Lo spuntino di mezzanotte può provocare il cancro: «Rischi per seno e prostata»

Lo spuntino di mezzanotte può provocare il cancro: «Rischi per seno e prostata»

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Lo spuntino di mezzanotte può provocare il cancro: «Rischi per seno e prostata»

Lo «spuntino di mezzanotte» aumenterebbe il rischio di contrarre il cancro al seno e alla prostata. A puntare il dito contro l’alimentazione nelle ore pre-sonno è uno studio condotto dall’Istituto di Barcellona per la salute globale (IsGlobal), ripreso dall’Independent, dal quale emerge come chi cena regolarmente dopo le 21, o meno di due ore prima di andare a dormire, ha un rischio maggiore del 25% ci contrarre il cancro.

I ricercatori hanno intervistato 1.800 pazienti spagnoli con cancro al seno o alla prostata, oltre a più di 2.000 persone non affette dalla malattia, studiando i loro schemi di alimentazione e di sonno e qualsiasi misura adottata per mantenersi in salute. Gli scienziati hanno scoperto che i malati di cancro avevano più probabilità di fare spuntini a tarda notte.

«La nostra ricerca – spiega Manolis Kogevinas, autore principale dello studio pubblicato sull’International Journal of Cancer – conclude che l’aderenza ai modelli alimentari diurni è associata a un minor rischio di cancro. Questi risultati evidenziano l’importanza di valutare i ritmi circadiani negli studi sulla dieta e i tumori».

Attualmente le Linee guida internazionali sulla prevenzione del cancro non menzionano il potenziale impatto dei tempi di pasto, anche se l’Organizzazione mondiale della sanità (Oms) annovera il lavoro notturno come potenzialmente cancerogeno. «Sono necessarie ulteriori ricerche sugli esseri umani per capire le ragioni di questi risultati, ma tutto sembra indicare che i tempi del sonno influenzano la nostra capacità di metabolizzare il cibo», conclude Dora Romaguera, che ha guidato la ricerca.

Anche il nostro cervello subisce gli effetti dell’inquinamento: ecco in che modo

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Il, 22 luglio, si è celebrato il «World Brain Day». Respirare aria pulita consentirebbe di evitare molte malattie cerebrovascolari e neurodegenerative

L’inquinamento dell’aria non è un problema solo per la salute dei polmoni: un numero crescente di evidenze scientifiche mostra che respirare aria pulita consentirebbe di evitare un gran numero di malattie cerebrovascolari e neurodegenerative.

 

Per questa ragione, l’edizione di quest’anno della giornata mondiale del cervello (World Brain Day) – organizzata dalla Federazione mondiale di neurologia il 22 luglio – è stata dedicata agli effetti negativi dell’inquinamento ambientale sul cervello. Lo slogan scelto è «Aria pulita per la salute del cervello», #worldbrainday2018 #wbd2018cleanairforbrainhealth

 

INQUINAMENTO E SALUTE

«L’inquinamento atmosferico consiste nella contaminazione diffusa, spesso invisibile, di bioaerosol nocivi contenenti polline, spore, particelle e sostanze tossiche. Gli inquinanti possono derivare da fonti naturali o essere dovuti all’attività umana» spiega il professor Jacques Reis responsabile del gruppo di lavoro di medicina ambientale della World Federation of Neurology.

 

Stime recenti indicano in 9 milioni i decessi ogni anno nel mondo attribuibili all’inquinamento dell’aria e 467 mila in Europa, secondo il rapporto sulla qualità dell’aria dell’Agenzia europea dell’ambiente EEA. E secondo i dati diffusi dall’Oms lo scorso maggio, nove esseri umani su dieci respirano aria inquinata, definita un «killer invisibile» all’origine del 10% di tutti i decessi.

 

E il cervello? «Secondo il Global Burden of Disease, fino al 30% di tutti gli ictus nel mondo può essere ricondotto a sostanze inquinanti nell’aria» spiega il professor Mohammad Wasay, responsabile delle celebrazioni del World Brain Day.

 

EFFETTI SUL CERVELLO

Negli ultimi anni, gli scienziati hanno indagato a fondo in che modo tutto ciò agisce sul cervello. Tanto che oggi ipotizzano che proprio l’inquinamento sia coinvolto nell’aumento di patologie neurologiche nel mondo. «Gli inquinanti entrano nel corpo attraverso le vie respiratorie e alimentari, causando risposte infiammatorie e riuscendo ad arrivare al cervello attraverso il flusso sanguigno o il tratto respiratorio superiore – spiega Reis – Anche il conseguente danno al microbiota intestinale può avere un impatto sul cervello».

 

L’elenco dei possibili effetti nocivi che possono essere collegati all’inquinamento atmosferico è lungo: aterosclerosi, stress ossidativo, risposte infiammatorie in tutto il corpo, danni ai vasi sanguigni, aumento della pressione sanguigna, alterazione dei meccanismi di protezione della barriera emato-encefalica e problemi cardiaci.

 

A livello cellulare, gli inquinanti atmosferici interferiscono con i mitocondri – spesso indicati come “centrali elettriche” delle cellule – e con il materiale genetico come il DNA. Di tutto questo, i politici e gli amministratori locali devono iniziare a tenere conto. La giornata mondiale del cervello servirà ad aumentare la loro consapevolezza e quella dei cittadini.

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Si può essere allergici all’esercizio fisico?

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Non è una scusa per restare ancora per qualche giorno alla larga dalla palestra: le reazioni allergiche allo sport esistono davvero. Ma sono rare e possono essere legate (anche) al cibo.

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Quando lo sport fa… prurito.

Si può essere “allergici” al freddo (più o meno)ai baci e a una gamma praticamente infinita di altre cose. L’allenamento fisico non fa eccezione: l’anafilassi indotta da esercizio fisico o da sforzo – una reazione allergica sistemica legata allo sport – interessa fino al 2% della popolazione occidentale.

 

QUANDO INSORGE. Si può manifestare dopo un’attività fisica aerobica intensa, come la corsa, il tennis o il ciclismo, ma può comparire, nei casi più gravi, anche per una semplice camminata. I sintomi tipici sono rossore e orticaria, affaticamento, difficoltà respiratorie e digestive, ma se non si interrompe lo sforzo, nelle circostanze più serie possono insorgere problemi circolatori e compromissione delle vie aeree.

 

IN UNIONE COL CIBO. Questa curiosa allergia è scatenata da una risposta anomala del sistema immunitario, che rilascia composti come l’istamina, responsabili dei sintomi allergici e infiammatori, ma che cosa di preciso solleciti questa reazione, non è noto. In alcune persone sembra manifestarsi quando si fa sport dopo aver mangiato alcuni cibi (più comunemente alimenti a base di grano, pomodori, noccioline, molluschi); le temperature molto alte o molto basse, l’umidità nell’aria, lo stress fisico e mentale, il raffreddore e altre comuni condizioni in cui si può svolgere attività aerobica possono aggravare la reazione.

 

SI PUÒ PREVENIRE? Allenarsi a minore intensità e almeno 6-8 ore dopo mangiato sembra poter ridurre la gravità dei sintomi in chi soffre di questa condizione. Alcuni sport comunque intensi, come il nuoto, non sembrano inoltre associati ad anafilassi da sforzo. Chi ne è soggetto, ma non vuole rinunciare alla palestra, si allena in genere con farmaci contro lo shock anafilattico a portata di mano, e sempre sotto attento controllo medico.

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La camminata ideale per avere benefici? Almeno 100 passi al minuto

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Stabilita la cadenza che garantisce un’intensità moderata di allenamento

Camminare fa bene a tutti, ma a quale velocità bisogna procedere per fare dell’esercizio fisico efficace? La definizione di camminata svelta generalmente riportata in questi casi è quella di un’andatura che ci lascia il fiato per parlare ma non consente di cantare. In un numero interamente dedicato alla camminata, il British Journal of Sports Medicine, fornisce delle indicazioni pratiche su come regolare la propria andatura basandosi su un indicatore semplice e alla portata di tutti: il numero di passi fatti al minuto.

 

L’analisi, dal titolo «quale velocità è veloce abbastanza?», ha preso in considerazione le ricerche più rilevanti condotte su centinaia di uomini e donne con più di 18 anni, con indici di massa corporea diversi. Gli esperti concludono che, per garantire un’attività di intensità moderata, la cadenza di un adulto non deve scendere al di sotto dei 100 passi al minuto. In pratica, questo significa contare i passi fatti in 10 secondi e moltiplicare il numero per sei: il risultato deve essere superiore a 100. Per l’attività vigorosa, gli studi suggeriscono una cadenza di 130 passi al minuto.

 

«In genere, nella vita di tutti i giorni, camminiamo a velocità ben inferiori» ci spiega Roberto Bottinelli, ordinario di Medicina dello sport in ateneo e dirige il Centro di Medicina dello Sport dell’IRCCS Maugeri di Pavia. «Le indicazioni, come questa, relative alla cadenza, ma anche quelle sul numero minimo di passi da fare al giorno (10mila) sono delle evidenti approssimazioni, da adeguare alle condizioni di ciascuno, ma che rispondono ad un’unica strategia: aiutare le persone a muoversi. Ciò è più facile introducendo delle modificazioni durature alle proprie abitudini, attraverso l’adozione di protocolli seguibili da tutti e attività compatibili con la vita di tutti i giorni».

 

Le raccomandazioni dell’Oms stabiliscono 150 minuti a settimana di attività fisica di moderata intensità. Non fare movimento è uno dei maggiori fattori di rischio per la salute. Secondo i dati Eurostat, gli italiani sono tra i più sedentari (sono solo 17% coloro che praticano attività fisica per almeno due ore a settimana; contro il 54% della Finlandia e il 53% di Svezia e Danimarca e una media europea del 40%).

 

«I benefici dell’attività fisica includono una riduzione del rischio di malattie cardiovascolari, causa di un decesso su cinque in Europa, e respiratorie; lo sport aiuta le donne con tumore al seno, cardiopatici e infartuati e porta benefici cognitivi. Quelli psicologici sono i più immediati, perché muovendoci produciamo endorfine» spiega il professor Bottinelli. Ma fare due passi non basta: «Per essere scientificamente certi l’attività fisica abbia effetto nel ridurre il rischio bisogna fare 30 minuti di esercizio moderato al giorno. E comunque non stiamo ancora parlando di allenamento fisico, ma di semplice mantenimento in salute dell’organismo. È incredibile come di fronte a queste evidenze, che non ci stanchiamo di riferire, non si riesca a convincere le persone a fare dell’attività fisica».

 

Un altro modo per regolarsi senza l’uso di dispositivi indossabili è considerare moderata l’attività che aumenta la frequenza respiratoria tanto da consentire di fare conversazione ma non di cantare e considerare vigorosa l’attività che ci toglie il fiato tanto da consentirci solo di dire qualche parola. Gli anziani o chi ha problemi di deambulazione dovrebbero rivolgersi ad uno specialista dello sport che prescriva loro il tipo di esercizio e l’intensità.

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Mangiare da soli fa male alla salute? Rispondere è complicato

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I pasti in solitaria sono spesso associati, nell’immaginario comune, a rischi per la salute fisica e psicologica. Ma il quadro offerto dalla ricerca scientifica sul tema è più complesso e articolato.

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Alcuni non rinuncerebbero mai a una cena (ma anche a due o tre) da soli davanti a una serie TV, eppure sempre più spesso ci si imbatte in ricerche scientifiche che associano questa abitudine a condizioni come depressione, obesità, diabete, pressione alta e problemi cardiovascolari. Un’analisi della Oxford Economics su 8.000 persone citata dal Guardian suggerisce che pranzare o cenare da soli sia il più alto indicatore di infelicità in assoluto, se si escludono le malattie mentali.

Mangiare da soli può influire sulla quantità di cibo ingerito, spingerci a optare per pietanze molto grasse o molto caloriche – tanto non ci vede nessuno! – o influire negativamente sull’umore. Allo stesso tempo, però, le abitudini alimentari sono particolarmente complesse da studiare, perché legate alla cultura di appartenenza, alle condizioni socioeconomiche dei soggetti studiati e alla durata degli studi di questo tipo. La realtà scientifica è insomma un po’ più complessa e variegata, e non inquadrabile soltanto con un titolo ad effetto.

 

DI CHI SI STA PARLANDO? Molti studi si concentrano su campioni soltanto maschili o femminili, o solo su gruppi di persone di una specifica fascia d’età. Già così fa un’enorme differenza: se nei giovani adulti mangiare da soli è spesso legato ad abitudini alimentari più sane, nelle persone anziane è spesso spia di una condizione di solitudine che non risulta protettiva per la salute.



CHE COSA VIENE PRIMA? Difficile è anche definire il concetto di “frequente”, o condurre una ricerca che includa un arco di vita significativo. In certi periodi, infatti, cenare da soli potrebbe essere il risultato, e non la causa, di cattive condizioni di salute: per esempio una persona sovrappeso o obesa potrebbe sentirsi in imbarazzo a mangiare in compagnia, per la quantità di cibo di cui sente di avere bisogno. In quel preciso momento di vita, la solitudine a tavola potrebbe essere la conseguenza di una condizione psico-fisica difficile.

 

OPPOSTI RISULTATI. Anche gli studi su numero di commensali e quantità di cibo ingerita non sono concordi. Se una ricerca ha trovato, da un lato, che gli uomini adulti che mangiano da soli sono più spesso sovrappeso o sottopeso, altre evidenziano che quando siamo in compagnia tendiamo ad abbuffarci di più. Senza contare che anche il tipo di persona con cui si mangia potrebbe influenzare l’esito del nostro pasto. Uno studio ha dimostrato che si tende a mangiare più pasta in presenza di un attore camuffato da persona sovrappeso, indipendentemente da cosa questa persona si mette nel piatto.


PER SCELTA O PER FORZA. Poiché il momento e le modalità dei pasti sono strettamente influenzati dalla cultura di provenienza, e le risposte date in molti degli studi sul tema si basano su questionari di autovalutazione (quindi non sempre del tutto attendibili), è molto difficile scindere questo momento dalle condizioni psicologiche, familiari e sociali di partenza.

 

Il problema non sembra essere tanto il cenare da soli, ma il fatto di averlo scelto o meno: sentirsi soli al momento del pasto sembra portare alla scelta di alimenti più calorici e “consolatori”, non importa se ci si trova nella cucina di casa o a un pranzo di lavoro. In altre parole una cena solitaria volutamente perseguita – e gustata – è ben diversa dal ritrovarsi abitualmente a tavola da soli, come spesso capita alle persone anziane.

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Omosessuale o etero? L’intelligenza artificiale lo capirebbe dal volto

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omosessuale o etero

L’Università di Stanford ha sviluppato un algoritmo in grado di distinguere correttamente l’orientamento sessuale delle persone analizzando delle fotografie

Omosessuale o eterosessuale? A capire l’orientamento sessuale di una persona (senza che lei lo dica e senza sbagliare) potrebbe essere l’intelligenza artificiale, e solamente analizzando qualche fotografia. Lo rivela uno studio della Stanford University, che ha sviluppato un algoritmoin grado di distinguere correttamente fra persone omosessuali ed eterosessuali nell’81% dei casi quando si è trattato di uomini e nel 74% in occasione di immagini di donne. I risultati (ancora in bozza) saranno presto pubblicati sul Journal of Personality Social Psychology e riportati in prima battuta dall’Economist.

Cos’è un’intelligenza artificiale? 

Un algoritmo programmato come una rete neurale, cioè che mima le caratteristiche del cervello umano, ed è addestrato con una grande quantità di dati a compiere certi compiti.

La ricerca

La ricerca è stata condotta partendo da 35.326 immagini, relative a 14.776 persone, sia omosessuali che eterosessuali. Il materiale fotografico è stato analizzato con un processo di “deep learning”, ovvero di “apprendimento profondo”, che ha consentito all’intelligenza artificiale di stabilire gerarchie di fattori e parametriconcetti o elementi ricorrenti su una mole di documenti. Attraverso questo apprendimento, l’intelligenza è andata ad analizzare le caratteristiche facciali degli individui cercando correlazioni con il loro orientamento sessuale.

Caratteristiche del volto specifiche 

Secondo quanto riportano i responsabili della ricerca, Michal Kosinksi e Yilun Wang, uomini e donne omosessuali avrebbero caratteristiche di genere specifiche. Espressioni, strutture morfologiche e atteggiamenti che si sintetizzerebbero nella valutazione che i gay apparirebbero più femminili e viceversa. Secondo i dati analizzati esisterebbero alcune tendenze ricorrenti: i gay avrebbero la mascella più affusolata e sottilenasi più lunghi e fronti più ampie degli eterosessuali, mentre le lesbiche presenterebbero mascelle più massicce e fronti più piccolecomparate alle donne eterosessuali.

Alta efficacia

Quando all’algoritmo sono state fornite cinque immagini di un soggetto anziché una soltanto, il tasso di successo si è impennato al 91% (nel riconoscimento di uomini omosessuali) e al 83% (nel riconoscimento di donne omosessuali). Nei casi in cui, invece, sono state persone in carne e ossaa dover giudicare l’orientamento sessuale di una persona che vedevano per la prima volta, il tasso di successo non è stato così alto: solo nel 61% dei casi per gli uomini e nel 54% per le donne.

Il volto dice tanto di noi

I risultati e le rilevanze ottenute da questo algoritmo, portano gli autori a sostenere che i voltidelle persone conterrebberro effettivamente più informazioni sull’orientamento sessuale di quante ne possa percepire e interpretare il cervello umano. La scoperta avvalorebbe anche la tesi che l’orientamento sessuale possa in qualche modo essere influenzato dall’esposizione a certi ormoni prima della nascita, nell’utero.

Le conseguenze della scoperta

Questa ricerca, tuttavia, solleva qualche dubbio sulle prospettive e i rischi legati all’utilizzo dell’intelligenza artificiale. «Non abbiamo voluto creare uno strumento che interferisse con la privacy, ma soltanto dimostrare come alcune tecnologie ampiamente utilizzate possono rappresentare una minaccia per la sfera intima delle persone», affermano Michal Kosinski and Yilun Wang, autori dello studio.

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Il sole fa dimagrire?

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Uno studio offre un’ulteriore spiegazione del perché in estate si tenda a perdere peso più facilmente.

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Stendersi al sole fa bene, ma nelle ore meno calde della giornata.|PIXABAY

Pare proprio di sì: la luce nella lunghezza d’onda blu, quella molto intensa di giorno, penetrando nella pelle raggiunge le cellule adiposepiù superficiali e le fa “sgonfiare”: le goccioline di lipidi che contengono, infatti, si rimpiccioliscono e vengono espulse più facilmente attraverso la membrana cellulare. In inverno, la minore presenza di luce favorirebbe l’effetto opposto e quindi l’accumulo di grasso.

 

CELLULE ADIPOSE. Secondo l’autore della scoperta, Peter Light, ricercatore presso l’Alberta Diabetes Institute in Canada, le cellule adipose sarebbero perciò una sorta di orologio biologico periferico, che indica all’organismo quanta ciccia bruciare in base alla stagione.

 

ACCUMULI DI ENERGIA. «A differenza di gran parte dei mammiferi, l’uomo ha grasso quasi ovunque nel corpo, sotto la pelle: nel corso dell’evoluzione potrebbe essere servito come sensore della luce esterna, utile per accumulare peso ed energia in inverno, quando era più difficile trovare cibo, e usare queste riserve in estate, dimagrendo», dice Light.

 

 

ATTENTI ALLE SCOTTATURE. Che però invita a non piazzarsi sotto il sole a oltranza per perdere una taglia: non è ancora chiaro quale intensità o durata di luce attivi il meccanismo di “scioglimento” del grasso, il rischio è scottarsi senza diminuire di un solo etto.

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Appetito e modo di mangiare cambiano con l’età?

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Si cresce (e si invecchia) anche nell’approccio al cibo: ecco come le varie “stagioni” della vita influenzano il nostro rapporto con l’alimentazione.

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Lo stesso picnic, esigenze diverse.

Sull’appetito non incide soltanto la fame, intesa come l’esigenza biologica di cibo espressa dal corpo quando è a corto di energie. Altri fattori come l’olfatto, la pubblicità o il contesto in cui ci si trova influenzano il desiderio di mangiare. Uno di quelli di cui si parla meno è forse l’età: in base a un articolo pubblicato su BBC Future, e originariamente su The Conversation, esisterebbero sette “età del cibo”, ciascuna con caratteristiche ed esigenze specifiche. Ecco quali.

DA 0 A 10 ANNI. All’esigenza di una rapida crescita si affianca la necessità di impostare le basi del comportamento alimentare del bambino, affinché non sviluppi, con l’età, disturbi alimentari o obesità. La diffidenza verso alimenti fondamentali, come la verdura, può essere vinta con progressive e positive esposizioni a quelle pietanze.

 

I piccoli dovrebbero essere lasciati liberi di esercitare un certo grado di controllo su ciò che hanno nel piatto. Spingerli a finire per forza tutto quello che si propone può influire sulla capacità futura di valutare il proprio appetito, e aprire la strada a problemi nell’autoregolazione del cibo.



DAI 10 AI 20 ANNI. Negli anni dell’adolescenza sono gli ormoni a influenzare l’appetito. A una fame spesso insaziabile si accompagna l’esigenza di una buona educazione alimentare, negli anni in cui i modelli proposti da social e pubblicità hanno forse l’influenza maggiore.

 

Una cattiva alimentazione in questa fase può portare a gravi carenze nutrizionali, soprattutto nelle ragazze, per una questione di salute riproduttiva. Le teenager alle prese con gravidanze precoci sono considerate per esempio particolarmente a rischio, in termini alimentari: un corpo che sta ancora crescendo si trova infatti “in competizione”, sulle risorse, con quello del feto da nutrire.

 

DAI 20 AI 30 ANNI. Che si vada all’Università, si cambi città, si inizi a lavorare o ci si trasferisca a vivere con un partner (o soli) questo è – insieme alla decade successiva – il periodo in cui si cambia maggiormente stile di vita. Occorre prestare particolarmente attenzione all’aumento di peso, perché il grasso corporeo accumulato non si smaltisce facilmente.

 

I segnali che il corpo umano manda quando ha fame sono più forti e difficili da ignorare di quelli che segnalano un apporto di cibo eccessivo; inoltre alcuni alimenti facilitano la percezione del senso di sazietà. Una pietanza sana ad alto contenuto di acqua o di proteine – lo abbiamo tutti sperimentato – riempie prima di un barattolo di gelato, che è più facile consumare per intero senza rendersene conto.


 


DAI 30 AI 40 ANNI. Sono gli anni dello stress da lavoro, responsabile del cambiamento di abitudini alimentari nell’80% della popolazione. Questo malessere può manifestarsi sotto forma di mal di stomaco o mal di pancia da ufficio (o comunque: in un modo che toglie la fame) o al contrario come molla scatenante di una dipendenza da cibo, con l’urgenza di consumare uno specifico alimento ad alto contenuto calorico. Un ambiente di lavoro strutturato per curare anche questo aspetto, insieme a strategie per ridurre lo stress, possono essere di aiuto.

 

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Scelte alimentari: in un certo senso sono inderogabili ad ogni età. | SHUTTERSTOCK

DAI 40 AI 50 ANNI. Nella quinta decade si dovrebbe cominciare (se non lo si è fatto prima) a cambiare le abitudini alimentari per prevenire i problemi di salute. Non è sempre facile: da un lato siamo infatti creature abitudinarie, ormai inclini all’acquisto e al consumo di certi alimenti “feticcio”; dall’altro alcuni problemi di salute, come il colesterolo alto o l’ipertensione, non sempre manifestano già in questo periodo i primi sintomi.

DAI 50 AI 60 ANNI. Si inizia ad accusare una perdita di massa muscolare (sarcopenia) dello 0,5-1% all’anno, e fattori come una diminuzione dell’attività fisica, l’insorgenza della menopausa per le donne e uno scarso apporto di proteine possono peggiorare la situazione. Un’alimentazione sana e variegata e una regolare attività motoria possono aiutare a contrastare questo problema.

 

Le persone anziane sono più inclini a trascurare la propria alimentazione, spesso per questioni legate alla solitudine. |MURIELLE29/FLICKR

DAI 60 ANNI IN SU. Il cibo ha una forte valenza sociale, e in questa età della vita lo si avverte particolarmente. Gli anni che avanzano possono portare a carenza di appetito, e malattie degenerative come l’Alzheimer possono favorire perdita di peso e fragilità dell’organismo.

 

La scomparsa di una persona amata e la solitudine influiscono negativamente sulla voglia di mangiare e sulla cura e la preparazione del cibo. Altri fattori come alterazione dei sapori o cambiamento dei gusti personali in fatto di cibo; problemi dentali o nella deglutizione possono aggravare un quadro già complesso. Occorre ricordare che una maggiore durata dell’esistenzadeve accompagnarsi a una buona qualità della vita.

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Alzheimer, un doppio test svela chi si ammalerà di demenza

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Alzheimer, un doppio test svela chi si ammalerà

Un’analisi del sangue e un esame del cervello per capire chi si ammalerà di demenza o Alzheimer. Grazie a uno studio tutto italiano, condotto a Roma alla Fondazione policlinico universitario Agostino Gemelli Irccs – università Cattolica, con il supporto tecnico dell’Irccs S.Raffaele Pisana, potrebbe presto diventare possibile sapere chi si ammalerà di demenza (e Alzheimer) con un doppio test combinato – semplice, accurato e low cost – basato su un prelievo di sangue e un elettroencefalogramma (Eeg).

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Il test sarà rivolto a tutti coloro che presentano un lieve declino cognitivo (Mci è l’acronimo in inglese) e che proprio per questo hanno un rischio 20 volte maggiore di ammalarsi di demenza rispetto ai coetanei sani. Ma solo la metà svilupperà effettivamente poi la malattia, e finora non era possibile prevedere chi si ammalerà e chi no in modo semplice, economico e non invasivo, essendo necessari esami onerosi come la Pet, la risonanza magnetica o la puntura lombare.

La ricerca che potrebbe rappresentare una svolta – almeno per questo gruppo di soggetti a rischio – è oggi pubblicata su ‘Annals of Neurology’ ed è stata coordinata da Paolo Maria Rossini, direttore dell’Area di neuroscienze della Fondazione Gemelli e ordinario di Neurologia alla Cattolica. «Grazie a questo studio conoscere chi si ammalerà di demenza tra i soggetti a rischio sarà semplice e rapido perché basteranno un Eeg eseguito in modo routinario, ma analizzato con metodi estremamente sofisticati, e un prelievo – spiega Rossini – A oggi manca nella pratica clinica un test simile, che potrà essere di grande aiuto sia per le persone con declino cognitivo, sia per le loro famiglie, per iniziare il prima possibile i trattamenti medici e riabilitativi, introdurre le necessarie modifiche nello stile di vita e orientare per tempo scelte anche difficili che si è costretti ad affrontare in caso di diagnosi di demenza».

Il test ha dimostrato un’accuratezza elevata (cioè non dà falsi positivi o false diagnosi) fino al 92%. Il prelievo di sangue serve per la ricerca di una mutazione legata al rischio di Alzheimer, sul gene Apoe. Mentre i segnali registrati con l’Eeg sono interpretati con un’analisi matematica (teoria dei grafi) che consente di capire come sono connesse tra loro le diverse aree del cervello. Il declino cognitivo lieve che risulta ai normali test neuropsicologici (che in genere vengono effettuati per modesti deficit di memoria o perché c’è una significativa familiarità di demenza), è caratterizzato da piccole défaillance misurabili, ma che non impattano nelle abilità di vita quotidiana, di relazione, affettiva, professionale del paziente.

In Italia ci sono attualmente circa 735.000 persone con questo tipo di lieve declino cognitivo. Nel giro di 1-5 anni dalla diagnosi uno su 2 svilupperà la demenza vera e propria, spiegano gli esperti. Il test è stato sviluppato partendo proprio dall’idea di disporre di una metodica semplice, a basso costo, disponibile su tutto il territorio nazionale e non invasiva (come per esempio è la puntura lombare).

Accuratezza e sensibilità sono poi state valutate con una casistica di 145 pazienti con Mci, in cui il test genetico e l’Eeg sono stati eseguiti all’inizio dello studio. Il campione è stato seguito per alcuni anni e 71 di loro hanno sviluppato una demenza, mentre 74 sono rimasti stabili. Sapendo in anticipo grazie al test se la persona si ammalerà o meno, il paziente può essere inquadrato in un percorso terapeutico con farmaci già disponibili e più efficaci in questa fase pre-malattia, può essere inoltre spronato a modificare i propri stili di vita (dieta, sport, fumo, controllo della pressione, della glicemia, della funzione cardiaca, della funzione tiroidea), in modo da ridurre il rischio di demenza o di ritardare nel tempo l’esordio dei sintomi, rallentandone la progressione.

Inoltre, «quando arriveranno i farmaci innovativi destinati alle forme prodromiche di Alzheimer, dovremo avere lo strumento per intercettare per tempo quali sono i soggetti che certamente si ammaleranno», considera Rossini. «Il test è utilizzabile da subito nella pratica clinica – assicura l’esperto – ma è previsto un suo collaudo all’interno di un progetto di ricerca comparativa denominato Interceptor, di recente finanziato da Aifa e ministero della Salute». «Nel trial – aggiunge Rossini – il nostro e altri test saranno messi a confronto per valutare la loro accuratezza, i loro costi e la loro facilità di esecuzione all’interno di un modello organizzativo su scala nazionale».

«Purtroppo – conclude – stiamo assistendo a un rallentamento dell’avvio del trial multicentrico (il Bando è già scaduto da oltre 2 mesi). L’auspicio di tutti i miei colleghi impegnati nella ricerca contro le demenze e l’ Alzheimer è che al più presto le nostre autorità regolatorie colgano l’importanza dell’iniziativa scientifica che porrà il nostro Paese all’avanguardia nel mondo nello studio di questa grave, sempre è più diffusa e invalidante patologia neurologica». Hanno collaborato alla ricerca Fabrizio Vecchio, del San Raffaele Pisana di Roma; Camillo Marra, responsabile della Clinica della memoria della Fondazione Gemelli; Francesca Miraglia, bioingegnere al Policlinico Gemelli; Danilo Tiziano, della Genetica medica della Fondazione Gemelli, e Patrizio Pasqualetti, responsabile bio-statistico e direttore scientifico dell’associazione Fatebenefratelli per la ricerca (Afar).

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Il talco allora fa male? E chi lo usa per il culetto dei bimbi? Le risposte dell’esperto

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Lo utilizzano da secoli donne uomini e bambini per tenere asciutta e profumata la pelle. ma quali sono i veri rischi sulla salute per chi fa uso della «polverina bianca»?

Dopo l’ultimo verdetto contro la Johnson & Johnson, condannata a pagare un maxi-risarcimento da 4,7 miliardi di dollari perché il suo talco è stato collegato all’insorgenza del cancro alle ovaie in 22 donne, torna alla ribalta la fobia per questa popolare «polverina bianca» tanto amata già dalle nostre nonne.

 

In effetti, l’uso del talco è noto sin dall’antichità. Si tratta di un minerale, precisamente un silicato di magnesio, molto diffuso sulla Terra. Lo usano da anni donne, bambini e anche gli uomini.

 

Tuttavia, negli ultimi anni molti sono i dubbi sulla sua sicurezza, alcuni giustificati e altri no. Proviamo a fare un po’ di chiarezza sui rischi e sui benefici.

 

Tutte le donne che usano o hanno usato il talco devono preoccuparsi di ammalarsi di cancro?

«Assolutamente no», risponde il ginecologo Claudio Giorlandino, direttore generale dell’Italian college of fetal maternal medicine. «E’ stato solo ipotizzato – spiega – che l’uso quotidiano nelle donne sia legato a un aumento del carcinoma dello endometrio. Ma mai è stata dimostrata una sua responsabilità sul carcinoma delle ovaie».

 

La decisione del tribunale americano, quindi, non si baserebbe su alcun dato certo. «La documentazione è ampia e molto controversa, ma i magistrati l’hanno ritenuta valida per risarcire», dice l’esperto. Questo non vuol dire quindi che dobbiamo preoccuparci. «Per quanto riguarda, invece, il tumore dello endometrio certamente l’uso quotidiano del talco nelle parti intime, soprattutto nelle donne obese, a rischio di carcinoma dello endometrio, non è da consigliare», aggiunge Giorlandino.

 

Quali sono i pericoli reali dell’utilizzo del talco?

«Il rischio è essenzialmente per inalazione», dice l’esperto. «Il talco che è un minerale di origine secondaria già presente in natura nelle rocce eruttive e può contenere certamente delle piccole quantità di sostanze pericolose quali possono essere il quarzo o l’asbesto», aggiunge. Il talco quindi può creare problemi alle vie respiratorie, soprattutto quelle piccole e delicate dei bambini.

 

«Sappiamo che tra i minerali che sono contenuti in quantità anche infinitesimale, nel talco, vi è la asbesto che, se utilizzato tutti i giorni può in soggetti particolarmente predisposti determinare rischi per i polmoni e lo svilupparsi di un tumore molto aggressivo della pleura che il mesotelioma», conferma Giorlandino.

 

Ci sono alternative sicure per i bambini?

In realtà, basta usare qualche accortezza: limitarne l’utilizzo, usarlo in piccole dosi e cospargerlo prima sul palmo della mano e poi distribuendolo sulla pelle. Ma per essere sicuri di evitare l’accidentale inalazione, è stato inventato il talco liquido, un’emulsione con le stesse proprietà assorbenti, quelle cioè che hanno portato molte mamme a utilizzare spesso la «polverina bianca» dopo il cambio del pannolino o il bagnetto.

 

In alternativa, si possono usare polveri di origine vegetale, come amido di riso, farina d’avena o amido di mais, che è comunque meglio sempre cercare di non fare inalare.

 

Quali sono i vantaggi del talco nei bambini?

«Il talco, soprattutto se unito all’acido borico, è un ottimo anti-infiammatorio e lenitivo contro irritazioni cutanee», spiega l’esperto. «È bene però che non lo si utilizzi dove la cute è macerata», aggiunge. Meglio quindi utilizzarlo, secondo Giorlandino, in piccole quantità e essenzialmente nelle parti più soggette a sfregamento.

 

Quali sono i vantaggi del talco per gli adulti, donne e uomini?

I suoi benefici derivano dal suo forte potere assorbente. E’ quindi ottimo utilizzarlo prima della depilazione, perché permette di far aderire meglio la cera e di rendere meno doloroso lo strappo.

 

Oppure è una buona alternativa allo shampoo secco, per assorbire l’eccesso di sebo di chi ha i capelli grassi e ritardare il lavaggio dei capelli di qualche giorno.

 

Infine, può essere utilizzato per profumare la pelle dopo il bagno o la doccia. Ma è raccomandabile evitare il suo utilizzo per deodorare le ascelle visto che non ha nessun potere battericida e, di conseguenza, efficacia sul cattivo odore.

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