«Human Brain», il mondo dell’encefalo: nuove cure e sviluppo di moderne tecnologie

«Human Brain», il mondo dell’encefalo: nuove cure e sviluppo di moderne tecnologie

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A Pavia il meeting di tutte le unità italiane coinvolte nel progetto da 1,2 miliardi di euro finanziato dall’Europa in 10 anni, giunto a metà percorso
Pubblicato il 30/03/2018
NICLA PANCIERA

Disporre un cervello virtuale su cui testare l’efficacia di nuovi interventi terapeutici o di prevenzione significherebbe accelerare notevolmente la ricerca di una cura per le patologie neurologiche. Simulare il cervello è uno degli obiettivi dello «Human Brain Project» progetto da 1,2 miliardi di euro finanziato dall’Europa in 10 anni e che vede al lavoro 120 laboratori europei, di cui 16 unità italiane.

 

Con i suoi mille miliardi di neuroni, cifra da moltiplicare per almeno mille volte per ottenere il numero delle sinapsi, il nostro encefalo è un organo complesso. Per conoscerlo bisogna superare la frammentazione delle discipline e degli sforzi. Inoltre, e questo è l’approccio di «Human Brain», è necessario arrivare a un modello matematico. «Oggi non abbiamo una teoria generale del cervello e del suo funzionamento da mettere alla prova dei fatti. Ci mancano ancora troppi pezzi del puzzle. Per procedere serve una collaborazione sistematica dall’organizzazione multiscala», spiega il neurofisiologo Egidio D’Angelo, del dipartimento di Brain and Behavioural Sciences dell’Università di Pavia, a margine dell’incontro di tutte le unità italiane coinvolte nell’iniziativa.

 

Il sistema nervoso centrale è dotato di una peculiare e forte interconnessione tra i suoi elementi costitutivi. Ma la complessa circuiteria neurale è frutto dell’evoluzione biologica e potrebbe essere quindi, più che al disegno di un ingegnere, molto più simile ad un’opera di modifica e assemblaggio di pezzi che si sono via via resi disponibili. Come arrivare ad un modello del tutto, allora, non conoscendone le parti e le logiche di assembramento?

 

«“Human Brain Project” procede seguendo una modellizzazione “bottom-up”: non imponiamo al sistema la nostra concezione architettonica, ma partiamo dalle misurazioni in laboratorio, vale a dire dalla conoscenza molecolare e cellulare. Il nostro modello deve, poi, incorporare tutti i livelli di complessità possibile e, quindi, “costruiti” i singoli neuroni, ora ne stiamo simulando la connettività», aggiunge D’Angelo che è il coordinatore per tutto il progetto dello sviluppo di modelli dei microcircuiti cerebrali. Gli scienziati hanno già creato i primi modelli della corteccia e sono in fase di completamento ippocampo, cervelletto e gangli della base. Tutti verificati sperimentalmente mediante misure a elevata tecnologia.

 

«Il prossimo passo sarà la creazione di strutture sempre più complesse e che si avvicineranno progressivamente a quella sorta di gigantesco bricolage evolutivo che ci troviamo a studiare e simulare», dice D’Angelo, che anticipa: «L’applicazione di tali modelli computazionali del funzionamento del cervello, attraverso la loro implementazione nei circuiti dei robot e in nuove architetture di calcolo neuromorfo, ci consentirà di condurre ricerche su un cervello virtuale». E di avere macchine potentissime nell’apprendimento e nel calcolo. Infatti, oltre all’avanzamento delle conoscenze neuroscientifiche e alla cura delle patologie del cervello, tra gli obiettivi dello «Human Brain Project» c’è anche lo sviluppo di nuove tecnologie biorobotiche e bioinformatiche.

 

«La robotica ha da sempre lavorato con la neurofisiologia, contribuendo alla comprensione dei meccanismi di elaborazione sensoriale e del comportamento e fornendo il banco di prova alle teorie», sottolinea Cecilia Laschi dell’Istituto di biorobotica della Scuola Superiore Sant’Anna di Pisa, partner del progetto. Ma che cosa significa dotare un robot di un cervello simile a quello dei mammiferi? «La sua programmazione è costituita da codici che non impartiscono regole, ma che simulano reti neurali e consentono così al neurorobot di imparare e disimparare dall’esperienza. Invece di rigide strategie comportamentali, incorporiamo delle regole di plasticità – dice Alessandra Pedrocchi del laboratorio di neuroingegneria e robotica medica del Politecnico di Milano, partner di “Human Brain” -. Macchine di questo tipo, robuste e ridondanti, sono fondamentali nell’interazione con l’uomo», dove a contare sono reattività e adattamento.

 

D’Angelo parla di «un cambiamento di paradigma nelle procedure di studio del cervello». Quanto ai dubbi sulla correttezza epistemologica di questo modo di procedere ribatte: «È una sfida. Anche se quest’approccio non portasse ad una “teoria del tutto” gli avanzamenti teorici e tecnologici che stiamo sviluppando saranno cruciali per qualunque futura ricerca».

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Sclerosi multipla, un videogioco per lavorare sulla riabilitazione anche a casa propria

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Un videogioco con dispositivi high-tech che consente alle persone con sclerosi multipla di fare riabilitazione direttamente da casa, sotto continuo monitoraggio medico. Si chiama Ms-Fit ed è un gioco digitale sviluppato da Roche ed Helaglobe srl, con il coinvolgimento di 12 centri neurologici diffusi in tutta Italia e della Fondazione italiana sclerosi multipla (Fism).

Ms-Fit, spiegano i suoi realizzatori, «utilizza le caratteristiche fondamentali dei videogames per consentire a chi vive con la sclerosi multipla di svolgere quotidianamente un’attività fisica adattata, sotto lo stretto monitoraggio del medico che ne riceve i dati e i progressi» attraverso una piattaforma dedicata. Il tutto avviene grazie a un mini-personal computer e un controller del movimento: l’utente vede riprodotto sullo schermo un avatar che lo guida nello svolgimento degli esercizi.

 

In Ms-Fit «gli esercizi si ispirano al Pilates e intervengono su tre aspetti trasversali a tutti i pazienti, ovvero la postura, l’equilibrio e la respirazione. Lo strumento tiene conto delle esigenze di chi vive con questa patologia, per cui è fondamentale porre attenzione al concetto di fatica, e prevede meccanismi di sfida-premio per invogliare il paziente a proseguire con l’attività fisica».

 

«L’innovazione è la nostra risposta continua alle sfide della salute – dice Anna Maria Porrini, direttore medico di Roche – siamo fortemente impegnati non solo nel trovare soluzioni terapeutiche d’avanguardia, ma anche nell’offrire servizi e strumenti tecnologici, come Ms-Fit, a vantaggio della quotidianità delle tantissime persone che convivono con la sclerosi multipla».

 

«Ms-Fit – aggiunge Davide Cafiero, managing director di Helaglobe – è nato per dare l’opportunità alle persone con sclerosi multipla di esercitarsi quotidianamente, nonostante l’attività fisica adattata venga percepita da loro a volte come noiosa o faticosa».

 

Con questa tecnologia, conclude Giampaolo Brichetto, coordinatore ricerca in riabilitazione Fism-Aism, «coordineremo uno studio che coinvolgerà un network di centri di eccellenza nella ricerca riabilitativa e nell’esercizio fisico. L’obiettivo sarà testare la fattibilità e la validità di questo particolare approccio di attività fisica adattata nella persona con sclerosi multipla».

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Visita non agonistica per la palestra 25€

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Ogni lunedì e mercoledì pomeriggio i nostri medici dello sport, Dr Gianluca Gottero e Dr Marco Piseddu effettuano le visite medico sportive per il certificato medico necessario per accedere nelle palestre.

 

 

La visita comprende:

misure antropometriche

esame della vista

spirometria

visita medica

Elettrocardiogramma basale

 

Per prenotare tel 0121/030435  Email:  sanlazzaromedica@libero.it

 

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Serviamo paziente delle palestre del Pinerolese, Torinese e Saluzzese

 

Funghi della pelle, le parti del corpo più soggette e i rimedi possibili

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Le micosi della pelle, le infezioni causate da funghi patogeni o miceti, sono estremamente frequenti e in costante aumento a causa dello stile di vita odierno. Molte persone le sviluppano a causa dell’assidua frequentazione di saune, palestre, piscine o comunque ambienti caldo umidi che ne favoriscono l’insediamento cutaneo.

 

I miceti, inoltre, attaccano e trovano vita facile tanto più il sistema immunitario è indebolito dallo stress cronico, ma anche da terapie antibiotiche prolungate o frequenti, dall’uso continuo di cortisonici o da trattamenti che determinano immunosoppressione come la radio o la chemioterapia.

 

Non è affatto raro, quindi, che all’avvicinarsi della primavera ci si ritrovi a fare i conti con fastidiose infezioni micotiche, anche a causa della debilitazione delle difese immunitarie messe a dura prova da virus influenzali e parainfluenzali e relative terapie.

 

INFEZIONI MICOTICHE: I PUNTI DEL CORPO IN CUI SONO PIU’ FREQUENTI

«Le infezioni micotiche cutanee, di più comune riscontro nella pratica dermatologica, sono causate da un gruppo eterogeneo di parassiti: i dermatofiti, i lieviti e le muffe. Tali microrganismi sono accomunati dalla capacità di sintetizzare la cheratinasi, un enzima che serve alla degradazione della cheratina degli epiteli cheratinizzati indispensabile alla loro sopravvivenza all’interno dello strato corneo cutaneo, delle unghie, dei peli e dei capelli» spiega il dottor Gianni Montesi Specialista in Dermatologia e Venereologia all’Ospedale Israelitico di Roma.

 

Nella metà dei casi le micosi sono causate proprio dai dermatofiti: «Il termine tinea, seguito dal nome dell’area interessata dall’infezione, indica la sede della micosi in atto. Tinea capitis se interessa il cuoio capelluto, tinea corporis se è interessato il tronco, tinea cruris se ad essere interessata è la regione inguinale, tinea manus, tine pedis, tinea unguium. Si parla di «intertrigo micotica», infine, se l’infezione interessa le pieghe come quella ascellare, inguinale o sottomammaria» chiarisce ancora il dottor Montesi .

 

ATTENZIONE ALLA SUDORAZIONE

Molte delle micosi di comune riscontro tendono a comparire nel periodo primaverile – estivo a causa dei cambiamenti della temperatura, dell’umidità cutanea e della produzione di sebo tipici di queste stagioni.

 

Il piede d’atleta è sicuramente una delle infezioni micotiche più diffuse e fastidiose: «Il piede d’atleta (tinea pedis), è causato da funghi del genere Tricophyton o più comunemente dalla Candida- spiega il dottor Montesi- Il persistere dell’umidità tra le dita dei piedi causato dall’ipersudorazione determinata dall’uso frequente di scarpe antitraspiranti o semplicemente dalla mancata asciugatura degli spazi interdigitali dopo la doccia, determina la comparsa di macerazione e fessurazione cutanea, un ambiente ideale per la proliferazione dei funghi.

Queste micosi sono difficili da debellare se non si interviene con una corretta asciugatura e con delle polveri antimicotiche che, oltre all’effetto antifungino, contribuiscono a tenere asciutta l’area dove vengono applicate».

 

LE ASCELLE E LA PARTE SOTTOSTANTE DEL SENO

Un discorso analogo può essere fatto per le micosi del cavo ascellare, del solco sottomammario e dell’inguine come precisa il dottor Montesi: «Le micosi in questi distretti anatomici sono più frequenti nei soggetti affetti da diabete e nei pazienti immunocompromessi, nei quali la stagione estiva può contribuire al peggioramento dei sintomi. Tali micosi sono molto spesso causate dalla Candida e si presentano con delle aree eritematose accompagnate da prurito e bruciore. La terapia si avvale sempre di una corretta asciugatura della zona e dell’utilizzo di creme o polveri antimicotiche associate a prodotti a base di eosina, sucralfato, solfato di rame o di zinco e i silicati che contribuiscono a ridurre l’infiammazione, l’umidità e la carica batterica della superficie cutanea».

 

LE MICOSI NELLE UNGHIE DELLE MANI E DEI PIEDI

Quando le infezioni micotiche interessano le unghie delle mani o dei piedi si parla di onicomicosi. «Queste infezioni insorgono più frequentemente tra i 20 e i 50 anni e sono molto comuni nei soggetti che presentano alterazioni della circolazione arteriosa, che indossano calzature poco traspiranti e che frequentano piscine, palestre e saune- spiega ancora il dottor Montesi che conclude- Le onicomicosi possono insorgere su unghie sane (onicomicosi primaria) oppure su unghie interessate da un’altra patologia (onicomicosi secondaria). L‘infezione può manifestarsi ai margini subungueali e coinvolgere la lamina ungueale in senso centripeto, può interessare solo la superficie della lamina ungueale, oppure può colpire inizialmente la porzione prossimale dell’unghia e poi migrare verso il margine libero. Tutte le onicomicosi, a prescindere dall’agente eziologico che le determina, sono di difficile eradicazione: è sempre consigliabile eseguire in laboratori attrezzati un esame microscopico e colturale dell’unghia in questione con lo scopo di identificare l’agente patogeno. La terapia normalmente si protrae per alcuni mesi soprattutto nelle onicomicosi dei piedi e consiste nell’applicare quotidianamente smalti antimicotici associati a farmaci antimicotici per bocca per 7 giorni al mese per alcuni mesi. Al termine della terapia si attende un mese e si ripete l’esame microscopico e colturale per essere certi dell’avvenuta guarigione».

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Proteggete la vista: ai bambini farà bene aria aperta e maggiore distanza dai dispositivi digitali

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Anche se i fattori genetici giocano un ruolo rilevante nella miopia, molti bambini potrebbero preservare una buona vista semplicemente trascorrendo più tempo all’aria aperta. È quanto sostiene Matteo Piovella, Presidente della Società Oftalmologica Italiana (SOI), le cui parole trovano pieno riscontro nei risultati del trial clinico CLEERE, condotto su 1.200 bambini di età compresa tra i 6 e i 14 anni. Per la prima volta questo studio internazionale ha evidenziato, più di un decennio fa, che i bambini che trascorrono molto tempo all’aria aperta hanno meno probabilità di andare incontro a miopia rispetto ai più casalinghi, indipendentemente dal tempo totale trascorso sui libri o di fronte alla tv.

 

Più luce solare e meno display

Il motivo di questo risultato ancora oggi non è del tutto chiaro: una delle ipotesi è che la luce naturale favorisca il rilascio di dopamina, che impedirebbe al bulbo oculare di sviluppare quella caratteristica forma allungata che contraddistingue la miopia. Tuttavia i moderni display di tablet e smartphone potrebbero non essere immuni da responsabilità, specie se tenuti troppo vicini agli occhi. «Come un tempo si diceva ai bambini di non stare troppo vicino alla televisione, oggi bisogna raccomandare loro di mantenere una certa distanza da smartphone e tablet, poiché avvicinando troppo l’occhio entra in funzione una messa a fuoco automatica che sembra favorire l’evoluzione della miopia in soggetti predisposti» avverte il Presidente SOI. Ad esempio guardare lo schermo di uno smartphone o di un tablet dalla distanza di 20 cm comporta uno sforzo triplicato rispetto al guardarlo da una distanza di 50 centimetri. Se questo sforzo viene mantenuto per troppo tempo, è possibile che nel tempo possa favorire il difetto della vista.

 

Pause frequenti da pc e tablet

I dati internazionali sulla miopia dimostrano un crescente aumento di questo difetto visivo nel mondo, con picchi massimi di incidenza in estremo Oriente (a Seul il 96,5% dei 19enni è miope) e una tendenza, entro l’anno 2050, a una popolazione terrestre composta per il 50% di miopi.

 

Arrestare il suo decorso sembra improbabile, sia per la matrice parzialmente genetica del disturbo, sia perché le più semplici raccomandazioni vengono continuamente disattese. «Fare frequenti pause quando si utilizza un pc o un tablet oppure limitare l’utilizzo dei dispositivi elettronici nei bambini a un massimo di 2-3 ore al giorno sono raccomandazioni tanto semplici quanto efficaci, eppure difficilmente rispettate» avverte Matteo Piovella.

 

Occhiali o lenti a contatto?

Una volta che si manifesta la miopia, la correzione attraverso occhiali o lenti a contatto è assolutamente ininfluente sul suo andamento, anche se chi preferisce le lenti deve impegnarsi a utilizzarle in modo attento e responsabile. «Indossare le lenti significa prestare massima attenzione al loro utilizzo e sapere che, se una lente provoca fastidio o rossore, questa deve essere assolutamente rimossa e sostituita. Ogni giorno in Italia una persona perde un occhio a causa dell’utilizzo improprio delle lenti» sottolinea Piovella.

 

Seppur allarmante, questo dato è estremamente contenuto rispetto alle decine di migliaia di fruitori di lenti in Italia. Tuttavia dovrebbe far riflettere su quanto la salute degli occhi dipenda dai piccoli accorgimenti, che tutti conoscono e pochi mettono in pratica.

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Così la logopedia potrà beneficiare dei nuovi sistemi di “comunicazione aumentativa”

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Il 6 marzo Giornata Mondiale dedicata alle terapie per il linguaggio

Comunicare senza mai parlare. Può sembrare impossibile, ma è invece una realtà per milioni di persone in tutto il mondo grazie alla comunicazione aumentativa alternativa: una sorta di «superlinguaggio» che permette di comunicare con la realtà circostante anche a chi è impossibilitato (momentaneamente o meno). In Italia questo problema, per varie cause, arriva a riguardare quasi ottocentomila persone. Ma attraverso questa opportunità – flessibile e modulata sulla base delle caratteristiche della persona stessa – si può permettere a queste persone di essere comunque in grado di mantenere una socialità adeguata.

 

Comunicazione aumentativa alternativa: di cosa si tratta?

È dedicata alla comunicazione aumentativa alternativa la Giornata europea della logopedia, in programma come ogni anno per il 6 marzo. Per l’Italia è prevista la consueta settimana di consulti con i cittadini, che potranno contattare la Federazione dei Logopedisti attraverso i canali web (www.fli.it – info@fli.it), social e telefonico (049-8647936: fino al 9 marzo, dalle 10 alle 12).

 

V IDEO: IN CHE MODO LA LOGOPEDIA INTERVIENE SULLA BALBUZIE 

 

Un’opportunità per avere delucidazioni sul focus di quest’anno ma non solo.«Quando non è possibile comunicare verbalmente, si può ricorrere alla comunicazione aumentativa alternativa – afferma Tiziana Rossetto, logopedista e presidente della Federazione Logopedisti Italiani -. Si tratta di un insieme di modalità, strategie e tecnologie che possono migliorare la capacità di comunicare di una persona. La comunicazione aumentativa alternativa comprende l’uso di tabelle di immagini, tabelle di lettere, gesti, oggetti, dispositivi a uscita vocale. Si possono per esempio usare i residui vocali del soggetto rinforzandoli con l’uso di immagini simboliche.

 

LEGGI : IL MIO LAVORO DI LOGOPEDISTA PER RIDARE AI PAZIENTI LA PAROLA 

 

Il ventaglio di opportunità va dalla lingua dei segni alle tecnologie assistive, dalla chiusura delle palpebre all’uso di simboli realizzati con grafica essenziale per esprimere un singolo concetto. Senza dimenticare il sistema di comunicazione tramite scambio di immagini che entra a far parte delle strategie utilizzate nell’ambito dell’autismo».

 

Chi ne può trarre beneficio?

La comunicazione aumentativa alternativa può aiutare bambini e adulti che hanno una disabilità congenita (paralisi cerebrale, disabilità intellettiva, disturbo dello spettro autistico) oppure una disabilità acquisita (ictus, trauma cranico), un disturbo degenerativo (malattie del motoneurone, morbo di Parkinson) o una difficoltà temporanea (sindrome di Guillain-Barré). Chiunque abbia una disabilità che colpisce gravemente la comunicazione, non soltanto nella produzione ma anche nella comprensione, è candidato alla comunicazione aumentativa alternativa.

 

«Gli interventi di comunicazione aumentativa alternativa non ritardano l’acquisizione del linguaggio parlato, anzi – prosegue la specialista -. Esistono evidenze che possono facilitare lo sviluppo del linguaggio per alcune malattie complesse, come nel caso dell’autismo. Possiamo quindi vedere un bambino affetto da sindrome genetica con grave malformazione cranio-facciale, che non ha potuto imparare a parlare e che invece comunica usando specifici software o anche una semplice tabella di simboli colorati che lui può indicare per esprimere le sue richieste.

 

Oppure ancora un paziente adulto con grave afasia che comunica selezionando dal tablet dei messaggi pre-registrati. O, infine, un paziente che ha subito un esteso intervento chirurgico demolitivo testa-collo che digita frasi su un dispositivo che le tramuta in messaggi vocali».

 

Necessario rivolgersi a un logopedista

I logopedisti sono essenziali per garantire l’ottimale scelta ed utilizzo delle forme alternative o aumentative della comunicazione. Chiosa Rossetto: «Il successo dipende infatti dalla personalizzazione della strategia e dal suo adattamento ai bisogni comunicativi della persona dal reale sviluppo o potenziamento della competenza comunicativa, dalla motivazione a comunicare, dal coinvolgimento di tutto l’entourage che ruota attorno alla persona. Non basta imparare a usare un tablet per comunicare efficacemente e in tutti i contesti».

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Parlare nel sonno: lo fanno soprattutto gli uomini e con tono rude

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Studio francese: la parola più pronunciata è «no». E non sempre i destinatari degli eventuali insulti sono identificabili

Il somniloquio è la propensione a parlare nel sonno: a farlo sono soprattutto i bambini, ma anche gli adulti, specie quelli sotto stress o in preda a stati febbrili.

 

Maria Paola Canevini, professore associato presso l’Università degli Studi di Milano, responsabile del Centro Epilessia dell’ASST Santi Paolo e Carlo di Milano precisa: «Quello del somniloquio è un fenomeno frequente, basti pensare che nel corso della vita i 2/3 della popolazione presenta questo tipo di manifestazione. Si tratta di solito di un fenomeno normale dovuto al fatto che il cervello non dorme mai, ma continua a formulare pensieri indipendentemente dal fatto che si sogni o meno».

 

In pratica mentre il nostro corpo riposa, il nostro cervello no, o almeno non completamente. Alcune parti si attivano in modo simile alla veglia mentre altre continuano a dormire.

 

La professoressa Canevini spiega: «Mentre si dorme si può verificare una vera e propria dissociazione che permette l’emergere di manifestazioni comportamentali anomale in sonno, fra cui il somniloquio, ma non solo, basti pensare ad altri comportamenti che possono realizzarsi durante il sonno, come il sonnambulismo, un fenomeno durante il quale un soggetto apparentemente addormentato può camminare in giro per casa.

Il somniloquio non è di per sé una malattia, anche se a volte si associa a disturbi neurologici o ad altri disturbi del sonno come il bruxismo, lo sleep terror ovvero la paura di addormentarsi o le apnee ostruttive del sonno.

Il somniloquio può presentarsi sia durante il sonno NREM sia durante quello REM, quindi sia nelle fasi di sonno più leggero che più pesante, manifestando alcune peculiarità nei due diversi contesti. Si può trattare di borbottii difficilmente decifrabili, caratterizzati dall’emissione di semplici suoni, fino a vere e proprie conversazioni».

 

Che cosa si dice nel sonno?

Uno studio francese, recentemente pubblicato sulla rivista Sleep ha cercato di capire meglio cosa accade a chi parla nel sonno e soprattutto si è concentrato nel decifrare cosa viene detto, ovvero se si tratta di frasi senza senso oppure con significato compiuto.

 

I ricercatori hanno selezionato 232 volontari che si sono detti disposti a dormire per due notti di seguito in laboratorio. Tutti erano afflitti da parasonnie, disturbi del sonno che inducono a parlare nel sonno stesso. Nelle due notti di studio i volontari mentre dormivano sapevano di essere sottoposti a polisonnografia, un esame che permette un’attenta valutazione di tutti i parametri legati al sonno.

 

I ricercatori hanno così registrato 883 episodi di parlato nel sonno: il 59% degli episodi era riferibile a borbottii, urla, risate e sussurri. Ma gli studiosi sono riusciti a captare anche 3349 parole intellegibili. I più «chiacchieroni» sono risultati gli uomini e la parola più detta è stata «no», o comunque negazioni e poi domande. Il 10% delle parole dette sono risultate essere insulti, generalmente non rivolti ad un interlocutore preciso. Quando i volontari sono entrati nella fase REM, tuttavia, gli insulti sono stati rivolti chiaramente a persone ben identificabili.

 

Secondo i ricercatori il somniloquio è più frequente nelle persone che vivono una situazione di conflitto a casa o comunque nella vita. Questo lavoro di ricerca permette anche di affermare che quando si parla nel sonno vengono utilizzati gli stessi circuiti cerebrali che di giorno ci permettono di rispettare una certa sintassi, la semantica e di aspettare che l’interlocutore ci risponda.

 

Che cosa si intende per corretta igiene del sonno

La professoressa Canevini sottolinea che «il somniloquio, soprattutto se associato ad altri disturbi del sonno o a riflessi diurni che possono essere spia di una significativa destrutturazione del sonno notturno, dovrebbe essere inquadrato da medici esperti in disturbi del sonno in modo da stabilire se si tratti di una manifestazione isolata o meno, impostare un inquadramento diagnostico e un eventuale trattamento, non necessariamente di tipo farmacologico».

 

Spesso i problemi del sonno si giovano di alcuni semplici accorgimenti di igiene del sonno stesso, come quello di addormentarsi solo in camera da letto, dopo aver spento tutte le apparecchiature elettroniche, televisione compresa, dopo aver assunto una cena leggera che non impegni eccessivamente i processi digestivi, senza aver assunto alcol, addormentandosi in un ambiente sereno, buio e a mantenuto a una temperatura adeguata, ovvero né troppo calda né troppo fredda.

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Caviglie sottili alla Meghan Markle, la nuova tendenza per cui molte ricorrono al chirurgo estetico

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Caviglie sottili e sexy. È da sempre il pallino di quasi tutte le donne. Solo che ora, alla vista di quelle perfette di Meghan Markle, la bellissima fidanzata del principe Harry, molte si sono fatte coraggio e hanno deciso di affidarsi al chirurgo estetico per poter esibire gambe da sfilata come quella della futura principessa di Inghilterra. Il ritocchino alla caviglia è diventato, infatti, l’ultimo trend estetico per le donne over 30. La caviglia affusolata è salita adesso in cima alle richieste che arrivano ai chirurghi estetici. Il modello è proprio quello della Markle.

 

 

LE DONNE CHE VOGLIO “RIFARSI” LE CAVIGLIE HANNO PIÙ 30 ANNI D’ETÀ 

«Le caviglie sottili sono sempre state un’ambizione delle donne ma l’attenzione intorno a Meghan Markle l’ha accentuata, tanto che negli ultimi mesi c’è stata un’esplosione di richieste di chirurgia estetica», spiega Giulio Basoccu, chirurgo estetico, responsabile della divisione di Chirurgia plastica estetica e ricostruttiva presso l’Istituto Neurotraumatologico Italiano e docente all’Università di Tor Vergata. «La ricerca di un restringimento più snello tra piede e polpaccio si matura dopo i 30 anni. Le giovanissime guardano più a sedere e culotte», aggiunge.

 

LA CAVIGLIA DIVENTA MIGNON CON LA LIPOSUZIONE

Ma bisogna fare attenzione. Prima di intervenire chirurgicamente si devono fare delle indagini per verificare se l’inestetismo dipende della struttura ossea, da problemi circolatori o dall’accumulo localizzato di grasso: solo in quest’ultimo caso si può procedere con la liposuzione» afferma Basoccu.

 

«È un intervento più complicato e sofisticato della normale liposuzione, ma se eseguito da mani esperte e con perizia si possono ottenere eccellenti risultati. Si rimodella complessivamente – continua – la forma della caviglia, con una riduzione importante della circonferenza anche di alcuni centimetri».

 

Rispetto alla tecnica utilizzata per fianchi, addome e glutei, la liposcultura della caviglia richiede infatti alcuni accorgimenti: «Si utilizzano delle cannule molto sottili, spesso l’aspirazione si fa con delle siringhe e prevede tempi lunghi ed estrema precisione», spiega Basoccu. «L’intervento può durare – continua – da 1 a 3 ore e anche il decorso post operatorio è più lungo, perché le caviglie tendono a sgonfiarsi con molta lentezza. La paziente torna a camminare in un’ora ma per vedere i risultati ci possono volere mesi. Per questo se si ambisce a un rimodellamento per la primavera è consigliabile iniziare adesso».

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Vi sentite stressati e inadeguati? Ecco la soluzione: “Lasciatevi in pace”

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Dalla Francia la lezione del filosofo ed esperto in Mindfulness Fabrice Midal: “Smettete di torturarvi, la vita non è una equazione matematica»

Cosa non faremmo per vivere tranquilli e sereni? In armonia: col mondo, con gli altri e pure con noi stessi. Galleggiamo in un’esistenza che ci vuole sempre sani, attivi, svegli, efficienti; «performanti», come si usa dire oggi con un termine orrendo. Pronti a scattare, a produrre, ad adattare il nostro fisico e la nostra mente alle novità e agli imprevisti di ogni giorno sul lavoro, ma anche a casa, in famiglia, con le persone che frequentiamo. Sentiamo di dovere essere indiscriminatamente accettabili e adeguati alle più svariate situazioni, in automatica sintonia con qualsiasi contesto ci si presenti.

 

Un bel vortice di sollecitazioni, non c’è che dire. Ognuno regge come può, perché andare avanti si deve. Ma il minimo che possa accadere è che spesso – e non volentieri – si venga travolti da una sorta di ansia da prestazione, la stessa che in ambito sessuale è foriera di fallimenti e che, applicata alla sfera sociale, ci condiziona pesantemente, offuscando e paralizzando le nostre reali potenzialità.

 

Ma allora a che cosa appellarsi per trovare un equilibrio che allevi il nostro malessere profondo, fornendoci la possibilità di tirare fuori il meglio di cui siamo capaci?

Un suggerimento a dir poco geniale, ci arriva dalla Francia, elaborato da Fabrice Midal, uno dei più grandi esperti europei di meditazione. Ed è tutto racchiuso nel titolo originale del suo ultimo libro. Siete pronti a registrarlo nel vostro cervello come una formula magica? Eccolo: «Lasciatevi in pace». Una soluzione facile e a portata di mano, sintetizzata in questa breve esortazione, un imperativo fatto di tre parole, semplice e chiarissimo.

 

«Foutez-vous la paix», pubblicato da Flammarion, è uscito l’anno scorso e nel paese di nascita ha raccolto ottime critiche. Nella versione italiana, la New Compton Editori, ha scelto per il lancio in copertina un assunto meno aulico e più confidenziale, concedendosi una innocua parolaccia che spiegasse al lettore che la maggior parte delle convinzioni nelle quali si è auto-imprigionato «Sono tutte stronzate» (sottotitolo «il metodo francese per superare i sensi di colpa: non serve essere perfetti») .

 

In Francia, il magazine Elle, ha definito il concetto sviluppato nel manuale «il consiglio più rivoluzionario del 2017». Ed è vero, perché ciò che Midal predica, non è di sforzarsi ad agire in un certo modo, ma, al contrario, di cessare di dare il tormento a se stessi su come sarebbe meglio comportarsi. Ogni capitolo del libro è fedele alla legge del mollare gli ormeggi e come un mantra, tutte e 15 le sezioni invitano a «smettere» di fare o essere qualcosa. «Smettete di essere calmi», «Smettete di essere saggi», «Smettete di paragonarvi agli altri», «Smettete di frenarvi» e via di seguito.

 

«Ci martirizziamo dal mattino alla sera – spiega l’autore – Non siamo mai soddisfatti di chi siamo e di che cosa facciamo e così aumentiamo la pressione sul nostro io. Dobbiamo piantarla. E questo non significa che diventeremo all’improvviso ottimi genitori, splendidi colleghi e fantastici amanti. Ma di certo ci accorgeremo delle risorse che possediamo e la smetteremo di massacrarci tentando di essere qualcun altro».

 

Fabrice Midal, parigino, classe 1967, è filosofo e fondatore dell’«École occidentale de meditation». Sul metodo anti-stress che costituisce il fulcro di questa sua ultima pubblicazione, tiene seminari in varie parti del mondo ma «soltanto nei Paesi di lingua francofona», come è costretto a precisare quando gli chiediamo se avremo prima o poi l’opportunità di partecipare a una sua lezione qui in Italia.

 

Gli incontri che organizza in patria sono affollatissimi. Midal, vestito con abiti dai colori caldi e allegri, se ne sta seduto in poltrona su un palco e di quando in quando interrompe il suo soliloquio per bere un sorso d’acqua. Sembra tutto molto naturale, si ha la sensazione che stia parlando a braccio. In realtà non è stato semplice neppure per lui arrivare a questo livello di consapevolezza. «Avevo paura di scoprire il mistero della vita e di indagare a fondo la mia interiorità – ci confida – E’ stato un lungo percorso che infine mi ha portato a conoscere il vero me stesso e oggi eccomi qui a provare ad aiutare gli altri».

 

Nel libro racconta del suo primo approccio alla meditazione, iniziato 25 anni fa quando era uno studente universitario e faceva fatica a procedere negli esami. L’incontro con il biologo e filosofo cileno Francisco Varela (scomparso poi nel 2001) gli apre un mondo. Partecipa ai suoi raduni e scopre una via. «Per la prima volta non avevo niente in cui dovevo riuscire – spiega – mi bastava essere nella situazione e tornare ad avvertire la mia presenza corporea e il mio respiro… Alla fine mi sono sentito a casa».

 

Decide così di diventare egli stesso un insegnante di mindfulness, sebbene molti provassero a scoraggiarlo pronosticandogli un sonoro fallimento per via della sua impostazione. «Cosa potevo comunicare dal momento che iniziavo i miei incontri spiegando che la meditazione non rende più produttivi, né più efficienti, che non fa mettere giudizio e che, fondamentalmente, nel senso comune, non serve a niente?».

 

E invece la strada si rivela quella giusta. Studia e condivide il pensiero di grandi filosofi come Wittegenstein al quale si ispira nella ricerca di una libertà dello spirito: «Nei suoi diari – ricorda Midal – egli esprime riprovazione verso la saggezza…verso l’ipocrisia accademica, verso la freddezza dei dibattiti intellettuali. Estranei al fermento e al calore della realtà… Racconta dei suoi incontri con la gente comune, coloro che effettivamente vivono la benevolenza, l’amore, la preoccupazione di un discorso giusto».

 

Fa propri questi elementi l’autore francese e prova ad andare oltre: «Io oppongo alla saggezza spaventosa come la intendiamo noi, l’entusiasmo che solo, con l’ardore che contiene, guarisce e cambia il mondo. Ci permette di lasciare la nostra zona di comfort, di uscire da noi stessi per andare verso qualcosa di più grande».

Saggezza intesa come zavorra, dunque. Qualcosa che ci allontana da quella benefica e salvifica «leggerezza» alla quale il nostro Italo Calvino aveva dedicato una delle sue pregiate Lezioni Americane.

 

In un capitolo di «Sono tutte stronzate», Fabrice Midal ci invita a diffidare della nostra volontà di capire tutto. Sbagliamo quando assilliamo noi stessi con le domande sui massimi sistemi: «Devo cambiare lavoro, o azienda, o stile di vita perché queste cose hanno avuto un effetto nocivo sulla mia esistenza?…Valutiamo all’infinito i pro e i contro, lasciamo passare mesi, anni, per poi riprendere i nostri calcoli e sentirci invadere dal terrore perché la colonna dei “contro” non è mai vuota. E alla fine restiamo dove siamo, a piangerci addosso e rimpiangere “Ah, se solo avessi…”».

Tormenti inutili e dannosi, bisogna che impariamo a «lasciarci in pace».

 

Nella vita privata dell’autore di «Foutez-vous la paix» c’è un passaggio delicatissimo che non racconteremo qui per rispetto a certe pagine di storia costellate di tragiche vicende umane. Nel libro, quel momento, viene descritto proprio per far comprendere quanto inefficace possa essere l’ostinazione a cercare di capire e razionalizzare ogni cosa. «Ho mollato la corda logora alla quale mi ero aggrappato e ho saltato – spiega Midal -, credendo di lanciarmi nel vuoto, quando in realtà avanzavo finalmente verso la vita….Ho accettato l’incertezza…Ho smesso di cercare di capire il perché e sono entrato in relazione con quel dolore…. La nostra esistenza non è un’equazione matematica e non accanirsi a capire tutto è l’unico modo per essere davvero fedeli al senso dell’esistenza umana».

 

Anche la banale quotidianità, non manca di spunti che ci possono far pensare all’utilità del paradigma ideato dallo scrittore. Pensiamo a quante volte ci è capitato di darci degli imbecilli da soli. Lo studioso parigino fa l’esempio di una signora che aveva incrociato in metropolitana: senza rendersene conto, quella donna si era messa a pensare ad alta voce ed egli l’aveva udita borbottare: «Che stupida che sono! Sono proprio una stupida». Presa dalle sue mille preoccupazioni, si era scordata di scendere alla fermata che le interessava e ora martirizzava se stessa per aver commesso quell’errore. «Siamo il nostro giudice peggiore – argomenta l’autore nel capitolo “Smettete di torturarvi” – Una vocetta dentro di noi commenta ogni nostra azione, ogni nostro pensiero, con una severità che saremmo incapaci di usare verso chiunque altro. Con una parzialità, un accanimento che non appartengono più all’ambito della critica, ma della vessazione».

 

Spesso è così e quel che saremmo in grado di dire amorevolmente all’amico o al conoscente, a noi stessi lo precludiamo e manchiamo di assolverci. «Siamo estremamente maldestri con noi stessi – spiega Midal – … talmente impegnati a rimproverarci e a mortificarci….a dirci che non valiamo niente…che alla fine non concentriamo le nostre energie sulla situazione presente così com’è».

 

Insomma, proviamo a fare come ci suggerisce questo libro. Lasciamoci un po’ in pace. Altrimenti c’è il rischio di finire come quel tizio descritto proprio da Wittgenstein. Quello che, trovatosi rinchiuso in una stanza, cerca di uscirne in tutti i modi più complicati. Prima si arrampica verso la finestra che però sta troppo in alto; poi cerca di passare per il camino che ahimè è troppo stretto. Tutta fatica sprecata. Gli sarebbe bastato voltarsi per accorgersi che la porta era rimasta aperta tutto il tempo.

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Dolore neuropatico: cos’è e quali sono le più moderne strategie per affrontarlo

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Quando si parla di dolore neuropatico si intende una sensazione dolorosa che origina da un danno o alterazione del tessuto nervoso sia periferico sia centrale.

L’ipereccitabilità nervosa è una delle principali caratteristiche del dolore neuropatico che si manifesta spesso come un dolore provocato da stimoli meccanici o termici normalmente innocui.

 

«Altra importante caratteristica del dolore neuropatico è che può manifestarsi a seguito di numerose patologie come ad esempio, nella complicanza del diabete e cioè la neuropatia diabetica, oppure la nevralgia post erpetica che può colpire chi si ammala di fuoco di Sant’Antonio (ovvero vede riaccendersi l’infezione da Herpes Zoster) – chiarisce il professor Pierangelo Geppetti, Ordinario di Farmacologia Clinica dell’Università di Firenze e Direttore del Centro Cefalee dell’Ospedale Universitario di Careggi che puntualizza anche- Il dolore neuropatico può presentarsi anche come conseguenza dello sviluppo di un tumore o di una chemioterapia, di un ictus, della sclerosi multipla, di un’infezione da HIV o comparire come conseguenza dell’amputazione di un arto. L’origine poco chiara e i meccanismi solo parzialmente conosciuti rappresentano i maggiori ostacoli alla terapia di questo tipo di dolore».

 

Un problema diffuso

Secondo le stime attualmente disponibili il dolore neuropatico affligge il 7-8% degli adulti nel mondo: la condizione tende a essere più probabile negli anziani e nel sesso femminile. La problematica è molto sentita fra i diabetici e purtroppo, visto che la diffusione di tale malattia è sempre maggiore, si prevede un aumento dei casi associati allo sviluppo di neuropatia diabetica.

 

Fare diagnosi di dolore neuropatico non è né facile né scontato e anche quando si arriva a diagnosi certa, non conoscendo bene i motivi per cui il dolore si instaura, non è facile identificare una terapia efficace e ben tollerata.

 

Generalmente un primo approccio è quello di curare la patologia che ha portato a sviluppare il dolore neuropatico e poi di agire su quest’ultimo, ma non con l’utilizzo di antinfiammatori poiché questo tipo di dolore non riconosce una componente infiammatoria, bensì con anticonvulsivanti e antidepressivi, che risultano efficaci indipendentemente dalla loro azione sull’umore o sull’epilessia. Risultano essere di una certa utilità anche i trattamenti fisioterapici e di sostegno psicologico.

 

Un nuovo approccio al dolore neuropatico

Per un più efficace e sicuro trattamento del dolore neuropatico è quindi necessario capirne i meccanismi anche molecolari. Uno studio recentemente pubblicato sulla rivista Nature Communications e condotto presso l’università di Firenze, ha identificato il ruolo di un recettore, chiamato TRPA1 (quello che permette di percepire e a tavola anche apprezzare la sensazione pungente della mostarda e del wasabi, per esempio) e normalmente coinvolto nella trasmissione di sensazioni dolorose che dal singolo nervo arrivano al sistema nervoso centrale.

 

A tale proposito il professor Geppetti, autore dello studio in questione chiarisce:

«Quando un nervo periferico è lesionato viene invaso da macrofagi , ovvero cellule specializzate del sistema immunitario, che dovrebbero ripararlo, ma che, producendo stress ossidativo, sono anche la causa del dolore neuropatico che cronicamente affligge i pazienti. Il nostro studio ha chiarito come fa lo stress ossidativo a produrre dolore neuropatico, identificando la presenza del TRPA1 nelle cellule di Schwann ovvero in quelle particolari cellule che rivestono e proteggono i nervi periferici- il professor Geppetti inoltre puntualizza- In queste cellule il TRPA1, attivato dallo stress ossidativo prodotto dai macrofagi, funziona come un amplificatore che aumentando questo stesso segnale fa si che esso raggiunga il nervo avvolto dalla medesima cellula di Schwann.

Il nostro obiettivo, a questo punto, è quello di scoprire farmaci che bloccando tale meccanismo, in ultima analisi la sovraeccitazione del recettore TRPA1, potranno ridurre o abolire in maniera sicura e efficace il dolore neuropatico».

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