Non riuscite ad addormentarvi? Scrivete una lista di cose da fare

Non riuscite ad addormentarvi? Scrivete una lista di cose da fare

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Stilare appena prima di andare a letto una “to do list” per il giorno dopo migliorerebbe la qualità e la quantità del sonno: uno studio della Baylor University pubblicato su Journal of Experimetal Psicology

CI SONO  probabilmente due scuole di pensiero: una, secondo la quale riflettere la sera sulle cose da fare il giorno dopo aumenta l’ansia e di conseguenza ritarda il sonno.  L’altra, al contrario, per cui elencare, anzi di più, scrivere prima di andare a dormire quello che va fatto una volta svegli, concilia il sonno. Stando ai risultati di un esperimento  condotto da neuroscienziati della Baylor University, in Texas, e pubblicato sul Journal of Experimetal Psicology , delle due è vera la seconda: stilare una to-do-listappena prima di andare a letto anticiperebbe il sonno di 9 minuti, farebbe dormire 7 minuti di più e ridurrebbe i risvegli notturni.

. LA CULTURA 24/7
Viviamo in una cultura 24/7 che ci vuole operativi 24 ore giorno per 7 giorni a settimana. Gli elenchi di cose da fare sembrano in costante crescita e ci preoccupano gli impegni che non siamo riusciti a portare a termine prima di addormentarci”, spiega Michael K. Scullin, direttore del  Baylor’s Sleep Neuroscience and Cognition Laboratory e primo autore della ricerca. “La maggior parte delle persone – ha aggiunto – prima di andare a dormireripassa le cose da fare mentalmente. Noi  abbiamo voluto capire se l’atto di scriverle può contrastare la difficoltà di prendere sonno”.

. 5 MINUTI PER SCRIVERE
Gli autori della ricerca hanno reclutato 57 studenti dai 18 ai 30 anni e li hanno tenuti una notte della settimana lavorativa in laboratorio, in condizioni controllate: i giovani potevano andare a dormire alle 22,30, una volta a letto non avrebbero utilizzato device tecnologici, non avrebbero studiato, e avrebbero spento la luce. Prima di farlo però ad alcuni era stato chiesto di prendersi 5 minuti di tempo per scrivere un elenco di quello che dovevano ricordarsi di fare il giorno dopo o nei giorni successivi, una to-do-list, appunto, ad altri di buttare giù la nota delle cose che avevano invece già fatto. Di tutti i partecipanti è stata valutata qualità e quantità del sonno utilizzando la polisonnografia, cioè è un esame non invasivo che monitora contemporaneamente una serie di parametri: elettrocardiogramma, frequenza del battito cardiaco, rumore respiratorio…

. SI DORME PRIMA E DI PIÙ
Il risultato? I giovani del gruppo to-do-list si sono addormentati in media dopo 16 minuti, rispetto ai 25 minuti che sono stato necessari agli altri: cioè 9 minuti prima. Hanno anche dormito per 8 ore e 19 minuti, rispetto alle  8 ore 12 minuti degli altri: ovvero sette minuti di più. Non solo, più la lista delle cose da fare era articolata e specifica, più velocemente (15 minuti prima esattamente) si cadeva nelle braccia di Morfeo. “Abbiamo reclutato giovani adulti sani e quindi – ha tenuto a chiarire Scullin  –  sebbene sia stato già suggerito che alcune attività di scrittura possano portare benefici a chi soffre di insonnia, non sappiamo se le nostre scoperte si possano estendere anche a questi pazienti”. Ulteriori studi, condotti su campioni più estesi e meno omogenei potranno in futuro confermarlo.

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“Cupido”, così i nanofarmaci inalati arrivano al cuore

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La ricerca, condotta in vivo e coordinata dal Cnr, ha portato ad una molecola biocompatibile che traghetta i farmaci direttamente alle cellule cardiache

Nanovettori inalabili, biocompatibili e biodegradabili, capaci di arrivare velocemente al cuore e di rilasciarvi il loro carico di nanofarmaci efficaci per il trattamento di disturbi cardiovascolari. Questo nuovo approccio terapeutico non invasivo è stato studiato dai ricercatori dell’Istituto di ricerca genetica e biomedica (Irgb) del Consiglio nazionale delle ricerche di Milano in collaborazione con l’istituto clinico Humanitas. La ricerca, pubblicata sulla rivista Science Translational Medicine, è stata condotta su topi, ratti e maiali nell’ambito di «Cupido», progetto europeo di cui il Cnr è coordinatore, che ha lo scopo di individuare nuove soluzioni terapeutiche basate sulle nanotecnologie in ambito cardiovascolare. I risultati sono stati positivi: i nanofarmaci (particelle di diametro inferiore ai 50 nanometri) inalabili, raggiunte le cellule cardiache e da esse inglobate, hanno migliorato situazioni di scompenso cardiaco e di insufficienza del miocardio degli animali.

 

«Nel tessuto cardiaco dei maiali sani – si legge nello studio –sono state rilevate particelle inalate; ciò suggerisce che questo metodo minimamente invasivo di consegna cardiaca mirata potrebbe potenzialmente tradursi in un’applicazione sull’essere umano». Secondo gli autori, sono necessari ulteriori studi per valutare la sicurezza a lungo termine delle nanoparticelle e per determinare in che modo i nanofarmaci attraversano la barriera polmonare, ma la terapia inalatoria potrebbe ridurre le dosi necessarie per trattare l’insufficienza cardiaca. La maggior parte dei farmaci per insufficienza cardiaca viene somministrata per via orale (che può portare ad un assorbimento inaffidabile) o per iniezione endovenosa (che può causare disagio al paziente): il trattamento inalabile per l’insufficienza cardiaca potrebbe aiutare a superare i molti limiti delle terapie iniettabili o somministrate per via orale.

 

«Il merito è di un’innovativa molecola da noi brevettata – composta prevalentemente da fosfato di calcio, quindi altamente biocompatibile e biodegradabile- che riesce ad essere facilmente assimilata dalle cellule cardiache e, quindi, a trasportare il farmaco», spiega in un comunicato stampa Daniele Catalucci (Irgb-Cnr), coordinatore del progetto. «L’idea è quella di riprodurre i meccanismi tramite i quali alcune particelle inquinanti, come le polveri sottili derivanti dall’inquinamento automobilistico o da processi di combustione, una volta respirate riescono a oltrepassare la barriera polmonare e ad arrivare al cuore attraverso il sistema circolatorio cardiopolmonare.

 

Abbiamo, cioè, sviluppato una «navetta terapeutica» biocompatibile capace di viaggiare all’interno del corpo umano esattamente come fanno queste particelle tossiche, e di arrivare al cuore semplicemente per inalazione: qui il farmaco viene rilasciato senza necessità di iniezioni o altre metodologie invasive per il paziente».

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Nuovo test cerca 8 tumori nel sangue

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DAL SANGUE sarà  possibile diagnosticare precocemente le otto più comuni forme di tumore, sulla base di una nuovo test che combina l’analisi del Dna e delle proteine tumorali e ha un’affidabilità che varia dal 69 al 98% dei casi a seconda del tipo di cancro. Lo descrivono sulla rivista Science i ricercatori della Johns Hopkins University di Baltimora.

Il metodo, testato su mille persone già malate, è stato chiamato CancerSEEK. Il gruppo guidato da Joshua Cohen è riuscito a valutare le mutazioni di 16 geni tumorali, insieme ai livelli di 10 proteine circolanti nel sangue, per il cancro del seno, fegato, ovaie, polmone, stomaco, pancreas, esofago e colon retto. Lo hanno provato su malati a cui erano stati diagnosticati tumori di diversa gravità, e su 850 volontari sani. “Hanno cercato il Dna del tumore circolante nel sangue insieme ai livelli di alcune proteine, che possono essere indicative dello sviluppo del cancro”, rileva Fabrizio d’Adda di Fagagna, ricercatore dell’Istituto Firc di Oncologia Molecolare (Ifom) di Milano.

“Si tratta dunque di un test più completo e nuovo che potrà permettere una maggiore personalizzazione della terapia, adatta ai malati che hanno determinate caratteristiche genetiche”, continua. A rendere ancora più affidabile l’esame è la probabilità bassissima che possa dare falsi positivi: nello studio sono stati solo 7 su più di 1000. In alcuni casi il test è riuscito a dare informazioni anche sull’origine del tessuto malato, cosa risultata sempre difficile in passato. Nello studio la diagnosi è stata fatta a persone con un tumore senza metastasi, sulla base dei sintomi. Il prossimo obiettivo saràdiagnosticare il cancro prima che compaiano i sintomi. Secondo i ricercatori il costo di questo esame del sangue per 8 tumori potrebbe essere di circa 400 euro, più o meno quanto costano i singoli test di screening per un solo cancro, come ad esempio la colonscopia.

Case, chip e volontari: così il Giappone combatte l’Alzheimer

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Milioni di persone addestrate a gestire la malattia che sta diventando un’epidemia nei Paesi sviluppati

Un anziano parla con un robot: il «Telenoid» è parte di un progetto per aiutare i malati

Entro il 2025 in Giappone una persona su cinque di età superiore ai 65 anni – circa 7,3 milioni di persone – soffrirà di Alzheimer, stando alle stime del ministero della Salute, una cifra che è quasi il doppio di quella attuale (circa 4,6 milioni).

 

 

Questi numeri impressionanti hanno portato il governo giapponese a varare un piano nazionale per far fronte a quella che è ormai considerata una vera epidemia.

Moltissime città giapponesi hanno avviato dei corsi di formazione per i residenti col fine di identificare i segni di demenza senile e imparare a gestire gli anziani affetti dalla malattia. Le città hanno inoltre creato dei gruppi di volontari che si occupano di interagire attivamente con le persone anziane per determinare se hanno bisogno di assistenza. Il problema è esacerbato da una profonda tendenza culturale giapponese, ovvero quella di rivolgersi alla famiglia piuttosto che ai vicini nei momenti difficili, ma non sempre le famiglie sono presenti.

 

 

La solitudine 

Secondo uno studio del governo giapponese circa il 15% degli anziani che vivono da soli riferisce di avere una sola conversazione alla settimana, rispetto al 5% dei coetanei in Svezia, al 6% negli Stati Uniti e all’8% in Germania. Ecco dunque che il nuovo piano adottato da tutte le prefetture del Paese punta alla sensibilizzazione dei residenti con lezioni di 90 minuti dove si affrontano i problemi principali di chi si trova a dover interagire con un anziano malato di Alzheimer (siano lavoratori delle poste, farmacisti o conducenti di taxi). Alla fine dei corsi ad ogni partecipante verrà distribuito un braccialetto di color arancione. Il governo giapponese si aspetta di avere 8 milioni di persone addestrate a tali compiti entro la fine del prossimo anno. L’obiettivo è quello di creare una struttura stabile all’interno delle varie comunità locali per sostenere chi soffre della malattia, ma anche creare le premesse per una società in cui anche per un malato di Alzheimer sarà più facile vivere.

 

In questo campo il Giappone è all’avanguardia a livello mondiale, infatti nonostante il suddetto programma sia partito «solo» tre anni fa, città come Uji, vicino Kyoto, avevano compiuto i primi passi verso la creazione di comunità «dementia friendly» già nel lontano 1990.

 

Il progetto prevede la distribuzione di adesivi con codice a barre da apporsi sui vestiti degli anziani per aiutare la polizia a localizzarne le famiglie nell’eventualità che questi si allontanino dalle loro case. Nel 2015 sono scomparse più di 12.000 persone anziane affette da demenza senile, di queste 150 non sono più state ritrovate e 479 sono state ritrovate morte.

 

Barriere nelle stazioni

Recentemente in oltre 8000 stazioni ferroviarie in tutto il Giappone sono state avviate le operazioni per installare le barriere protettive, l’annuncio era stato accolto sui social media con grande sollievo: il pensiero è andato immediatamente ai 22.000 suicidi annui di cui molti commessi proprio sui binari dei treni. Eppure non è questa la prima ragione della riqualificazione delle stazioni ferroviarie, la prima causa è proprio per evitare che le persone affette da malattie mentali, demenza senile e non vedenti finiscano accidentalmente per cadere sui binari. In Giappone gli incidenti come questi hanno anche dei pesanti risvolti economici come è capitato qualche anno fa alla vedova di un uomo affetto da Alzheimer uscito di casa inosservato e finito schiacciato da un treno in arrivo alla stazione di Aichi.

 

 

Liste d’attesa

La vedova novantunenne si è ritrovata a dover risarcire qualcosa come 30.000 euro alla Compagnia Ferroviaria. Circa 520.000 persone sono in lista d’attesa per entrare nelle case di cura che forniscono assistenza agli anziani affetti da gravi condizioni fisiche o mentali. Essendo la disponibilità di tali strutture limitate le cure ricadono sulle famiglie.

 

È di questi giorni una nuova risposta concreta da parte della politica sulla patologia che più affligge gli anziani. È stato varato un disegno di legge che mira a creare una «società senza età» dove le persone oltre i 65 anni saranno incoraggiate a lavorare. Il progetto che rappresenta la prima revisione in 5 anni della politica sugli anziani, intende introdurre delle misure per far sì che sempre più persone continuino a lavorare anche dopo il pensionamento. Un modo per tenere la mente allenata e dunque, si spera, mantenere la salute mentale.

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Udito: ecco perché è importante sentire bene da entrambe le orecchie

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Tecnicamente si chiama «ascolto binaurale». Indispensabile come accade nel caso degli occhi avere una percezione simmetrica dei suoni ambientali ottimale

La facoltà di poter ascoltare con entrambe le orecchie tecnicamente si definisce con il termine di ascolto binaurale: è questo il motivo per cui riusciamo ad assegnare una posizione ben precisa ai suoni nello spazio che ci circonda (quindi a definire se un suono ci arriva dalle spalle, da destra o sinistra) e che ci permette di stimare la distanza spaziale del suono stesso, se è fissa o in movimento.

 

Tutte queste capacità nella vita di ogni giorno le diamo per scontate, ma sono importantissime e se mancano vengono a crearsi gravissimi problemi. Non è un caso, purtroppo, che i bambini con ipoacusia evidenziano difficoltà nella comunicazione, con importanti ripercussioni negative nell’ambito affettivo e familiare. A tale proposito tiene a precisare il professor Alessandro Martini, ordinario di otorinolaringoiatria presso l’Università degli Studi di Padova: «Uno studio iniziato negli Anni 80 e condotto presso l’università di Padova ha selezionato 150 bambini con una sordità completa monolaterale: 30 fra questi bambini\adolescenti sono stati sottoposti a test di localizzazione sonora e riconoscimento del parlato nel rumore rispetto a 30 pari età con nessun problema di ascolto. Questi due gruppi sono stati seguiti nel tempo e in particolare, ci siamo concentrati sulla loro carriera scolastica e sulle eventuali difficoltà riscontrate. Ne è emerso che i bambini del gruppo ipoacusia monolaterale hanno evidenziato un evidente gap rispetto ai normoudenti».

 

Protesi e impianti di ultima generazione non bastano

Grazie ai grandissimi progressi in campo medico e tecnologico oggi sono disponibili protesi uditive e impianti cocleari davvero molto sofisticati che consentono un buon ripristino della funzionalità uditiva negli ambienti silenziosi, mentre tale capacità, a volte, resta molto limitata in contesti rumorosi come le classi scolastiche o le palestre e per strada.

 

Proprio per rispondere a tali esigenze a Padova presso la Clinica ORL dell’Università è stato in questi giorni inaugurato il ViSpA (Visual Spatial Auditory) Lab un nuovo e innovativo laboratorio dove sarà possibile la riproduzione di una serie di ambienti acustici tipici della vita di tutti i giorni dalla scuola, all’ufficio, al ristorante/pub al living room.

 

L’eccezionalità del laboratorio (che fa parte del progetto europeo 3D Tune) sta anche nel poter offrire un’interfaccia video che consente di supportare l’esecuzione di alcuni test, ma anche di proporre dei giochi o delle immagini che consentono una miglior interazione del soggetto in esame, soprattutto bambini per i quali i test audiologici vanno proposti come giochi o a soggetti più anziani in cui la capacità di concentrazione può essere ridotta.

 

Tramite la riproduzione grafica 3D sarà possibile avere un feedback visivo in tempo reale della posizione delle fonti sonore che vengono inserite nell’ambiente, grazie a degli oggetti rappresentanti i diversi suoni. Lo studio dell’udito «spaziale» o scena acustica permetterà in particolare di seguire lo sviluppo della binauralità in bambini con problemi uditivi e nella riabilitazione dell’anziano ipoacusico.

 

Certamente un fiore all’occhiello questa struttura come tiene a confermare il professor Martini: «Da molti anni la Clinica Otorinolaringoiatrica di Padova si pone ai vertici nazionali e internazionali per quanto riguarda il trattamento della sordità. Presso le nostre strutture, nello specifico, è possibile effettuare diagnosi precoce, inquadramento e protesizzazione tempestiva dei soggetti con deficit uditivi ed effettuare interventi di impianto cocleare in pazienti con sordità profonda. Recentemente, infine, siamo riusciti a ottenere nell’ambito del progetto europeo ERN (European Reference Network), il riconoscimento come centro di riferimento per il trattamento dell’ipoacusia e delle patologie congenite rare dell’orecchio e del distretto ORL».

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Come funziona l’effetto placebo: è la mente che determina il benessere

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Gli studi sul placebo vanno inseriti nel discorso più ampio relativo agli studi sul dolore. Il dolore, come evidenzia questo articolo, è una sensazione soggettiva, costruita dalla mente di chi lo prova, e non è una somma delle informazioni mediate solamente dal sistema nervoso: ci sono elementi contestuali e relazionali che inquinano la mera sensazione fisiologica. Cosa significa questo?

E’ stato dimostrato, come ben espresso nell’articolo citato, che un ambiente di cura adeguato, e una buona relazione con il curante, intervengono a potenziare gli effetti della cura farmacologica.

 

Viene data una spiegazione doppia rispetto a come funziona l’effetto placebo in relazione al dolore. La prima ragione è connessa al meccanismo di apprendimento classico: dato che abbiamo imparato che un determinato farmaco funziona e ci fa stare meglio, assumere il placebo di quel farmaco conduce al rilascio delle stesse sostanze analgesiche che il cervello avrebbe rilasciato in concomitanza dell’assunzione del farmaco «attivo».

 

In questo modo, la sensazione di dolore cala senza un intervento diretto del farmaco, ma solo grazie a ciò che noi presupponiamo ci gioverà, e questo perché il nostro cervello ricorda un effetto benefico «antico». Un esempio di condizionamento classico è l’aumento della salivazione prima di un pasto di cui ricordiamo le particolari proprietà (il nostro cervello anticipa il piacere prodotto dal pasto, innescando il riflesso della salivazione prima che il pasto sia effettivamente consumato). Questo meccanismo è definito «inconscio», nel senso che avviene al di sotto del ragionamento cosciente.

 

.La seconda spiegazione riguarda le aspettative che il paziente fa a proposito di una determinata cura (questo ha portato Fabrizio Benedetti, professore ordinario di neurofisiologia e fisiologia umana all’Università di Torino, considerato uno dei maggiori esperti di effetto placebo al mondo, a parlare di effetto placebo non solo a proposito della medicina classica, ma anche a riguardo dei percorsi di psicoterapia).

 

Questo è un meccanismo definito «conscio»: osservare un buon arredamento nello studio di un medico o di un terapeuta, un’attrezzatura rassicurante, intrattenere un buon rapporto con il curante, aumentano l’efficacia della cura stessa. Sono fattori «contestuali» che tuttavia hanno un grande peso nella riuscita della cura: si presume che fino a poche centinaia di anni fa la maggior parte delle terapie fossero interamente costruite sul «contesto», e che fosse più il «rituale» a guarire, che non il farmaco (come raccontano gli studi di etno-psichiatria e antropologia medica, per esempio in relazione al fenomeno ormai scomparso del tarantismo in sud Italia).

 

Tutto questo significa che la cura non passa solamente da ciò che assumiamo, ma anche dal modo in cui rappresentiamo il farmaco o la relazione di cura (i fattori di contesto). In questo senso, se è vero l’effetto positivo connesso al placebo, è dimostrato anche l’effetto contrario (effetto nocebo): anticipare un effetto avverso di un farmaco, lo produrrà con più probabilità che non in caso di approccio «fiducioso», così come non fidarsi del -ed affidarsi al- proprio medico andrà a svantaggio della cura.

 

Ulteriore aspetto da considerare, è il fatto che alcuni soggetti sembrano rispondere meglio ai farmaci placebo, a partire da caratteristiche di personalità. Come dire che chi riesce (per storia personale, temperamento o altri fattori soggettivi) a fidarsi, e ad affidarsi, ha più probabilità di essere aiutato.

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Nuovo anno, nuovi gusti per l’estetica: ora al chirurgo si chiede pelle rivitalizzata e glutei alti

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Addio volti dalle sembianze feline, labbra a canotto e seni esplosivi. L’ossessione del bisturi nel 2018 cederà il passo a ritocchini più soft. La nuova tendenza per l’anno alle porte sarà un ritorno al «natural look», con piccole correzioni, meno invasive e vistose, per una bellezza acqua e sapone.

 

Dei gusti innovativi di quanti non sono contenti del proprio aspetto e puntano a migliorarsi con l’aiuto della scienza, ha parlato il dottor Giulio Basoccu, chirurgo plastico, responsabile della Divisione di Chirurgia plastica estetica e ricostruttiva presso l’Istituto neurotraumatologico italiano di Grottaferrata Ini in una intervista rilasciata all’agenzia di stampa AdnKronos.

 

«È aumentato il ricorso al ritocco, ma non più in modo esagerato – ha spiegato l’esperto – La cultura dell’estetica sta cambiando e i ritocchi vistosi hanno perso forza. La nuova tendenza per chi si rivolge alla medicina o alla chirurgia estetica è essere naturali».

 

Fra i trattamenti più richiesti ci saranno biorivitalizzazione e bioristrutturazione, ma anche interventi sul lato B, per glutei alti e rotondi, sempre senza esagerare. «La biorivitalizzazione è in assoluto il trattamento più innovativo – racconta il chirurgo dell’Ini – Si effettuano delle microiniezioni nelle zone interessate con sostanze biocompatibili e totalmente riassorbibili, che favoriscono un riequilibrio della normale condizione fisiologica del derma e una riattivazione vitale della cute. La pelle si rassoda, diventa più luminosa, idratata e ringiovanita. La bioristrutturazione mira, invece, a ripristinare la normale compattezza dei tessuti del viso, ricostruendo i volumi e le proporzioni stimolando la produzione di collagene ed elastina».

 

«L’attenzione al lato B da Stati Uniti e Sud America sta arrivando anche in Italia, ma – assicura l’esperto – in maniera più misurata. Da noi abbiamo una cultura estetica diversa e, anche se si prevede un boom di richieste, l’intervento può essere fatto con molta naturalezza. Parliamo di persone che hanno il sedere piatto o che a seguito di seri dimagrimenti hanno uno svuotamento importante, non di impianti oversize».

 

Per Basoccu «sarà in forte aumento anche la richiesta da parte degli uomini, in particolare per trattamenti su labbra e zigomi, zone prima di elezione prettamente femminile».

 

E contro le rughe? «Fra i metodi più innovativi per eliminarle c’è l’uso simultaneo della potenza della radiofrequenza bipolare e luce infrarossa che stimola la produzione di collagene, la proteina responsabile del mantenimento di una pelle sana e giovane. Lo stesso metodo è indicato anche contro cicatrici da acne e smagliature».

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Il consumo di alcol può determinare lo sviluppo di 7 tipi di cancro

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Non è nuova la correlazione: l’alcol è un agente cancerogeno che può determinare lo sviluppo di almeno sette tipi di cancro. Ciò su cui rimane da indagare sono le modalità con cui l’etanolo – e il suo metabolita acetaldeide: ancora più tossico rispetto al composto di partenza – determina un’alterazione nel ciclo riproduttivo cellulare, dando così avvio al processo di formazione di una massa tumorale. Uno dei danni, secondo una ricerca pubblicata su «Nature», avverrebbe a livello delle cellule staminali del sangue. L’alcol non è considerato un fattore di rischio per le neoplasie ematiche, ma l’alterazione genetica provocata a questo livello sarebbe una delle cause di insorgenza dei tumori correlati al consumo di bevande alcoliche: tra cui quelli al seno e all’intestino.

 

L’azione dell’acetaldeide sulle staminali del sangue

Gli scienziati del laboratorio di biologia molecolare dell’Università di Cambridge sono giunti a questa conclusione dopo aver somministrato etanolo a dei topi di laboratorio, al fine di osservare i danni genetici permanenti indotti dall’alcol. Ricorrendo all’analisi dei cromosomi e al sequenziamento del Dna, gli autori dello studio hanno avuto modo di osservare i danni provocati dall’acetaldeide: una sostanza che si forma nel fegato a seguito dell’ossidazione dell’etanolo e che viene poi a sua volta convertita in acido acetico, a seguito dell’azione di un enzima (l’aldeide deidrogenasi) che interviene proprio per difendere l’organismo dalla tossicità dell’acetaldeide.

 

La sua tossicità è nota da tempo. L’acetaldeide è infatti considerata dall’Agenzia Internazionale per la Ricerca sul Cancro (Iarc) un cancerogeno di tipo 1: sicuramente in grado di provocare tumori nell’uomo. Noto, adesso, è il suo effetto sulle cellule staminali del sangue, chiamate a dare origine a tutte le cellule adulte presenti nel torrente circolatorio: globuli rossi, globuli bianchi, piastrine, cellule dendritiche e linfociti. L’acetaldeide sarebbe responsabile della rottura e del riarrangiamento di porzioni di Dna all’interno di queste cellule. Una variazione che, vista la natura delle staminali, tende a ripresentarsi a tutte le generazioni successive di cellule che da esse hanno origine. L’organismo, oltre che grazie all’azione dell’aldeide deidrogenasi, ha un sistema di riparazione endogeno per rimediare ai danni provocati al Dna, che in alcuni individui può però non risultare sempre funzionante. Da qui la diversa capacità individuale di reagire ai danni provocati dall’alcol.

 

I diversi meccanismi d’azione con cui l’alcol può provocare il cancro

Oltre al danno alle cellule staminali del sangue osservato nello studio, sono diverse le modalità con cui il consumo di bevande alcoliche può dare origine alla formazione di una neoplasia. Il danno a livello del Dna può per esempio essere provocato anche da alcune molecole molto reattive – le specie reattive dell’ossigeno (Ros) – la cui sintesi endogena è favorita dal consumo di bevande alcoliche. L’alcol può inoltre aumentare i livelli di alcuni ormoni, come gli estrogeni: ad alte concentrazioni considerati responsabili dell’aumento del rischio di ammalarsi di cancro al seno e all’ovaio.

 

C’è poi da considerare che, a livello epatico, il consumo di alcolici contribuisce a determinare la cirrosi: una condizione che fa da prodromo all’insorgenza del tumore del fegato. Ancora più insidiosa è l’abbinata alcol-fumo, dal momento che il primo rende più facili da assorbire alcune sostanze chimiche sprigionate dalle sigarette a livello della bocca e della gola. Da qui – in considerazione anche dell’assenza di un valore di consumo al di sotto del quale ci si può sentire al sicuro – il consiglio dell’Organizzazione Mondiale della Sanità: se si vuole evitare il cancro, è meglio non bere.

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Apnee notturne: fanno male al cuore. Pochi sanno di averle e i rimedi sono fastidiosi

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È fondamentale, perché serve per riposare e lasciare sedimentare le esperienze consumate durante la giornata. Ma il sonno nasconde pure delle insidie. Tra queste ci sono le apnee notturne, pericolose pause in cui si rimane senza respiro che, a lungo andare, possono severamente danneggiare il cervello, oltre che dare sonnolenza e affaticamento diurni. Si tratta di un problema ancora sottovalutato, sebbene in forte aumento: correlato anche ai crescenti tassi di sovrappeso e obesità, oltre che all’insorgenza di malattie cardiache croniche, come lo scompenso. La diagnosi è la prima vera arma di cura, perché vi sono oggi disponibili dei trattamenti efficaci, ma manca purtroppo in gran parte la piena consapevolezza di questa malattia.

 

Le conseguenze per la salute

«Le apnee svolgono anche un effetto dannoso nei processi riparativi del tessuto cardiaco dopo l’infarto – spiega Flaminio Mormile, dirigente medico dell’unità operativa di pneumologia del policlinico Gemelli di Roma -. Poiché in molti casi non vengono diagnosticate e dal momento che la cura prevede più utilizzata prevede l’applicazione ogni notte di un apparecchio a pressione positiva non sempre bene accettato dal paziente, resta piuttosto alto il numero dei pazienti che si cura meno del dovuto o non si cura affatto».

 

Le apnee nel sonno si dividono in ostruttive e centrali. Spesso soltanto chi osserva il paziente mentre dorme può rendersene conto. Questo perché i sintomi più frequenti sono piuttosto aspecifici: sonnolenza diurna e calo di memoria e di attenzione, che spesso vengono sottovalutate o attribuite genericamente a stanchezza o all’età.

 

Condizioni nascoste e sottovalutate dai più, che però sono alla base di un’alta percentuale di incidenti stradali che, secondo l’Istat, sfiorano quota quarantamila in Italia. E sono circa sei volte in più se si considera tutta l’Unione Europea. Al punto che oggi c’è chi inizia a definire la sindrome delle apnee ostruttive del sonno come il «silent-killer» della strada. Le apnee ostruttive – in Italia il problema riguarda all’incirca due milioni di persone, più uomini che donne – rappresentano la prima causa di forte russamento.

 

Come si curano?

Le apnee notturne si curano con apparecchi che erogano una pressione positiva per tenere aperte le vie aeree superiori. Ma se i pazienti sono obesi, il ricorso alla chirurgia bariatrica può rappresentare una duplice soluzione: sia per l’eccesso di peso sia per le apnee del sonno. Dopo l’intervento il numero di apnee si riduce di molto, ma nei pazienti più gravi e in quelli in età più avanzata la guarigione vera e propria non è frequente. Questo perché le conseguenze del mancato riposo, se protratte a lungo nel tempo, possono divenire irreversibili.

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Dermatologia: Mappatura dei nei in promozione 120€

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Dr Giuseppe Correnti

Specializzato in Dermatologia e Malattie Veneree

In servizio presso l’Ospedale Cottolengo di Pinerolo (TO)

Mappatura dei Nei in Promozione : 120 €

Riceve tutti  i Martedì pomeriggio

 

La mappatura dei nei è una valutazione dermatologica che consente il controllo costante delle lesioni pigmentate presenti su tutto il corpo del paziente.
Mappatura NeiQuest’indagine prevede l’ispezione dell’intera superficie cutanea alla ricerca di neoformazioni neviche, tenendo monitorate nel tempo le eventuali macchie che mostrano caratteristiche atipiche.
La mappatura nevica viene eseguita con l’ausilio di strumenti ottici di precisione, non invasivi, che analizzano non solo la struttura morfologica esterna delle lesioni, ma anche le caratteristiche degli strati posti subito al di sotto del derma superficiale.

Con questa valutazione, il dermatologo ha l’opportunità di visualizzare ed archiviare su un computer le foto delle macchie pigmentate sospette, per poterle confrontare con le immagini registrate nei mesi o negli anni successivi e individuare eventuali segni di alterazione.
Per questi motivi, la mappatura dei nei rappresenta un esame diagnostico importante per individuare precocemente la presenza di un tumore della pelle e migliorarne in modo significativo le probabilità di cura.

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Serviamo pazienti del Pinerolese, Saluzzese e Torinese

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