Perché il caffè ha un effetto lassativo?

Perché il caffè ha un effetto lassativo?

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La caffeina non c’entra, con l’inevitabile tappa in bagno che segue la pausa tazzina: a determinare l’impulso sono piuttosto l’azione dell’espresso sui batteri, e sulla muscolatura intestinale.

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Per gli appassionati di caffè, non è certo un segreto che tra le conseguenze della bevanda più amata vi sia una certa urgenza di andare al bagno. Ma da cosa dipende questo impellente bisogno? In base a uno studio di recente presentato alla Digestive Disease Week a San Diego, California, non tanto dalla caffeina, come si potrebbe pensare, quanto dagli effetti del caffè sul microbiota intestinale e sulla capacità di contrarsi dei muscoli digerenti.

 

CONTRAZIONI. Xuan-Zheng Shi, professore di medicina interna dell’University of Texas Medical Branch, è giunto a queste conclusioni dopo due esperimenti nei quali ha somministrato caffè ad alcuni topi, e ha osservato la reazione al caffè di microbi intestinali su una piastra di Petri (un recipiente piatto da laboratorio). Dopo tre giorni di ingestione di caffè, la capacità di contrarsi della muscolatura dell’intestino tenue degli animali è aumentata: ma non per la caffeina, visto che i decaffeinati hanno avuto il medesimo effetto.



PULIZIE. Shi ha poi sottoposto a una soluzione a base di caffè i microbi intestinali presenti nella materia fecale dei topi, disposta su una capsula di laboratorio. La crescita di batteri è diminuita con la somministrazione di una soluzione contenente l’1,5% di caffè, ed è scesa ulteriormente sotto l’effetto di una soluzione con il 3% di caffè. Anche in questo caso, è valso lo stesso con il decaffeinato. Dopo tre giorni di caffè la conta microbica totale dei batteri intestinali dei topi era diminuita, ma non è chiaro se ad essere soppressi siano stati i batteri benefici o quelli dannosi per l’intestino.

 

MEDICINALE. Oltre a spiegare una reazione comune ai consumatori di caffè, lo studio potrebbe indicare nel consumo della bevanda una soluzione alle condizioni patologiche di immobilità intestinale che possono seguire gli interventi di chirurgia addominale. Il caffè dosato in modo opportuno potrebbe risvegliare in modo naturale la motilità intestinale.

 

Studi passati hanno collegato il consumo di caffè a una migliore salute cardiovascolare e dell’apparato digerente, nonché a una aumentata funzionalità del fegato. Un consumo regolare e moderato di caffè è inoltre correlato a un rischio minore di diagnosi di malattie neurodegenerative.

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DIETA PER LA PROVA COSTUME – Dr.ssa Serena Garifo

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In sole 2 settimane è possibile registrare un dimagrimento dai 3 ai 4 kg in normopeso e lieve sovrappeso e dai 4 ai 7 kg in sovrappeso / obesità con azione prevalente sul grasso ostinato nei punti critici dell’uomo e della donna (es. addome, fianchi, cosce, culotte de cheval)
Il dimagrimento ottenuto è duraturo perché ottenuto dalla demolizione del tessuto adiposo e non dalla perdita di liquidi. Come puoi esserne certo? perchè puoi conoscere se stai smaltendo davvero grasso grazie all’esecuzione di un semplice test delle urine da effettuare al mattino; il test risulterà positivo per la produzione di chetoni a partire dal secondo giorno di dieta.
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L’obesità avanza più rapidamente in campagna

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La tendenza al sovrappeso cresce più velocemente nelle aree rurali di quanto non faccia in città, a differenza di quanto accadeva 35 anni fa. Lo rivela uno studio sugli indici di massa corporea, che invita a ripensare a quello che crediamo di sapere sullo stile di vita urbano.

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È più facile accumulare peso in eccesso nei contesti urbani, o nelle aree rurali? Se si pensa al contrasto un po’ stereotipato tra città e campagna, si tende a optare per la prima risposta: a lungo abbiamo associato alle realtà metropolitane i cattivi stili di vita anticamera dell’obesità. Eppure, l’ultimo studio globale su come cambia l’indice di massa corporea (BMI) l’indicatore più comune dello stato di peso forma, racconta l’esatto contrario.



In base alla ricerca pubblicata su Nature, l’obesità sta crescendo più rapidamente nelle zone rurali. L’analisi dei ricercatori di Imperial College London ha riguardato dati su oltre 112 milioni di adulti abitanti nelle città e nelle campagne di 200 Paesi tra il 1985 e il 2017. Il BMI è un valore ottenuto dal rapporto tra il peso e il quadrato dell’altezza di un individuo. Quando è superiore a 25,01 indica uno stato di sovrappeso; se va oltre il 30,1, di obesità.

TUTTI PIÙ GRASSI. Nel periodo considerato, il BMI è cresciuto in media di 2 chili per metro quadrato nelle donne e di 2,2 chili per metro quadrato negli uomini globalmente: spartendosi questi chili è come se ciascuno fosse ingrassato di 5 o 6 chili. Più della metà di questa crescita globale è imputabile all’aumento dell’indice di massa corporea nelle aree rurali. Nelle campagne di alcuni Paesi di medio o basso reddito è localizzabile addirittura l’80% dell’aumento di peso di quelle nazioni.

 

COME SI CAMBIA. Dal 1985, il BMI medio nelle zone rurali è aumentato di 2,1 chili per metro quadrato sia nelle donne sia negli uomini. Nelle città, invece, l’incremento è stato di 1,3 chili al metro quadro nelle donne e 1,6 chili al metro quadro negli uomini.

 

La geografia del peso si è ribaltata rispetto a poco più di 30 anni fa: nel 1985, gli abitanti delle città di tre quarti dei Paesi analizzati avevano un BMI superiore dei connazionali di campagna. «I risultati rovesciano la comune percezione che vivere in città sia la principale causa della crescita globale dell’obesità» spiega Majid Ezzati, autore dello studio.

 

Un’eccezione importante a questa tendenza è rappresentata dall’Africa Sub-sahariana, dove le donne in particolare pesano di più nelle città, forse perché qui svolgono meno lavoro manuale (agricoltura, raccolta dell’acqua) e meno tragitti a piedi.

 

LE CAUSE. Quali sono allora, i motivi di questo sbilanciamento? Nei Paesi ad alto reddito, le città offrono più strutture per dedicarsi all’esercizio fisico e allo svago, migliori servizi per la salute e più occasioni di nutrirsi in modo sano; mentre è più facile che le aree rurali siano collegate a peggiori stipendi e minori opportunità educative, o che offrano meno occasioni per fare sport.

 

Nei Paesi in via di sviluppo, invece, l’avvento dell’agricoltura meccanizzata, di migliori infrastrutture e dell’uso dell’automobile nelle aree rurali ha spostato il problema nutrizionale dall’avere cibo a sufficienza, ad avere cibo di buona qualità. Mentre la tecnologia conduce a una vita più sedentaria.

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Fallo con un robot: la nuova frontiera del sesso

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INTELLIGENZA ARTIFICIALE

Fallo con un robot: la nuova frontiera del sesso

Macchine sempre più sofisticate, pensate per offrire piacere e, in futuro, addirittura amore. Tra umanoidi e sex doll sta nascendo un’inaspettata identità sessuale, che gli esperti chiamano “digisexual”. E solleva profonde questioni etiche e filosofiche

Fallo con un robot: la nuova frontiera del sesso

«Fate l’amore, non la guerra». In un futuro distopico non troppo lontano potrebbe essere lo slogan pubblicitario di una casa produttrice di sex robot. A differenza degli umanoidi killer, progettati per seminare morte tra i soldati nemici, i “sexbot” sono macchine pensate per sostituire gli esseri umani sotto le lenzuola, offrire piacere sessuale e addirittura amore. Già disponibili e configurabili in base ai propri gusti, basta fare un giro sul Web, pronti a soddisfare desideri sessuali e anche qualcosa di più. 

“Frigid Farrah” è programmata per dire “no”, resistere alle avance sessuali del partner o addirittura mettere in pratica violenze sessuali. Il motto commerciale di un altro robot intelligente, Young Yoko, recita «così giovane, appena 18 anni, che aspetta solo te per imparare». Poi c’è “Samantha”, creata da Sergi Santos, ingegnere elettronico e responsabile della compagnia robotica Synthea Amatus, talmente verosimile che nel 2017 all’Ars Electronica Festival a Linz, in Austria, fu letteralmente presa d’assalto, “violentata” da un gruppo di uomini eccitati. Una scena raccapricciante. E così via, i robot del sesso hanno nomi ammiccanti: Roxxxy, Denyse, Solana, Isabel, ma anche Robert o Stew. Dispositivi dotati di intelligenza artificiale, più evoluti delle sex dolls, le bambole in silicone per uso domestico o da bordello.

GALASSIA DIGISEXUAL
Se l’identità sessuale è un concetto sempre più variegato, anche l’offerta sintetica si fa più ricca e va incontro a esigenze in continua evoluzione. Persone demisessuali, in grado cioè di sviluppare attrazione fisica solo per persone con cui hanno una forte relazione emotiva; asessuali, che non provano alcuna attrazione fisica, o ancora “skoliosexual”, individui attratti da persone che non si riconoscono nell’idea secondo cui esistono solo due generi, maschile e femminile. E così via. Per definire invece i pionieri dell’interazione sessuale uomo-macchina alcuni esperti hanno coniato il termine “digisexual”, che definisce una identità sessuale nuova da estendere anche a tutti coloro, ben più numerosi, che vivono immersi in un mondo dominato da pornografia digitale, “teledildonics”, vale a dire sex toy azionati a distanza con l’aiuto di computer, applicazioni per incontri sessuali. Nei prossimi anni i digisexual aumenteranno.

È suggestivo e inquietante lo scenario disegnato nel saggio “Benvenuti nel 2050. Cambiamenti, criticità e curiosità” (Egea) di Cristina Pozzi, bocconiana, imprenditrice sociale, esperta di tecnologie emergenti e visioni future. L’autrice, unica Young global leader 2019 per l’Italia di Forbes, prevede che fra trent’anni i robot umanoidi potranno assumere la personalità o l’aspetto estetico che preferiamo: una star del cinema, una ex fidanzata, un defunto, sempre che questo abbia lasciato il consenso, riportandolo in vita. Navigando on line potremmo ritrovarci a chiacchierare con robot in social network per persone scomparse, in un’epoca in cui sarà del tutto normale fare sesso con una macchina.

VEDI ANCHE:

I miti greci e i sexbot. I sex toys e l’archeologia. Dai tempi antichi di Laodamia alla serie tv come “Westworld” le macchine dalle sembianze umane hanno conquistato il nostro immaginario, le nostre speranze e paure. Ma c’è chi vorrebbe metterle al bando perché incoraggerebbero violenza e isolamento. Colloquio con Kate Devlin, esperta di intelligenza artificiale

Già ora, del resto, la trasformazione digitale della specie è una delle grandi questioni del nostro tempo: non a caso si intitola “Society 5.0 – A human centric future” il TedX Romache si è svolto il 4 maggio al convention center La Nuvola: 16 speaker provenienti da ogni parte del mondo tra cui Kate Devlin,per riportare l’uomo al centro di scelte e obiettivi.

«La società 5.0 non dovrà più basarsi sulla produzione fine a se stessa di beni, bensì sulla definizione delle soluzioni che realmente servano all’individuo», spiega Emilia Garito, curatrice di TedX Roma e fondatrice della società Quantum Leap Ip: «Vale per ogni settore, anche quello delle relazioni sessuali. In futuro l’offerta sarà sempre più estrema, tesa alla massimizzazione del profitto di chi mette i sexbot sul mercato. L’interazione uomo-macchina tuttavia non deve trasformarsi in compromesso, occorre mantenere spirito critico e libertà di giudizio di fronte al potere della tecnologia, che è in mano a pochi».

Al di là della curiosità, a volte morbosa, e dell’apparente frivolezza dell’argomento, l’idea che esistano robot per raggiungere l’orgasmo, o intessere una relazione più articolata, solleva una serie di questioni etiche e filosofiche: procurarsi il piacere da soli, a volte con l’aiuto di oggetti, è sesso? C’è qualcosa di immorale nel comprare e nell’avere rapporti con una macchina? Le persone che fanno sesso con un robot hanno un’inclinazione a praticare violenza sugli altri e sono incapaci di costruire relazioni affettive stabili con i propri simili? Temi di notevole portata, ai quali Maurizio Balistreri, esperto di bioetica e ricercatore di Filosofia morale dell’università di Torino, ha dedicato il libro “Sex Robot – L’amore al tempo delle macchine” (Fandango libri). «Dalla nostra analisi emerge che il sesso non è per sua natura relazionale e che, pertanto, così come possiamo avere rapporti sessuali a pagamento, con persone sconosciute, a distanza per telefono oppure facendo sesso in una realtà virtuale, allo stesso modo possiamo benissimo avere relazioni sessuali anche con i robot», dice Balistreri.

E così, dopo aver sostituito i lavoratori, i robot si apprestano a mandare in pensione anche gli amanti.Ma cosa ne sarà dell’amore se le nostre relazioni sessuali si consumeranno con una macchina? «È vero che attraverso i robot del sesso non possiamo avere gli stessi rapporti che abbiamo con altri esseri viventi: è difficile riuscire ad amare un robot e anche se fossimo in grado di farlo il robot non potrebbe ricambiare i nostri sentimenti», aggiunge il ricercatore: «Ma se l’autoerotismo è sesso, allora possiamo fare sesso anche con i robot: possono aiutarci a raggiungere il piacere e soddisfare i nostri desideri sessuali. I sex robot esistono veramente ed è arrivato il momento di prenderli sul serio».

MA SI PUÒ AMARE UN ROBOT?
Chi li ha presi sul serio, già da tempo, sono il cinema, la tv, la letteratura. Film come “Lei (Her)” di Spike Jonze, che descrive una relazione sentimentale tra il protagonista e un sistema operativo dotato di intelligenza artificiale. Oppure la serie tv “Westworld – Dove tutto è concesso” con le sue scene di sesso spinto, ideata da Jonathan Nolan e Lisa Joy e basata sul film “Il mondo dei robot” (Westworld, 1973) scritto e diretto da Michael Crichton. E più di recente la serie di animazione antologica di Netflix “Love, Death & Robots”, creata da David Fincher e Tim Miller, che mescola estetica da videogiochi, fantascienza, horror e fantasy. Tra gli episodi colpisce “La testimone”, in cui la protagonista, che lavora in un bordello in cui gli uomini si accoppiano con i robot, assiste a un omicidio e scappa dall’assassino per le strade di una città surreale.

C’è poi il nuovo romanzo retrofuturista di Ian McEwan, “Machines like me” (edito da Jonathan Cape), la storia del triangolo amoroso tra Charlie, la giovane Miranda e il robot quasi umano Adam, bello e forte, plasmato e programmato dalla coppia. Una storia ucronica ambientata a Londra nei primi anni Ottanta, in cui la Gran Bretagna ha perso la guerra delle Falkland e il matematico inglese Alan Turing invece di essere perseguitato in quanto omosessuale è uno scienziato di successo nel campo dell’intelligenza artificiale. Un romanzo in cui McEwan mette in guardia i lettori dal potere di creare robot fuori dal nostro controllo e pone questioni universali: cosa ci rende umani? Le nostre azioni o le nostre riflessioni interiori? Una macchina può comprendere il cuore di un uomo? Si può ipotizzare l’attrazione sessuale di un essere umano per un robot?

Questioni che indagano i meccanismi della mente umana, e che si pone anche Paola Marion, psicoanalista, direttore della Rivista di psicoanalisi e autrice del saggio “Il disagio del desiderio” (Donzelli editore): «Non so se verso un robot si possa parlare di desiderio in senso vero e proprio. Il desiderio sessuale, per come noi ancora lo intendiamo, comprende un altro a cui rivolgersi e a cui tendere. Mette in gioco, cioè, la relazione con l’altro», afferma Marion: «Nel caso della sessualità mette in gioco il corpo e i corpi in relazione tra di loro. Il robot rappresenta un oggetto inanimato, anche se dotato di intelligenza artificiale, che può soddisfare senza coinvolgere relazione e corporeità. Mi pare questa la vera rottura».

Come è facile immaginare, le risposte non sono univoche. Un’altra esperta, Georgia Zara, psicologa e criminologa, docente nelle università di Torino e di Cambridge, alla domanda se si possa avere una relazione che implichi affetto, sessualità e investimento emozionale con un sexbot, risponde così: «La risposta più semplice è “sì”. Esistono relazioni sintetiche nelle quali si investe una forte carica affettiva. Gli studi scientifici evidenziano che quanto più un robot ha sembianze umane, tanto maggiore è il legame che si potrebbe venire a creare: una sorta di “illusione antropomorfica”.L’interazione fisica con i sexbot permetterebbe di avere un amante sempre diverso, senza controversie, con il quale tutto è possibile», dice Zara, che poi affronta altri aspetti, toccati anche nel saggio a sua firma pubblicato nel libro di Balistreri.

La docente, infatti, è responsabile scientifica del primo progetto in Italia sull’uso dei robot per il trattamento degli autori di reati sessuali, intitolato S.o.r.a.t. (Sex offenders risk assessment and treatment), che vede coinvolti tra gli altri il Dipartimento di Psicologia dell’ateneo torinese e il Gruppo Abele, su un campione di 71 sex offender maschi, età media 47 anni, ai quali sono state mostrate quattro immagini raffiguranti due sexbot adulti, uomo e donna, e due bambini, maschio e femmina, allo scopo di studiare le loro reazioni. Argomento controverso e difficile: al momento non ci sono sufficienti evidenze scientifiche per dire che l’utilizzo dei sexbot possa inibire il passaggio all’abuso, ma lo studio non è ancora ultimato.

IL RISCHIO DELLA VIOLENZA
Una delle critiche che vengono rivolte agli androidi riguarda il rischio della normalizzazione della violenza sessuale. «Il rischio non è solo possibile, ma anche probabile. In uno studio sul diniego nei sex offender recentemente pubblicato, si evidenzia il ruolo delle fantasie sessuali nelle dinamiche sessualmente abusanti», aggiunge l’esperta. Secondo la ricerca, se la fantasia sessuale è quella del dominio e del controllo del partner, un sexbot può incoraggiarla. Se la fantasia è di tipo feticista, coinvolgendo solo alcune parti del corpo, un sexbot può alimentare il gioco erotico. 

«Sebbene i sexbot possano agevolare persone in difficoltà nella sfera intima o fungere semplicemente da sex toy tecnologicamente avanzati, dal punto di vista psicosociale e clinico non è da escludere che l’utilizzo di tali dispositivi possa diventare problematico, laddove il sexbot diventa il sostituto esclusivo dell’altro», conclude Zara, che porta l’esempio di Lilly, una donna francese che dice di essere attratta solo dai robot e di volerne sposare uno, dopo le esperienze deludenti con gli uomini. Del resto qualche tempo fa, in Giappone, un uomo di 35 anni, Akihiko Kondo, ha portato all’altare un ologramma, la versione peluche della popstar Hatsune Miku. Il matrimonio non ha alcun valore legale, naturalmente, ma è la spia di un fenomeno in evoluzione.

Nascono alchimie misteriose, legami inediti, forti e inspiegabili. Viene in mente la scena finale di “Io e Annie”, il celebre film di Woody Allen, con la voce fuori campo del protagonista Alvy: «Quella vecchia barzelletta, sapete… Quella dove uno va dallo psichiatra e dice: “Dottore mio fratello è pazzo, crede di essere una gallina”, e il dottore gli dice: “Perché non lo interna?”, e quello risponde: “E poi a me le uova chi me le fa?”. Beh, credo che corrisponda molto a quello che penso io dei rapporti uomo-donna. E cioè che sono assolutamente irrazionali, e… e pazzi. E assurdi… Ma credo che continuino perché la maggior parte di noi ha bisogno di uova».
Il tempo scorre veloce, il mercato asseconda ogni richiesta con umanoidi sempre più sofisticati che rimpiazzano gli umani, si creano relazioni sempre più complesse, dai confini fluidi. E magari c’è chi, da qualche parte nel mondo, sta già costruendo il sexbot che depone le uova.

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Così la musica vi aiuterà: prima a crescere e poi a non invecchiare

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«Neuroscienze cognitive della musica» (Zanichelli), un libro dedicato a musicisti e appassionati, educatori e musicoterapeuti, esperti e curiosi

La musica è una disciplina che affascina e in qualche modo amiamo tutti. C’è chi la studia fin da piccolo, c’è chi impara a suonare pur non avendo mai studiato, chi vi si appassiona nell’età adulta e chi sogna di cantare come un usignolo, ma non vi riesce. Neuroscienze cognitive della musica, scritto da Alice Mado Proverbio, professore di Psicobiologia e Psicologia fisiologica presso l’Università degli Studi di Milano-Bicocca, dove insegna Neuroscienze cognitive, rappresenta un vero e proprio viaggio nella musica dedicato a studiosi di neuroscienze, educatori e musico-terapeuti, musicisti e studiosi di musica.

L’autrice dell’opera, edita da Zanichelli Editore, segue lo sviluppo della mente musicale nell’arco della vita dell’essere umano, dal grembo materno fino all’età senile. Attraverso studi sperimentali provenienti dai laboratori di tutto il mondo vengono sfatati miti e spiegati fenomeni.

Espressioni quali «avere orecchio», «buttare l’occhio», «la memoria della mano» trovano la loro adeguata spiegazione scientifica. Nel libro, inoltre, sono presenti due sezioni particolarmente interessanti: una relativa al ruolo dei neuroni a specchio audiovisuomotori che giocano un ruolo fondamentale nell’apprendimento della musica, nell’affinamento dell’abilità esecutiva, nella capacità di coordinarsi con i cointerpreti e cogliere le intenzioni espressive del direttore d’orchestra; l’altra riservata alla Neuroestetica.

Tale disciplina descrive i meccanismi neurali dell’esperienza estetica musicale, offrendo una spiegazione scientifica di come la musica sia in grado di modificare lo stato d’animo dell’ascoltatore e indurre emozioni specifiche, tanto da essere utilizzata a fini espressivi e narrativi in altri ambiti artistici quali, ad esempio, il cinema: alla neuroestetica della musica da film è dedicato appunto l’ultimo capitolo del libro. Abbiamo intervistato l’autrice del libro, per scoprire i segreti del suo libro e della musica!

1) La predisposizione alla musica è codificata geneticamente? 
«Vi sono una serie di geni che effettivamente spiegano alcune abilità correlate alla musica, come ad esempio i geni GATA2 e PCDH7 che regolano la codifica neurale dell’altezza dei suoni, oppure altri geni che controllano la capacità motoria, la coordinazione, la capacità attentiva, la sensibilità al ritmo, il controllo e la pianificazione dell’azione, l’eccitabilità sensoriale, gli aspetti emotivi come la perseveranza, la costanza, la resilienza, l’essere aperti a nuove esperienze, il narcisismo, il tratto ossessivo e il perfezionismo, il tratto introversione/estroversione, il tratto schizoide/creativo, la tendenza alla malinconia. Ciascuno di noi è portare di un cocktail genetico talmente complesso che la cosiddetta “predisposizione alla musica” avrebbe in definitiva un ruolo secondario rispetto a fattori ambientali».

2) Quali sono i fattori ambientali che incidono sulle abilità musicali?
«Il fatto di vivere in un ambiente dove si ascolta o si suona musica, e dove questo è considerato un valore; il fatto di essere esposti alla musica da bambini ed incoraggiati a suonare; il fatto di essere rinforzati positivamente dal proprio studio, dall’esperienza del successo e dal piacere dell’esibizione. L’avere la possibilità di studiare in un ambiante adeguato, di avere accesso a studi di qualità nella propria città: ecco questi sono tutti fattori di tipo ambientale».

3) Quanto conta la pratica per lo sviluppo delle abilità musicali? 
«Alcuni ricercatori hanno tentato di quantificare la quantità di tempo necessaria a diventare molto esperti in una particolare abilità sensoriale-motoria, la quale è stata stimata in circa 10.000 ore, il che equivale a circa 10 anni di pratica (intervallo definito come “un lungo periodo di pratica deliberata”). Questo valore può variare in funzione del talento e dell’atteggiamento dell’individuo. La pratica conta moltissimo perché le abilità procedurali si sviluppano con l’esercizio».

4) È possibile imparare a suonare o cantare in età avanzata? 
«Certamente, anche se il livello di abilità acquisito sarà correlato all’intensità e durata dello studio e dovrà fare i conti con eventuali problemi articolari, muscolari o di diminuzione della velocità di reazione e della coordinazione legati al progredire dell’età».

5) Studiare la musica in età adulta può aiutare a mantenere giovane il cervello?
«Suonare uno strumento musicale, cantare ed imparare a leggere la musica può costituire un intervento (se non addirittura un trattamento riabilitativo) estremamente utile negli anziani, in quanto promuove la riserva cognitiva e migliora il benessere e l’umore soggettivi. Difatti il cervello continua a produrre nuove sinapsi anche in età adulta (sinaptogenesi), ed addirittura anche nuove cellule nervose (neurogenesi). Le modificazioni neuroplastiche imposte dall’apprendimento della nuova abilità corrispondono al mantenere un cervello relativamente giovane ed in esercizio».

6) Qual è il segreto per non «steccare»? 
«L’abilità di cantare o suonare intonati si basa su un complesso circuito di regolazione del feedback uditivo (ciò che abbiamo suonato e cantato) che per retroazione viene utilizzato per regolare il gesto motorio/articolatorio. A tale scopo esistono particolari popolazioni neurali audio/visuomotorie (le cui connessioni si sviluppano con l’esercizio) che sono in grado di combinare informazioni multimodali. Oltre all’esercizio svolge un ruolo rilevante il controllo automatizzato dell’azione, sia quello motorio (gangli della base, area supplementare motoria, cingolato) che cognitivo e percettivo (corteccia prefrontale dorsolaterale, talamo), che emotivo (insula anteriore). Al contrario di quanto si pensi, l’eccellenza di un interprete musicale ha molto a che vedere con le sue straordinarie capacità di controllo».

7) Cos’é la neuro estetica della musica?
«E’ un approccio di ricerca interdisciplinare finalizzato alla comprensione delle basi neurali dell’esperienza estetica da un punto di vista biologico e psicologico. Per esempio, si cerca di capire come fa l’ascolto musicale ad essere un’esperienza estetica e a trasmettere ad esempio sensazioni piacevoli; come fa a modificare lo stato d’animo degli ascoltatori e a comunicare emozioni e informazioni narrative ad esempio, nella musica da film».

8) Esistono delle regole per scrivere una hit?
«Alcuni dati da noi raccolti mostrano che clip musicali considerate più gradevoli da ascoltatori ingenui (non educati musicalmente), erano tipicamente più tonali, tradizionali, melodiche, tristi, emotivamente calme, lente e strutturalmente semplici. Queste caratteristiche richiamano uno stato emotivo malinconico e poco agitato, assimilabile alle emozioni di “tenerezza” e “pacatezza”. In generale un’eccessiva complessità (armonica, melodica, ritmica, esecutiva o strutturale) non è mai molto apprezzata da un pubblico naïve

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Frutta e verdura, gli italiani ne consumano un miliardo di chili in più

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La ricerca Coldiretti sugli ultimi dieci anni: mele e arance i frutti più consumati

Un miliardo di chili in più nell’ultimo decennio. È l’aumento dei consumi di frutta e verdura degli italiani, che nel 2018 ha fatto registrare il record del periodo per un quantitativo complessivo nel carrello di 8,7 miliardi di chili. A rilevarlo è Coldiretti in occasione dell’inaugurazione del Macfrut il Fruit & Veg Professional Show di Rimini che si apre oggi.

«La spinta al consumo è avvenuta per effetto soprattutto delle preferenze alimentari dei giovani che – sottolinea la Coldiretti – fanno sempre più attenzione al benessere a tavola con smoothies, frullati e centrifugati consumati al bar o anche a casa grazie alle nuove tecnologie». Il frutto più consumato sono state le mele, precisa l’organizzazione, con le arance al secondo posto. Mentre tra gli ortaggi preferiti dagli italiani salgono sul podio nell’ordine le patate, i pomodori e le insalate/indivie.

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In crescita – conclude Coldiretti – la spesa per gli ortaggi freschi pronti al consumo (la cosiddetta IV gamma) che chiudono il 2018 con una crescita a valore del +5% rispetto all’anno precedente con quasi 20 milioni di famiglie acquirenti, secondo Ismea. Tra le tendenze si registra il forte aumento degli acquisti diretti dal produttore dove nel corso del 2018 hanno fatto la spesa 6 italiani su dieci almeno una volta al mese secondo l’indagine Coldiretti/Ixe. Coldiretti segnala anche che «la ricerca di sicurezza e genuinità nel piatto porta l’88% degli italiani a bocciare la frutta straniera e a ritenere importante scegliere nel carrello frutta e verdura made in Italy secondo l’indagine Coldiretti/Ixè».

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Calendario sportello Nuova Generazione

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DATE APERTURA SPORTELLO AL PUBBLICO:

MARTEDI’ 7 MAGGIO 2019 – DALLE 9 ALLE 12

MARTEDI’ 21 MAGGIO 2019 – DALLE 9 ALLE 12

TUTTI I GIORNI E’ POSSIBILE PASSARE PER ALLEGARE DOCUMENTAZIONE PER LE VOSTRE PRATICHE.

SEMPRE REPERIBILI ALLO 0121/302389 PER INFORMAZIONI  E RICHIESTE.

 

SERVIZI :

CONTRIBUZIONE

PENSIONI

AMMORTIZZATORI SOCIALI

PRESTAZIONI A SOSTEGNO DEL REDDITO

PRESTAZIONI ASSISTENZIALI

INVALIDITA’ CIVILE

IMMIGRAZIONE

CAF

ISEE

MODELLO 730

Imu

Riguarda i contribuenti possessori di immobili, terreni agricoli e aree fabbricabili, i quali devono versare p​er questi un’imposta al Comune corrispondente.

Red

È la certificazione della situazione reddituale di coloro interessati da determinate prestazioni erogate dall’Inps (integrazione al minimo, assegni familiari, altro). IL Red certifica il reddito del nucleo familiare, sulla base del quale accedere a prestazioni sociali agevolate erogate da Enti Pubblici (assegno per il terzo figlio, assegno di maternità, altro).

Successioni

Gli eredi tenuti alla presentazione della dichiarazione di successione e relative volture possono avvalersi della consulenza e dell’assistenza del Caf.

Contenzioso con l’amministrazione

Il servizio interessa coloro che ricevono cartelle di pagamento che contestano il mancato pagamento di imposte o tasse. In questi casi, il Caf segue il contribuente nel controllo delle contestazioni e nell’eventuale contenzioso che si apre.

Busta paga per colf e badanti

Il Caf assiste qualsiasi cittadino, con un collaboratore domestico alle proprie dipendenze, nei numerosi adempimenti necessari: la lettera di assunzione, la denuncia di lavoro all’Inps e all’Inail, la redazione della busta paga, il calcolo e pagamento dei contributi Inps, il calcolo e pagamento del Trattamento di fine rapporto (Tfr).

Visura catastale

È l’ispezione di tutti i documenti rilevanti che riguardano un immobile. Avviene tramite la consultazione delle schede catastali gestite dall’amministrazione finanziaria. Da una visura catastale si può vedere, per ogni bene immobile, chi è il suo proprietario, la sua quota di possesso e gli eventuali cointestatari, il comune di ubicazione del bene, la via ed il numero civico, il classamento catastale, il numero dei vani ed i metri quadri del bene, oltre che la sua rendita catastale.

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Prostata, nuove terapie ritardano metastasi del tumore fino a 5 anni

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Presto disponibile una molecola che, somministrata ai pazienti colpiti da una neoplasia prostatica aggressiva, può preservare una qualità di vita accettabile

È una speranza in più che, nei casi migliori, può allungare la vita anche fino a cinque anni. Da Barcellona, dov’è si è tenuto il congresso della Società Europea di Urologia, giungono notizie incoraggianti per i pazienti che ricevono la diagnosi di un tumore della prostata metastatico o di una neoplasia che ha comunque elevate probabilità di diffondersi in tutto il corpo (fegato, ossa e polmoni le altre sedi più spesso colpite, in questo caso). La novità sta soprattutto nell’ormai prossima disponibilità di una molecola che, somministrata in quei pazienti colpiti da una neoplasia prostatica aggressiva (ma non metastatica alla diagnosi), può ritardare la comparsa delle metastasi fino a due anni e preservare una qualità di vita accettabile. Un aspetto non da poco per quella quota di pazienti, compresa tra il 20 e il 30 per il cento di coloro che si ammalano di tumore della prostata, che dopo l’intervento chirurgico convive con il timore della ricomparsa della malattia in un altro organo.

Un farmaco per ritardare la comparsa delle metastasi

Si chiama apalutamide il farmaco che, oltre a rappresentare l’ultima evoluzione di un approccio sempre più individualizzato nei confronti della più frequentemalattia oncologica maschile, rappresenta di fatto una forma di prevenzione secondaria nei confronti della probabile ricomparsa del tumore. Il paziente verrà operato o trattato con la radioterapia. Dopodiché, se la valutazione compiuta in sede di diagnosi lascerà presupporre un alto rischio di formazione di metastasi a distanza, il suo oncologo di riferimento avrà un’arma in più per fronteggiare questa evenienza.

Come dimostrato dallo studio «Spartan», pubblicato sul «New England Journal of Medicine» l’associazione di apalutamide alla terapia di deprivazione androgenica (lo standard fino a oggi, nel trattamento della malattia metastatica) riduce anche più del 70 per cento la mortalità e il rischio di progressione metastatica. Un guadagno statistico che si traduce nell’aumento di oltre due anni del periodo libero da metastasi in pazienti ad alto rischio.

Apalutamide disponibile entro la fine dell’anno?

Il farmaco, assunto per via orale, previene il legame degli androgeni (considerati il «carburante» della malattia) al recettore e impedisce la sintesi proteica da parte del Dna tumorale. Apalutamide, la cui efficacia è già stata riconosciuta in Europa (dall’Agenzia Europea del Farmaco), sarà disponibile per i pazienti italiani con ogni probabilità entro la fine dell’anno (quando dovrebbe concludersi la negoziazione economica con l’Agenzia Italiana del Farmaco).

«Per i pazienti che hanno la certezza di andare prima o poi incontro a metastasi e quindi convivono con una spada di Damocle difficile da tollerare, vedere trascorrere due anni con una qualità di vita invariata e senza dolore è un aspetto importante», afferma Walter Artibani, segretario generale della Società Italiana di Urologia. Ma chi sono i pazienti a cui potrebbe essere destinata questa opportunità?

«Coloro i quali, già alla diagnosi, scoprono di avere una malattia con un punteggio di Gleason compreso tra 8 e 10 – prosegue Artibani -. Si tratta di una scala che ci permette di definire l’aggressività della malattia sulla base della valutazione compiuta durante le analisi microscopiche sull’aspetto del tessuto prostatico prelevato tramite la biopsia. Ma l’indicazione al trattamento potrebbe derivare anche da un rapido incremento dei valori dell’antigene prostatico specifico (Psa) o dalla comparsa di una sintomatologia evidente pur in assenza di significative variazioni del Psa». La valutazione, dunque, avverrà su misura del singolo paziente.

L’evoluzione delle terapie

La disponibilità imminente di apalutamide fa il paio con l’aggiunta di un altro farmaco al ventaglio dei possibili trattamenti: l’abiraterone, che invece viene somministrato ai pazienti che già al momento della diagnosi presentano una malattia metastatica. Fino a poco tempo fa in questi casi la speranza di vita era quasi mai superiore a tre anni. Oggi, con l’utilizzo di questo farmaco associato alla terapia ormonale di deprivazione degli androgeni, ci sono pazienti che sopravvivono anche un lustro. Numeri che possono apparire come fredde statistiche, ma che in realtà corrispondono a giorni e mesi di vita restituiti a un uomo e alla sua famiglia.

Una «rivoluzione», è il pensiero di Sergio Bracarda, direttore della struttura complessa di oncologia medica dell’azienda ospedaliera Santa Maria di Terni, secondo cui «l’innovazione in atto nei confronti del tumore della prostata è anche più significativa di quella avvenuta nei confronti del cancro della mammella. Grazie alle nuove conoscenze sulle caratteristiche dei tumori, alle possibilità diagnostiche e ai trattamenti innovativi oggi disponibili, stiamo assistendo a un incremento della speranza di vita che, nei pazienti già metastatici al momento della diagnosi, è passata in poco tempo da 36 mesi a quasi cinque anni».

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