Qual è il cibo più adatto per uno sportivo?

Qual è il cibo più adatto per uno sportivo?

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Secondo i nutrizionisti, il frutto perfetto per chi fa sport è l’avocado. Ecco perché.

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L’avocado è un frutto ricchissimo di fibre, acido folico, vitamine.|

Il primato spetta forse all’avocado, un frutto dalle molteplici qualità, consigliato dai nutrizionisti soprattutto a chi fa un’attività che richiede sforzi prolungati (nuoto, corsa, sport di squadra). Nonostante il suo alto contenuto lipidico (grassi, il 30% circa), è tra i cibi più utili e sani.

 

Infatti, dei 27 grammi di grassi che in media contiene un frutto, solo 4 sono saturi, i restanti sono insaturi e hanno effetti positivi sul colesterolo. Un avocado non contiene né molti carboidrati, né troppe proteine, ma è ricchissimo di fibre, acido folico, vitamine (la A per vista e pelle, la C per il sistema immunitario e la E che è un potente antiossidante) e minerali (potassio, magnesio, ferro).

 

Questo frutto fornisce al corpo il doppio delle calorie di una banana, ed è utile a chi vuole aumentare la massa muscolare, ma è adatto anche per le diete, visto il basso contenuto di carboidrati – che favorisce la sensazione di sazietà.

 

UN NOME SPECIALE. Del resto, che fosse un frutto prezioso lo avevano capito già gli Atzechi. Nella loro lingua (il nahuatl) la parola “ahuacatl”, da cui deriva avocado, significa “testicolo”. Le popolazioni native dell’America centro-meridionale coltivavano questo frutto prima dell’arrivo di Cristoforo Colombo e scelsero un nome evocativo della morfologia del frutto stesso. Chiamato anche pera alligatore, l’avocado fu descritto dai conquistadores come un frutto “abbondante, con una polpa simile al burro e caratterizzato da un ottimo sapore”.

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Balbuzie e bullismo: una campagna per aiutare i ragazzi che stanno tornando a scuola

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#liberalavoce, il movimento per aiutare genitori, insegnanti, educatori e ragazzi a comprendere che il disturbo va seguito ed aiutato

La riapertura delle scuole può essere motivo di ansia per tanti ragazzi, ma per alcuni di più se si considera che, come rilevato da un rapporto dell’Istat, oltre la metà dei ragazzi tra gli 11 e i 17 anni ha subito almeno un episodio offensivo, non rispettoso o violento da parte di altri ragazzi nel corso dell’ultimo anno.

 

 

Nel sei per cento dei casi la derisione è causata dall’aspetto fisico o dal modo di parlare. I bambini con disturbi specifici del linguaggio, tra cui la balbuzie, sono tre volte più a rischio di bullismo . Il disturbo, nei bambini della scuola primaria, può essere attribuito alla separazione dalle figure parentali, ma spesso la paura è condizionata da esperienze relazionali sgradevoli che hanno minato autostima e sicurezza sociale dei ragazzi.

 

«Quella del bullismo è un’epidemia globale – afferma Gabriella Pozzobon, pediatra all’ospedale San Raffaele di Milano e presidente della Società Italiana di Medicina dell’Adolescenza -. La reale dimensione, a causa della scelta di molte vittime di non denunciare, è in larga misura sommersa. Oggi assistiamo a un abbassamento dell’età dei bulli, con molti casi già nei primi anni delle elementari. Il diffondersi del cyberbullismo , che permette di superare i limiti di spazio e di tempo e di raggiungere il vasto pubblico del web, sta ulteriormente ampliando i confini del disagio».

 

Balbuzie e bullismo 

Le persone con balbuzie – quasi un milione in Italia, di cui 150mila con meno di 18 anni – tendono a identificarsi con il disturbo. Questa relazione si innesta nel momento cruciale di creazione dell’identità, quindi nell’infanzia il bullismo non fa altro che consolidare questa percezione e amplificare le esperienze negative.

 

«La balbuzie con l’evidente fatica nel parlare, a volte associata anche a spasmi facciali o movimenti involontari – dice Valentina Letorio, neuropsicologa del Vivavoce Institute di Milano – attira l’attenzione degli altri e può far diventare il ragazzo che balbetta un facile bersaglio di scherno e derisioni. Questa situazione si aggrava ulteriormente se si considera che la balbuzie può portare al ritiro e all’isolamento sociale per limitare le occasioni di confronto e di disagio, facendo così etichettare chi balbetta come un elemento debole.

 

Inoltre, lo squilibrio tra bullo e vittima è ancora più evidente se si considera la consapevolezza del giovane che balbetta alla maggiore derisione che avrebbe una sua eventuale reazione o risposta. I ragazzi con questo disturbo reagiscono al disagio di non riuscire a comunicare efficacemente autoescludendosi o, in alcuni casi, ad essere emarginati dagli altri. Questo isolamento e il mancato sviluppo di competenze sociali possono causare a lungo termine ansia, paura delle valutazioni negative e minore soddisfazione della vita nell’età adulta».

 

Una campagna per aiutare questi ragazzi

«Per aiutare questi ragazzi a coltivare la loro autostima proprio nel momento in cui sono più sensibili al giudizio altrui, è molto importante agire non solo sul ragazzo ma anche sul contesto in cui vive – illustra Giovanni Muscarà, ex balbuziente e fondatore di Vivavoce Institute -. Per questo abbiamo lanciato, assieme all’associazione Pepita Onlus, una campagna di sensibilizzazione #liberalavoce proprio per aiutare genitori, insegnanti, educatori e ragazzi a comprendere che la balbuzie va vista come una fatica. Capire cosa è la balbuzie e come si manifesta è il primo passo per sostenere questi ragazzi e far fermare gli episodi di derisione nei loro confronti».

 

Aggiunge Pozzobon: «Il bullismo è un supplizio che si consuma nel tempo, una persecuzione crudele, sottile e demolitiva. Essere vittima di bullismo costituisce, al pari dell’abuso fisico o sessuale, uno stress sia acuto che cronico per il bambino o adolescente, che può avere importanti implicazioni negative sulla salute fisica e mentale, con rischio di sviluppare diverse tipologie di disturbo, nell’immediato e a lungo termine. Le esperienze traumatiche nell’infanzia e nell’adolescenza attivano i sistemi ormonali e neurochimici dello stress con possibili danni strutturali e funzionali al cervello e agli altri organi, interferenze con la risposta del sistema immunitario, aumento del rischio di patologie sia fisiche che mentali».

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La salute vascolare? Aiutala con il cioccolato gianduia!

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Nuovo studio illustra le proprietà di questa «miscela». Non solo fondente quindi, ma anche la base di nocciola può aiutare l’elasticità delle nostre arterie

Non solo fondente. La scienza ora indaga i benefici del cioccolato gianduia, scoprendo che il consumo di questo prodotto favorisce il mantenimento dell’elasticità delle arterie, contribuendo alla salute vascolare.

 

Un nuovo studio che getta luce sulle proprietà di questo cioccolato, apparso sulla rivista Internal and Emergengy Medicine, è stato condotto da un team del Policlinico Umberto I di Roma e mostra che, grazie all’alto contenuto di antiossidanti, di polifenoli e in particolare di vitamina E della nocciola tonda del Piemonte, le virtù del cioccolato che la contiene sono paragonabili a quelle del cioccolato fondente.

 

Le proprietà del fondente

I due cioccolati hanno una diversa composizione: l’impasto gianduia ha circa il 10% di cacao e nocciole. Il fondente ha una percentuale di cacao superiore (tra il 43% e il 100%) e si sa che più alta è questa percentuale e maggiore è il contenuto di flavonoidi. Del cioccolato fondente molto sappiamo: contiene quercitina, flavonoidi (antiossidanti) e teobromina e sembra che queste componenti siano le principali indiziate per spiegare le benefiche virtù del fondente sulla salute cardiovascolare e metabolica. Secondo gli studi, infatti, il fondente migliora la pressione sanguigna, l’aggregazione piastrinica e la funzione endoteliale.

 

Lo studio sul gianduia

I ricercatori italiani hanno valutato se l’assunzione di 60 grammi di gianduia influenzasse l’elasticità delle arterie di 20 fumatori. È noto, infatti, che uno degli effetti negativi del fumo è la perdita di elasticità dei vasi sanguigni. «Dopo circa 2 ore dal consumo – precisa il professor Francesco Violi, direttore del dipartimento di Medicina Interna del Policlinico Umberto I di Roma – i partecipanti mostravano un aumento dell’elasticità delle arterie, mentre alcun effetto si registrava dopo la somministrazione di cioccolato al latte».

 

«E’ interessante sottolineare – aggiunge – come questo effetto positivo sulle arterie sia sovrapponibile a quanto già precedentemente osservato in via sperimentale dagli stessi ricercatori, da me guidati, in persone che avevano assunto cioccolato fondente».

 

Attenzione alle dosi

Il consumo di cioccolato deve essere comunque limitato per non assumere dosi eccessive di grassi, zuccheri e calorie e vanificare i suoi effetti benefici e protettivi. Uno studio condotto su oltre 20mila persone seguite per 8 anni e apparso sull’ European Heart Journal mostra che mangiarne 6 grammi al giorno riduce del 39% il rischio di stroke e ictus. Il progetto epidemiologico “Moli-sani” è emerso che persone che mangiano abitualmente cioccolato fondente in quantità moderata (meno di mezza tavoletta a settimana) risultano avere nel sangue valori di proteina C reattiva significativamente più bassi.

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Un potenziale vaccino per l’acne ha passato un primo importante test

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Anticorpi specifici riducono l’attività di una tossina prodotta dal batterio all’origine della malattia della pelle. Nei topi, tengono a bada l’infiammazione: una conquista importante, ma preliminare.

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Esame allo specchio dei brufoli: contro l’acne esistono già diversi trattamenti (per esempio antibiotici o ormonali), ma non sempre efficaci, e non privi di effetti collaterali.

Un gruppo di ricercatori dell’Università della California a San Diego ha ottenuto un primo, importante passo avanti nella creazione di un vaccino contro l’acne volgare, una malattia cronica della pelle che interessa centinaia di milioni di persone nel mondo. Il team ha individuato anticorpi specifici che prendono di mira una tossina di origine batterica responsabile del processo infiammatorio tipico di questa condizione, che si manifesta soprattutto (ma non solo) in adolescenza, e si accompagna a importanti problemi di autostima.

 

RIFIUTI BATTERICI. Nelle pelli predisposte a un eccesso di sebo, una miscela di lipidi dalla funzione lubrificante, prolifera il batterio Propionibacterium acnes, che può infettare i follicoli piliferi e causare infiammazione, dando origine ai foruncoli.

 

Questo batterio produce una tossina chiamata fattore CAMP (acronimo di Christie-Atkins-Munch-Peterson, i ricercatori che la scoprirono).

 

GUARDIE SPECIALIZZATE. Il team californiano ha dapprima dimostrato che è proprio questa tossina, a causare l’infiammazione della pelle; quindi, attraverso test sui topi e su colture di cellule di pelle umana, è giunto alla conclusione che questa risposta infiammatoria può essere limitata contrapponendo al fattore CAMP specifici anticorpi monoclonali, anticorpi identici tra loro e prodotti a partire da un solo tipo di cellula immunitaria, che riconoscono uno specifico bersaglio e sono in grado di neutralizzarlo.

 

A CHE PUNTO SIAMO? Per ora si tratta di un buon risultato, anche se incorporare questi anticorpi in un vaccino adatto all’uomo, che sia compatibile con la variegata famiglia di batteri che colonizza l’epidermide, non sarà semplice. Se si arrivasse a questo risultato, mancherebbe poi la fase della sperimentazione clinica. La strada che ci separa da un vaccino contro l’acne, insomma, è ancora lunga.

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Come riuscire ad accettare se stesse? Anche con la scrittura

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Studio della Northwestern University su un campione di donne chiamate a raccontare per iscritto il rapporto con il proprio corpo

L’insoddisfazione nei confronti del proprio aspetto fisico può portare allo sviluppo di ansia, depressione e disturbi del comportamento alimentare. Poco serve rassicurare chi si porta un complesso di questo tipo sulla bellezza: partendo da questi presupposti due ricercatrici della Northwestern University hanno elaborato uno studio scientifico incentrato sulla potenza della scrittura per migliorare la propria immagine corporea. «Di base ogni essere umano tende a essere empatico con gli altri, ma non con se stesso. Scrivere rivolgendosi al proprio corpo è un modo per aumentare l’empatia verso se stessi e ridurre l’ansia e l’insicurezza che si prova poiché è un sistema per soffermarsi, una volta tanto sull’idea di essere entità degne di attenzione e “compassione”» commenta Alessandra Gorini , ricercatrice presso il Dipartimento di Oncologia ed Emato-Oncologia dell’Università degli Studi di Milano.

 

Esercizi di scrittura

Le autrici dello studio in questione hanno proposto a 151 donne in età da college di scrivere una lettera a se stesse dal tono compassionevole; a 242 di scrivere una missiva dai toni delicati, ma dal punto di vista di un caro amico; a 1.158 donne è stato chiesto di scrivere direttamente al proprio corpo, mostrando gratitudine e riconoscenza per le funzioni assolte bene dall’organismo stesso.

 

Molte delle lettere si sono rivelate profondamente coinvolgenti e commoventi e anche le donne più critiche nei confronti del proprio aspetto fisico, si sono addolcite mentre scrivevano.

 

La scrittura, dunque, ha un impatto estremamente positivo sull’autostima, per questo le studiose sperano di riuscire a creare un sito web o un app per smartphone, dove indirizzare lettere rivolte al proprio corpo per condividerle con un vasto pubblico, per dare conforto e forza a tutte quelle donne che combattono contro la mancata accettazione di se stesse.

 

Il potere della scrittura

«Scrivere permette di mettere ordine nei pensieri, aiuta a dare un senso agli eventi vissuti, permette di liberare la creatività senza essere sottoposti al giudizio altrui, soprattutto se nella scrittura ci si rivolge alla propria persona. Mettersi a scrivere, inoltre, permette di prendersi un tempo interamente dedicato a se stessi per riflettere e fissare ricordi ed emozioni in un momento di silenzio dal mondo e permette, di conseguenza, l’ ascolto dei pensieri più profondi- commenta ancora l’esperta – Scrivendo si sviluppa anche l’immaginazione in quanto lo scritto non riporta solo fatti accaduti, ma anche sogni e speranze che spesso non vengono espressi attraverso altri canali».

 

La scrittura di un diario, d’altra parte, da secoli rappresenta una valida valvola di sfogo che ha permesso a generazioni di adolescenti di superare le fasi più critiche di un periodo travagliato quale può essere l’adolescenza.

 

«Scrivere un diario, in particolare, crea una complicità con noi stessi che insegna ad ascoltarsi e a valorizzarsi. Soprattutto da adolescenti, quindi, il diario permette di esprimere pensieri senza filtri, formulare opinioni su persone o fatti, e mettere per iscritto le emozioni e i sentimenti dominanti riguardo a eventi accaduti. Attraverso questo processo si verifica un rafforzamento dell’autostima che aiuta ad affrontare le difficoltà della vita. Purtroppo – spiega la dottoressa Gorini – i social ci stanno portando a ridurre emozioni e riflessioni a poche parole se non addirittura a simboli (emoticon) che inaridiscono e impoveriscono non solo la produttività scritta, ma anche i vissuti e le rielaborazioni interiori. Consci di questo, dovremmo spingere più che mai i giovani, e forse anche noi stessi, a scrivere diari e riflessioni personali molto più frequentemente di quanto siamo soliti fare».

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Gli uomini dimagriscono più velocemente delle donne

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Uno studio dimostra che, a parità di dieta, gli uomini perdono peso più rapidamente rispetto alle donne (che, oltretutto, evidenziano anche qualche effetto indesiderato). Colpa dei diversi tipi di grasso.

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Le donne che abbiano fatto una dieta insieme al proprio partner potrebbero avere avuto l’impressione che gli uomini perdano peso più velocemente. Ora questa sensazione potrebbe aver trovato una conferma in uno studio condotto da un team di ricercatori di diverse università di Europa e Oceania, pubblicato qualche giorno fa sulla rivista Diabetes, Obesity and Metabolism.



Lo studio è stato condotto su 2.224 adulti in sovrappeso e in condizioni di “prediabete” (cioè con livelli di zucchero nel sangue leggermente elevati, con il rischio di sviluppare il diabete di tipo 2) provenienti da Europa, Australia e Nuova Zelanda. Per otto settimane, i partecipanti hanno seguito una dieta a basso contenuto calorico basata principalmente su zuppe, frullati e verdure come pomodori, cetrioli e lattuga.

 

EFFETTI (ANCHE) INDESIDERATI. Alla fine delle otto settimane, il 35 per cento di uomini e donne presentava normali livelli di glicemia (dunque non erano più in condizioni di prediabete). Gli uomini, però, mostravano di aver perso mediamente più peso, di aver ridotto la frequenza cardiaca e la percentuale di grasso corporeo. Tra gli altri effetti riscontrati nelle donne, invece, i ricercatori hanno registrato una riduzione del colesterolo HLD (il cosiddetto “colesterolo buono”), una perdita della massa magra (muscoli) e della densità minerale ossea.

A cosa si devono questi effetti diversi? Secondo quanto dichiarato al sito Live Science da Elizabeth Lowden, endocrinologa e specializzata in chirurgia dell’obesità all’ospedale Delnor (Illinois, Stati Uniti), non coinvolta nello studio, la risposta sta nelle differenze tra il metabolismo degli uomini e quello delle donne.

 

Lo sapevate? Il cervello memorizza i posti dove avete mangiato bene per poterci ritornare. (Sperando che la meta non sia così difficile da raggiungere…) | IMAGE CREDIT: DINNERINTHESKY.COM

GRASSI DIVERSI. Gli uomini, infatti, tendono ad avere una maggiore “riserva” di grasso viscerale, quello che circonda gli organi interni. Durante la dieta, la perdita di grasso viscerale avrebbe un beneficio sul loro metabolism, contribuendo a bruciare più calorie.

 

Le donne hanno invece più grasso sottocutaneo (intorno a cosce, fianchi ecc.) importante per la gravidanza, ma meno “attivo” da un punto di vista del metabolismo. La perdita di grasso sottocutaneo non contribuisce a bruciare più calorie.

 

Lo studio, tuttavia, presenta secondo Lowden alcuni limiti: per esempio non si specifica se le donne monitorate fossero o no in menopausa (condizione che favorisce l’accumulo di grasso addominale, come negli uomini) e inoltre i risultati si concentrano sugli effetti a breve termine, trascurando quelli di lungo periodo. Ciò nonostante, sostiene Lowden, in uomini e donne sovrappeso la perdita di peso è sempre auspicabile.

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Benvenuto al Dr Gian Marco Buttarello Odontoiatra

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Diamo il benvenuto al Dr Gian Marco Buttarello

Laureato in odontoiatria e protesi dentaria a Torino nel 2001 con dignità di stampa

Coautore del libro “Implantologia funzionale: dalla osteo-integrazione alla fisio-integrazione” ed. Martina, Bologna

VISITA CON RX OPT E PIANO DI TRATTAMENTO

LEVIGATURA RADICOLARE (COURETTAGE) 1 QUADRANTE

OTTURAZIONE CLASSE I

OTTURAZIONE CLASSE II E V

OTTURAZIONE CLASSE III E IV

ESTETICA

RICOSTRUZIONE CON PERNO

TERAPIA ENDODONTICA 1 CANALE

TERAPIA ENDODONTICA 2 CANALI

TERAPIA ENDODONTICA 3 CANALI

CORONA PROVVISORIA

CORONA IN CERAMICA METAL-FREE

PROTESI TOTALE REMOVIBILE PROVVISORIA PER ARCATA

PROTESI TOTALE REMOVIBILE PER ARCATA

PROTESI SCHELETRATA PROVVISORIA PER ARCATA

PROTESI SCHELETRATA CON GANCI PER ARCATA

IMPIANTO OSTEOINTEGRATO SINGOLO

CORONA IN CERAMICA SU IMPIANTO

ESTRAZIONE SEMPLICE

ESTRAZIONE ELEMENTO SEMI-INCLUSO o COMPLESSA

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Perché quando corriamo ci fa male il fianco?

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C’è chi lo attribuisce alla milza, chi pensa sia il fegato: in realtà il “dolore all’ipocondrio” ha molteplici spiegazioni e nessuna in particolare. Ma passa in fretta.

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Fermata obbligata!|SHUTTERSTOCK

Se non vi hanno fermato l’inerzia, il caldo e il fiato corto, c’è una cosa che più di ogni altra potrebbe arrestare la vostra corsa: il classico, acuto dolore al fianco, destro o sinistro scegliete voi. Di che cosa si tratta? Si può prevenire? E chi colpisce?

 

Per indicare quella pungente sensazione esiste un termine medico specifico: exercise related transient abdominal pain (ETAP) o “dolore addominale transiente connesso all’esercizio fisico”. Gli esperti lo chiamano anche dolore in ipocondrio (una regione della cavità addominale compresa tra le arcate costali e fianchi). Sono termini scientifici ma, di fatto, generici: non riguarda infatti un organo in particolare – no, non è la milza, né il fegato.



DEMOCRATICO. Colpisce due terzi dei runner e si manifesta durante le attività che comportano torsione del busto, come la corsa, il nuoto o l’equitazione. Lo accusano anche gli atleti professionisti – anche se in misura minore, rispetto ai corridori della domenica – e sembra più frequente nei soggetti giovani. Si sviluppa in punti diversi: alcuni lo avvertono a destra, altri a sinistra, e anche per questo è difficile da comprendere o prevenire.

 

QUALI CAUSE? Una comune spiegazione lo riconduce a uno scarso afflusso di sangue, e quindi di ossigeno, al diaframma (il più importante muscolo respiratorio): ma alcuni sport come l’equitazione non richiedono un dispendio di ossigeno tale da giustificare questo dolore.

 

Altri ipotizzano che i sobbalzi dell’attività fisica sollecitino eccessivamente i legamenti dei visceri, che mantengono in posizione gli organi interni, o il peritoneo, la membrana che li ricopre. Questo spiegherebbe perché alcuni lo accusino maggiormente dopo aver mangiato o bevuto (e quindi in parte aver teso l’addome), ma non perché il dolore compaia durante movimenti graduali e non bruschi, come quelli del nuoto.

 

C’è chi chiama in causa la postura: lavorare su certe vertebre sembra poter ricreare questo classico dolore; altri citano una presunta frizione o irritazione del tessuto addominale.

 

BUON SENSO. Insomma sulle cause c’è ancora nebbia fitta. Ma se il male al fianco vi perseguita, aiuta fare mente locale di quanto l’ha preceduto: avete mangiato o bevuto? Che tipo di movimenti avete fatto? Quando vi è accaduto, l’ultima volta? Forse c’è qualche accorgimento che potete adottare per cambiare le cose. E in ogni caso, passa in fretta: basta fermarsi e riposare.

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Lo spuntino di mezzanotte può provocare il cancro: «Rischi per seno e prostata»

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Lo spuntino di mezzanotte può provocare il cancro: «Rischi per seno e prostata»

Lo «spuntino di mezzanotte» aumenterebbe il rischio di contrarre il cancro al seno e alla prostata. A puntare il dito contro l’alimentazione nelle ore pre-sonno è uno studio condotto dall’Istituto di Barcellona per la salute globale (IsGlobal), ripreso dall’Independent, dal quale emerge come chi cena regolarmente dopo le 21, o meno di due ore prima di andare a dormire, ha un rischio maggiore del 25% ci contrarre il cancro.

I ricercatori hanno intervistato 1.800 pazienti spagnoli con cancro al seno o alla prostata, oltre a più di 2.000 persone non affette dalla malattia, studiando i loro schemi di alimentazione e di sonno e qualsiasi misura adottata per mantenersi in salute. Gli scienziati hanno scoperto che i malati di cancro avevano più probabilità di fare spuntini a tarda notte.

«La nostra ricerca – spiega Manolis Kogevinas, autore principale dello studio pubblicato sull’International Journal of Cancer – conclude che l’aderenza ai modelli alimentari diurni è associata a un minor rischio di cancro. Questi risultati evidenziano l’importanza di valutare i ritmi circadiani negli studi sulla dieta e i tumori».

Attualmente le Linee guida internazionali sulla prevenzione del cancro non menzionano il potenziale impatto dei tempi di pasto, anche se l’Organizzazione mondiale della sanità (Oms) annovera il lavoro notturno come potenzialmente cancerogeno. «Sono necessarie ulteriori ricerche sugli esseri umani per capire le ragioni di questi risultati, ma tutto sembra indicare che i tempi del sonno influenzano la nostra capacità di metabolizzare il cibo», conclude Dora Romaguera, che ha guidato la ricerca.

Anche il nostro cervello subisce gli effetti dell’inquinamento: ecco in che modo

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Il, 22 luglio, si è celebrato il «World Brain Day». Respirare aria pulita consentirebbe di evitare molte malattie cerebrovascolari e neurodegenerative

L’inquinamento dell’aria non è un problema solo per la salute dei polmoni: un numero crescente di evidenze scientifiche mostra che respirare aria pulita consentirebbe di evitare un gran numero di malattie cerebrovascolari e neurodegenerative.

 

Per questa ragione, l’edizione di quest’anno della giornata mondiale del cervello (World Brain Day) – organizzata dalla Federazione mondiale di neurologia il 22 luglio – è stata dedicata agli effetti negativi dell’inquinamento ambientale sul cervello. Lo slogan scelto è «Aria pulita per la salute del cervello», #worldbrainday2018 #wbd2018cleanairforbrainhealth

 

INQUINAMENTO E SALUTE

«L’inquinamento atmosferico consiste nella contaminazione diffusa, spesso invisibile, di bioaerosol nocivi contenenti polline, spore, particelle e sostanze tossiche. Gli inquinanti possono derivare da fonti naturali o essere dovuti all’attività umana» spiega il professor Jacques Reis responsabile del gruppo di lavoro di medicina ambientale della World Federation of Neurology.

 

Stime recenti indicano in 9 milioni i decessi ogni anno nel mondo attribuibili all’inquinamento dell’aria e 467 mila in Europa, secondo il rapporto sulla qualità dell’aria dell’Agenzia europea dell’ambiente EEA. E secondo i dati diffusi dall’Oms lo scorso maggio, nove esseri umani su dieci respirano aria inquinata, definita un «killer invisibile» all’origine del 10% di tutti i decessi.

 

E il cervello? «Secondo il Global Burden of Disease, fino al 30% di tutti gli ictus nel mondo può essere ricondotto a sostanze inquinanti nell’aria» spiega il professor Mohammad Wasay, responsabile delle celebrazioni del World Brain Day.

 

EFFETTI SUL CERVELLO

Negli ultimi anni, gli scienziati hanno indagato a fondo in che modo tutto ciò agisce sul cervello. Tanto che oggi ipotizzano che proprio l’inquinamento sia coinvolto nell’aumento di patologie neurologiche nel mondo. «Gli inquinanti entrano nel corpo attraverso le vie respiratorie e alimentari, causando risposte infiammatorie e riuscendo ad arrivare al cervello attraverso il flusso sanguigno o il tratto respiratorio superiore – spiega Reis – Anche il conseguente danno al microbiota intestinale può avere un impatto sul cervello».

 

L’elenco dei possibili effetti nocivi che possono essere collegati all’inquinamento atmosferico è lungo: aterosclerosi, stress ossidativo, risposte infiammatorie in tutto il corpo, danni ai vasi sanguigni, aumento della pressione sanguigna, alterazione dei meccanismi di protezione della barriera emato-encefalica e problemi cardiaci.

 

A livello cellulare, gli inquinanti atmosferici interferiscono con i mitocondri – spesso indicati come “centrali elettriche” delle cellule – e con il materiale genetico come il DNA. Di tutto questo, i politici e gli amministratori locali devono iniziare a tenere conto. La giornata mondiale del cervello servirà ad aumentare la loro consapevolezza e quella dei cittadini.

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