghia e poi migrare verso il margine libero. Tutte le onicomicosi, a prescindere dall’agente eziologico che le determina, sono di difficile eradicazione: è sempre consigliabile eseguire in laboratori attrezzati un esame microscopico e colturale dell’unghia in questione con lo scopo di identificare l’agente patogeno. La terapia normalmente si protrae per alcuni mesi soprattutto nelle onicomicosi dei piedi e consiste nell’applicare quotidianamente smalti antimicotici associati a farmaci antimicotici per bocca per 7 giorni al mese per alcuni mesi. Al termine della terapia si attende un mese e si ripete l’esame microscopico e colturale per essere certi dell’avvenuta guarigione».

HOME

Proteggete la vista: ai bambini farà bene aria aperta e maggiore distanza dai dispositivi digitali

gestione No Comments

Anche se i fattori genetici giocano un ruolo rilevante nella miopia, molti bambini potrebbero preservare una buona vista semplicemente trascorrendo più tempo all’aria aperta. È quanto sostiene Matteo Piovella, Presidente della Società Oftalmologica Italiana (SOI), le cui parole trovano pieno riscontro nei risultati del trial clinico CLEERE, condotto su 1.200 bambini di età compresa tra i 6 e i 14 anni. Per la prima volta questo studio internazionale ha evidenziato, più di un decennio fa, che i bambini che trascorrono molto tempo all’aria aperta hanno meno probabilità di andare incontro a miopia rispetto ai più casalinghi, indipendentemente dal tempo totale trascorso sui libri o di fronte alla tv.

 

Più luce solare e meno display

Il motivo di questo risultato ancora oggi non è del tutto chiaro: una delle ipotesi è che la luce naturale favorisca il rilascio di dopamina, che impedirebbe al bulbo oculare di sviluppare quella caratteristica forma allungata che contraddistingue la miopia. Tuttavia i moderni display di tablet e smartphone potrebbero non essere immuni da responsabilità, specie se tenuti troppo vicini agli occhi. «Come un tempo si diceva ai bambini di non stare troppo vicino alla televisione, oggi bisogna raccomandare loro di mantenere una certa distanza da smartphone e tablet, poiché avvicinando troppo l’occhio entra in funzione una messa a fuoco automatica che sembra favorire l’evoluzione della miopia in soggetti predisposti» avverte il Presidente SOI. Ad esempio guardare lo schermo di uno smartphone o di un tablet dalla distanza di 20 cm comporta uno sforzo triplicato rispetto al guardarlo da una distanza di 50 centimetri. Se questo sforzo viene mantenuto per troppo tempo, è possibile che nel tempo possa favorire il difetto della vista.

 

Pause frequenti da pc e tablet

I dati internazionali sulla miopia dimostrano un crescente aumento di questo difetto visivo nel mondo, con picchi massimi di incidenza in estremo Oriente (a Seul il 96,5% dei 19enni è miope) e una tendenza, entro l’anno 2050, a una popolazione terrestre composta per il 50% di miopi.

 

Arrestare il suo decorso sembra improbabile, sia per la matrice parzialmente genetica del disturbo, sia perché le più semplici raccomandazioni vengono continuamente disattese. «Fare frequenti pause quando si utilizza un pc o un tablet oppure limitare l’utilizzo dei dispositivi elettronici nei bambini a un massimo di 2-3 ore al giorno sono raccomandazioni tanto semplici quanto efficaci, eppure difficilmente rispettate» avverte Matteo Piovella.

 

Occhiali o lenti a contatto?

Una volta che si manifesta la miopia, la correzione attraverso occhiali o lenti a contatto è assolutamente ininfluente sul suo andamento, anche se chi preferisce le lenti deve impegnarsi a utilizzarle in modo attento e responsabile. «Indossare le lenti significa prestare massima attenzione al loro utilizzo e sapere che, se una lente provoca fastidio o rossore, questa deve essere assolutamente rimossa e sostituita. Ogni giorno in Italia una persona perde un occhio a causa dell’utilizzo improprio delle lenti» sottolinea Piovella.

 

Seppur allarmante, questo dato è estremamente contenuto rispetto alle decine di migliaia di fruitori di lenti in Italia. Tuttavia dovrebbe far riflettere su quanto la salute degli occhi dipenda dai piccoli accorgimenti, che tutti conoscono e pochi mettono in pratica.

HOME

Count per Day

  • 35676Totale letture:
  • 2Letture odierne:
  • 28Letture di ieri:
  • 25994Totale visitatori:
  • 2Oggi:
  • 18Ieri:
  • 0Utenti attualmente in linea: