Alzheimer, un doppio test svela chi si ammalerà di demenza

Alzheimer, un doppio test svela chi si ammalerà di demenza

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Alzheimer, un doppio test svela chi si ammalerà

Un’analisi del sangue e un esame del cervello per capire chi si ammalerà di demenza o Alzheimer. Grazie a uno studio tutto italiano, condotto a Roma alla Fondazione policlinico universitario Agostino Gemelli Irccs – università Cattolica, con il supporto tecnico dell’Irccs S.Raffaele Pisana, potrebbe presto diventare possibile sapere chi si ammalerà di demenza (e Alzheimer) con un doppio test combinato – semplice, accurato e low cost – basato su un prelievo di sangue e un elettroencefalogramma (Eeg).

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Il test sarà rivolto a tutti coloro che presentano un lieve declino cognitivo (Mci è l’acronimo in inglese) e che proprio per questo hanno un rischio 20 volte maggiore di ammalarsi di demenza rispetto ai coetanei sani. Ma solo la metà svilupperà effettivamente poi la malattia, e finora non era possibile prevedere chi si ammalerà e chi no in modo semplice, economico e non invasivo, essendo necessari esami onerosi come la Pet, la risonanza magnetica o la puntura lombare.

La ricerca che potrebbe rappresentare una svolta – almeno per questo gruppo di soggetti a rischio – è oggi pubblicata su ‘Annals of Neurology’ ed è stata coordinata da Paolo Maria Rossini, direttore dell’Area di neuroscienze della Fondazione Gemelli e ordinario di Neurologia alla Cattolica. «Grazie a questo studio conoscere chi si ammalerà di demenza tra i soggetti a rischio sarà semplice e rapido perché basteranno un Eeg eseguito in modo routinario, ma analizzato con metodi estremamente sofisticati, e un prelievo – spiega Rossini – A oggi manca nella pratica clinica un test simile, che potrà essere di grande aiuto sia per le persone con declino cognitivo, sia per le loro famiglie, per iniziare il prima possibile i trattamenti medici e riabilitativi, introdurre le necessarie modifiche nello stile di vita e orientare per tempo scelte anche difficili che si è costretti ad affrontare in caso di diagnosi di demenza».

Il test ha dimostrato un’accuratezza elevata (cioè non dà falsi positivi o false diagnosi) fino al 92%. Il prelievo di sangue serve per la ricerca di una mutazione legata al rischio di Alzheimer, sul gene Apoe. Mentre i segnali registrati con l’Eeg sono interpretati con un’analisi matematica (teoria dei grafi) che consente di capire come sono connesse tra loro le diverse aree del cervello. Il declino cognitivo lieve che risulta ai normali test neuropsicologici (che in genere vengono effettuati per modesti deficit di memoria o perché c’è una significativa familiarità di demenza), è caratterizzato da piccole défaillance misurabili, ma che non impattano nelle abilità di vita quotidiana, di relazione, affettiva, professionale del paziente.

In Italia ci sono attualmente circa 735.000 persone con questo tipo di lieve declino cognitivo. Nel giro di 1-5 anni dalla diagnosi uno su 2 svilupperà la demenza vera e propria, spiegano gli esperti. Il test è stato sviluppato partendo proprio dall’idea di disporre di una metodica semplice, a basso costo, disponibile su tutto il territorio nazionale e non invasiva (come per esempio è la puntura lombare).

Accuratezza e sensibilità sono poi state valutate con una casistica di 145 pazienti con Mci, in cui il test genetico e l’Eeg sono stati eseguiti all’inizio dello studio. Il campione è stato seguito per alcuni anni e 71 di loro hanno sviluppato una demenza, mentre 74 sono rimasti stabili. Sapendo in anticipo grazie al test se la persona si ammalerà o meno, il paziente può essere inquadrato in un percorso terapeutico con farmaci già disponibili e più efficaci in questa fase pre-malattia, può essere inoltre spronato a modificare i propri stili di vita (dieta, sport, fumo, controllo della pressione, della glicemia, della funzione cardiaca, della funzione tiroidea), in modo da ridurre il rischio di demenza o di ritardare nel tempo l’esordio dei sintomi, rallentandone la progressione.

Inoltre, «quando arriveranno i farmaci innovativi destinati alle forme prodromiche di Alzheimer, dovremo avere lo strumento per intercettare per tempo quali sono i soggetti che certamente si ammaleranno», considera Rossini. «Il test è utilizzabile da subito nella pratica clinica – assicura l’esperto – ma è previsto un suo collaudo all’interno di un progetto di ricerca comparativa denominato Interceptor, di recente finanziato da Aifa e ministero della Salute». «Nel trial – aggiunge Rossini – il nostro e altri test saranno messi a confronto per valutare la loro accuratezza, i loro costi e la loro facilità di esecuzione all’interno di un modello organizzativo su scala nazionale».

«Purtroppo – conclude – stiamo assistendo a un rallentamento dell’avvio del trial multicentrico (il Bando è già scaduto da oltre 2 mesi). L’auspicio di tutti i miei colleghi impegnati nella ricerca contro le demenze e l’ Alzheimer è che al più presto le nostre autorità regolatorie colgano l’importanza dell’iniziativa scientifica che porrà il nostro Paese all’avanguardia nel mondo nello studio di questa grave, sempre è più diffusa e invalidante patologia neurologica». Hanno collaborato alla ricerca Fabrizio Vecchio, del San Raffaele Pisana di Roma; Camillo Marra, responsabile della Clinica della memoria della Fondazione Gemelli; Francesca Miraglia, bioingegnere al Policlinico Gemelli; Danilo Tiziano, della Genetica medica della Fondazione Gemelli, e Patrizio Pasqualetti, responsabile bio-statistico e direttore scientifico dell’associazione Fatebenefratelli per la ricerca (Afar).

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Il talco allora fa male? E chi lo usa per il culetto dei bimbi? Le risposte dell’esperto

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Lo utilizzano da secoli donne uomini e bambini per tenere asciutta e profumata la pelle. ma quali sono i veri rischi sulla salute per chi fa uso della «polverina bianca»?

Dopo l’ultimo verdetto contro la Johnson & Johnson, condannata a pagare un maxi-risarcimento da 4,7 miliardi di dollari perché il suo talco è stato collegato all’insorgenza del cancro alle ovaie in 22 donne, torna alla ribalta la fobia per questa popolare «polverina bianca» tanto amata già dalle nostre nonne.

 

In effetti, l’uso del talco è noto sin dall’antichità. Si tratta di un minerale, precisamente un silicato di magnesio, molto diffuso sulla Terra. Lo usano da anni donne, bambini e anche gli uomini.

 

Tuttavia, negli ultimi anni molti sono i dubbi sulla sua sicurezza, alcuni giustificati e altri no. Proviamo a fare un po’ di chiarezza sui rischi e sui benefici.

 

Tutte le donne che usano o hanno usato il talco devono preoccuparsi di ammalarsi di cancro?

«Assolutamente no», risponde il ginecologo Claudio Giorlandino, direttore generale dell’Italian college of fetal maternal medicine. «E’ stato solo ipotizzato – spiega – che l’uso quotidiano nelle donne sia legato a un aumento del carcinoma dello endometrio. Ma mai è stata dimostrata una sua responsabilità sul carcinoma delle ovaie».

 

La decisione del tribunale americano, quindi, non si baserebbe su alcun dato certo. «La documentazione è ampia e molto controversa, ma i magistrati l’hanno ritenuta valida per risarcire», dice l’esperto. Questo non vuol dire quindi che dobbiamo preoccuparci. «Per quanto riguarda, invece, il tumore dello endometrio certamente l’uso quotidiano del talco nelle parti intime, soprattutto nelle donne obese, a rischio di carcinoma dello endometrio, non è da consigliare», aggiunge Giorlandino.

 

Quali sono i pericoli reali dell’utilizzo del talco?

«Il rischio è essenzialmente per inalazione», dice l’esperto. «Il talco che è un minerale di origine secondaria già presente in natura nelle rocce eruttive e può contenere certamente delle piccole quantità di sostanze pericolose quali possono essere il quarzo o l’asbesto», aggiunge. Il talco quindi può creare problemi alle vie respiratorie, soprattutto quelle piccole e delicate dei bambini.

 

«Sappiamo che tra i minerali che sono contenuti in quantità anche infinitesimale, nel talco, vi è la asbesto che, se utilizzato tutti i giorni può in soggetti particolarmente predisposti determinare rischi per i polmoni e lo svilupparsi di un tumore molto aggressivo della pleura che il mesotelioma», conferma Giorlandino.

 

Ci sono alternative sicure per i bambini?

In realtà, basta usare qualche accortezza: limitarne l’utilizzo, usarlo in piccole dosi e cospargerlo prima sul palmo della mano e poi distribuendolo sulla pelle. Ma per essere sicuri di evitare l’accidentale inalazione, è stato inventato il talco liquido, un’emulsione con le stesse proprietà assorbenti, quelle cioè che hanno portato molte mamme a utilizzare spesso la «polverina bianca» dopo il cambio del pannolino o il bagnetto.

 

In alternativa, si possono usare polveri di origine vegetale, come amido di riso, farina d’avena o amido di mais, che è comunque meglio sempre cercare di non fare inalare.

 

Quali sono i vantaggi del talco nei bambini?

«Il talco, soprattutto se unito all’acido borico, è un ottimo anti-infiammatorio e lenitivo contro irritazioni cutanee», spiega l’esperto. «È bene però che non lo si utilizzi dove la cute è macerata», aggiunge. Meglio quindi utilizzarlo, secondo Giorlandino, in piccole quantità e essenzialmente nelle parti più soggette a sfregamento.

 

Quali sono i vantaggi del talco per gli adulti, donne e uomini?

I suoi benefici derivano dal suo forte potere assorbente. E’ quindi ottimo utilizzarlo prima della depilazione, perché permette di far aderire meglio la cera e di rendere meno doloroso lo strappo.

 

Oppure è una buona alternativa allo shampoo secco, per assorbire l’eccesso di sebo di chi ha i capelli grassi e ritardare il lavaggio dei capelli di qualche giorno.

 

Infine, può essere utilizzato per profumare la pelle dopo il bagno o la doccia. Ma è raccomandabile evitare il suo utilizzo per deodorare le ascelle visto che non ha nessun potere battericida e, di conseguenza, efficacia sul cattivo odore.

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Il ballo e le arti marziali come supporto psicofisico ai pazienti grandi e piccoli operati di tumore

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«Dancing with Health», progetto dedicato alle donne operate al seno. E «Kids Kicking Cancer» per aiutare i bambini ad affrontare cure e riabilitazione

Scoprire di essere affetti da un tumore o da una malattia cronica sconvolge la vita. Affrontare la patologia, impegnarsi per guarire, aderire alle terapie mediche proposte non è sempre facile, come difficilissima risulta la gestione di sentimenti negativi quali la rabbia, lo sconforto e la voglia di isolarsi dal resto del mondo.

 

Il ballo e le arti marziali possono rappresentare due modi per imparare a gestire i propri sentimenti e affrontare la malattia. Sembra essere proprio questo il messaggio che arriva da due realtà differenti, ma che in fondo hanno uno stesso obiettivo: aiutare chi soffre di una grave malattia a guarire cercando di offrire quella serenità indispensabile per seguire il trattamento farmacologico o riabilitativo, anche se durissimo.

 

Dancing with Health

IncontraDonna Onlus insieme all’Università degli Studi di Roma «Foro Italico» e l’Associazione ISES buone pratiche a livello europeo, propone il progetto Dancing with Health per evidenziare quanto l’attività motoria e in particolare anche la danza, un’attività divertente e coinvolgente, può contribuire al recupero psico fisico delle pazienti operate di tumore al seno.

 

«IncontraDonna è impegnata da molti anni nell’ attenzione alla diffusione delle buone pratiche in senologia e, in termini ancora più generali, in medicina e oncologia, – spiega Adriana Bonifacino Presidente di IncontraDonna – ma è altrettanto impegnata nel riconoscere l’importanza del supporto psiconcologico e psicofisico nei pazienti che vivono una problematica oncologica. Il ballo per una donna operata di tumore del seno vuol dire riabilitazione, controllo delle emozioni, concentrazione nel movimento, recupero della propria immagine corporea e di sensualità.

Dancing with Health è un progetto europeo di valenza scientifica che verrà presto riprodotto in tutta Italia con la collaborazione dei maggiori centri oncologici a livello nazionale attraverso la partnership con Fondazione AIOM».

 

Carolyn Smith e Samuel Peron , da “Ballando con le Stelle” alla danza su misura

Il progetto Dancing with Health sarà realizzato oltre che in Italia anche in Bulgaria, Lituania, Paesi Bassi e Regno Unito. A inizio giugno Carolyn Smith e Samuel Peron, personaggi del mondo del ballo e dello spettacolo che non hanno bisogno di presentazioni, hanno ideato un protocollo di danza su misura per raggiungere quanto ideato dal progetto. Si sono impegnati, inoltre, per selezionare ballerini professionisti ed esperti di Scienze Motorie nei 5 Paesi partecipanti. In questo modo sono stati scelti tre trainer per ogni Paese, due ballerini e un esperto in scienze motorie, che una volta fatto ritorno nel Paese di appartenenza, dovranno formare, a cascata, altri istruttori per consentire, il più possibile la diffusione dei principi alla base di Dancing with Health e mettere a disposizione il loro sapere per 12 donne operate di tumore al seno.

 

Kids Kicking Cancer 

Questa Associazione no profit, KKC, utilizza le tecniche e la filosofia proprie delle arti marziali per aiutare i bambini, affetti da cancro e gravi malattie croniche, ad affrontare e gestire meglio la propria patologia.

 

Agli inizi di giugno Elimelech Goldberg, Rabbi G, come lo chiamano tutti, cintura nera di Choi Kwang Do e professore di Pediatria alla Wayne State University School of Medicine di Detroit, fondatore di questa onlus a Detroit nel 1999, che oggi ha sede in diverse parti del mondo, si è recato presso il Policlinico Gemelli, il Policlinico Umberto I, l’Ospedale Pediatrico Bambino Gesù di Roma, l’Ospedale Regina Margherita di Torino, l’Istituto Nazionale dei Tumori di Milano e l’Ospedale Papa Giovanni XXIII di Bergamo.

 

Questo intenso programma di appuntamenti è stato un modo per mettere a disposizione l’esperienza e la conoscenza delle arti marziali di quest’uomo, dei piccoli pazienti oncologici e cronici, al fine di aiutarli ad aumentare la capacità di gestione del dolore e ad affrontare cure e terapie, migliorando il loro approccio emotivo alla malattia.

 

«L’Associazione nasce dall’intuizione di Rabbi G. che sulla propria pelle ha sperimentato il dolore, l’angoscia, la rabbia che un tumore comporta per un bambino piccolo e la sua famiglia» – chiarisce Giancarlo Bagnulo, Presidente di KKC Italia, che conclude – «Le arti marziali, la riflessione, le modalità di respirazione sono necessarie per la corretta pratica di questa disciplina, possono diventare un modo per i piccoli per scacciare il buio della loro malattia e dare forza anche alle loro famiglie. Gli incontri di Rabbi G., programmati a giugno nei vari ospedali, hanno fornito un riscontro pratico di quanto il suo metodo sia efficace. Questo è sicuramente il risultato più importante per tutti noi che ogni giorno ci impegniamo per diffondere la filosofia alla base di KKC».

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Bagno dopo mangiato? Sì, ma con un po’ di buon senso

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Non è solo un’ansia da mamme italiche. Ci si può tuffare se l’acqua è tiepida, se non si fanno grandi sforzi e si è mangiato poco e leggero

(Getty Images)(Getty Images)
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«Non sono ancora passate tre ore dal pranzo! Non puoi fare il bagno!». Quante volte ce lo siamo sentiti ripetere dalle nostre madri al mare quando eravamo ragazzini? Magari constatando, perplessi e contrariati, che i nostri coetanei tedeschi si tuffavano anche subito dopo mangiato e, curiosamente, sopravvivevano. La solita ansia delle mamme italiane iperprotettive ridicolizzata dal coraggio delle colleghe teutoniche, evolute e capaci di forgiare veri uomini? Oppure le signore di Amburgo o di Colonia erano solo incoscienti fortunate? Delle due nessuna.

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Tre scenari possibili

La regola di non fare il bagno in mare con la digestione in corso passa per essere un “mito” italiano, ma invece è buona norma, da interpretare però con intelligenza e non sempre e necessariamente in modo dogmatico. Per farlo può aiutare capire i motivi che ispirano questa forma di prudenza. Dopo mangiato bisogna digerire e per questo stomaco e intestino devono lavorare di più, per cui hanno bisogno di energia, che ottengono richiamando molto sangue dalla circolazione. Se svolgiamo però contemporaneamente anche un’attività fisica impegnativa, come per esempio nuotare oppure giocare a tennis, anche i muscoli vorranno la loro parte (di sangue). E così, in questa “competizione” si possono verificare tre scenari. Il primo è che stomaco e intestino lavorino a rilento (il fatidico: «Ti si ferma la digestione!»). Il secondo è che perdiamo la partita a tennis perché gambe e braccia non rispondono bene e i rifessi sono lenti. Che c’entrano i rifessi? C’entrano, ed ecco il terzo scenario: fra i due litiganti (stomaco e muscoli) un terzo, nientemeno che il cervello, rischia di non godere affatto, perché potrebbe rimanere lui un po’ a corto di sangue. Il risultato è che si può perdere conoscenza, e se questo accade in acqua si può affogare, oppure, se va bene (si fa per dire) si rischia una “congestione” (si veda “primo scenario”).

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Che cosa è la congestione
Non ci si tuffa dopo il pranzo di nozze

Allora aveva ragione la mamma italica? Sì, però se si fa il bagno in mare o altrove in acqua abbastanza fredda, non se ci si “puccia” in acqua tiepida, dove si tocca (o magari addirittura nella vasca da bagno a casa), se si fanno sforzi moderati o se ci si è limitati a bere un succo di frutta. «Una persona in salute ha abbastanza sangue per mantenere tutte le parti del corpo in perfetto funzionamento dopo un pasto normale se si fa qualche bracciata». «Diverso è un vero allenamento di nuoto, con un’attività fisica impegnativa», spiega Gianfranco Beltrami, cardiologo, medico sportivo e docente alla facoltà di Scienze Motorie dell’Università di Parma. «In ogni caso va tenuto ben presente che l’immersione in acqua deve essere comunque graduale: se si è accaldati il rischio infatti è la sincope da choc termico, che può generare crisi vagali (problema nella funzionalità del nervo vago che provoca una riduzione della frequenza cardiaca e un calo di pressione, ndr) con svenimento in acqua. Un pasto copioso, ricco di proteine e grassi e associato a sforzi intensi può invece, dal canto suo, provocare nausea e vomito, mentre vanno bene cibi ricchi di carboidrati, quelli che del resto assumono anche durante la gara gli atleti che fanno competizioni di gran fondo di nuoto, spesso in acque molto fredde e con un impegno gravoso. Da evitare invece assolutamente gli alcolici, statisticamente correlati a episodi di annegamento».

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Bottiglie lasciate al sole e plastica riscaldata provocano il cancro?

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È un «tormentone» che a volte ritorna e un messaggio di allerta circola, con insistenza, sui cellulari. Ecco la verità spiegata da un esperto oncologo

(Getty Images)(Getty Images)

Su WhatsApp circola con insistenza questo messaggio: «Il veleno che esce dalla plastica riscaldata è chiamato antimonio ed è stato denunciato per lungo tempo. Se lasciate la vostra bottiglia di plastica con acqua in macchina durante i giorni caldi e bevete l’acqua dopo che è stata riscaldata, correte il rischio di sviluppare il cancro al seno. I medici spiegano che il calore induce la plastica a emettere un residuo chimico tossico che produce questo tipo di malattia nel seno. Questo elemento è lo stesso trovato nel tessuto mammario con il cancro. Quindi per favore non prendete l’acqua da bottiglie di plastica che sono state riscaldate e passate questo a tutte le donne. Non riscaldate nel forno (forno a microonde), cibo in contenitori di plastica ma in contenitori di ceramica o di vetro che sopportano il calore. Le donne devono essere informate per evitare il problema. Non tenete queste informazioni per voi ma condividete!».

Negli ultimi anni, il problema del presunto pericolo per la salute rappresentato dall’acqua contenuta in bottiglie di plastica è stato spesso portato all’attenzione del grande pubblico, specie tramite i social media. Cosa c’è di vero?
«Un allarme non solo italiano – precisa Massimo Di Maio, direttore dell’Oncologia all’Ospedale Mauriziano di Torino -: qualche mese fa, uno studio pubblicato sull’autorevole rivista scientifica European Journal of Cancer ha evidenziato che il 15% degli inglesi intervistati si è detto convinto che ci sia un’associazione tra l’abitudine di bere acqua da bottiglie di plastica e il cancro. In realtà, non c’è alcuna dimostrazione scientifica di questo rischio: anche negli esperimenti più “estremi”, in cui le bottiglie sono state riscaldate per molte ore, la quantità di sostanze rilasciate nell’acqua è risultata di gran lunga inferiore ai limiti ritenuti sicuri per la salute».

Da dove può avere origine, allora, questa «bufala»?
«Il presunto rischio di tumore al seno nasce dal fatto che alcune delle sostanze contenute nelle bottiglie di plastica che vengono “rilasciate” dopo intenso riscaldamento sono considerate in grado di modificare i livelli e l’attività degli ormoni nel corpo, ma – anche in questo caso – le quantità ragionevolmente presenti nell’acqua sono molto più basse di quelle potenzialmente pericolose. Ovviamente, per ridurre ancora di più un rischio che appare già trascurabile, conviene rispettare il consiglio di non lasciare le bottiglie troppo tempo al sole. Una ragionevole prudenza».

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State al sole, ma con le dovute precauzioni: sì alle creme di protezione, no alle lampade abbronzanti

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L’esposizione ai raggi solari ha diversi effetti positivi, come quello di stimolare la produzione di vitamina D, ma i raggi ultravioletti UVA e UVB contribuiscono alla formazione dei tumori della pelle
 
 
 

Stessa spiaggia e stesso mare. E anche stesse cautele. Con l’inizio dell’estate, non bisogna dimenticare che proteggersi dai raggi ultravioletti del sole è necessario per la nostra salute e lo è ancor più in questa stagione in cui aumentano le possibilità di esposizione, tanto nella frequenza quanto nella durata.  

 
 
 

IL SOLE E I TUMORI DELLA PELLE  

L’esposizione ai raggi solari ha diversi effetti positivi, come quello di stimolare la produzione di vitamina D, ma i raggi ultravioletti UVA e UVB contribuiscono alla formazione dei tumori della pelle. In particolare raddoppia il rischio di sviluppare un melanoma cutaneo, uno dei principali tumori in giovane età: in Italia è il terzo più frequente sotto i 50 anni. Grazie ai progressi nella ricerca, la sopravvivenza a 5 anni, però, è pari all’86,8%, fino al 93,6% nei pazienti giovani, con meno di 44 anni.  

 

COME E QUANTO ESPORSI AL SOLE SENZA CORRERE RISCHI  

Le principali istruzioni per l’uso estive, ci ricorda l’AIRC, Associazione Italiana Ricerca sul Cancro, sono quelle di evitare le ore più calde e comunque non esporsi a lungo. Bisogna anche applicare più volte una crema solare con un fattore di protezione superiore a 30; indossare delle protezioni come occhiali da sole, cappelli e magliette; non esporre direttamente al sole neonati e bambini piccoli. Infine, in ogni stagione, evitare le lampade abbronzanti perché aumentano il rischio di melanoma. 

 

 

IL PERCHE’ DEL «NO» ALLE LAMPADE ABBRONZANTI  

«I nuovi casi di melanoma nel 2007 sono stati 7mila; nel 2015 sono raddoppiati a 14mila. Inoltre, il melanoma colpisce sempre più le fasce più giovani» ha detto Paolo Ascierto, Direttore dell’Unità di Oncologia Melanoma, Immunoterapia Oncologica e Terapie Innovative dell’Istituto Nazionale Tumori Fondazione “’G. Pascale” di Napoli al congresso mondiale dell’American Society of Clinical Oncology di Chicago.  

 

Ascierto sottolinea l’importanza di una maggior informazione sul «rischio delle lampade abbronzanti e delle scottature, che emergono nelle storie passate dei nostri pazienti. I ragazzi devono rendersi conto che è come il fumo di sigarette. Uno studio dell’Oms mostra un aumento del 75% del rischio di melanoma se l’esposizione alle lampade avviene ad un’età inferiore di 30 anni. Basta anche una sessione sola, è una concentrazione di raggi ultravioletti nel giro di poco tempo». 

 

Secondo il rapporto dell’Oms «Artificial tanning devices: public health interventions to manage sunbeds» per decenni l’esposizione deliberata e per scopi cosmetici alle radiazioni ultraviolette delle lampade abbronzanti ha aumentato l’incidenza dei tumori della pelle e abbassato l’età della loro comparsa. 

 

L’Oms, che nel report consiglia anche le misure che i paesi dovrebbero adottareper limitare il danno, stima che l’uso dei lettini abbronzanti sia responsabile complessivamente di oltre 450 000 casi di tumore cutaneo non melanoma e oltre 10.000 casi di melanoma ogni anno negli Stati Uniti, in Europa e in Australia.  

 

Maria Neria, direttrice del dipartimento Salute pubblica e fattori ambientali e sociali della salute dell’Organizzazione mondiale della sanità, ha invitato i paesi a «prendere in considerazione il divieto o la limitazione del loro uso e informare tutti gli utenti sui rischi per la salute». 

 

TENERE D’OCCHIO I NEI SULLA PELLE  

Anche d’estate bisogna tenere d’occhio i nei, per i quali vale la regola dell’Abcde: A sta per asimmetria, B per bordi irregolari e frastagliati, C per colore della macchia molto scuro o con diverse gradazioni, D per dimensioni superiori a 6 mm o in aumento, E per evoluzione nell’aspetto di una macchia, come un neo che diventa da liscio a rugoso o che comincia a bruciare, prudere o sanguinare. In questi casi, rivolgersi ad uno specialista per una visita di controllo. 

 

L’IMPEGNO DI AIRC  

«I ricercatori AIRC sono in prima linea a livello internazionale nella ricerca sul melanoma: dopo molti anni di studi, tentativi e passi avanti nella conoscenza», spiega Federico Caligaris Cappio, Direttore Scientifico di AIRC che, nel solo 2018, ha destinato oltre 2,6 milioni di euro per 34 progetti e borse di studio sui tumori della pelle. «Proprio partendo dai successi clinici dell’immunoterapia in questo campo, questo approccio è studiato anche per la cura di altri tipi di tumore, in aggiunta a chirurgia, radioterapia e chemioterapia». 

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Carboidrati e grassi insieme “confondono” il cervello

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Per il cervello umano, gli alimenti che contengono grassi e carboidrati insieme sono più gratificanti di quelli che presentano solo uno di questi nutrienti. Lo suggerisce uno studio pubblicato sulla rivista Cell Metabolism da un gruppo di ricerca internazionale coordinato da Dana M. Small, della Yale University di New Haven (Usa), secondo cui la combinazione di grassi e carboidrati sarebbe in grado d’“ingannare” il cervello, spingendolo a sovrastimare il valore energetico del cibo e suscitando un forte desiderio di consumarlo.

Per giungere a queste conclusioni, gli scienziati hanno esaminato la risposta neuronale suscitata da diversi tipi di cibo. Hanno analizzato l’attività cerebrale di 206 volontari che sono stati sottoposti a risonanza magnetica mentre erano impegnati a osservare una serie di fotografie di snack contenenti principalmente grassiprincipalmente zuccheri oppure una combinazione di entrambi. Gli autori hanno poi assegnato una modesta quantità di denaro a ciascun partecipante, invitandolo a usarli per acquistare uno degli alimenti osservati in precedenza.

 

Al termine dell’esperimento, è emerso che quando i soggetti guardavano le immagini dei cibi ricchi di grassi e carboidrati, il centro di ricompensa del loro cervello tendeva a rilasciare più dopamina – il cosiddetto “ormone della gratificazione” -, rispetto a quando osservavano alimenti che avevano lo stesso valore energetico, ma contenevano principalmente grassi o carboidrati. Inoltre, i volontari erano disposti a pagare di piùper acquistare gli alimenti che contenevano entrambi i nutrienti.

 

Secondo gli esperti, la combinazione di grassi e carboidrati sarebbe in grado di confondere il cervello, inducendolo a sovrastimare l’apporto calorico fornito dall’alimento. “Il processo biologico che regola l’associazione dei cibi al loro valore nutrizionale si è evoluto in modo da definire attentamente il valore di un alimento, affinché gli organismi possano assumere decisioni adattive – spiega la dottoressa Small -. Per esempio, un topo non dovrebbe rischiare di correre all’aperto ed esporsi alla presenza di un predatore per cercare un alimento che fornisce poca energia. Sorprendentemente, sembra che i cibi che contengono grassi e carboidrati trasmettano al cervello informazioni relative al loro potenziale apporto calorico  attraverso meccanismi distinti. I nostri partecipanti sono stati molto accurati quando hanno dovuto stimare le calorie provenienti dai grassi, ma piuttosto approssimativi quando hanno valutato le calorie derivanti dai carboidrati. Il nostro studio dimostra che quando entrambi i nutrienti sono combinati, il cervellosembra sovrastimare il valore energetico del cibo”.

 

Gli studiosi fanno notare che i cibi ricchi di grassi e carboidrati non esistono in natura, con una sola eccezione: il latte materno. Questo si spiega, precisano gli esperti, perché è fondamentale che i bambini siano spinti a nutrirsi per sopravvivere. Tuttavia, questo meccanismo cerebrale che induce le persone a consumare gli alimenti che contengono entrambi i nutrienti potrebbe favorire la diffusione di sovrappeso e obesità. “Nell’ambiente alimentare moderno – conclude la ricercatrice -, che è pieno di alimenti trasformati ricchi di grassi e carboidrati come le ciambelle, le patatine fritte e le barrette di cioccolato, questo potenziamento della ricompensa potrebbe avere ricadute negative, promuovendo l’iperalimentazione e l’obesità”.

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Sei incinta e vuoi fare ginnastica? Ottima idea, è salutare, ma con moderazione dal terzo trimestre

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Oggi fare sport è diventato imprescindibile: a qualsiasi età l’attività fisica è fondamentale, per il corpo e per la mente. Ma cosa succede quando una donna rimane incinta? Deve smettere di svolgere attività fisica o deve regolarla per migliorare il proprio stato di salute durante la gravidanza?

 

«Fare esercizio fisico in maniera moderata durante la gravidanza è del tutto raccomandato, salvo nei casi in cui, essendo presente un rischio per il bambino o per la futura madre, il ginecologo consigli riposo alla paziente – afferma la ginecologa Daniela Galliano, esperta nell’ambito della procreazione medicalmente assistita -. Mantenere il corpo attivo aiuta la donna a stare meglio fisicamente e a sopportare meglio i fastidi caratteristici dei primi mesi della gravidanza. Lo sport può aiutare la futura mamma anche a conciliare meglio il sonno, a mantenere il peso corretto che le è stato indicato e, soprattutto, a conservare il tono muscolare del corpo che sarà poi pronto al momento del parto».

 

Moderazione nel terzo trimestre

Nessun divieto categorico, dunque, ma un po’ di moderazione è necessaria, «soprattutto quando la gravidanza prosegue», precisa l’esperta.

 

Le donne, se non sussistono controindicazioni, dovrebbero continuare a fare sport come routine, anche per ridurre il rischio di sviluppare il diabete. Soltanto nel terzo trimestre della gravidanza è consigliabile che sia d’accordo con il proprio ginecologo per capire se sia conveniente mantenere la propria routine sportiva o se debba ridurla in maniera significativa.

 

«È inoltre importante prendersi cura dell’idratazione, stare attenta a non fare sport durante le ore più calde del giorno, soprattutto se fatto all’aria aperta, e mangiare in maniera corretta prima e dopo aver fatto sport», aggiunge Galliano.

 

Quali sono gli sport più raccomandati prima del parto?

Ma quali sono le discipline più indicate per una donna che intende continuare (o iniziare) a muoversi durante la gravidanza?

 

Yoga e pilates, nuoto e ginnastica in acqua, camminata. Le prime due favoriscono il rilassamento e sono fondamentali per aiutare a prevenire il mal di schiena e mantenere una postura idonea. In acqua, invece, si riduce il peso e si fa meno fatica nello svolgere determinati esercizi.

 

Nuotare, praticare nuoto sincronizzato in maniera lieve o fare acquagym possono, oltre a rilassare, mantenere le donne in forma durante tutta la gravidanza, così come possono aumentare il buon tono muscolare della schiena e aiutare a migliorare la postura.

 

Per le donne incinte è infine fondamentale camminare dall’inizio alla fine della gestazione, dato che si tratta di un esercizio aerobico di basso impatto che aiuta a prevenire problemi di circolazione, previene il gonfiore nelle gambe e nei piedi, la stitichezza e, infine, favorisce il controllo del peso.

 

Un’occasione per abbandonare la sedentarietà

Secondo la Mayo Clinic, uno dei principali centri medici degli Stati Uniti, la gravidanza potrebbe addirittura fornire alle donne sedentarie la motivazione necessaria per abbandonare le cattive abitudini. I benefici dello sport sono molteplici e non si limitano ai nove mesi: previene o riduce il mal di schiena, migliora l’umore e regala energie in più, aiuta a dormire meglio, previene l’eccessivo aumento di peso, aumenta la forza muscolare. L’esercizio fisico regolare può aiutare a far fronte ai cambiamenti fisici della gravidanza e creare quella resistenza fisica che sarà necessaria alla mamma per le sfide future.

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Sposato o single? Il tuo stato civile influenza anche la tua salute, ecco perché

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Un recente studio pubblicato sulla rivista Annals of Behavioral Medicine pone l’accento su quanto uno stile di vita irregolare aumenti il rischio di morte prematura soprattutto se tale condotta si adotta dopo un divorzio, anche se la relazione fra separazione e cattive condizioni di salute resta non del tutto chiarita e lascia spazio a diverse ipotesi.

 

Lo studio in questione, in ogni caso, è solo uno degli ultimi che evidenzia come una vita di coppia serena sia di aiuto alla salute, mentre al contrario essere single aumenti la probabilità di ammalarsi e morire.

 

La fine di un matrimonio, in effetti, determina spesso tutta una serie di situazioni psicologiche ed economiche che possono peggiorare lo stato di salute. Al contrario un’unione felice e la certezza di poter contare su un compagno in grado di spronare a fare meglio, attento a limitare i vizi e le condotte sbagliate possono contribuire a superare alcune condizioni patologiche e magari prevenirle.

 

Un partner supporta nella vita quotidiana e nell’emergenza

«Molte ricerche mostrano come il matrimonio faccia bene alla salute. Il motivo principale di questa influenza è l’azione stabilizzatrice di un rapporto di lunga durata – spiega Antonio Maturo, docente di Sociologia della salute presso l’Università di Bologna e la Brown University (USA) che aggiunge -. Avere una certa regolarità rispetto a sonno e dieta è di per sé una pratica salutare, così come lo è una sessualità regolare. La possibilità di dialogare con costanza con qualcuno, inoltre, è un fattore di protezione contro la depressione ed è noto quanto una persona triste o depressa sia incline a trascurarsi. Le evidenze scientifiche a disposizione mostrano pure che se uno dei partner adotta comportamenti virtuosi, per esempio smette di fumare, l’altro ne risulta facilmente contagiato. La cosa più importante, però, è il supporto pratico che un partner può fornire: sia nelle emergenze sia nella vita quotidiana».

 

 

La separazione accentua fumo e sedentarietà

Dopo un divorzio, rileva sempre lo studio di Annals of Behavioral Medicine, sia i maschi sia le femmine tendono a cedere soprattutto alla sedentarietà perché non si ha voglia di uscire o relazionarsi con la cerchia di amici e conoscenti che si frequentava in coppia e la chiusura iniziale, può poi diventare un’abitudine consolidata. Altro vizio cui si tende facilmente a cedere è il fumo.

 

«Paradossalmente anche chi decide di uscire di più e conoscere gente nuova per buttarsi alle spalle il passato e vive quindi vita sociale più intensa, magari anche rispetto al passato per cercare nuove occasioni, è maggiormente esposto a tentazioni come il bere e il fumare » suggerisce ancora il professor Maturo.

 

La vita a due giova soprattutto alla salute maschile

Sempre dalle evidenze a disposizione risulta che le persone sposate con diabete di tipo2, ipertensione e colesterolo alto possono contare su un tasso di sopravvivenza superiore rispetto ai single gravati dai medesimi problemi di salute. I coniugati, inoltre, hanno più probabilità di sopravvivere a un attacco di cuore. Il matrimonio, in ogni caso, sembra giovare più alla salute maschile che a quella femminile come a risentire di più di un divorzio in termini affettivi sono soprattutto le donne che evidenziano un livello di soddisfazione personale più basso e un forte abbattimento sentimentale .

 

«I maschi hanno più probabilità di lasciarsi andare a comportamenti nocivi per la loro salute se non hanno una compagna – precisa ancora il professor Maturo che conclude – Le separazioni sono una delle cause principali delle nuove povertà maschili, poiché capita spesso che gli uomini debbano pagare gli alimenti per il mantenimento dei figli e l’impoverimento è la principale causa di malattia e mortalità precoce. Il degrado economico, inoltre, è legato spesso all’adozione di stili di vita malsani, se non addirittura a una riduzione del benessere oggettivo. Per fare un esempio molto pratico chi è povero rinuncia alla frequenza regolare della palestra o a comprare frutta fresca tutti i giorni, con ripercussioni di salute non da poco. La salute, dopotutto, è una risultante di circoli viziosi o virtuosi, una separazione può facilmente innescarne uno negativo».

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Tintura per i capelli non più di 6 volte all’anno: provoca cancro al seno

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Tintura per i capelli non più di 6 volte all'anno: provoca cancro al seno

Tinta per capelli? Non più di 6 volte l’anno e preferibilmente con prodotti naturali che riducano il rischio di danni, incluso il tumore. Ad allertare le donne il chirurgo senologo Kefah Mokbel del Princess Grace Hospital di Londra, che ha portato avanti delle ricerche in cui si evidenzia che le donne che si colorano i capelli corrono il 14% di pericolo in più di cancro mammario, riporta il ‘Daily Mail’ online.

Occorre dunque ridurre il ricorso a prodotti cosmetici per capelli, soprattutto se sintetici, ammonisce l’esperto. Meglio optare per henné, barbabietola, rabarbaro o altre piante con proprietà coloranti naturali e prive di rischi per lasalute. «Anche se sono necessari approfondimenti, i nostri risultati suggeriscono che l’esposizione alle tinte per capelli può contribuire al cancro del seno. Meglio optare per coloranti naturali e sottoporsi sempre a screening preventivi dall’età di 40 anni in su», consiglia l’esperto.

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