Un potenziale vaccino per l’acne ha passato un primo importante test

Un potenziale vaccino per l’acne ha passato un primo importante test

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Anticorpi specifici riducono l’attività di una tossina prodotta dal batterio all’origine della malattia della pelle. Nei topi, tengono a bada l’infiammazione: una conquista importante, ma preliminare.

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Esame allo specchio dei brufoli: contro l’acne esistono già diversi trattamenti (per esempio antibiotici o ormonali), ma non sempre efficaci, e non privi di effetti collaterali.

Un gruppo di ricercatori dell’Università della California a San Diego ha ottenuto un primo, importante passo avanti nella creazione di un vaccino contro l’acne volgare, una malattia cronica della pelle che interessa centinaia di milioni di persone nel mondo. Il team ha individuato anticorpi specifici che prendono di mira una tossina di origine batterica responsabile del processo infiammatorio tipico di questa condizione, che si manifesta soprattutto (ma non solo) in adolescenza, e si accompagna a importanti problemi di autostima.

 

RIFIUTI BATTERICI. Nelle pelli predisposte a un eccesso di sebo, una miscela di lipidi dalla funzione lubrificante, prolifera il batterio Propionibacterium acnes, che può infettare i follicoli piliferi e causare infiammazione, dando origine ai foruncoli.

 

Questo batterio produce una tossina chiamata fattore CAMP (acronimo di Christie-Atkins-Munch-Peterson, i ricercatori che la scoprirono).

 

GUARDIE SPECIALIZZATE. Il team californiano ha dapprima dimostrato che è proprio questa tossina, a causare l’infiammazione della pelle; quindi, attraverso test sui topi e su colture di cellule di pelle umana, è giunto alla conclusione che questa risposta infiammatoria può essere limitata contrapponendo al fattore CAMP specifici anticorpi monoclonali, anticorpi identici tra loro e prodotti a partire da un solo tipo di cellula immunitaria, che riconoscono uno specifico bersaglio e sono in grado di neutralizzarlo.

 

A CHE PUNTO SIAMO? Per ora si tratta di un buon risultato, anche se incorporare questi anticorpi in un vaccino adatto all’uomo, che sia compatibile con la variegata famiglia di batteri che colonizza l’epidermide, non sarà semplice. Se si arrivasse a questo risultato, mancherebbe poi la fase della sperimentazione clinica. La strada che ci separa da un vaccino contro l’acne, insomma, è ancora lunga.

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Come riuscire ad accettare se stesse? Anche con la scrittura

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Studio della Northwestern University su un campione di donne chiamate a raccontare per iscritto il rapporto con il proprio corpo

L’insoddisfazione nei confronti del proprio aspetto fisico può portare allo sviluppo di ansia, depressione e disturbi del comportamento alimentare. Poco serve rassicurare chi si porta un complesso di questo tipo sulla bellezza: partendo da questi presupposti due ricercatrici della Northwestern University hanno elaborato uno studio scientifico incentrato sulla potenza della scrittura per migliorare la propria immagine corporea. «Di base ogni essere umano tende a essere empatico con gli altri, ma non con se stesso. Scrivere rivolgendosi al proprio corpo è un modo per aumentare l’empatia verso se stessi e ridurre l’ansia e l’insicurezza che si prova poiché è un sistema per soffermarsi, una volta tanto sull’idea di essere entità degne di attenzione e “compassione”» commenta Alessandra Gorini , ricercatrice presso il Dipartimento di Oncologia ed Emato-Oncologia dell’Università degli Studi di Milano.

 

Esercizi di scrittura

Le autrici dello studio in questione hanno proposto a 151 donne in età da college di scrivere una lettera a se stesse dal tono compassionevole; a 242 di scrivere una missiva dai toni delicati, ma dal punto di vista di un caro amico; a 1.158 donne è stato chiesto di scrivere direttamente al proprio corpo, mostrando gratitudine e riconoscenza per le funzioni assolte bene dall’organismo stesso.

 

Molte delle lettere si sono rivelate profondamente coinvolgenti e commoventi e anche le donne più critiche nei confronti del proprio aspetto fisico, si sono addolcite mentre scrivevano.

 

La scrittura, dunque, ha un impatto estremamente positivo sull’autostima, per questo le studiose sperano di riuscire a creare un sito web o un app per smartphone, dove indirizzare lettere rivolte al proprio corpo per condividerle con un vasto pubblico, per dare conforto e forza a tutte quelle donne che combattono contro la mancata accettazione di se stesse.

 

Il potere della scrittura

«Scrivere permette di mettere ordine nei pensieri, aiuta a dare un senso agli eventi vissuti, permette di liberare la creatività senza essere sottoposti al giudizio altrui, soprattutto se nella scrittura ci si rivolge alla propria persona. Mettersi a scrivere, inoltre, permette di prendersi un tempo interamente dedicato a se stessi per riflettere e fissare ricordi ed emozioni in un momento di silenzio dal mondo e permette, di conseguenza, l’ ascolto dei pensieri più profondi- commenta ancora l’esperta – Scrivendo si sviluppa anche l’immaginazione in quanto lo scritto non riporta solo fatti accaduti, ma anche sogni e speranze che spesso non vengono espressi attraverso altri canali».

 

La scrittura di un diario, d’altra parte, da secoli rappresenta una valida valvola di sfogo che ha permesso a generazioni di adolescenti di superare le fasi più critiche di un periodo travagliato quale può essere l’adolescenza.

 

«Scrivere un diario, in particolare, crea una complicità con noi stessi che insegna ad ascoltarsi e a valorizzarsi. Soprattutto da adolescenti, quindi, il diario permette di esprimere pensieri senza filtri, formulare opinioni su persone o fatti, e mettere per iscritto le emozioni e i sentimenti dominanti riguardo a eventi accaduti. Attraverso questo processo si verifica un rafforzamento dell’autostima che aiuta ad affrontare le difficoltà della vita. Purtroppo – spiega la dottoressa Gorini – i social ci stanno portando a ridurre emozioni e riflessioni a poche parole se non addirittura a simboli (emoticon) che inaridiscono e impoveriscono non solo la produttività scritta, ma anche i vissuti e le rielaborazioni interiori. Consci di questo, dovremmo spingere più che mai i giovani, e forse anche noi stessi, a scrivere diari e riflessioni personali molto più frequentemente di quanto siamo soliti fare».

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Gli uomini dimagriscono più velocemente delle donne

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Uno studio dimostra che, a parità di dieta, gli uomini perdono peso più rapidamente rispetto alle donne (che, oltretutto, evidenziano anche qualche effetto indesiderato). Colpa dei diversi tipi di grasso.

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Le donne che abbiano fatto una dieta insieme al proprio partner potrebbero avere avuto l’impressione che gli uomini perdano peso più velocemente. Ora questa sensazione potrebbe aver trovato una conferma in uno studio condotto da un team di ricercatori di diverse università di Europa e Oceania, pubblicato qualche giorno fa sulla rivista Diabetes, Obesity and Metabolism.



Lo studio è stato condotto su 2.224 adulti in sovrappeso e in condizioni di “prediabete” (cioè con livelli di zucchero nel sangue leggermente elevati, con il rischio di sviluppare il diabete di tipo 2) provenienti da Europa, Australia e Nuova Zelanda. Per otto settimane, i partecipanti hanno seguito una dieta a basso contenuto calorico basata principalmente su zuppe, frullati e verdure come pomodori, cetrioli e lattuga.

 

EFFETTI (ANCHE) INDESIDERATI. Alla fine delle otto settimane, il 35 per cento di uomini e donne presentava normali livelli di glicemia (dunque non erano più in condizioni di prediabete). Gli uomini, però, mostravano di aver perso mediamente più peso, di aver ridotto la frequenza cardiaca e la percentuale di grasso corporeo. Tra gli altri effetti riscontrati nelle donne, invece, i ricercatori hanno registrato una riduzione del colesterolo HLD (il cosiddetto “colesterolo buono”), una perdita della massa magra (muscoli) e della densità minerale ossea.

A cosa si devono questi effetti diversi? Secondo quanto dichiarato al sito Live Science da Elizabeth Lowden, endocrinologa e specializzata in chirurgia dell’obesità all’ospedale Delnor (Illinois, Stati Uniti), non coinvolta nello studio, la risposta sta nelle differenze tra il metabolismo degli uomini e quello delle donne.

 

Lo sapevate? Il cervello memorizza i posti dove avete mangiato bene per poterci ritornare. (Sperando che la meta non sia così difficile da raggiungere…) | IMAGE CREDIT: DINNERINTHESKY.COM

GRASSI DIVERSI. Gli uomini, infatti, tendono ad avere una maggiore “riserva” di grasso viscerale, quello che circonda gli organi interni. Durante la dieta, la perdita di grasso viscerale avrebbe un beneficio sul loro metabolism, contribuendo a bruciare più calorie.

 

Le donne hanno invece più grasso sottocutaneo (intorno a cosce, fianchi ecc.) importante per la gravidanza, ma meno “attivo” da un punto di vista del metabolismo. La perdita di grasso sottocutaneo non contribuisce a bruciare più calorie.

 

Lo studio, tuttavia, presenta secondo Lowden alcuni limiti: per esempio non si specifica se le donne monitorate fossero o no in menopausa (condizione che favorisce l’accumulo di grasso addominale, come negli uomini) e inoltre i risultati si concentrano sugli effetti a breve termine, trascurando quelli di lungo periodo. Ciò nonostante, sostiene Lowden, in uomini e donne sovrappeso la perdita di peso è sempre auspicabile.

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Benvenuto al Dr Gian Marco Buttarello Odontoiatra

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Diamo il benvenuto al Dr Gian Marco Buttarello

Laureato in odontoiatria e protesi dentaria a Torino nel 2001 con dignità di stampa

Coautore del libro “Implantologia funzionale: dalla osteo-integrazione alla fisio-integrazione” ed. Martina, Bologna

VISITA CON RX OPT E PIANO DI TRATTAMENTO

LEVIGATURA RADICOLARE (COURETTAGE) 1 QUADRANTE

OTTURAZIONE CLASSE I

OTTURAZIONE CLASSE II E V

OTTURAZIONE CLASSE III E IV

ESTETICA

RICOSTRUZIONE CON PERNO

TERAPIA ENDODONTICA 1 CANALE

TERAPIA ENDODONTICA 2 CANALI

TERAPIA ENDODONTICA 3 CANALI

CORONA PROVVISORIA

CORONA IN CERAMICA METAL-FREE

PROTESI TOTALE REMOVIBILE PROVVISORIA PER ARCATA

PROTESI TOTALE REMOVIBILE PER ARCATA

PROTESI SCHELETRATA PROVVISORIA PER ARCATA

PROTESI SCHELETRATA CON GANCI PER ARCATA

IMPIANTO OSTEOINTEGRATO SINGOLO

CORONA IN CERAMICA SU IMPIANTO

ESTRAZIONE SEMPLICE

ESTRAZIONE ELEMENTO SEMI-INCLUSO o COMPLESSA

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Perché quando corriamo ci fa male il fianco?

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C’è chi lo attribuisce alla milza, chi pensa sia il fegato: in realtà il “dolore all’ipocondrio” ha molteplici spiegazioni e nessuna in particolare. Ma passa in fretta.

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Fermata obbligata!|SHUTTERSTOCK

Se non vi hanno fermato l’inerzia, il caldo e il fiato corto, c’è una cosa che più di ogni altra potrebbe arrestare la vostra corsa: il classico, acuto dolore al fianco, destro o sinistro scegliete voi. Di che cosa si tratta? Si può prevenire? E chi colpisce?

 

Per indicare quella pungente sensazione esiste un termine medico specifico: exercise related transient abdominal pain (ETAP) o “dolore addominale transiente connesso all’esercizio fisico”. Gli esperti lo chiamano anche dolore in ipocondrio (una regione della cavità addominale compresa tra le arcate costali e fianchi). Sono termini scientifici ma, di fatto, generici: non riguarda infatti un organo in particolare – no, non è la milza, né il fegato.



DEMOCRATICO. Colpisce due terzi dei runner e si manifesta durante le attività che comportano torsione del busto, come la corsa, il nuoto o l’equitazione. Lo accusano anche gli atleti professionisti – anche se in misura minore, rispetto ai corridori della domenica – e sembra più frequente nei soggetti giovani. Si sviluppa in punti diversi: alcuni lo avvertono a destra, altri a sinistra, e anche per questo è difficile da comprendere o prevenire.

 

QUALI CAUSE? Una comune spiegazione lo riconduce a uno scarso afflusso di sangue, e quindi di ossigeno, al diaframma (il più importante muscolo respiratorio): ma alcuni sport come l’equitazione non richiedono un dispendio di ossigeno tale da giustificare questo dolore.

 

Altri ipotizzano che i sobbalzi dell’attività fisica sollecitino eccessivamente i legamenti dei visceri, che mantengono in posizione gli organi interni, o il peritoneo, la membrana che li ricopre. Questo spiegherebbe perché alcuni lo accusino maggiormente dopo aver mangiato o bevuto (e quindi in parte aver teso l’addome), ma non perché il dolore compaia durante movimenti graduali e non bruschi, come quelli del nuoto.

 

C’è chi chiama in causa la postura: lavorare su certe vertebre sembra poter ricreare questo classico dolore; altri citano una presunta frizione o irritazione del tessuto addominale.

 

BUON SENSO. Insomma sulle cause c’è ancora nebbia fitta. Ma se il male al fianco vi perseguita, aiuta fare mente locale di quanto l’ha preceduto: avete mangiato o bevuto? Che tipo di movimenti avete fatto? Quando vi è accaduto, l’ultima volta? Forse c’è qualche accorgimento che potete adottare per cambiare le cose. E in ogni caso, passa in fretta: basta fermarsi e riposare.

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Lo spuntino di mezzanotte può provocare il cancro: «Rischi per seno e prostata»

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Lo spuntino di mezzanotte può provocare il cancro: «Rischi per seno e prostata»

Lo «spuntino di mezzanotte» aumenterebbe il rischio di contrarre il cancro al seno e alla prostata. A puntare il dito contro l’alimentazione nelle ore pre-sonno è uno studio condotto dall’Istituto di Barcellona per la salute globale (IsGlobal), ripreso dall’Independent, dal quale emerge come chi cena regolarmente dopo le 21, o meno di due ore prima di andare a dormire, ha un rischio maggiore del 25% ci contrarre il cancro.

I ricercatori hanno intervistato 1.800 pazienti spagnoli con cancro al seno o alla prostata, oltre a più di 2.000 persone non affette dalla malattia, studiando i loro schemi di alimentazione e di sonno e qualsiasi misura adottata per mantenersi in salute. Gli scienziati hanno scoperto che i malati di cancro avevano più probabilità di fare spuntini a tarda notte.

«La nostra ricerca – spiega Manolis Kogevinas, autore principale dello studio pubblicato sull’International Journal of Cancer – conclude che l’aderenza ai modelli alimentari diurni è associata a un minor rischio di cancro. Questi risultati evidenziano l’importanza di valutare i ritmi circadiani negli studi sulla dieta e i tumori».

Attualmente le Linee guida internazionali sulla prevenzione del cancro non menzionano il potenziale impatto dei tempi di pasto, anche se l’Organizzazione mondiale della sanità (Oms) annovera il lavoro notturno come potenzialmente cancerogeno. «Sono necessarie ulteriori ricerche sugli esseri umani per capire le ragioni di questi risultati, ma tutto sembra indicare che i tempi del sonno influenzano la nostra capacità di metabolizzare il cibo», conclude Dora Romaguera, che ha guidato la ricerca.

Anche il nostro cervello subisce gli effetti dell’inquinamento: ecco in che modo

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Il, 22 luglio, si è celebrato il «World Brain Day». Respirare aria pulita consentirebbe di evitare molte malattie cerebrovascolari e neurodegenerative

L’inquinamento dell’aria non è un problema solo per la salute dei polmoni: un numero crescente di evidenze scientifiche mostra che respirare aria pulita consentirebbe di evitare un gran numero di malattie cerebrovascolari e neurodegenerative.

 

Per questa ragione, l’edizione di quest’anno della giornata mondiale del cervello (World Brain Day) – organizzata dalla Federazione mondiale di neurologia il 22 luglio – è stata dedicata agli effetti negativi dell’inquinamento ambientale sul cervello. Lo slogan scelto è «Aria pulita per la salute del cervello», #worldbrainday2018 #wbd2018cleanairforbrainhealth

 

INQUINAMENTO E SALUTE

«L’inquinamento atmosferico consiste nella contaminazione diffusa, spesso invisibile, di bioaerosol nocivi contenenti polline, spore, particelle e sostanze tossiche. Gli inquinanti possono derivare da fonti naturali o essere dovuti all’attività umana» spiega il professor Jacques Reis responsabile del gruppo di lavoro di medicina ambientale della World Federation of Neurology.

 

Stime recenti indicano in 9 milioni i decessi ogni anno nel mondo attribuibili all’inquinamento dell’aria e 467 mila in Europa, secondo il rapporto sulla qualità dell’aria dell’Agenzia europea dell’ambiente EEA. E secondo i dati diffusi dall’Oms lo scorso maggio, nove esseri umani su dieci respirano aria inquinata, definita un «killer invisibile» all’origine del 10% di tutti i decessi.

 

E il cervello? «Secondo il Global Burden of Disease, fino al 30% di tutti gli ictus nel mondo può essere ricondotto a sostanze inquinanti nell’aria» spiega il professor Mohammad Wasay, responsabile delle celebrazioni del World Brain Day.

 

EFFETTI SUL CERVELLO

Negli ultimi anni, gli scienziati hanno indagato a fondo in che modo tutto ciò agisce sul cervello. Tanto che oggi ipotizzano che proprio l’inquinamento sia coinvolto nell’aumento di patologie neurologiche nel mondo. «Gli inquinanti entrano nel corpo attraverso le vie respiratorie e alimentari, causando risposte infiammatorie e riuscendo ad arrivare al cervello attraverso il flusso sanguigno o il tratto respiratorio superiore – spiega Reis – Anche il conseguente danno al microbiota intestinale può avere un impatto sul cervello».

 

L’elenco dei possibili effetti nocivi che possono essere collegati all’inquinamento atmosferico è lungo: aterosclerosi, stress ossidativo, risposte infiammatorie in tutto il corpo, danni ai vasi sanguigni, aumento della pressione sanguigna, alterazione dei meccanismi di protezione della barriera emato-encefalica e problemi cardiaci.

 

A livello cellulare, gli inquinanti atmosferici interferiscono con i mitocondri – spesso indicati come “centrali elettriche” delle cellule – e con il materiale genetico come il DNA. Di tutto questo, i politici e gli amministratori locali devono iniziare a tenere conto. La giornata mondiale del cervello servirà ad aumentare la loro consapevolezza e quella dei cittadini.

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Si può essere allergici all’esercizio fisico?

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Non è una scusa per restare ancora per qualche giorno alla larga dalla palestra: le reazioni allergiche allo sport esistono davvero. Ma sono rare e possono essere legate (anche) al cibo.

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Quando lo sport fa… prurito.

Si può essere “allergici” al freddo (più o meno)ai baci e a una gamma praticamente infinita di altre cose. L’allenamento fisico non fa eccezione: l’anafilassi indotta da esercizio fisico o da sforzo – una reazione allergica sistemica legata allo sport – interessa fino al 2% della popolazione occidentale.

 

QUANDO INSORGE. Si può manifestare dopo un’attività fisica aerobica intensa, come la corsa, il tennis o il ciclismo, ma può comparire, nei casi più gravi, anche per una semplice camminata. I sintomi tipici sono rossore e orticaria, affaticamento, difficoltà respiratorie e digestive, ma se non si interrompe lo sforzo, nelle circostanze più serie possono insorgere problemi circolatori e compromissione delle vie aeree.

 

IN UNIONE COL CIBO. Questa curiosa allergia è scatenata da una risposta anomala del sistema immunitario, che rilascia composti come l’istamina, responsabili dei sintomi allergici e infiammatori, ma che cosa di preciso solleciti questa reazione, non è noto. In alcune persone sembra manifestarsi quando si fa sport dopo aver mangiato alcuni cibi (più comunemente alimenti a base di grano, pomodori, noccioline, molluschi); le temperature molto alte o molto basse, l’umidità nell’aria, lo stress fisico e mentale, il raffreddore e altre comuni condizioni in cui si può svolgere attività aerobica possono aggravare la reazione.

 

SI PUÒ PREVENIRE? Allenarsi a minore intensità e almeno 6-8 ore dopo mangiato sembra poter ridurre la gravità dei sintomi in chi soffre di questa condizione. Alcuni sport comunque intensi, come il nuoto, non sembrano inoltre associati ad anafilassi da sforzo. Chi ne è soggetto, ma non vuole rinunciare alla palestra, si allena in genere con farmaci contro lo shock anafilattico a portata di mano, e sempre sotto attento controllo medico.

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La camminata ideale per avere benefici? Almeno 100 passi al minuto

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Stabilita la cadenza che garantisce un’intensità moderata di allenamento

Camminare fa bene a tutti, ma a quale velocità bisogna procedere per fare dell’esercizio fisico efficace? La definizione di camminata svelta generalmente riportata in questi casi è quella di un’andatura che ci lascia il fiato per parlare ma non consente di cantare. In un numero interamente dedicato alla camminata, il British Journal of Sports Medicine, fornisce delle indicazioni pratiche su come regolare la propria andatura basandosi su un indicatore semplice e alla portata di tutti: il numero di passi fatti al minuto.

 

L’analisi, dal titolo «quale velocità è veloce abbastanza?», ha preso in considerazione le ricerche più rilevanti condotte su centinaia di uomini e donne con più di 18 anni, con indici di massa corporea diversi. Gli esperti concludono che, per garantire un’attività di intensità moderata, la cadenza di un adulto non deve scendere al di sotto dei 100 passi al minuto. In pratica, questo significa contare i passi fatti in 10 secondi e moltiplicare il numero per sei: il risultato deve essere superiore a 100. Per l’attività vigorosa, gli studi suggeriscono una cadenza di 130 passi al minuto.

 

«In genere, nella vita di tutti i giorni, camminiamo a velocità ben inferiori» ci spiega Roberto Bottinelli, ordinario di Medicina dello sport in ateneo e dirige il Centro di Medicina dello Sport dell’IRCCS Maugeri di Pavia. «Le indicazioni, come questa, relative alla cadenza, ma anche quelle sul numero minimo di passi da fare al giorno (10mila) sono delle evidenti approssimazioni, da adeguare alle condizioni di ciascuno, ma che rispondono ad un’unica strategia: aiutare le persone a muoversi. Ciò è più facile introducendo delle modificazioni durature alle proprie abitudini, attraverso l’adozione di protocolli seguibili da tutti e attività compatibili con la vita di tutti i giorni».

 

Le raccomandazioni dell’Oms stabiliscono 150 minuti a settimana di attività fisica di moderata intensità. Non fare movimento è uno dei maggiori fattori di rischio per la salute. Secondo i dati Eurostat, gli italiani sono tra i più sedentari (sono solo 17% coloro che praticano attività fisica per almeno due ore a settimana; contro il 54% della Finlandia e il 53% di Svezia e Danimarca e una media europea del 40%).

 

«I benefici dell’attività fisica includono una riduzione del rischio di malattie cardiovascolari, causa di un decesso su cinque in Europa, e respiratorie; lo sport aiuta le donne con tumore al seno, cardiopatici e infartuati e porta benefici cognitivi. Quelli psicologici sono i più immediati, perché muovendoci produciamo endorfine» spiega il professor Bottinelli. Ma fare due passi non basta: «Per essere scientificamente certi l’attività fisica abbia effetto nel ridurre il rischio bisogna fare 30 minuti di esercizio moderato al giorno. E comunque non stiamo ancora parlando di allenamento fisico, ma di semplice mantenimento in salute dell’organismo. È incredibile come di fronte a queste evidenze, che non ci stanchiamo di riferire, non si riesca a convincere le persone a fare dell’attività fisica».

 

Un altro modo per regolarsi senza l’uso di dispositivi indossabili è considerare moderata l’attività che aumenta la frequenza respiratoria tanto da consentire di fare conversazione ma non di cantare e considerare vigorosa l’attività che ci toglie il fiato tanto da consentirci solo di dire qualche parola. Gli anziani o chi ha problemi di deambulazione dovrebbero rivolgersi ad uno specialista dello sport che prescriva loro il tipo di esercizio e l’intensità.

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Mangiare da soli fa male alla salute? Rispondere è complicato

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I pasti in solitaria sono spesso associati, nell’immaginario comune, a rischi per la salute fisica e psicologica. Ma il quadro offerto dalla ricerca scientifica sul tema è più complesso e articolato.

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Alcuni non rinuncerebbero mai a una cena (ma anche a due o tre) da soli davanti a una serie TV, eppure sempre più spesso ci si imbatte in ricerche scientifiche che associano questa abitudine a condizioni come depressione, obesità, diabete, pressione alta e problemi cardiovascolari. Un’analisi della Oxford Economics su 8.000 persone citata dal Guardian suggerisce che pranzare o cenare da soli sia il più alto indicatore di infelicità in assoluto, se si escludono le malattie mentali.

Mangiare da soli può influire sulla quantità di cibo ingerito, spingerci a optare per pietanze molto grasse o molto caloriche – tanto non ci vede nessuno! – o influire negativamente sull’umore. Allo stesso tempo, però, le abitudini alimentari sono particolarmente complesse da studiare, perché legate alla cultura di appartenenza, alle condizioni socioeconomiche dei soggetti studiati e alla durata degli studi di questo tipo. La realtà scientifica è insomma un po’ più complessa e variegata, e non inquadrabile soltanto con un titolo ad effetto.

 

DI CHI SI STA PARLANDO? Molti studi si concentrano su campioni soltanto maschili o femminili, o solo su gruppi di persone di una specifica fascia d’età. Già così fa un’enorme differenza: se nei giovani adulti mangiare da soli è spesso legato ad abitudini alimentari più sane, nelle persone anziane è spesso spia di una condizione di solitudine che non risulta protettiva per la salute.



CHE COSA VIENE PRIMA? Difficile è anche definire il concetto di “frequente”, o condurre una ricerca che includa un arco di vita significativo. In certi periodi, infatti, cenare da soli potrebbe essere il risultato, e non la causa, di cattive condizioni di salute: per esempio una persona sovrappeso o obesa potrebbe sentirsi in imbarazzo a mangiare in compagnia, per la quantità di cibo di cui sente di avere bisogno. In quel preciso momento di vita, la solitudine a tavola potrebbe essere la conseguenza di una condizione psico-fisica difficile.

 

OPPOSTI RISULTATI. Anche gli studi su numero di commensali e quantità di cibo ingerita non sono concordi. Se una ricerca ha trovato, da un lato, che gli uomini adulti che mangiano da soli sono più spesso sovrappeso o sottopeso, altre evidenziano che quando siamo in compagnia tendiamo ad abbuffarci di più. Senza contare che anche il tipo di persona con cui si mangia potrebbe influenzare l’esito del nostro pasto. Uno studio ha dimostrato che si tende a mangiare più pasta in presenza di un attore camuffato da persona sovrappeso, indipendentemente da cosa questa persona si mette nel piatto.


PER SCELTA O PER FORZA. Poiché il momento e le modalità dei pasti sono strettamente influenzati dalla cultura di provenienza, e le risposte date in molti degli studi sul tema si basano su questionari di autovalutazione (quindi non sempre del tutto attendibili), è molto difficile scindere questo momento dalle condizioni psicologiche, familiari e sociali di partenza.

 

Il problema non sembra essere tanto il cenare da soli, ma il fatto di averlo scelto o meno: sentirsi soli al momento del pasto sembra portare alla scelta di alimenti più calorici e “consolatori”, non importa se ci si trova nella cucina di casa o a un pranzo di lavoro. In altre parole una cena solitaria volutamente perseguita – e gustata – è ben diversa dal ritrovarsi abitualmente a tavola da soli, come spesso capita alle persone anziane.

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