Smettere di fumare: una variante genetica lo rende ancora più difficile

Smettere di fumare: una variante genetica lo rende ancora più difficile

gestione No Comments

Un meccanismo molecolare assai diffuso che predispone alla dipendenza da nicotina sembra anche responsabile dei comportamenti di “ricaduta” degli ex fumatori.

smettere-fumare
Tagliare i rapporti con la nicotina può essere complicato per colpa dei geni.|SHUTTERSTOCK

Chiudere con le sigarette è complicato, e anche chi ci riesce finisce spesso per ricominciare dopo qualche mese. Uno studio pubblicato su Current Biology potrebbe spiegare almeno in parte questi episodi di “ricaduta”. Una variante genetica già conosciuta per essere coinvolta nella sensibilità alla nicotina e nei meccanismi di dipendenza sembra favorire, nei topi, il comportamento di recidiva dopo alcuni mesi di cessazione.

 

LA BIOLOGIA DEL VIZIO. La nicotina, principale sostanza psicoattiva nelle sigarette, si lega ai recettori nicotinici nel cervello, attivando nuovi circuiti neuronali che favoriscono il rilascio di dopamina e di altri potenti neurotrasmettitori modulatori dell’umore.

 

Una boccata dopo l’altra, i recettori nicotinici vengono saturati. La nicotina non è più in grado di attivarli, e la gratificazione ottenuta continuando a fumare si esaurisce. Tra una sigaretta e l’altra parte dei recettori torna attivabile e, complice il meccanismo di gratificazione di cui si è fatta esperienza, si cercano nuove dosi. Con il tempo, queste ripetizioni portano ad assuefazione. Il consumo individuale di tabacco è dunque strettamente collegato alla sensibilità dei recettori nicotinici, che si presentano in cinque sottoclassi.

 

Studi recenti avevano dimostrato che una piccola mutazione a carico di un gene – il CHRNA5 – che codifica per una particolare sottoclasse di recettori nicotinici, è associata a un aumento significativo del rischio di dipendenza da nicotina. Questa variante è largamente diffusa: la presentano il 35% della popolazione europea e fino al 50% dei medio-orientali. Un team di scienziati dell’Institut Pasteur e del CNRS (Francia), in collaborazione con l’Università della Sorbona e l’Istituto Nazionale francese per la Salute e la Ricerca Medica, ha voluto studiare meglio il suo meccanismo di azione, per capire su che fase della dipendenza da nicotina intervenga questa variante.

 

Dopo aver introdotto la mutazione nei ratti, gli scienziati hanno osservato che essa favoriva un maggiore consumo di nicotina e in dosi più massicce, e che predisponeva a comportamenti di ricaduta dopo periodi di cessazione. L’effetto di questa variante sugli episodi di ricaduta era associato a una riduzione dell’attività in un’area cerebrale – il nucleo interpeduncolare – dove si trova la maggiore concentrazione della classe di recettori nicotinici codificati dal CHRNA5.

 

Farmaci in grado di attivare questi recettori, e di farlo al posto della nicotina, potrebbero aiutare a ridurre il consumo di tabacco e limitare il rischio di recidive.

HOME

PUNTO PRELIEVI CONVENZIONATO ASL TUTTI I GIOVEDI’ DALLE 730 ALLE 10 LIBERO ACCESSO.

ESENTI, PAGANTI TICKET E PRIVATI

Influenza in arrivo: che cosa dobbiamo aspettarci?

gestione No Comments

Quante persone colpirà e quando arriverà il picco dell’epidemia? Perché ha un andamento così imprevedibile? Che differenza c’è tra i vaccini disponibili? Guida essenziale alla stagione influenzale 2018-2019.

virus-influenza

A differenza di altri patogeni “sempre uguali”, come quello del morbillo, i virus dell’influenza si modificano continuamente: ecco perché continuiamo a subirli.|SHUTTERSTOCK

Colpisce ogni anno l’8% della popolazione italianacausando in media 8.000 decessi: se per i più l’influenza si risolve con qualche giorno di febbre alta, tosse e naso che cola, in chi soffre di patologie croniche come diabete o problemi cardiovascolari, è affetto o è recentemente stato colpito da malattie bronchiali o polmonari, o immuno-depresso perché, per esempio, in cura per un tumore, questa infezione può avere conseguenze critiche.

 

Le fasce di popolazione per le quali è particolarmente consigliato il vaccino quadrivalente: donne in gravidanza, persone anziane, bambini dai sei mesi ai 5 anni, pazienti affetti da malattie croniche e loro familiari, operatori sanitari. | SANOFI PASTEUR

All’origine dell’influenza ci sono quattro famiglie di virus, due di tipo A e due di tipo B.

 

La proporzione tra i virus di lineaggio B è variabile e imprevedibile: per questo capire in anticipo quali caratteristiche avrà l’epidemia in arrivo è quasi un terno al lotto. Ci siamo fatti aiutare da Fabrizio Pregliasco, virologo e ricercatore del Dipartimento di scienze biomediche per la salute dell’Università degli Studi di Milano e direttore sanitario dell’IRCCS Galeazzi di Milano.

 

«Salvo imprevisti la prossima stagione influenzale dovrebbe essere di intensità media. Si stima, comunque, che non meno di 5 milioni di persone saranno costrette a letto: nell’emisfero australe la stagione sta scorrendo con bassi livelli di diffusione e una prevalenza del virus AH1N1, anche se in quest’ultima parte di stagione rimane l’incognita del contributo del virus B, che potrebbe innalzare la dimensione complessiva della stagione.»



Le raccomandazioni dell’OMS sulla stagione influenzale dell’emisfero nord arrivano a febbraio. Fino a maggio, milioni di uova di pollo vengono inoculate con ceppi virali e lasciate incubare per permettere al virus di moltiplicarsi. Quindi si procede alla raccolta del siero virale, che viene purificato in diverse fasi, filtrato e trattato per frammentare e uccidere il virus: se ne conservano solo gli antigeni di superficie, ossia le sostanze che inducono una risposta immunitaria. L’operazione è ripetuta per ciascuno dei ceppi virali inclusi in un quadrivalente: da giugno a luglio, questi sono raccolti e combinati in un unico prodotto, sottoposto a rigorosi controlli e poi confezionato in fiale e siringhe, pronti da consegnare. Lo stabilimento di Sanofi Pasteur a Val De Reuil (Francia), che abbiamo visitato e ci ha fornito queste informazioni, produce ogni anno 200 milioni di dosi di vaccini influenzali. Il 70% del tempo produttivo è impiegato in attività di controllo qualità. | SANOFI PASTEUR

GIOCARE D’ANTICIPO. Le previsioni si elaborano osservando quanto accaduto nella stagione invernale che precede la nostra, ossia quella che sta finendo nell’emisfero australe.

 

«Ci si basa su un doppio sistema di sorveglianza globale gestito dall’OMS», spiega Pregliasco. «Da un lato, epidemiologico, con medici sentinella in varie parti del mondo che segnalano casi sospetti; dall’altro, virologico, con gruppi selezionati di pazienti sottoposti a prelievi e tamponi faringei. Con queste seconde tecniche di biologia molecolare possiamo tracciare un albero genealogico dei virus e la loro caratterizzazione genomica.»

 

A determinare la stagione influenzale sono soprattutto la novità dei virus (per ogni lineaggio A o B esistono diverse varianti) e le condizioni meteo. «Se la stagione invernale è molto ballerina come sono questi primi momenti, allora prevarranno i virus para-influenzali (ce ne sono 262 diversi tipi!). Se il freddo è pesante e continuativo, con molta umidità e temperature basse che si prolungano, si diffondono con più facilità i virus influenzali veri e propri.»

 

Con questi parametri si approntano previsioni su quando arriverà l’epidemia: si confrontano i dati raccolti con il trend storico stagionale (consultabile, per esempio, su InfluNet). Si va a vedere quanti casi di influenza si sono registrati, negli anni passati, nelle varie fasce anagrafiche di popolazione, e in quale settimana. «Quando si nota un incremento e si conferma la presenza dei primi casi in laboratorio, allora si capisce che l’epidemia sta iniziando – continua Pregliasco. Una crescita esponenziale nell’arco di sei settimane rappresenta invece la curva dell’epidemia. Possiamo pensare che il picco arriverà quest’anno dopo Natale, perché per allora farà sicuramente freddo. Ma l’andamento è davvero imprevedibile».



QUALE VACCINO? Per correre ai ripari abbiamo a disposizione i vaccini influenzali: di tipo trivalente – che contiene, e protegge da, 2 ceppi di virus A (A/H1N1 e A/H3N2) e 1 ceppo di virus B (B/Victoria o B/Yamagata) – oppure quadrivalente (o tetravalente) Quest’ultimo contiene 2 ceppi A e 2 ceppi B, ed è la scelta raccomandata dall’OMS.

 

Chiarisce Pregliasco: «Venti anni fa i virus dell’influenza circolavano in modo diverso, c’era un virus prevalente, un solista. Negli anni invece è diventata una band, un duo, un trio e poi ogni tanto un quartetto. In particolare c’è un componente del quartetto che non riusciamo bene a individuare se sarà o meno presente: il sottotipo di virus B. Per questo l’OMS preferisce allargare l’ombrello di protezione e includerli tutti».

 

COME SCEGLIERE? In futuro tutti i vaccini diverranno quadrivalenti, ma ad oggi non tutte le aziende sono riuscite a licenziarli in tempo. Quindi in commercio troviamo diversi vaccini: quadrivalente, trivalente, trivalente adiuvato. Gli adiuvati sono pensati per aiutare la risposta immunitaria, ma al momento non esiste un quadrivalente adiuvato: se ne stanno ancora studiando gli effetti.

 

Per questo sui soggetti “grandi anziani” (over 75) è preferibile il trivalente adiuvato: a questa età si è infatti meno colpiti dai virus B perché questi diversificano meno, e in genere gli anziani ne conservano una memoria immunitaria. In pratica nel loro caso è preferibile aumentare la risposta immunitaria e tralasciare la protezione per un sottotipo B (che colpisce più spesso i bambini, veri attori della trasmissione)».

HOME

PUNTO PRELIEVI CONVENZIONATO ASL TUTTI I GIOVEDI’ DALLE 730 ALLE 10 LIBERO ACCESSO.

ESENTI, PAGANTI TICKET E PRIVATI

 

Nel video qui sotto, potete ripercorrere le varie fasi di produzione di un vaccino – influenzale, ma non solo. Il filmato è in inglese, con sottotitoli [video credit Sanofi Pasteur].

 

 

Il colorito della pelle può dirci quali sono i nostri problemi di salute

gestione No Comments

Dimmi che colorito hai e ti dirò come stai. Molto spesso la nostra pelle è lo specchio del nostro stato di salute. Cambiamenti nel colorito, infatti, possono rappresentare un segnale di problemi più profondi che possono riguardare diversi organi, come i polmoni e i reni. Per questo è sempre bene non trascurare strani cambiamenti e insolite sfumature. Questo non significa quindi doversi subito allarmare, ma certamente ci dovrebbe mettere ragionevolmente in allerta.

 

COLORITO GIALLASTRO: ECCESSO DI CAROTENE O DISTURBI AL FEGATO

Il colorito della nostra pelle può assumere una strana tinta giallastra, che quasi tende all’arancione, quando si è in presenza di carotenemia, un disturbo che si manifesta quando il corpo assume dosi più alte del previsto di beta-carotene. Spesso questa condizione può essere dovuta ad un consumo eccessivo di carote o di alimenti ricchi di carotene come zucche o patate dolci.

 

La buona notizia è che, anche se all’inizio può spaventare, la carotenemia non è pericolosa. In effetti, una volta che i livelli di carotene tornano normali si ritorna al colorito di sempre. Tutt’altra storia, invece, quando il colorito giallastro è un segnale di ittero, una sindrome che indica la presenza di problemi al fegato, ed è piuttosto diffuso nei neonato. In questo caso il colorito giallastro non interessa solo la pelle, ma anche gli occhi e i liquidi corporei.

 

 

Questa condizione si manifesta quando c’è un eccessivo innalzamento dei livelli di bilirubina nel sangue. Può essere anche un effetto collaterale dell’assunzione di alcuni farmaci e di varie condizioni, come la cirrosi o diverse malattie del sangue.

 

«La bilirubina è un sottoprodotto della distruzione dei globuli rossi che, in tempi più o meno programmati, vengono sostituiti», spiega Massimo Galli, professore ordinario di Malattie Infettive dell’Università degli Studi di Milano e presidente Società Italiana di Malattie Infettive e Tropicali (SIMIT). «In condizioni normali la bilirubina viene captata dal fegato che la passa alla bile. Se il fegato non funzione – aggiunge – la bilirubina in eccesso causa inizialmente la colorazione della sclera e poi anche della cute».

 

COLORITO BIANCASTRO: ANEMIA, INSUFFICIENZA D’ORGANO O STANCHEZZA

E’ il tipico colorito di chi è pallido, qualcosa che probabilmente sarà capitato a molti di noi. C’è chi presenta un lieve pallore dopo una settimana particolarmente stressante, a causa dell’influenza o di un banalissimo raffreddore. Tuttavia, la pelle può “sbiancare” o sbiadire anche per motivi ben più seri. Potrebbe essere un segnale di anemia, una condizione che si manifesta quando la quantità di emoglobina nel sangue scende al di sotto del minimo necessario.

 

In questo caso, non ci sono abbastanza globuli rossi sani per trasportare ossigeno sufficiente per i tessuti: ecco perché la pelle può diventare improvvisamente più chiara. In molti casi, si risolve con un regime alimentare più sano, che consiste nel reintegro di ferro o assumendo alcuni integratori di vitamine. In altri casi ci vogliono soluzioni più complesse da concordare con il medico. Il pallore, inoltre, potrebbe essere un sintomo di poca funzionalità dei polmoni e dell’intestino crasso. Il sangue infatti ristagna negli organi interni e non riesce a donare un colorito sano.

 

COLORITO ROSSASTRO: FORTE EMOZIONE O STATO FEBBRICITANTE

L’improvviso rossore della pelle è molto spesso il segnale di un’emozione forte: capita spesso alle persone timide, a chi è appassionato a qualcosa o quando ad esempio si è in preda alla rabbia. Ma la pelle può diventare rossastra anche quando l’organismo è costretto a funzionare a livelli molto più accelerati del solito.

 

In questo caso il particolare colorito indica la presenza di calore all’interno dell’organismo che può derivare da un aumento dell’attività metabolica, come accade durante la febbre. E’ bene quindi riportare l’accelerazione del metabolismo alla normalità. Per il rossore causato dalle emozioni, invece, è bene ricordare che è tutto passeggero. Una volta calmati gli spiriti bollenti anche il colorito torna alla normalità.

 

COLORITO DAL GRIGIASTRO AL NERO: INSUFFICIENZA RENALE

Il colorito della pelle può scurirsi, tendendo al grigio o nero, quando gli organi «spazzini» non funzionano come dovrebbero. Può esserci quindi un collegamento con i reni che non riescono a pulire il sangue dalle tossine accumulate e che quindi ritornano nel sangue, rendendo la pelle scura.

 

Bisogna quindi chiedere aiuto a un medico che farà tutti gli esami opportuni. In alcuni casi, avere un colorito «nerastro» può anche essere un segnale di collera. Non a caso si dice «essere arrabbiati neri». In questo caso è qualcosa di temporaneo.

HOME

PUNTO PRELIEVI CONVENZIONATO ASL TUTTI I GIOVEDI’ DALLE 730 ALLE 10 LIBERO ACCESSO.

ESENTI, PAGANTI TICKET E PRIVATI

Pessimisti e stressati? Può essere colpa della fame

gestione No Comments

stressati? Può essere colpa della fame

Pessimisti e stressati? Può essere colpa della fame

Il calo di zucchero potrebbe influire sulle nostre emozioni e sul nostro comportamento. Un problema che potrebbe emergere quando ci mettiamo a dieta. A scoprirlo sono stati i ricercatori dell’università di Guelph, in Canada

“I’M HUNGRY” e “I’m angry”: Ovvero “Ho fame” e “Sono arrabbiato”. La pronuncia è quasi simile, ma il significato del tutto diverso. Sembra, però, che ci sia qualche collegamento tra le due condizioni: secondo un recente studiodell’università di Guelph, in Canada – pubblicato su Psychopharmacology – infatti, l’improvviso calo di glucosio che sperimentiamo quando siamo affamati può avere ripercussioni sul nostro umore. Un problema che potrebbe emergere durante una dieta molto rigida per perdere chili in fretta.

“Abbiamo trovato prove che un cambiamento nel livello di glucosio può avere un effetto duraturo sull’umore”, ha affermato Francesco Leri del Dipartimento di psicologia dell’ateneo canadese, tra gli autori dello studio. “Ero scettico quando le persone mi dicevano che diventano scontrose se non mangiano, ma ora ci credo: l’ipoglicemia è un forte fattore di stress fisiologico e psicologico”.

• LO STUDIO
I ricercatori inducendo ipoglicemia nei ratti, hanno voluto esaminare l’impatto di un improvviso calo di glucosio sul comportamento emotivo. “Quando le persone pensano agli stati d’animo negativi e allo stress, pensano ai fattori psicologici, non necessariamente ai fattori metabolici”, ha detto il dottorando Thomas Horman, che ha guidato la ricerca. “Ma abbiamo scoperto che l’alimentazione può avere un impatto”.

I ricercatori hanno indotto l’ipoglicemia nei ratti  iniettando un bloccante del glucosio, e hanno collocato gli animali in una scatola. In un’altra occasione, invece, hanno somministrato agli animali un’iniezione di acqua, collocando i ratti in un’altra scatola. Nel momento in cui gli animali erano liberi di scegliere in quale delle due entrare, evitavano la scatola in cui sperimentavano l’ipoglicemia. “Questo comportamento di evitamento è un’espressione di stress e ansia”, ha detto Leri. “Gli animali evitano quel luogo perché hanno avuto un’esperienza stressante lì e non vogliono riviverla”.

• IL LIVELLO DI STRESS
Ma in che modo è stato valutato il livello di stress dei ratti? I ricercatori hanno osservato che, dopo l’ipoglicemia, gli animali presentavano picchi più elevati di corticosterone, un ormone indicatore di stress fisiologico. Inoltre, apparivano anche più pigri: “Si potrebbe pensare che si verifica questo perché i ratti hanno bisogno di glucosio per far funzionare i muscoli”, ha detto Leri. “Ma quando abbiamo somministrato loro un antidepressivo di uso comune, non abbiamo più osservato il comportamento lento. I ratti – spiega il professore – hanno, infatti, iniziato a muoversi normalmente. Questo è un dato interessante perché i loro muscoli non stavano ancora assumendo il glucosio, eppure il loro comportamento è cambiato”.

• UNA POSSIBILE CONNESSIONE TRA DEPRESSIONE E ALIMENTAZIONE
Lo studio supporta, dunque, l’idea che gli animali sperimentano stress e depressione quando sono ipoglicemici. Ma questi risultati possono avere anche implicazioni per il trattamento di ansia e depressione nelle persone? “I fattori che inducono qualcuno a sviluppare depressione e ansia sono diversi da una persona all’altra. Ma – sottolinea Horman – sapendo che la nutrizione è uno dei fattori coinvolti, si possono includere, per esempio, in un trattamento anche le abitudini alimentari. Questo studio fornisce, infatti, anche una panoramica della connessione tra depressione e malattie come obesità, diabete, bulimia e anoressia”.

LEGGI Depressione, una dieta per essere felici

Avendo stabilito che l’ipoglicemia contribuisce a stati d’animo negativi, i ricercatori vogliono in futuro capire se l’ipoglicemia cronica a lungo termine possa essere un fattore di rischio per lo sviluppo di comportamenti simili alla depressione. “Sicuramente saltare un pasto può renderci arrabbiati, ma questi risultati – afferma Horman – suggeriscono che se il pasto saltato diventa un’abitudine, il nostro umore potrebbe essere fortemente influenzato. Si può creare un vero e proprio circolo vizioso tra cattivo umore e alimentazione povera: se una persona non sta mangiando in modo appropriato, può sperimentare un calo di umore, e questo calo di umore può far sì che non voglia mangiare. In altre parole – spiega il dottorando –  sperimentando costantemente questo fattore di stress, la risposta potrebbe influenzare lo stato emotivo in maniera più costante”.

• UNA DIETA RICCA DI ZUCCHERI PUÒ FAVORIRE LA DEPRESSIONE
La relazione fra tono dell’umore e dieta è molto stretta e può accadere anche il contrario. Mangiare troppi dolci può far male e aumentare i sintomi depressivi. “In generale, la relazione tra umore e alimentazione è complessa e può essere bidirezionale”, afferma Marilena Aiello, ricercatrice di neuroscienze cognitive presso la Scuola Internazionale superiore di studi avanzati di Trieste. In letteratura ci son diversi studi che suggeriscono un collegamento tra il consumo di cibi dolci e i sintomi depressivi: “Per esempio uno studio recente ha esplorato questa relazione in un’ottica prospettica” afferma Aiello che si occupa prevalentemente di comportamento alimentare. Lo studio è stato effettuato su un campione di 10.000 partecipanti tra i 35 e i 53 anni seguito per più di 20 anni, dal 1989 al 2013. E “si è osservato che solamente tra gli uomini, chi consumava più zucchero aveva il 23% di probabilità in più di avere un disturbo depressivo dopo 5 anni”, spiega Aiello. I ricercatori hanno indagato anche la relazione contraria osservando che, mentre un maggior consumo di zucchero era in qualche modo collegato a una maggiore prevalenza di sintomi depressivi, essere depressi non portava a un maggior consumo di zuccheri. “Ovviamente ci sono dei limiti che vanno tenuti in considerazione”, precisa Aiello. “Per esempio che la frequenza di consumo degli alimenti è stata misurata mediante questionari o che la composizione di questi ultimi è cambiata negli anni”.

Ma perché una dieta ricca di zucchero sembra favorire disturbi depressivi a lungo termine? Secondo gli autori della ricerca potrebbero esserci diverse spiegazioni. Per esempio, mangiare troppo zucchero può ridurre il fattore neurotrofico cerebrale e facilitare l’atrofia ippocampale, una situazione che si verifica nella depressione. Inoltre, si è osservato che a lungo termine una dieta ricca di zucchero può produrre ipoglicemia attraverso una produzione eccessiva di insulina con delle ricadute a livello ormonale e quindi sull’umore. Una condizione di resistenza all’insulina è stata documentata in alcuni pazienti con depressione maggiore. “A tal proposito, i ricercatori – spiega Aiello – parlano di una notevole possibilità applicativa di questi risultati. In altre parole, i farmaci che agiscono sull’insulina potrebbero essere impiegati nel trattamento della depressione, in particolare delle forme resistenti o che traggono scarso beneficio dai farmaci classici”.

PUNTO PRELIEVI CONVENZIONATO ASL TUTTI I GIOVEDI’ DALLE 730 ALLE 10 LIBERO ACCESSO.

ESENTI, PAGANTI TICKET E PRIVATI

Il nodulo alla tiroide di Emre Can: tutto quel che c’è da sapere sul disturbo “spia” di alcune malattie

gestione No Comments

La maggior parte dei noduli sono benigni, mentre un nodulo maligno può progredire in adenocarcinoma tiroideo

I tifosi della Juventus si sono preoccupati, vista l’improvvisa e duratura assenza a cui va incontro Emre Can. Ma la realtà è che del nodulo alla tiroide rilevato sul centrocampista tedesco ne andrà prelevato un piccolo pezzo, per analizzarlo in laboratorio e completare la diagnosi. Senza questo passaggio, ultima tappa dell’iter diagnostico, non sarà possibile sbilanciarsi sul suo soggiorno in infermeria.

 

Formazioni di questo tipo, d’altra parte, sono rilevabili in oltre una persona sana su due, senza che questo determini il minimo contraccolpo in termini di salute. In altri casi possono essere la «spia» di una forma di ipertiroidismo (assieme alla tachicardia, all’aumento dell’appetito, alla perdita di peso e alla irrequietezza) o di ipotiroidismo (associato ad aumento di peso, fatica, gonfiore del viso).

 

La maggior parte dei noduli sono benigni, mentre un nodulo maligno può progredire in adenocarcinoma tiroideo (accade soltanto nel cinque per cento dei noduli della tiroide), la forma tumorale che colpisce i tessuti ghiandolari. Dunque scoprire che una persona ha un nodulo alla tiroide dice poco, se non vi si conosce la natura.

 

Ma anche ipotizzando il peggiore degli scenari, le neoplasie della tiroide oggi sono tra quelle che evidenziano i più alti tassi di sopravvivenza. Al punto che, nella comunità scientifica, sta prendendo piede l’ipotesi di non chiamarle più tumori.

 

Come gestire un nodulo? 

Primo passo da compiere, è la corretta classificazione del nodulo. «Visto il carattere epidemico della malattia nodulare della tiroide nel nostro Paese, occorre individuare i soggetti che meritano una maggiore attenzione diagnostica ed evitare di sottoporre inutilmente ad indagini invasive la maggior parte dei pazienti con noduli che non presentano elementi di preoccupazione – afferma Rinaldo Guglielmi, direttore della struttura complessa di endocrinologia e malattie del metabolismo dell’ospedale Regina Apostolorum di Albano Laziale ed ex presidente dell’ Associazione Medici Endocrinologi -. Tutto ciò deve avvenire senza trascurare quella minoranza di soggetti che merita maggiore attenzione, presentando noduli di dimensione maggiore, micro-calcificazioni e margini irregolari.

 

In assenza di caratteristiche allarmanti, si evita l’intervento quando l’analisi tra i costi e benefici per il paziente non è vantaggiosa, come nel caso di soggetti con malattie concomitanti e quindi ad alto rischio». Il tema della malattia nodulare, relativamente alle modalità di trattamento, è al centro del dibattito tra gli specialisti, che nel corso del congresso «Thyroid UpToDate», in programma a Roma tra una settimana, discuteranno proprio delle nuove linee guida italiane per la gestione dei noduli, messe a punto dalle principali società scientifiche coinvolte.

 

I controlli da fare 

Per capire se è in atto un malfunzionamento della tiroide, è sufficiente effettuare il dosaggio del Tsh: l’ormone tireo-stimolante prodotto dall’ipofisi, ghiandola che controlla la tiroide. Se il valore è al di sopra dei parametri di riferimento, la tiroide lavora poco. Se è al di sotto, vuol dire che lavora troppo. Altri esami utili sono il dosaggio dell’FT3 e dell’FT4 e degli anticorpi anti-tiroide (presenti in alcune malattie autoimmuni). Questi esami vengono consigliati preventivamente in presenza di fattori di rischio quali famigliarità, poliabortività o difficoltà a concepire.

 

Nella donna, infatti, il malfunzionamento della ghiandola può anche ostacolare l’avvio di una gravidanza e aumentare il rischio di aborto spontaneo. Per una corretta diagnosi, è comunque necessario ricorrere all’imaging (l’ecografia è l’esame più semplice, in seconda battuta si può sottoporre un paziente a una Tac o a una risonanza magnetica) e alla scintigrafia tiroidea (i noduli vengono classifica sulla base dell’assorbimento dello iodio radioattivo fatto entrare nelle cellule della tiroide). Infine, un ago aspirato o una biopsia completa (dopo asportazione del nodulo) permettono di completare la diagnosi.

Accertamenti che con ogni probabilità il centrocampista bianconero effettuerà da qui a due settimane: questo il tempo in cui Can mancherà dai campi di gioco, come comunicato dal club.

 

I tumori della tiroide guariscono quasi sempre

La tiroide è la «centralina energetica» che regola una macchina complessa come il nostro organismo. «Si tratta di una ghiandola molto piccola, che produce però un ormone importantissimo per tutto il corpo: la tiroxina», dichiara Paolo Vitti, direttore del centro di endocrinologia ed endocrino-chirurgia dell’azienda ospedaliero-universitaria di Pisa e presidente della Società Italiana di Endocrinologia.

 

«La regolazione del metabolismo, la produzione di calore, il controllo del ritmo cardiaco, lo sviluppo del sistema nervoso, l’accrescimento corporeo e la forza muscolare dipendono dal funzionamento della tiroide. Ma spesso la sua importanza si scopre soltanto quando si ha qualche problema: cosa che riguarda sei milioni di italiani».

 

Quanto ai tumori che colpiscono la ghiandola, vengono diagnosticati ogni anno in oltre quindicimila persone. È un’epidemia? Tutt’altro. «L’incidenza della malattia è cresciuta molto negli ultimi vent’anni, soprattutto nelle donne: questo perché con l’ecografia individuiamo noduli di piccole dimensioni, che prima sfuggivano al controllo», chiosa Rossella Elisei, associata di endocrinologia dell’ateneo pisano. Molti di questi non richiedono trattamento. Otto nuove diagnosi su dieci potrebbero non richiedere un trattamento chirurgico, questo il dato pubblicato da 34 ricercatori italiani sull’«European Journal of Cancer».

 

In molti casi la sorveglianza nel tempo è più che sufficiente. Questo è quanto si augurano Massimiliano Allegri e i tifosi bianconeri per Emre Can, troppo importante per fermarsi ai box a questo punto della stagione.

Per gli esami del sangue tutti i giovedì dalle 730 alle 10 punto prelievi convenzionato Asl.

HOME

Logopedia, le sfide degli specialisti per intervenire sui disturbi del linguaggio dei bimbi stranieri

gestione No Comments

Le classi elementari sono sempre più multietniche, con 800mila studenti non italiani. Gli studi e le proposte al congresso nazionale della Federazione dei Logopedisti Italiani

Sono oltre 800 mila gli studenti stranieri nel nostro paese e 300mila hanno tra i 6 e i 12 anni. Una scuola multietnica che deve fare i conti con una maggior incidenza tra questi bambini di disabilità psicofisiche: secondo i dati del MIUR, per il 2016/2017 i disabili stranieri pari al 9,4% degli alunni che frequentano i diversi gradi scuola primaria e secondaria.

 

Una percentuale elevata, più che doppia rispetto agli studenti italiani (che non supera mai il 4%), che va ad incidere soprattutto sulle varie forme del linguaggio: disturbi dell’eloquio (come le balbuzie), disturbi della letto-scrittura, ipoacusie, ritardi cognitivi.

Nel trattamento di questi disturbi, infatti, vanno superate alcune barriere linguistiche e culturali sulle quali si sono interrogati i logopedisti italiani riuniti per il XII congresso nazionale a Palermo. La domanda di salute aumenta, ma con essa la complessità: solo affrontando queste nuove problematiche sarà possibile integrare sempre di più i piccoli pazienti e il logopedista diventa una figura chiave.

 

I disturbi del linguaggio vengono spesso scambiati per disturbi cognitivi e problemi di apprendimento. Quando il bambino non parla bene l’italiano si rende necessaria la presenza di un interprete e di un mediatore culturale, per una prima valutazione e per la successiva presa in carico.

 

Di altrettanta complessità può risultare anche la raccolta dei dati necessari per formulare una anamnesi corretta: spesso infatti i bambini stranieri sono migranti senza genitori. In Italia, secondo l’Alto Commissariato per i Rifugiati delle Nazioni Unite sono infatti 147 mila, cifra che ci vede quarti dopo Germania, Francia e Svezia; inoltre, solo nel 2017 sono state esaminate circa 81.500 domande di richiesta di asilo. Per cui spesso risulta impossibile risalire ai dati più semplici come età, scolarità, patologie pregresse e familiari.

 

Diventa indispensabile, quindi, riadattare e rimodulare gli strumenti valutativi e riabilitativi sulla diversa lingua e sulla diversa cultura dei piccoli, vista anche la variabilità del concetto di riabilitazione che in alcune culture coincide quasi con un aspetto “magico” di guarigione. Su questo argomento, straordinariamente complesso ed attuale, è stato presentato un lavoro specifico proprio al congresso di Palermo.

 

«Considerando i numeri allarmanti e tutte le problematiche connesse» spiega la presidente Federazione dei Logopedisti Italiani (FLI) Tiziana Rossetto «L’approccio multiculturale e multiprofessionale diventa quindi la sola chiave di ingresso possibile per entrare in contatto, con rispetto, con la vita di questi bambini e conoscerne la storia, fatta di una propria cultura, lingua, credo religioso. Questo stesso approccio prevede infatti l’incontro, in una relazione di aiuto, tra due o più persone con background culturale ed etnie differenti e richiede la capacità di assumere competenze e abilità di aiuto multiculturali che devono integrare e supportare le proprie conoscenze e capacità».

 

«Generalmente occorrono 2 anni di permanenza in un Paese per raggiungere una buona capacità conversazionale – precisa la dottoressa Rossetto – ma se dopo 6 mesi di permanenza in Italia il bambino non è per niente in grado di esprimersi in italiano, è necessario un approfondimento. Bisogna partire prestando attenzione innanzitutto a come il bambino parla nella sua lingua madre; per questo bisogna parlare con i genitori ed eventualmente coinvolgere anche interpreti che possano confermare o smentire le difficoltà. In caso affermativo, è di fondamentale importanza intervenire tempestivamente con un logopedista che faccia un’attenta valutazione della situazione»

HOME

AMBULATORIO DI ANDROLOGIA

gestione No Comments

Dr Mauro Tasso

Dr Nicola Cruciano

 

L’andrologia è una specialità medica che si occupa dei problemi dell’apparato genitale maschile dall’infanzia alla senescenza. Nell’ambito dell’Ambulatorio di Andrologia, si effettuano visite per: problemi di infertilità con corretto inquadramento della coppia infertile, varicocele, idrocele, fimosi, dolori testicolari, infezioni e dermatiti dei genitali maschili, disturbi dell’erezione e dell’eiaculazione. Durante la visita viene eseguita un’ecografia testicolare e, se necessario, un ecodoppler dei vasi funicolari, per valutare l’eventuale presenza di varicocele. In caso di infertilità si esegue l’esame del liquido seminale, cercando di favorire sempre la raccolta domiciliare, soluzione gradita dal paziente. Le patologie più diffuse e di facile diagnosi sono:

VARICOCELE: è una dilatazione varicosa delle vene del testicolo sinistro. E’ presente nel 15% della popolazione e nel 35% dei soggetti infertili. Il ristagno del sangue determina un aumento della temperatura della borsa scrotale dai normali 34° a 37 gradi con riduzione della fertilità. La diagnosi precoce è di assoluta importanza per evitare danni futuri sulla fertilità e si effettua con una visita andrologica ed un ecodoppler dei vasi funicolari.

INFERTILITA’ MASCHILE: può essere causata da un problema primitivo del testicolo su base genetica o costituzionale, come per esempio il varicocele, oppure secondario a problemi ormonali dell’ipofisi che non sintetizza gli ormoni che stimolano la produzione di spermatozoi. La diagnosi di infertilità maschile è di solito molto rapida grazie alla visita andrologica e all’esame del liquido seminale. La terapia prevede farmaci ormonali che agiscono soprattutto sul numero di spermatozoi e farmaci spermiocinetici che aumentano la mobilità. L’efficacia del trattamento viene controllata dalla ripetizione di un esame seminale subito dopo un ciclo di trattamento.

DEFICIT ERETTILE: è una patologia presente nel 12% della popolazione maschile tra i 18 e i 75 anni ed aumenta progressivamente con l’età. E’ più frequente in soggetti fumatori, diabetici, ipertesi, sovrappeso, dislipemici con problemi epatici, renali o neurologici. Le cause possono anche essere di tipo psicologico legate all’ansia da prestazione, alla paura dell’insuccesso e a forme ansioso-depressive.

La diagnosi è semplice e si effettua con una visita andrologica Responsabili: Dott. Mauro Tasso e Nicola Cruciano Specialisti in Andrologia ed Urologia

EIACULAZIONE PRECOCE: è una patologia molto frequente (33% degli uomini) di facile diagnosi e valutazione. La forma più comune è associata a bassi livelli di serotonina, neurotrasmettitore che rallenta la trasmissione dell’impulso eiaculatorio e può essere efficacemente trattata con farmaci specifici.

IPERSENSIBILITA’ DEL GLANDE: è un disturbo molto frequente, dovuto all’abitudine del paziente, fin dalla prima infanzia, di non scoprire il glande, né in condizioni di riposo né in erezione. Il glande non compie pertanto il normale processo di maturazione. Il problema si risolve definitivamente con una visita andrologica e con semplici consigli: il risultato positivo dipende anche dalla buona volontà del paziente. Questo problema può anche essere associato a fimosi (restringimento) del prepuzio.

Come anticipato nelle descrizioni delle patologie più comuni, l’indagine fondamentale per la diagnosi di infertilità maschile è l’ESAME DEL LIQUIDO SEMINALE eseguito dal Dr Alessandro Morelli presso il nostro poliambulatorio.

Gli esami del sangue vengono svolti in convenzione Asl tutti i giovedì dalle 7.30 alle 10.

ESAMI DI LABORATORIO

Diidrotestosterone:Il DHT è responsabile della formazione dei caratteri maschili. Il test viene richiesto nel caso di ipogonadismo maschile, calvizie maschile, ipertrofia prostatica.

Testosterone: il test viene richiesto per rivelare una eventuale concentrazione anomala di testosterone. L’esame è rappresenta un supporto alla diagnosi delle cause di disfunzione erettile, dell’inabilità a fecondare (infertilità) o della pubertà precoce o ritardata.

Fosfatasi Acida Prostatica: è un enzima presente nelle cellule della prostata. Può essere un indicatore di carcinoma della prostata.

PSA: Il PSA è un enzima specifico del tessuto prostatico. Il test è raccomandato in associazione con l’esame clinico urologico per la diagnosi precoce di carcinoma prostatico negli uomini a partire da 50 anni e nel monitoraggio di recidive.

FREE PSA: Il PSA libero è prescritto principalmente se un uomo ha il PSA totale moderatamente elevato. I risultati forniscono informazioni aggiuntive se il paziente ha un rischio aumentato di essere affetto da tumore prostatico.

HPI (Indice di Salute Prostatica): viene utilizzato insieme ai dosaggi del PSA totale e PSA libero per valutare il rischio di carcinoma prostatico. L’HPI migliora la specificità clinica di rilevamento del carcinoma prostatico rispetto ai test attualmente in uso (PSA totale e free PSA) identificando con maggiore accuratezza il paziente candidato per una biopsia prostatica.

HOME

 

Poliambulatorio Medico Odontoiatrico San Lazzaro

VIA ETTORE BIGNONE 38/A
PINEROLO, ITALIA 10064
Italia
Telefono: 0121030435
Email: sanlazzaromedica@gmail.com

Serviamo pazienti del Pinerolese, Saluzzese e Torinese

Complicazioni dopo il primo trapianto di faccia. Alla paziente serve nuovo donatore

gestione No Comments

Il sangue non arriva ai tessuti. Il bollettino medico dei medici del Sant’Andrea di Roma: «La paziente dovrà essere rioperata»
ANSA

Tecnicamente, l’intervento è riuscito. «Le condizioni generali della paziente sono buone e non ci sono preoccupazioni per la sua vita». Ma l’esito del primo trapianto di faccia effettuato su una donna italiana di 49 anni non è stato positivo. Durante la scorsa notte, infatti, i tessuti trapiantati hanno manifestato segni di sofferenza della microcircolazione sanguigna. Tradotto: ci sono state complicazioni nell’attecchimento del lembo trapiantato, a cui continua a non arrivare il sangue della paziente. Come affermato dagli specialisti dell’ospedale universitario Sant’Andrea di Roma, dove la paziente è stata operata fino alle prime luci dell’alba di domenica ed è ricoverata in coma farmacologico in terapia intensiva, «si è verificato un rigetto dei tessuti, nonostante il cross-match negativo tra donatore e ricevente». Motivo per cui «si procederà alla ricostruzione temporanea con tessuti autologhi della paziente, nell’attesa di una ulteriore ricostruzione con un nuovo donatore».

 

Trapianto «rigettato»

In quella che avrebbe dovuto essere la giornata giusta per raccontare un altro traguardo della chirurgia trapiantologica italiana, da Roma non sono giunte dunque buone notizie. Per queste ragioni la struttura ospedaliera ha annullato la conferenza stampa in programma, a cui avrebbero preso parte il ministro della Salute Giulia Grillo, il presidente della Regione Nicola Zingaretti, il numero uno del Centro Nazionale Trapianti Alessandro Nanni Costa e il rettore dell’Università Sapienza Eugenio Gaudio. Il quadro era ancora complesso per poter sbilanciarsi. Poi, in serata, è giunta la notizia che in un certo senso decreta il fallimento dell’intervento. Nelle prossime ore la paziente – 49 anni, affetta dalla neurofibromatosi, una malattia deturpante che (come in questo caso) può rendere impossibile attività vitali (aprire la bocca e gli occhi) – sarà rioperata per tornare alla situazione di partenza, in attesa di un nuovo donatore. Nonostante la donna sia stata sottoposta da subito alla terapia immunosoppressiva, il tessuto prelevato da una ragazza di 21 anni, vittima di un incidente stradale, ha provocato una reazione di rigetto. Uno scenario tutt’altro che imprevedibile, che aveva consigliato al team di specialisti coordinato da Fabio Santanelli di Pompeo, responsabile dell’unità operativa di chirurgia plastica del Sant’Andrea, di aspettare per trarre un primo bilancio dell’intervento.

 

 

Cosa si intende per rigetto?

La comparsa o meno del rigetto è uno dei fattori che incide sulla riuscita di un trapianto. Nonostante gli accertamenti preventivi sulla compatibilità tra donatore e ricevente, un organo trapiantato può essere riconosciuto come un «corpo estraneo» dal nostro sistema immunitario ed essere come tale «attaccato». A innescare questa reazione sono i geni del complesso maggiore di istocompatibilità di classe II, che si trovano sulle cellule che presentano gli antigeni (Apc) e che vengono riconosciuti dai linfociti T: le cellule del sistema immunitario responsabili dell’«aggressione» ai danni dei tessuti estranei. Come in questo caso, il rigetto può essere acuto: in quanto verificatosi a breve distanza di tempo dal trapianto. Oppure cronico, se la risposta del sistema immunitario si manifesta nel tempo, indipendentemente dalla sospensione (che talora si registra, in maniera autonoma da parte del paziente) alla terapia immunosoppressiva, che invece deve essere seguita per tutta la vita: in modo da «sedare» la risposta del sistema immunitario.

 

Una procedura altamente complessa

La storia del trapianto di faccia affonda le radici nel 2005, quando una donna francese di 38 anni fu la prima paziente a esservi sottoposta. A seguire, sono stati effettuati una cinquantina di interventi analoghi nel mondo: di cui una decina in Europa. Nel complesso, si tratta di una procedura chirurgica altamente complessa, come peraltro dimostra il caso del paziente francese che, dal 2010 a oggi, ha già dovuto affrontare un secondo trapianto proprio a causa del rigetto del tessuto utilizzato durante il primo intervento. Tecnicamente, un trapianto di faccia è definito una procedura «multitessuto», poiché nel corso dello stesso intervento il paziente che vi si sottopone riceve pelle, fasci muscolari e cartilagini del donatore.

HOME

Mangiare le unghie non fa venire il cancro

gestione No Comments

L’«onicofagia» non è un fattore di rischio per lo sviluppo dei tumori. La notizia della ragazza che ha dovuto subire l’amputazione di un dito a causa di un melanoma dovuto a questa abitudine non ha nessun fondamento scientifico

L’abitudine del mangiarsi le unghie non è causa di tumori. A far nascere il dubbio è stata la notizia della storia di una ragazza australiana alla quale è stato amputato un dito della mano a causa di un melanoma. Tumore, come riportato da diverse testate, che sarebbe stato causato dalla cattiva abitudine di rosicchiarsi le unghie.

I fatti

Courtney Whithorn è una ragazza australiana a cui è stato diagnosticato un melanoma acrale subungueale. In seguito alla diagnosi, a causa della gravità dell’estensione del tumore, i medici hanno dovuto eseguire l’amputazione del pollice della mano per evitare che la malattia si diffondesse in altre sedi. A scatenare la malattia -secondo quanto raccontato da diverse testate attraverso news che sono diventate virali nel giro di poco tempo- la reale abitudine della ragazza di mangiarsi le unghie. Una notizia totalmente distorta che non deve assolutamente fare cadere nell’errore di pensare che l’onicofagia sia un fattore di rischio per l’insorgenza del cancro.

 

Melanoma subungueale, un tumore raro

Il melanoma subunguale -la malattia che ha colpito la giovane donna australiana- è una rara forma di melanoma (di tutti i melanomi rappresenta solo il 3%) caratterizzata dalla presenza di un nevo anomalo sotto l’unghia. A differenza del melanoma cutaneo, dove il fattore di rischio principale è una scorretta esposizione ai raggi del sole, quello subungueale non ha una chiara origine. Secondo recenti analisi uno dei possibili fattori di rischio potrebbe essere un trauma fisico cronico.

 

Il mangiarsi le unghie però non rientra affatto in questo tipo di categoria. Non è un caso che uno degli ultimi studi pubblicati mostri che il melanoma subungueale per metà dei casi si localizza a livello dell’alluce, zona del corpo difficilmente soggetta ad onicofagia.

 

Attenzione alla prevenzione

La notizia dell’associazione -infondata- tra rischio cancro e abitudine nel mangiarsi le unghie è però l’occasione per ribadire ancora una volta due concetti fondamentali per la prevenzione: il primo riguarda il melanoma subungueale. Spesso questo tumore si mostra come una striscia nera anomala sotto le unghie. In questi casi è opportuno rivolgersi immediatamente al medico per approfondimenti. Il secondo riguarda l’onicofagia: mangiarsi le unghie non è solo questione di estetica ma può essere pericoloso soprattutto nell’ottica di una maggior suscettibilità a contrarre infezioni.

HOME

Nella mente del criminale: la differenza sta nella percezione del rischio

gestione No Comments

Nella mente del criminale: la differenza sta nella percezione del rischio

Lo sostiene uno studio che ha analizzato ligi e trasgressori valutando il loro comportamento e la loro attività cerebrale. Scoprendo che si attivano aree del cervello diverse

IL CERVELLO di chi abitualmente trasgredisce la legge funziona diversamente da quello del bravo cittadino che non riesce a parcheggiare in seconda fila se non con sensi di colpa e/o col timore di una multa? E se sì (se sì) qual è questa differenza? Una domanda la cui risposta, qualunque sia, non può che essere complessa e coinvolgere diverse discipline. Ora, qualche indizio ci arriva dalle neuroscienze.

Uno studio pubblicato di recente sul Journal of Experimental Psychology, ha indagato la questione confrontando trasgressori e ligi davanti a una scelta rischiosa valutando contemporaneamente sia il loro comportamento (cioè cosa le persone fanno davanti a un azzardo), sia l’attività cerebrale con risonanza magnetica funzionale. Così facendo hanno trovato che, quando si tratta di rischiare, negli onesti e in coloro che lo sono meno c’è una differenza visibile: si accendono aree del cervello diverse.

• LO STUDIO
Gli autori, coordinati da Valerie Rejna, psicologa e direttore del Human Neuroscience Institute e del Magnetic Resonance Imaging Facility della Cornell University, hanno selezionato due gruppi di adulti: quello di chi autodichiarava di avere tendenze trasgressive e quello dei rispettosi delle norme. E li hanno sottoposti a due test: nel primo a tutti è stato chiesto di scegliere se accettare 20 dollari (un regalo, in sostanza) o in alternativa di scommettere col classico lancio della moneta (testa o croce) se vincerne il doppio o perdere tutto, anche i 20 assicurati. La maggior parte delle persone sceglie di non correre il rischio di rimanere a mani vuote e accetta i 20 dollari, qui e ora. Altri si concentrano sui 40 dollari, e azzardano: lanciano la moneta e provano a ottenere di più.

• UN QUADRO INVERSO
Ma se in ballo c’è la possibilità non di vincerli ma di perderli, i soldi? E siamo al secondo test. Alle stesse persone è stato anche chiesto di scegliere di cedere questa volta i 20 dollari, oppure con un lancio di moneta di tentare la sorte e rischiare di perderne 40, ma anche, in alternativa, di non perdere nulla. Ebbene in questo caso la maggior parte del campione ha scelto il rischio, perdere niente è meglio che perdere qualcosa. Ma quelli con le tendenze più spiccate a infrangere la legge hanno al contrario accettato di cedere 20 dollari invece che rischiare di perderne 40. “Abbiamo scoperto – ha sintetizzato Rejna – che la maggior parte delle persone (…) evita il rischio quando si tratta di vincere e lo accetta quando si tratta di perdere. Chi ha una tendenza ad andare contro la legge tende a invertire questo quadro. E questo è un comportamento cognitivo”.

• COSA SUCCEDEVA CON LA RISONANZA MAGNETICA?
Mentre i test con i dollari e i lanci di moneta erano in corso, i ricercatori hanno esaminato le reazioni a livello cerebrale. Scoprendo che il comportamento delle menti con tendenze alla trasgressione della legge era associato a una maggiore attivazione nelle cortecce temporale e parietale, aree coinvolte nell’analisi cognitiva e nel ragionamento. Gli altri invece – la maggioranza –  mostravano una reattività superiore in alcune zone del cervello più coinvolte nell’emotività, nei meccanismi della motivazione e della ricompensa (amigdala e aree striate).

“È  la prima volta che uno studio ha dimostrato  una differenza nel modo in cui il rischio viene elaborato dal punto di vista cognitivo da chi rispetta la legge e da chi è un trasgressore abituale – si legge in una nota della Cornell – permettendo di comprendere meglio la mente criminale”. “Abbiamo scoperto – ha infatti aggiunto Reyna – che il comportamento criminale è associato a un particolare tipo di pensiero del rischio”.