Case, chip e volontari: così il Giappone combatte l’Alzheimer

Case, chip e volontari: così il Giappone combatte l’Alzheimer

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Milioni di persone addestrate a gestire la malattia che sta diventando un’epidemia nei Paesi sviluppati

Un anziano parla con un robot: il «Telenoid» è parte di un progetto per aiutare i malati

Entro il 2025 in Giappone una persona su cinque di età superiore ai 65 anni – circa 7,3 milioni di persone – soffrirà di Alzheimer, stando alle stime del ministero della Salute, una cifra che è quasi il doppio di quella attuale (circa 4,6 milioni).

 

 

Questi numeri impressionanti hanno portato il governo giapponese a varare un piano nazionale per far fronte a quella che è ormai considerata una vera epidemia.

Moltissime città giapponesi hanno avviato dei corsi di formazione per i residenti col fine di identificare i segni di demenza senile e imparare a gestire gli anziani affetti dalla malattia. Le città hanno inoltre creato dei gruppi di volontari che si occupano di interagire attivamente con le persone anziane per determinare se hanno bisogno di assistenza. Il problema è esacerbato da una profonda tendenza culturale giapponese, ovvero quella di rivolgersi alla famiglia piuttosto che ai vicini nei momenti difficili, ma non sempre le famiglie sono presenti.

 

 

La solitudine 

Secondo uno studio del governo giapponese circa il 15% degli anziani che vivono da soli riferisce di avere una sola conversazione alla settimana, rispetto al 5% dei coetanei in Svezia, al 6% negli Stati Uniti e all’8% in Germania. Ecco dunque che il nuovo piano adottato da tutte le prefetture del Paese punta alla sensibilizzazione dei residenti con lezioni di 90 minuti dove si affrontano i problemi principali di chi si trova a dover interagire con un anziano malato di Alzheimer (siano lavoratori delle poste, farmacisti o conducenti di taxi). Alla fine dei corsi ad ogni partecipante verrà distribuito un braccialetto di color arancione. Il governo giapponese si aspetta di avere 8 milioni di persone addestrate a tali compiti entro la fine del prossimo anno. L’obiettivo è quello di creare una struttura stabile all’interno delle varie comunità locali per sostenere chi soffre della malattia, ma anche creare le premesse per una società in cui anche per un malato di Alzheimer sarà più facile vivere.

 

In questo campo il Giappone è all’avanguardia a livello mondiale, infatti nonostante il suddetto programma sia partito «solo» tre anni fa, città come Uji, vicino Kyoto, avevano compiuto i primi passi verso la creazione di comunità «dementia friendly» già nel lontano 1990.

 

Il progetto prevede la distribuzione di adesivi con codice a barre da apporsi sui vestiti degli anziani per aiutare la polizia a localizzarne le famiglie nell’eventualità che questi si allontanino dalle loro case. Nel 2015 sono scomparse più di 12.000 persone anziane affette da demenza senile, di queste 150 non sono più state ritrovate e 479 sono state ritrovate morte.

 

Barriere nelle stazioni

Recentemente in oltre 8000 stazioni ferroviarie in tutto il Giappone sono state avviate le operazioni per installare le barriere protettive, l’annuncio era stato accolto sui social media con grande sollievo: il pensiero è andato immediatamente ai 22.000 suicidi annui di cui molti commessi proprio sui binari dei treni. Eppure non è questa la prima ragione della riqualificazione delle stazioni ferroviarie, la prima causa è proprio per evitare che le persone affette da malattie mentali, demenza senile e non vedenti finiscano accidentalmente per cadere sui binari. In Giappone gli incidenti come questi hanno anche dei pesanti risvolti economici come è capitato qualche anno fa alla vedova di un uomo affetto da Alzheimer uscito di casa inosservato e finito schiacciato da un treno in arrivo alla stazione di Aichi.

 

 

Liste d’attesa

La vedova novantunenne si è ritrovata a dover risarcire qualcosa come 30.000 euro alla Compagnia Ferroviaria. Circa 520.000 persone sono in lista d’attesa per entrare nelle case di cura che forniscono assistenza agli anziani affetti da gravi condizioni fisiche o mentali. Essendo la disponibilità di tali strutture limitate le cure ricadono sulle famiglie.

 

È di questi giorni una nuova risposta concreta da parte della politica sulla patologia che più affligge gli anziani. È stato varato un disegno di legge che mira a creare una «società senza età» dove le persone oltre i 65 anni saranno incoraggiate a lavorare. Il progetto che rappresenta la prima revisione in 5 anni della politica sugli anziani, intende introdurre delle misure per far sì che sempre più persone continuino a lavorare anche dopo il pensionamento. Un modo per tenere la mente allenata e dunque, si spera, mantenere la salute mentale.

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Udito: ecco perché è importante sentire bene da entrambe le orecchie

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Tecnicamente si chiama «ascolto binaurale». Indispensabile come accade nel caso degli occhi avere una percezione simmetrica dei suoni ambientali ottimale

La facoltà di poter ascoltare con entrambe le orecchie tecnicamente si definisce con il termine di ascolto binaurale: è questo il motivo per cui riusciamo ad assegnare una posizione ben precisa ai suoni nello spazio che ci circonda (quindi a definire se un suono ci arriva dalle spalle, da destra o sinistra) e che ci permette di stimare la distanza spaziale del suono stesso, se è fissa o in movimento.

 

Tutte queste capacità nella vita di ogni giorno le diamo per scontate, ma sono importantissime e se mancano vengono a crearsi gravissimi problemi. Non è un caso, purtroppo, che i bambini con ipoacusia evidenziano difficoltà nella comunicazione, con importanti ripercussioni negative nell’ambito affettivo e familiare. A tale proposito tiene a precisare il professor Alessandro Martini, ordinario di otorinolaringoiatria presso l’Università degli Studi di Padova: «Uno studio iniziato negli Anni 80 e condotto presso l’università di Padova ha selezionato 150 bambini con una sordità completa monolaterale: 30 fra questi bambini\adolescenti sono stati sottoposti a test di localizzazione sonora e riconoscimento del parlato nel rumore rispetto a 30 pari età con nessun problema di ascolto. Questi due gruppi sono stati seguiti nel tempo e in particolare, ci siamo concentrati sulla loro carriera scolastica e sulle eventuali difficoltà riscontrate. Ne è emerso che i bambini del gruppo ipoacusia monolaterale hanno evidenziato un evidente gap rispetto ai normoudenti».

 

Protesi e impianti di ultima generazione non bastano

Grazie ai grandissimi progressi in campo medico e tecnologico oggi sono disponibili protesi uditive e impianti cocleari davvero molto sofisticati che consentono un buon ripristino della funzionalità uditiva negli ambienti silenziosi, mentre tale capacità, a volte, resta molto limitata in contesti rumorosi come le classi scolastiche o le palestre e per strada.

 

Proprio per rispondere a tali esigenze a Padova presso la Clinica ORL dell’Università è stato in questi giorni inaugurato il ViSpA (Visual Spatial Auditory) Lab un nuovo e innovativo laboratorio dove sarà possibile la riproduzione di una serie di ambienti acustici tipici della vita di tutti i giorni dalla scuola, all’ufficio, al ristorante/pub al living room.

 

L’eccezionalità del laboratorio (che fa parte del progetto europeo 3D Tune) sta anche nel poter offrire un’interfaccia video che consente di supportare l’esecuzione di alcuni test, ma anche di proporre dei giochi o delle immagini che consentono una miglior interazione del soggetto in esame, soprattutto bambini per i quali i test audiologici vanno proposti come giochi o a soggetti più anziani in cui la capacità di concentrazione può essere ridotta.

 

Tramite la riproduzione grafica 3D sarà possibile avere un feedback visivo in tempo reale della posizione delle fonti sonore che vengono inserite nell’ambiente, grazie a degli oggetti rappresentanti i diversi suoni. Lo studio dell’udito «spaziale» o scena acustica permetterà in particolare di seguire lo sviluppo della binauralità in bambini con problemi uditivi e nella riabilitazione dell’anziano ipoacusico.

 

Certamente un fiore all’occhiello questa struttura come tiene a confermare il professor Martini: «Da molti anni la Clinica Otorinolaringoiatrica di Padova si pone ai vertici nazionali e internazionali per quanto riguarda il trattamento della sordità. Presso le nostre strutture, nello specifico, è possibile effettuare diagnosi precoce, inquadramento e protesizzazione tempestiva dei soggetti con deficit uditivi ed effettuare interventi di impianto cocleare in pazienti con sordità profonda. Recentemente, infine, siamo riusciti a ottenere nell’ambito del progetto europeo ERN (European Reference Network), il riconoscimento come centro di riferimento per il trattamento dell’ipoacusia e delle patologie congenite rare dell’orecchio e del distretto ORL».

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Come funziona l’effetto placebo: è la mente che determina il benessere

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Gli studi sul placebo vanno inseriti nel discorso più ampio relativo agli studi sul dolore. Il dolore, come evidenzia questo articolo, è una sensazione soggettiva, costruita dalla mente di chi lo prova, e non è una somma delle informazioni mediate solamente dal sistema nervoso: ci sono elementi contestuali e relazionali che inquinano la mera sensazione fisiologica. Cosa significa questo?

E’ stato dimostrato, come ben espresso nell’articolo citato, che un ambiente di cura adeguato, e una buona relazione con il curante, intervengono a potenziare gli effetti della cura farmacologica.

 

Viene data una spiegazione doppia rispetto a come funziona l’effetto placebo in relazione al dolore. La prima ragione è connessa al meccanismo di apprendimento classico: dato che abbiamo imparato che un determinato farmaco funziona e ci fa stare meglio, assumere il placebo di quel farmaco conduce al rilascio delle stesse sostanze analgesiche che il cervello avrebbe rilasciato in concomitanza dell’assunzione del farmaco «attivo».

 

In questo modo, la sensazione di dolore cala senza un intervento diretto del farmaco, ma solo grazie a ciò che noi presupponiamo ci gioverà, e questo perché il nostro cervello ricorda un effetto benefico «antico». Un esempio di condizionamento classico è l’aumento della salivazione prima di un pasto di cui ricordiamo le particolari proprietà (il nostro cervello anticipa il piacere prodotto dal pasto, innescando il riflesso della salivazione prima che il pasto sia effettivamente consumato). Questo meccanismo è definito «inconscio», nel senso che avviene al di sotto del ragionamento cosciente.

 

.La seconda spiegazione riguarda le aspettative che il paziente fa a proposito di una determinata cura (questo ha portato Fabrizio Benedetti, professore ordinario di neurofisiologia e fisiologia umana all’Università di Torino, considerato uno dei maggiori esperti di effetto placebo al mondo, a parlare di effetto placebo non solo a proposito della medicina classica, ma anche a riguardo dei percorsi di psicoterapia).

 

Questo è un meccanismo definito «conscio»: osservare un buon arredamento nello studio di un medico o di un terapeuta, un’attrezzatura rassicurante, intrattenere un buon rapporto con il curante, aumentano l’efficacia della cura stessa. Sono fattori «contestuali» che tuttavia hanno un grande peso nella riuscita della cura: si presume che fino a poche centinaia di anni fa la maggior parte delle terapie fossero interamente costruite sul «contesto», e che fosse più il «rituale» a guarire, che non il farmaco (come raccontano gli studi di etno-psichiatria e antropologia medica, per esempio in relazione al fenomeno ormai scomparso del tarantismo in sud Italia).

 

Tutto questo significa che la cura non passa solamente da ciò che assumiamo, ma anche dal modo in cui rappresentiamo il farmaco o la relazione di cura (i fattori di contesto). In questo senso, se è vero l’effetto positivo connesso al placebo, è dimostrato anche l’effetto contrario (effetto nocebo): anticipare un effetto avverso di un farmaco, lo produrrà con più probabilità che non in caso di approccio «fiducioso», così come non fidarsi del -ed affidarsi al- proprio medico andrà a svantaggio della cura.

 

Ulteriore aspetto da considerare, è il fatto che alcuni soggetti sembrano rispondere meglio ai farmaci placebo, a partire da caratteristiche di personalità. Come dire che chi riesce (per storia personale, temperamento o altri fattori soggettivi) a fidarsi, e ad affidarsi, ha più probabilità di essere aiutato.

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Nuovo anno, nuovi gusti per l’estetica: ora al chirurgo si chiede pelle rivitalizzata e glutei alti

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Addio volti dalle sembianze feline, labbra a canotto e seni esplosivi. L’ossessione del bisturi nel 2018 cederà il passo a ritocchini più soft. La nuova tendenza per l’anno alle porte sarà un ritorno al «natural look», con piccole correzioni, meno invasive e vistose, per una bellezza acqua e sapone.

 

Dei gusti innovativi di quanti non sono contenti del proprio aspetto e puntano a migliorarsi con l’aiuto della scienza, ha parlato il dottor Giulio Basoccu, chirurgo plastico, responsabile della Divisione di Chirurgia plastica estetica e ricostruttiva presso l’Istituto neurotraumatologico italiano di Grottaferrata Ini in una intervista rilasciata all’agenzia di stampa AdnKronos.

 

«È aumentato il ricorso al ritocco, ma non più in modo esagerato – ha spiegato l’esperto – La cultura dell’estetica sta cambiando e i ritocchi vistosi hanno perso forza. La nuova tendenza per chi si rivolge alla medicina o alla chirurgia estetica è essere naturali».

 

Fra i trattamenti più richiesti ci saranno biorivitalizzazione e bioristrutturazione, ma anche interventi sul lato B, per glutei alti e rotondi, sempre senza esagerare. «La biorivitalizzazione è in assoluto il trattamento più innovativo – racconta il chirurgo dell’Ini – Si effettuano delle microiniezioni nelle zone interessate con sostanze biocompatibili e totalmente riassorbibili, che favoriscono un riequilibrio della normale condizione fisiologica del derma e una riattivazione vitale della cute. La pelle si rassoda, diventa più luminosa, idratata e ringiovanita. La bioristrutturazione mira, invece, a ripristinare la normale compattezza dei tessuti del viso, ricostruendo i volumi e le proporzioni stimolando la produzione di collagene ed elastina».

 

«L’attenzione al lato B da Stati Uniti e Sud America sta arrivando anche in Italia, ma – assicura l’esperto – in maniera più misurata. Da noi abbiamo una cultura estetica diversa e, anche se si prevede un boom di richieste, l’intervento può essere fatto con molta naturalezza. Parliamo di persone che hanno il sedere piatto o che a seguito di seri dimagrimenti hanno uno svuotamento importante, non di impianti oversize».

 

Per Basoccu «sarà in forte aumento anche la richiesta da parte degli uomini, in particolare per trattamenti su labbra e zigomi, zone prima di elezione prettamente femminile».

 

E contro le rughe? «Fra i metodi più innovativi per eliminarle c’è l’uso simultaneo della potenza della radiofrequenza bipolare e luce infrarossa che stimola la produzione di collagene, la proteina responsabile del mantenimento di una pelle sana e giovane. Lo stesso metodo è indicato anche contro cicatrici da acne e smagliature».

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Il consumo di alcol può determinare lo sviluppo di 7 tipi di cancro

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Non è nuova la correlazione: l’alcol è un agente cancerogeno che può determinare lo sviluppo di almeno sette tipi di cancro. Ciò su cui rimane da indagare sono le modalità con cui l’etanolo – e il suo metabolita acetaldeide: ancora più tossico rispetto al composto di partenza – determina un’alterazione nel ciclo riproduttivo cellulare, dando così avvio al processo di formazione di una massa tumorale. Uno dei danni, secondo una ricerca pubblicata su «Nature», avverrebbe a livello delle cellule staminali del sangue. L’alcol non è considerato un fattore di rischio per le neoplasie ematiche, ma l’alterazione genetica provocata a questo livello sarebbe una delle cause di insorgenza dei tumori correlati al consumo di bevande alcoliche: tra cui quelli al seno e all’intestino.

 

L’azione dell’acetaldeide sulle staminali del sangue

Gli scienziati del laboratorio di biologia molecolare dell’Università di Cambridge sono giunti a questa conclusione dopo aver somministrato etanolo a dei topi di laboratorio, al fine di osservare i danni genetici permanenti indotti dall’alcol. Ricorrendo all’analisi dei cromosomi e al sequenziamento del Dna, gli autori dello studio hanno avuto modo di osservare i danni provocati dall’acetaldeide: una sostanza che si forma nel fegato a seguito dell’ossidazione dell’etanolo e che viene poi a sua volta convertita in acido acetico, a seguito dell’azione di un enzima (l’aldeide deidrogenasi) che interviene proprio per difendere l’organismo dalla tossicità dell’acetaldeide.

 

La sua tossicità è nota da tempo. L’acetaldeide è infatti considerata dall’Agenzia Internazionale per la Ricerca sul Cancro (Iarc) un cancerogeno di tipo 1: sicuramente in grado di provocare tumori nell’uomo. Noto, adesso, è il suo effetto sulle cellule staminali del sangue, chiamate a dare origine a tutte le cellule adulte presenti nel torrente circolatorio: globuli rossi, globuli bianchi, piastrine, cellule dendritiche e linfociti. L’acetaldeide sarebbe responsabile della rottura e del riarrangiamento di porzioni di Dna all’interno di queste cellule. Una variazione che, vista la natura delle staminali, tende a ripresentarsi a tutte le generazioni successive di cellule che da esse hanno origine. L’organismo, oltre che grazie all’azione dell’aldeide deidrogenasi, ha un sistema di riparazione endogeno per rimediare ai danni provocati al Dna, che in alcuni individui può però non risultare sempre funzionante. Da qui la diversa capacità individuale di reagire ai danni provocati dall’alcol.

 

I diversi meccanismi d’azione con cui l’alcol può provocare il cancro

Oltre al danno alle cellule staminali del sangue osservato nello studio, sono diverse le modalità con cui il consumo di bevande alcoliche può dare origine alla formazione di una neoplasia. Il danno a livello del Dna può per esempio essere provocato anche da alcune molecole molto reattive – le specie reattive dell’ossigeno (Ros) – la cui sintesi endogena è favorita dal consumo di bevande alcoliche. L’alcol può inoltre aumentare i livelli di alcuni ormoni, come gli estrogeni: ad alte concentrazioni considerati responsabili dell’aumento del rischio di ammalarsi di cancro al seno e all’ovaio.

 

C’è poi da considerare che, a livello epatico, il consumo di alcolici contribuisce a determinare la cirrosi: una condizione che fa da prodromo all’insorgenza del tumore del fegato. Ancora più insidiosa è l’abbinata alcol-fumo, dal momento che il primo rende più facili da assorbire alcune sostanze chimiche sprigionate dalle sigarette a livello della bocca e della gola. Da qui – in considerazione anche dell’assenza di un valore di consumo al di sotto del quale ci si può sentire al sicuro – il consiglio dell’Organizzazione Mondiale della Sanità: se si vuole evitare il cancro, è meglio non bere.

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Apnee notturne: fanno male al cuore. Pochi sanno di averle e i rimedi sono fastidiosi

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È fondamentale, perché serve per riposare e lasciare sedimentare le esperienze consumate durante la giornata. Ma il sonno nasconde pure delle insidie. Tra queste ci sono le apnee notturne, pericolose pause in cui si rimane senza respiro che, a lungo andare, possono severamente danneggiare il cervello, oltre che dare sonnolenza e affaticamento diurni. Si tratta di un problema ancora sottovalutato, sebbene in forte aumento: correlato anche ai crescenti tassi di sovrappeso e obesità, oltre che all’insorgenza di malattie cardiache croniche, come lo scompenso. La diagnosi è la prima vera arma di cura, perché vi sono oggi disponibili dei trattamenti efficaci, ma manca purtroppo in gran parte la piena consapevolezza di questa malattia.

 

Le conseguenze per la salute

«Le apnee svolgono anche un effetto dannoso nei processi riparativi del tessuto cardiaco dopo l’infarto – spiega Flaminio Mormile, dirigente medico dell’unità operativa di pneumologia del policlinico Gemelli di Roma -. Poiché in molti casi non vengono diagnosticate e dal momento che la cura prevede più utilizzata prevede l’applicazione ogni notte di un apparecchio a pressione positiva non sempre bene accettato dal paziente, resta piuttosto alto il numero dei pazienti che si cura meno del dovuto o non si cura affatto».

 

Le apnee nel sonno si dividono in ostruttive e centrali. Spesso soltanto chi osserva il paziente mentre dorme può rendersene conto. Questo perché i sintomi più frequenti sono piuttosto aspecifici: sonnolenza diurna e calo di memoria e di attenzione, che spesso vengono sottovalutate o attribuite genericamente a stanchezza o all’età.

 

Condizioni nascoste e sottovalutate dai più, che però sono alla base di un’alta percentuale di incidenti stradali che, secondo l’Istat, sfiorano quota quarantamila in Italia. E sono circa sei volte in più se si considera tutta l’Unione Europea. Al punto che oggi c’è chi inizia a definire la sindrome delle apnee ostruttive del sonno come il «silent-killer» della strada. Le apnee ostruttive – in Italia il problema riguarda all’incirca due milioni di persone, più uomini che donne – rappresentano la prima causa di forte russamento.

 

Come si curano?

Le apnee notturne si curano con apparecchi che erogano una pressione positiva per tenere aperte le vie aeree superiori. Ma se i pazienti sono obesi, il ricorso alla chirurgia bariatrica può rappresentare una duplice soluzione: sia per l’eccesso di peso sia per le apnee del sonno. Dopo l’intervento il numero di apnee si riduce di molto, ma nei pazienti più gravi e in quelli in età più avanzata la guarigione vera e propria non è frequente. Questo perché le conseguenze del mancato riposo, se protratte a lungo nel tempo, possono divenire irreversibili.

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Dermatologia: Mappatura dei nei in promozione 120€

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Dr Giuseppe Correnti

Specializzato in Dermatologia e Malattie Veneree

In servizio presso l’Ospedale Cottolengo di Pinerolo (TO)

Mappatura dei Nei in Promozione : 120 €

Riceve tutti  i Martedì pomeriggio

 

La mappatura dei nei è una valutazione dermatologica che consente il controllo costante delle lesioni pigmentate presenti su tutto il corpo del paziente.
Mappatura NeiQuest’indagine prevede l’ispezione dell’intera superficie cutanea alla ricerca di neoformazioni neviche, tenendo monitorate nel tempo le eventuali macchie che mostrano caratteristiche atipiche.
La mappatura nevica viene eseguita con l’ausilio di strumenti ottici di precisione, non invasivi, che analizzano non solo la struttura morfologica esterna delle lesioni, ma anche le caratteristiche degli strati posti subito al di sotto del derma superficiale.

Con questa valutazione, il dermatologo ha l’opportunità di visualizzare ed archiviare su un computer le foto delle macchie pigmentate sospette, per poterle confrontare con le immagini registrate nei mesi o negli anni successivi e individuare eventuali segni di alterazione.
Per questi motivi, la mappatura dei nei rappresenta un esame diagnostico importante per individuare precocemente la presenza di un tumore della pelle e migliorarne in modo significativo le probabilità di cura.

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Maculopatia, diagnosi precoce per salvare la vista

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L’allarme è stato lanciato dall’OMS in occasione della giornata mondiale della vista, nel mondo ci sono 253 milioni di persone con problemi alla vista. Di questi 36 milioni sono completamente ciechi e potrebbero diventare 115 milioni entro il 2050. Una delle motivazioni di questa crecita esponenziale sta nell’invecchiamento della popolazione, l’incidenza delle malattie della vista è infatti legata a diverse sindromi della terza età. Una di queste è la degenerazione maculare senile (DM) o maculopatia che colpisce la macula, ossia la porzione centrale della retina, ed è la principale causa di perdita grave della visione centrale dopo i 55 anni.

Un’indagine demoscopica realizzata dall’Istituto Lorien per conto del Centro Ambrosiano Oftalmico (CAMO) ci dà un quadro aggiornato della situazione nel nostro Paese.  L’indagine è stata condotta con metodologia di raccolta dati quantitativa CATI (Computer Aided Telephonic Interview) su un campione di 600 persone, rappresentativo della popolazione italiana over 50 per sesso, età, area geografica e ampiezza del centro abitato.

Dall’indagine emerge che la patologia colpisce il 5,3% della popolazione over 50, per un totale stimato di 1.400.000 sofferenti in Italia. La diffusione della malattia riguarda oggi circa il 10% delle persone di età compresa tra 65 e 75 anni, sale al 30% dopo i 75 anni, per raggiungere il 40-50% di persone con età superiore agli 80 anni. Tra chi è affetto da DMS si è riscontrata una maggiore incidenza di diabete, ipertensione, fumo di sigaretta, la malattia colpisce nmaggiormente anche chi ha subito o deve subire un intervento di cataratta.

Un altro dato importante che emerge da questa indagine è la scarsa conoscenza della malattia. Il 32% degli intervistati afferma di conoscerla, ma solamente l’11% riesce a darne  una definizione più precisa e a ricordarne alcuni degli effetti principali, tra cui la percezione di macchie scure (scotomi) e di distorsioni (metamorfopsie), fino quasi alla perdita della vista.

Secondo Lucio Buratto, direttore scientifico del Centro Ambrosiano Oftalmico: “E’ indispensabile un’azione di informazione capillare”, soprattutto per quanto riguarda la diagnosi precoce. La diagnosi di DM si può effettuare con una OCT (Tomografia a Coerenza Ottica) un esame molto accurato e non invasivo, che richiede meno di due minuti, che non dà falsi positivi, né falsi negativi.

“È cruciale fare l’OCT- spiega il professor Francesco Bandello, ordinario di Oftalmologia all’Università Vita e Salute di Milano- perché è il mezzo che permette una diagnosi precisa ma soprattutto è indispensabile fare l’esame precocemente, alle prime avvisaglie dei sintomi della malattia. Come sempre in medicina è la prevenzione la strada della salute”.

La presentazione dell’indagine è stata anche l’occasione per annunciare un’importante iniziativa sul fronte della prevenzione. CAMO, in collaborazione con l’Ospedale San Raffaele di Milano, e con il Patrocinio del Ministero della Salute, offre ai cittadini un mese di visite gratuite presso 15 centri di eccellenza su tutto il territorio per diagnosticare questa patologia

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Ictus in Europa, cure adeguate solo nel 30% dei casi

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Ictus in Europa, cure adeguate solo nel 30% dei casi

L’ictus è tra le prime cause di morte in Europa, la seconda causa di deficit cognitivo e la prima causa di disabilità a lungo termine. La somministrazione tempestiva di un farmaco trombolitico può migliorare la prognosi e ridurre le conseguenze a lungo termine dell’evento. Tuttavia solo il 30% dei pazienti riceve un’assistenza adeguata.

Lo evidenzia il rapporto “L’impatto dell’ictus in Europa”, commissionato dall’associazione SAFE – Stroke Alliance for Europe al King’s College di Londra e tradotto anche in italiano dalle associazioni A.L.I.Ce. Italia Onlus e Ars Umbria, con il patrocinio dell’Osservatorio Ictus Italia.

I dati raccolti in 35 nazioni europee, Italia compresa, mostrano un tasso di morte per ictus che varia da 30 a 170 casi ogni 100 mila abitanti. A fare la differenza è la presenza o meno di Stroke Unit sul territorio. Una diversa possibilità di accesso alle cure che esiste anche in Italia tra le regioni del Nord, meglio attrezzate, e il meridione dove le strutture specializzate sono molto meno presenti e addirittura assenti in alcune aree.

“Il ministero della Salute – precisa Nicoletta Reale, presidente Osservatorio Ictus Italia e presidente A.L.I.Ce. Italia Onlus – stima che dovrebbero essere presenti oltre 300 Stroke Unit sul territorio, una ogni 200 mila abitanti: ne risultano operative 189, concentrate per l’80% nel nord Italia. Si va dalle 42 della Lombardia alle 5 della Sicilia, passando per Napoli che non ne ha nessuna”.

“In molte Regioni italiane – aggiunge Reale – non esiste ancora il ‘Codice ictus’ per il trasporto in ospedale: il personale del 118 (o 112), pur riconoscendo i sintomi dell’ictus, è tenuto, in base ai protocolli vigenti, a portare il paziente al pronto soccorso più vicino, anche se non dotato di Stroke Unit, aggiungendo quindi ulteriori perdite di tempo”.

“Importante è programmare, verificare e accreditare le strutture migliori per poter curare bene – precisa Luigi Frati, direttore scientifico Irccs Neuromed – Una rete nazionale è certamente importante. Una rete di qualità, che sia in grado di dire dove, come e in che maniera si deve curare un ictus”.

Un capitolo fondamentale riguarda la prevenzione, nello stesso rapporto si stima che nei prossimi venti anni   il numero totale dei casi di ictus nell’Unione europea aumenterà del 34% , passando dai 613.148 casi nel 2015 a 819.771 nel 2035. Altrettanto importante è la riabilitazione post-ictus che è decisiva per la qualità della vita dei pazienti.

Nell’indagine europea per valutare la qualità dell’assistenza in tutte le fasi che riguardano la malattia, dalla prevenzione alla riabilitazione, sono stati utilizzati indicatori specifici

 Indicatori SAFE per valutare la qualità dell’assistenza

1. Campagne per incoraggiare stili di vita sani (ad esempio controlli della pressione e monitoraggio del colesterolo)
2. La pressione sanguigna viene controllata regolarmente e trattata secondo le linee guida
3. Gli adulti con fibrillazione atriale a maggior rischio di ictus sono trattati in modo appropriato con anticoagulanti
4. Campagne pubbliche e aggiornamento professionale sottolineano che l’ictus è un’emergenza medica
5. I servizi di emergenza (ambulanze) sono addestrati allo screening dei pazienti per sospetto Stroke/ TIA e prevedono un trasferimento immediato all’ospedale
6. I servizi ospedalieri hanno reparti organizzati per l’ictus (stroke unit)
7. I pazienti sono valutati per la trombolisi e la ricevono (se clinicamente indicato) il più presto possibile dopo l’inizio dei sintomi dell’ictus
8. I pazienti con sospetto TIA sono valutati urgentemente per il rischio successivo di ictus
9. I pazienti vengono valutati per la riabilitazione entro i primi tre giorni dal ricovero ospedaliero e la riabilitazione viene fornita da parte di personale multidisciplinare sulla base delle necessità
10. Per pazienti stabili o con moderate disfunzioni viene consigliata la dimissione dalla terapia intensiva all’unità di riabilitazione o alla comunità
11. Ai pazienti viene fornito un controllo dopo l’ictus per la valutazione delle esigenze mediche e di riabilitazione
12. I pazienti e la loro famiglia/caregiver hanno accesso a un supporto pratico e psicologico

Il prosimo 25 ottobre a Roma in occasione della Giornata mondiale contro l’ictus cerebrale A.L.I.Ce. Italia Onlus presenterà i primi risultati di un nuovo progetto di monitoraggio dei percorsi di neuroriabilitazione in Italia.

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Benvenuto al Dr De Cori David medico psichiatra

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Siam lieti di accogliere A BREVE nel nostro staff il

Dr De Cori David

Medico Chirurgo specializzato in Psichiatria

IN SERVIZIO PRESSO IL REPARTO DI PSICHIATRIA DELL’OSPEDALE CIVILE

VISITERA’ TUTTI I MARTEDI’ POMERIGGIO

NB. IN CORSO DI AUTORIZZAZIONE

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