Occhio secco, così il disturbo compromette la vita. Intervenire con tempismo per migliorare

Occhio secco, così il disturbo compromette la vita. Intervenire con tempismo per migliorare

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Una malattia cronica, che richiede un approccio di cura ad ampio spettro, ma soprattutto a lungo termine: ecco come la comunità scientifica considera oggi la problematica dell’occhio secco, in netta controtendenza rispetto all’opinione comunemente diffusa, che tende a sottovalutarla.

«La sindrome dell’occhio secco è una condizione molto comune che aumenta con l’età, soprattutto nelle donne – esordisce Maurizio Rolando, direttore del Centro superficie oculare IsPre Oftalmica di Genova. -. Si stima infatti che fra il 12 e il 16 per cento della popolazione generale presenti i sintomi del disturbo, senza però riconoscerlo come condizione patologica e di conseguenza senza adottare terapie mirate. La diagnosi tempestiva è invece il presupposto per una corretta gestione del problema».

 

I sintomi del disturbo

I sintomi della sindrome da occhio secco – accentuati anche dall’utilizzo duraturo di pc, tablet e smartphone – includono dolore agli occhi, secchezza, arrossamento, lacrimazione eccessiva, disagio causato da lenti a contatto, irritazione da vento o fumo, occhi stanchi, sensazione di corpo estraneo nell’occhio, visione offuscata e fotofobia.

 

«L’occhio secco può influire sulla capacità di lettura e di guida, limitando quindi notevolmente la vita quotidiana di chi ne soffre – prosegue l’esperto -. Senza contare il fatto che la somma di questi disturbi può, in alcuni casi, anche portare allo sviluppo di ansia e depressione: un quadro generale che denota senza dubbio la presenza di una condizione malattia cronica».

 

Un attento ascolto dei sintomi riferiti dal paziente è il primo step per un approccio globale alla sindrome dell’occhio secco. Al fine di quantificare l’entità di tali sintomi e valutare in seguito l’efficacia della terapia su di essi, è utile servirsi di appositi questionari di autovalutazione che il paziente può facilmente compilare.

 

Oltre a questo, va effettuata un’accurata anamnesi che indaghi sull’andamento e sulla variabilità dei sintomi, su fattori scatenanti quali condizioni ambientali sfavorevoli, presenza di malattie autoimmuni, alterazioni ormonali, assunzione di particolari farmaci, interventi chirurgici oculari pregressi, solo per citare alcuni esempi.

 

«La malattia dell’occhio secco può essere difficile da diagnosticare perché i sintomi variano e spesso si sovrappongono con altri disturbi oculari – afferma Pasquale Aragona, direttore della clinica oculistica e del centro di riferimento regionale per le malattie della superficie oculare dell’Università di Messina -. Per questa ragione, anche lo specialista può essere portato a sottostimarne la severità e, se non tempestivamente individuata e correttamente trattata, la patologia può avere ripercussioni significative sulla vita delle persone».

 

Le cause della sindrome da occhio secco

Gli elementi che determinano l’occhio secco sono molteplici: dall’invecchiamento, fino ai fattori ambientali (si pensi all’inquinamento o al trascorrere molto tempo davanti a uno schermo) e alla condizione fisica generale del soggetto (per esempio i cambiamenti ormonali e l’assunzione di determinati farmaci come quelli anti-acne, alcuni beta-bloccanti o i contraccettivi orali).

 

Una volta accertata da parte dell’oculista la malattia dell’occhio secco, la terapia deve basarsi sull’utilizzo regolare, nell’arco del giorno, di sostituti lacrimali ad ampio spettro e accompagnata da un’accurata igiene della palpebra.

 

«Occorre accertarsi che il sostituto lacrimale utilizzato sia privo di conservanti, perché durante la giornata la parte di acqua evapora lasciando quest’ultimo a contatto con l’occhio a concentrazioni crescenti», aggiunge Rolando, tra gli estensori delle prime raccomandazioni nazionali sulla sindrome dell’occhio secco. I conservanti, come per esempio il benzalconio cloruro che viene spesso utilizzato nella preparazione dei colliri, comportano un certo rischio di tossicità, dato che possono infiammare e provocare danni alla superficie oculare. «Stiamo parlando di una malattia cronica per la quale ancora non esiste una cura definitiva – chiosa Aragona -. Un motivo in più per procedere in direzione di una diagnosi precoce e verso una gestione appropriata del paziente per migliorare la qualità della sua vista e della sua vita».

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Sportivo, manager o nerd, la dieta è un affare da maschi

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Non è (solo) una questione estetica. Alcune patologie legate al cibo come quelle cardiovascolari o il diabete colpiscono di più gli uomini

Un tempo appannaggio del mondo femminile da sempre attento alle diete, oggi l’attenzione all’alimentazione è diventata cruciale per il benessere e la salute. E così anche gli uomini hanno iniziato ad affollare gli studi dei nutrizionisti. Cercano indicazioni precise e le seguono alla lettera, tanto che, per loro, l’intervento alimentare ha «un effetto quasi istantaneo sui marcatori di rischio delle patologie più diffuse come l’ipertensione, l’iperglicemia, la dislipidemia e il sovrappeso». Parola di Lucilla Titta, biologa nutrizionista e consulente per lo IEO Istituto Oncologico Europeo, dove è responsabile del progetto «Smart Food» dedicato ai fattori protettivi della dieta.

 

I rischi

«Le donne purtroppo sono cresciute a “pane e dieta dimagrante”, sono più consapevoli e, quindi, tendono al fai-da-te» ci spiega la ricercatrice. I maschi sono più attenti. Da cinque anni ormai, «essi rappresentano il 50% delle persone che ricevo nel mio studio – conferma – Non sono spinti da motivazioni estetiche, ma prendono molto sul serio il fatto che il cibo sia un’arma potentissima di prevenzione delle malattie». Anche oncologiche: «Il 30-40% dei tumori che colpiscono gli uomini potrebbe essere evitato grazie a qualche modifica a tavola. Sono ormai molti gli studi che hanno dimostrato il collegamento tra quello che mangiamo e come lo cuciniamo e l’insorgenza e l’evoluzione dei tumori» dice Lucilla Titta, che è anche responsabile del progetto «Food Bank in Oncology».

 

Ci sono patologie, scrive nel suo ultimo libro, La dieta del maschio (Rizzoli), vademecum teorico e pratico su salute e alimentazione, «che colpiscono maggiormente il genere maschile, come quelle cardiovascolari, il diabete di tipo 2, l’obesità, le patologie del sistema gastrointestinale, la steatosi epatica e alcuni tipi di tumore». E il comune denominatore è di essere tutte collegate all’alimentazione e allo stile di vita.

 

La sfida

Ma se la letteratura scientifica non ha dubbi su quale sia l’alimentazione più corretta, «la sfida principale diventa fornire indicazioni chiare e precise da seguire nella vita quotidiana, dove siamo messi a dura prova dalla continua disponibilità di alimenti di ogni sorta», spiega la ricercatrice. Inoltre, come insegna la medicina di genere, gli organismi dei due sessi hanno caratteristiche e bisogni diversi. Ci sono poi le differenze individuali. Cosa fare? Oltre a una sintesi della letteratura scientifica più aggiornata, La dieta del maschio risponde individuando otto profili e fornendo, per ciascuno, indicazioni da seguire in dieci ipotetiche situazioni, dal congresso alle vacanze.

 

I profili

Ci sono i «conditi dallo stress», come manager e liberi professionisti, che saltano il pranzo e passano da una cena di lavoro all’altra, e hanno generalmente problemi di stomaco. C’è chi, in un continuo slalom tra snack e caffè, mangia a orari irregolari, come infermieri, medici, autisti. Per costoro, alla mancanza di sonno, si aggiunge quella di alimenti freschi, con un aumentato rischio di sviluppare ipertensione. Ma quando si pensa ai bisogni dell’uomo moderno, ci ammonisce l’autrice, spesso si dimentica chi svolge lavori pesanti, come coltivatori e operai edili: «Questo tipo di professioni porta a diverse problematiche dal punto di vista nutrizionale, che si possono risolvere o perlomeno attenuare con un’attenzione specifica allo stato infiammatorio».

 

Del tutto diversa la situazione di chi, come impiegati, insegnanti e giornalisti, è sedentario e segue orari regolari: costoro dovrebbero concentrarsi sullo stile di vita. Lo stesso vale per gli smart workers, che lavorano da casa, cui «allo svantaggio della sedentarietà del lavoro d’ufficio si aggiunge l’accesso illimitato al frigorifero». L’intestino, qui, è il primo a risentirne. Regolarizzare i ritmi alimentari dovrebbe essere, invece, la priorità di chi, come commercianti e cuochi, passa molto tempo in piedi e consuma pasti veloci e disordinati. In generale, «buona regola per abbassare l’impatto glicemico dei piatti, cioè la capacità di alzare gli zuccheri nel sangue e aumentare senso di sazietà, è iniziare pranzo e cena con verdure di stagione cotte o crude». Il messaggio è chiaro: a ciascuno il suo menù, per rimanere in salute e abbassare i fattori di rischio. Con delle regole chiare, potrebbe non essere così difficile.

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Abbuffate e poi allenamenti sfrenati: il disturbo alimentare in versione maschile è in aumento

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Una storia di «binge/purging» raccontata dal The Guardian. Dove ha origine il disagio

Siamo abituati a pensare ai disturbi del comportamento alimentare come a problematiche riguardanti solo o soprattutto il genere femminile. Invece è interessante esaminare quel che recentemente ha pubblicato il quotidiano The GuardianUn articolo sulla storia di un atleta maschio con condotte di binge/purging (ovvero sequenza di abbuffate e condotte di eliminazione per mezzo di esercizio fisico, utilizzo di purghe o vomito indotto), in cui si sottolinea come il fenomeno sia in espansione anche tra la popolazione maschile.

L’articolo vuole presentare un libro scritto dall’autore stesso, Tom Pollock, per ora reperibile solo in inglese («White Rabbit, Red Wolf»), in cui l’autore scrive la sua esperienza e la presenta al grande pubblico. L’autore racconta una storia fatta di allenamenti mostruosi usati come «condotta di eliminazione» a seguito di abbuffate compulsive svolte in uno stato mentale di quasi-trance, una sequenza ricorrente nella vita di chi soffre di disturbi del comportamento alimentare.

 

E’ ben descritto anche il nascere del problema, che Pollock riconduce a difficoltà vissute nell’età adolescenziale fuori e dentro la famiglia. Se inizialmente le abbuffate parevano essere momenti di sfogo per la tensione e la pressione, divennero presto per l’autore le fonti stesse di pressione e tensione.

 

Pollock conclude descrivendo il momento in cui uno psichiatra nominò per primo il suo problema in maniera corretta, formulando una diagnosi di bulimia, e descrivendo il percorso terapeutico che gli consentì di uscirne (un approccio di psicoterapia a cadenza settimanale e l’uso di un antidepressivo con funzione ansiolitica, insieme a un coming out rispetto al problema con parenti e amici, così da creare una “rete” intorno a lui).

«Human Brain», il mondo dell’encefalo: nuove cure e sviluppo di moderne tecnologie

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A Pavia il meeting di tutte le unità italiane coinvolte nel progetto da 1,2 miliardi di euro finanziato dall’Europa in 10 anni, giunto a metà percorso
Pubblicato il 30/03/2018
NICLA PANCIERA

Disporre un cervello virtuale su cui testare l’efficacia di nuovi interventi terapeutici o di prevenzione significherebbe accelerare notevolmente la ricerca di una cura per le patologie neurologiche. Simulare il cervello è uno degli obiettivi dello «Human Brain Project» progetto da 1,2 miliardi di euro finanziato dall’Europa in 10 anni e che vede al lavoro 120 laboratori europei, di cui 16 unità italiane.

 

Con i suoi mille miliardi di neuroni, cifra da moltiplicare per almeno mille volte per ottenere il numero delle sinapsi, il nostro encefalo è un organo complesso. Per conoscerlo bisogna superare la frammentazione delle discipline e degli sforzi. Inoltre, e questo è l’approccio di «Human Brain», è necessario arrivare a un modello matematico. «Oggi non abbiamo una teoria generale del cervello e del suo funzionamento da mettere alla prova dei fatti. Ci mancano ancora troppi pezzi del puzzle. Per procedere serve una collaborazione sistematica dall’organizzazione multiscala», spiega il neurofisiologo Egidio D’Angelo, del dipartimento di Brain and Behavioural Sciences dell’Università di Pavia, a margine dell’incontro di tutte le unità italiane coinvolte nell’iniziativa.

 

Il sistema nervoso centrale è dotato di una peculiare e forte interconnessione tra i suoi elementi costitutivi. Ma la complessa circuiteria neurale è frutto dell’evoluzione biologica e potrebbe essere quindi, più che al disegno di un ingegnere, molto più simile ad un’opera di modifica e assemblaggio di pezzi che si sono via via resi disponibili. Come arrivare ad un modello del tutto, allora, non conoscendone le parti e le logiche di assembramento?

 

«“Human Brain Project” procede seguendo una modellizzazione “bottom-up”: non imponiamo al sistema la nostra concezione architettonica, ma partiamo dalle misurazioni in laboratorio, vale a dire dalla conoscenza molecolare e cellulare. Il nostro modello deve, poi, incorporare tutti i livelli di complessità possibile e, quindi, “costruiti” i singoli neuroni, ora ne stiamo simulando la connettività», aggiunge D’Angelo che è il coordinatore per tutto il progetto dello sviluppo di modelli dei microcircuiti cerebrali. Gli scienziati hanno già creato i primi modelli della corteccia e sono in fase di completamento ippocampo, cervelletto e gangli della base. Tutti verificati sperimentalmente mediante misure a elevata tecnologia.

 

«Il prossimo passo sarà la creazione di strutture sempre più complesse e che si avvicineranno progressivamente a quella sorta di gigantesco bricolage evolutivo che ci troviamo a studiare e simulare», dice D’Angelo, che anticipa: «L’applicazione di tali modelli computazionali del funzionamento del cervello, attraverso la loro implementazione nei circuiti dei robot e in nuove architetture di calcolo neuromorfo, ci consentirà di condurre ricerche su un cervello virtuale». E di avere macchine potentissime nell’apprendimento e nel calcolo. Infatti, oltre all’avanzamento delle conoscenze neuroscientifiche e alla cura delle patologie del cervello, tra gli obiettivi dello «Human Brain Project» c’è anche lo sviluppo di nuove tecnologie biorobotiche e bioinformatiche.

 

«La robotica ha da sempre lavorato con la neurofisiologia, contribuendo alla comprensione dei meccanismi di elaborazione sensoriale e del comportamento e fornendo il banco di prova alle teorie», sottolinea Cecilia Laschi dell’Istituto di biorobotica della Scuola Superiore Sant’Anna di Pisa, partner del progetto. Ma che cosa significa dotare un robot di un cervello simile a quello dei mammiferi? «La sua programmazione è costituita da codici che non impartiscono regole, ma che simulano reti neurali e consentono così al neurorobot di imparare e disimparare dall’esperienza. Invece di rigide strategie comportamentali, incorporiamo delle regole di plasticità – dice Alessandra Pedrocchi del laboratorio di neuroingegneria e robotica medica del Politecnico di Milano, partner di “Human Brain” -. Macchine di questo tipo, robuste e ridondanti, sono fondamentali nell’interazione con l’uomo», dove a contare sono reattività e adattamento.

 

D’Angelo parla di «un cambiamento di paradigma nelle procedure di studio del cervello». Quanto ai dubbi sulla correttezza epistemologica di questo modo di procedere ribatte: «È una sfida. Anche se quest’approccio non portasse ad una “teoria del tutto” gli avanzamenti teorici e tecnologici che stiamo sviluppando saranno cruciali per qualunque futura ricerca».

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Sclerosi multipla, un videogioco per lavorare sulla riabilitazione anche a casa propria

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Un videogioco con dispositivi high-tech che consente alle persone con sclerosi multipla di fare riabilitazione direttamente da casa, sotto continuo monitoraggio medico. Si chiama Ms-Fit ed è un gioco digitale sviluppato da Roche ed Helaglobe srl, con il coinvolgimento di 12 centri neurologici diffusi in tutta Italia e della Fondazione italiana sclerosi multipla (Fism).

Ms-Fit, spiegano i suoi realizzatori, «utilizza le caratteristiche fondamentali dei videogames per consentire a chi vive con la sclerosi multipla di svolgere quotidianamente un’attività fisica adattata, sotto lo stretto monitoraggio del medico che ne riceve i dati e i progressi» attraverso una piattaforma dedicata. Il tutto avviene grazie a un mini-personal computer e un controller del movimento: l’utente vede riprodotto sullo schermo un avatar che lo guida nello svolgimento degli esercizi.

 

In Ms-Fit «gli esercizi si ispirano al Pilates e intervengono su tre aspetti trasversali a tutti i pazienti, ovvero la postura, l’equilibrio e la respirazione. Lo strumento tiene conto delle esigenze di chi vive con questa patologia, per cui è fondamentale porre attenzione al concetto di fatica, e prevede meccanismi di sfida-premio per invogliare il paziente a proseguire con l’attività fisica».

 

«L’innovazione è la nostra risposta continua alle sfide della salute – dice Anna Maria Porrini, direttore medico di Roche – siamo fortemente impegnati non solo nel trovare soluzioni terapeutiche d’avanguardia, ma anche nell’offrire servizi e strumenti tecnologici, come Ms-Fit, a vantaggio della quotidianità delle tantissime persone che convivono con la sclerosi multipla».

 

«Ms-Fit – aggiunge Davide Cafiero, managing director di Helaglobe – è nato per dare l’opportunità alle persone con sclerosi multipla di esercitarsi quotidianamente, nonostante l’attività fisica adattata venga percepita da loro a volte come noiosa o faticosa».

 

Con questa tecnologia, conclude Giampaolo Brichetto, coordinatore ricerca in riabilitazione Fism-Aism, «coordineremo uno studio che coinvolgerà un network di centri di eccellenza nella ricerca riabilitativa e nell’esercizio fisico. L’obiettivo sarà testare la fattibilità e la validità di questo particolare approccio di attività fisica adattata nella persona con sclerosi multipla».

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Visita non agonistica per la palestra 25€

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Ogni lunedì e mercoledì pomeriggio i nostri medici dello sport, Dr Gianluca Gottero e Dr Marco Piseddu effettuano le visite medico sportive per il certificato medico necessario per accedere nelle palestre.

 

 

La visita comprende:

misure antropometriche

esame della vista

spirometria

visita medica

Elettrocardiogramma basale

 

Per prenotare tel 0121/030435  Email:  sanlazzaromedica@libero.it

 

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POLIAMBULATORIO MEDICO ODONTOIATRICO SAN LAZZARO MEDICA

VIA ETTORE BIGNONE 38/A
PINEROLO, ITALIA 10064
Italia
Telefono: 0121030435
Email: sanlazzaromedica@gmail.com

Serviamo paziente delle palestre del Pinerolese, Torinese e Saluzzese

 

Funghi della pelle, le parti del corpo più soggette e i rimedi possibili

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Le micosi della pelle, le infezioni causate da funghi patogeni o miceti, sono estremamente frequenti e in costante aumento a causa dello stile di vita odierno. Molte persone le sviluppano a causa dell’assidua frequentazione di saune, palestre, piscine o comunque ambienti caldo umidi che ne favoriscono l’insediamento cutaneo.

 

I miceti, inoltre, attaccano e trovano vita facile tanto più il sistema immunitario è indebolito dallo stress cronico, ma anche da terapie antibiotiche prolungate o frequenti, dall’uso continuo di cortisonici o da trattamenti che determinano immunosoppressione come la radio o la chemioterapia.

 

Non è affatto raro, quindi, che all’avvicinarsi della primavera ci si ritrovi a fare i conti con fastidiose infezioni micotiche, anche a causa della debilitazione delle difese immunitarie messe a dura prova da virus influenzali e parainfluenzali e relative terapie.

 

INFEZIONI MICOTICHE: I PUNTI DEL CORPO IN CUI SONO PIU’ FREQUENTI

«Le infezioni micotiche cutanee, di più comune riscontro nella pratica dermatologica, sono causate da un gruppo eterogeneo di parassiti: i dermatofiti, i lieviti e le muffe. Tali microrganismi sono accomunati dalla capacità di sintetizzare la cheratinasi, un enzima che serve alla degradazione della cheratina degli epiteli cheratinizzati indispensabile alla loro sopravvivenza all’interno dello strato corneo cutaneo, delle unghie, dei peli e dei capelli» spiega il dottor Gianni Montesi Specialista in Dermatologia e Venereologia all’Ospedale Israelitico di Roma.

 

Nella metà dei casi le micosi sono causate proprio dai dermatofiti: «Il termine tinea, seguito dal nome dell’area interessata dall’infezione, indica la sede della micosi in atto. Tinea capitis se interessa il cuoio capelluto, tinea corporis se è interessato il tronco, tinea cruris se ad essere interessata è la regione inguinale, tinea manus, tine pedis, tinea unguium. Si parla di «intertrigo micotica», infine, se l’infezione interessa le pieghe come quella ascellare, inguinale o sottomammaria» chiarisce ancora il dottor Montesi .

 

ATTENZIONE ALLA SUDORAZIONE

Molte delle micosi di comune riscontro tendono a comparire nel periodo primaverile – estivo a causa dei cambiamenti della temperatura, dell’umidità cutanea e della produzione di sebo tipici di queste stagioni.

 

Il piede d’atleta è sicuramente una delle infezioni micotiche più diffuse e fastidiose: «Il piede d’atleta (tinea pedis), è causato da funghi del genere Tricophyton o più comunemente dalla Candida- spiega il dottor Montesi- Il persistere dell’umidità tra le dita dei piedi causato dall’ipersudorazione determinata dall’uso frequente di scarpe antitraspiranti o semplicemente dalla mancata asciugatura degli spazi interdigitali dopo la doccia, determina la comparsa di macerazione e fessurazione cutanea, un ambiente ideale per la proliferazione dei funghi.

Queste micosi sono difficili da debellare se non si interviene con una corretta asciugatura e con delle polveri antimicotiche che, oltre all’effetto antifungino, contribuiscono a tenere asciutta l’area dove vengono applicate».

 

LE ASCELLE E LA PARTE SOTTOSTANTE DEL SENO

Un discorso analogo può essere fatto per le micosi del cavo ascellare, del solco sottomammario e dell’inguine come precisa il dottor Montesi: «Le micosi in questi distretti anatomici sono più frequenti nei soggetti affetti da diabete e nei pazienti immunocompromessi, nei quali la stagione estiva può contribuire al peggioramento dei sintomi. Tali micosi sono molto spesso causate dalla Candida e si presentano con delle aree eritematose accompagnate da prurito e bruciore. La terapia si avvale sempre di una corretta asciugatura della zona e dell’utilizzo di creme o polveri antimicotiche associate a prodotti a base di eosina, sucralfato, solfato di rame o di zinco e i silicati che contribuiscono a ridurre l’infiammazione, l’umidità e la carica batterica della superficie cutanea».

 

LE MICOSI NELLE UNGHIE DELLE MANI E DEI PIEDI

Quando le infezioni micotiche interessano le unghie delle mani o dei piedi si parla di onicomicosi. «Queste infezioni insorgono più frequentemente tra i 20 e i 50 anni e sono molto comuni nei soggetti che presentano alterazioni della circolazione arteriosa, che indossano calzature poco traspiranti e che frequentano piscine, palestre e saune- spiega ancora il dottor Montesi che conclude- Le onicomicosi possono insorgere su unghie sane (onicomicosi primaria) oppure su unghie interessate da un’altra patologia (onicomicosi secondaria). L‘infezione può manifestarsi ai margini subungueali e coinvolgere la lamina ungueale in senso centripeto, può interessare solo la superficie della lamina ungueale, oppure può colpire inizialmente la porzione prossimale dell’unghia e poi migrare verso il margine libero. Tutte le onicomicosi, a prescindere dall’agente eziologico che le determina, sono di difficile eradicazione: è sempre consigliabile eseguire in laboratori attrezzati un esame microscopico e colturale dell’unghia in questione con lo scopo di identificare l’agente patogeno. La terapia normalmente si protrae per alcuni mesi soprattutto nelle onicomicosi dei piedi e consiste nell’applicare quotidianamente smalti antimicotici associati a farmaci antimicotici per bocca per 7 giorni al mese per alcuni mesi. Al termine della terapia si attende un mese e si ripete l’esame microscopico e colturale per essere certi dell’avvenuta guarigione».

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Proteggete la vista: ai bambini farà bene aria aperta e maggiore distanza dai dispositivi digitali

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Anche se i fattori genetici giocano un ruolo rilevante nella miopia, molti bambini potrebbero preservare una buona vista semplicemente trascorrendo più tempo all’aria aperta. È quanto sostiene Matteo Piovella, Presidente della Società Oftalmologica Italiana (SOI), le cui parole trovano pieno riscontro nei risultati del trial clinico CLEERE, condotto su 1.200 bambini di età compresa tra i 6 e i 14 anni. Per la prima volta questo studio internazionale ha evidenziato, più di un decennio fa, che i bambini che trascorrono molto tempo all’aria aperta hanno meno probabilità di andare incontro a miopia rispetto ai più casalinghi, indipendentemente dal tempo totale trascorso sui libri o di fronte alla tv.

 

Più luce solare e meno display

Il motivo di questo risultato ancora oggi non è del tutto chiaro: una delle ipotesi è che la luce naturale favorisca il rilascio di dopamina, che impedirebbe al bulbo oculare di sviluppare quella caratteristica forma allungata che contraddistingue la miopia. Tuttavia i moderni display di tablet e smartphone potrebbero non essere immuni da responsabilità, specie se tenuti troppo vicini agli occhi. «Come un tempo si diceva ai bambini di non stare troppo vicino alla televisione, oggi bisogna raccomandare loro di mantenere una certa distanza da smartphone e tablet, poiché avvicinando troppo l’occhio entra in funzione una messa a fuoco automatica che sembra favorire l’evoluzione della miopia in soggetti predisposti» avverte il Presidente SOI. Ad esempio guardare lo schermo di uno smartphone o di un tablet dalla distanza di 20 cm comporta uno sforzo triplicato rispetto al guardarlo da una distanza di 50 centimetri. Se questo sforzo viene mantenuto per troppo tempo, è possibile che nel tempo possa favorire il difetto della vista.

 

Pause frequenti da pc e tablet

I dati internazionali sulla miopia dimostrano un crescente aumento di questo difetto visivo nel mondo, con picchi massimi di incidenza in estremo Oriente (a Seul il 96,5% dei 19enni è miope) e una tendenza, entro l’anno 2050, a una popolazione terrestre composta per il 50% di miopi.

 

Arrestare il suo decorso sembra improbabile, sia per la matrice parzialmente genetica del disturbo, sia perché le più semplici raccomandazioni vengono continuamente disattese. «Fare frequenti pause quando si utilizza un pc o un tablet oppure limitare l’utilizzo dei dispositivi elettronici nei bambini a un massimo di 2-3 ore al giorno sono raccomandazioni tanto semplici quanto efficaci, eppure difficilmente rispettate» avverte Matteo Piovella.

 

Occhiali o lenti a contatto?

Una volta che si manifesta la miopia, la correzione attraverso occhiali o lenti a contatto è assolutamente ininfluente sul suo andamento, anche se chi preferisce le lenti deve impegnarsi a utilizzarle in modo attento e responsabile. «Indossare le lenti significa prestare massima attenzione al loro utilizzo e sapere che, se una lente provoca fastidio o rossore, questa deve essere assolutamente rimossa e sostituita. Ogni giorno in Italia una persona perde un occhio a causa dell’utilizzo improprio delle lenti» sottolinea Piovella.

 

Seppur allarmante, questo dato è estremamente contenuto rispetto alle decine di migliaia di fruitori di lenti in Italia. Tuttavia dovrebbe far riflettere su quanto la salute degli occhi dipenda dai piccoli accorgimenti, che tutti conoscono e pochi mettono in pratica.

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Così la logopedia potrà beneficiare dei nuovi sistemi di “comunicazione aumentativa”

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Il 6 marzo Giornata Mondiale dedicata alle terapie per il linguaggio

Comunicare senza mai parlare. Può sembrare impossibile, ma è invece una realtà per milioni di persone in tutto il mondo grazie alla comunicazione aumentativa alternativa: una sorta di «superlinguaggio» che permette di comunicare con la realtà circostante anche a chi è impossibilitato (momentaneamente o meno). In Italia questo problema, per varie cause, arriva a riguardare quasi ottocentomila persone. Ma attraverso questa opportunità – flessibile e modulata sulla base delle caratteristiche della persona stessa – si può permettere a queste persone di essere comunque in grado di mantenere una socialità adeguata.

 

Comunicazione aumentativa alternativa: di cosa si tratta?

È dedicata alla comunicazione aumentativa alternativa la Giornata europea della logopedia, in programma come ogni anno per il 6 marzo. Per l’Italia è prevista la consueta settimana di consulti con i cittadini, che potranno contattare la Federazione dei Logopedisti attraverso i canali web (www.fli.it – info@fli.it), social e telefonico (049-8647936: fino al 9 marzo, dalle 10 alle 12).

 

V IDEO: IN CHE MODO LA LOGOPEDIA INTERVIENE SULLA BALBUZIE 

 

Un’opportunità per avere delucidazioni sul focus di quest’anno ma non solo.«Quando non è possibile comunicare verbalmente, si può ricorrere alla comunicazione aumentativa alternativa – afferma Tiziana Rossetto, logopedista e presidente della Federazione Logopedisti Italiani -. Si tratta di un insieme di modalità, strategie e tecnologie che possono migliorare la capacità di comunicare di una persona. La comunicazione aumentativa alternativa comprende l’uso di tabelle di immagini, tabelle di lettere, gesti, oggetti, dispositivi a uscita vocale. Si possono per esempio usare i residui vocali del soggetto rinforzandoli con l’uso di immagini simboliche.

 

LEGGI : IL MIO LAVORO DI LOGOPEDISTA PER RIDARE AI PAZIENTI LA PAROLA 

 

Il ventaglio di opportunità va dalla lingua dei segni alle tecnologie assistive, dalla chiusura delle palpebre all’uso di simboli realizzati con grafica essenziale per esprimere un singolo concetto. Senza dimenticare il sistema di comunicazione tramite scambio di immagini che entra a far parte delle strategie utilizzate nell’ambito dell’autismo».

 

Chi ne può trarre beneficio?

La comunicazione aumentativa alternativa può aiutare bambini e adulti che hanno una disabilità congenita (paralisi cerebrale, disabilità intellettiva, disturbo dello spettro autistico) oppure una disabilità acquisita (ictus, trauma cranico), un disturbo degenerativo (malattie del motoneurone, morbo di Parkinson) o una difficoltà temporanea (sindrome di Guillain-Barré). Chiunque abbia una disabilità che colpisce gravemente la comunicazione, non soltanto nella produzione ma anche nella comprensione, è candidato alla comunicazione aumentativa alternativa.

 

«Gli interventi di comunicazione aumentativa alternativa non ritardano l’acquisizione del linguaggio parlato, anzi – prosegue la specialista -. Esistono evidenze che possono facilitare lo sviluppo del linguaggio per alcune malattie complesse, come nel caso dell’autismo. Possiamo quindi vedere un bambino affetto da sindrome genetica con grave malformazione cranio-facciale, che non ha potuto imparare a parlare e che invece comunica usando specifici software o anche una semplice tabella di simboli colorati che lui può indicare per esprimere le sue richieste.

 

Oppure ancora un paziente adulto con grave afasia che comunica selezionando dal tablet dei messaggi pre-registrati. O, infine, un paziente che ha subito un esteso intervento chirurgico demolitivo testa-collo che digita frasi su un dispositivo che le tramuta in messaggi vocali».

 

Necessario rivolgersi a un logopedista

I logopedisti sono essenziali per garantire l’ottimale scelta ed utilizzo delle forme alternative o aumentative della comunicazione. Chiosa Rossetto: «Il successo dipende infatti dalla personalizzazione della strategia e dal suo adattamento ai bisogni comunicativi della persona dal reale sviluppo o potenziamento della competenza comunicativa, dalla motivazione a comunicare, dal coinvolgimento di tutto l’entourage che ruota attorno alla persona. Non basta imparare a usare un tablet per comunicare efficacemente e in tutti i contesti».

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Parlare nel sonno: lo fanno soprattutto gli uomini e con tono rude

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Studio francese: la parola più pronunciata è «no». E non sempre i destinatari degli eventuali insulti sono identificabili

Il somniloquio è la propensione a parlare nel sonno: a farlo sono soprattutto i bambini, ma anche gli adulti, specie quelli sotto stress o in preda a stati febbrili.

 

Maria Paola Canevini, professore associato presso l’Università degli Studi di Milano, responsabile del Centro Epilessia dell’ASST Santi Paolo e Carlo di Milano precisa: «Quello del somniloquio è un fenomeno frequente, basti pensare che nel corso della vita i 2/3 della popolazione presenta questo tipo di manifestazione. Si tratta di solito di un fenomeno normale dovuto al fatto che il cervello non dorme mai, ma continua a formulare pensieri indipendentemente dal fatto che si sogni o meno».

 

In pratica mentre il nostro corpo riposa, il nostro cervello no, o almeno non completamente. Alcune parti si attivano in modo simile alla veglia mentre altre continuano a dormire.

 

La professoressa Canevini spiega: «Mentre si dorme si può verificare una vera e propria dissociazione che permette l’emergere di manifestazioni comportamentali anomale in sonno, fra cui il somniloquio, ma non solo, basti pensare ad altri comportamenti che possono realizzarsi durante il sonno, come il sonnambulismo, un fenomeno durante il quale un soggetto apparentemente addormentato può camminare in giro per casa.

Il somniloquio non è di per sé una malattia, anche se a volte si associa a disturbi neurologici o ad altri disturbi del sonno come il bruxismo, lo sleep terror ovvero la paura di addormentarsi o le apnee ostruttive del sonno.

Il somniloquio può presentarsi sia durante il sonno NREM sia durante quello REM, quindi sia nelle fasi di sonno più leggero che più pesante, manifestando alcune peculiarità nei due diversi contesti. Si può trattare di borbottii difficilmente decifrabili, caratterizzati dall’emissione di semplici suoni, fino a vere e proprie conversazioni».

 

Che cosa si dice nel sonno?

Uno studio francese, recentemente pubblicato sulla rivista Sleep ha cercato di capire meglio cosa accade a chi parla nel sonno e soprattutto si è concentrato nel decifrare cosa viene detto, ovvero se si tratta di frasi senza senso oppure con significato compiuto.

 

I ricercatori hanno selezionato 232 volontari che si sono detti disposti a dormire per due notti di seguito in laboratorio. Tutti erano afflitti da parasonnie, disturbi del sonno che inducono a parlare nel sonno stesso. Nelle due notti di studio i volontari mentre dormivano sapevano di essere sottoposti a polisonnografia, un esame che permette un’attenta valutazione di tutti i parametri legati al sonno.

 

I ricercatori hanno così registrato 883 episodi di parlato nel sonno: il 59% degli episodi era riferibile a borbottii, urla, risate e sussurri. Ma gli studiosi sono riusciti a captare anche 3349 parole intellegibili. I più «chiacchieroni» sono risultati gli uomini e la parola più detta è stata «no», o comunque negazioni e poi domande. Il 10% delle parole dette sono risultate essere insulti, generalmente non rivolti ad un interlocutore preciso. Quando i volontari sono entrati nella fase REM, tuttavia, gli insulti sono stati rivolti chiaramente a persone ben identificabili.

 

Secondo i ricercatori il somniloquio è più frequente nelle persone che vivono una situazione di conflitto a casa o comunque nella vita. Questo lavoro di ricerca permette anche di affermare che quando si parla nel sonno vengono utilizzati gli stessi circuiti cerebrali che di giorno ci permettono di rispettare una certa sintassi, la semantica e di aspettare che l’interlocutore ci risponda.

 

Che cosa si intende per corretta igiene del sonno

La professoressa Canevini sottolinea che «il somniloquio, soprattutto se associato ad altri disturbi del sonno o a riflessi diurni che possono essere spia di una significativa destrutturazione del sonno notturno, dovrebbe essere inquadrato da medici esperti in disturbi del sonno in modo da stabilire se si tratti di una manifestazione isolata o meno, impostare un inquadramento diagnostico e un eventuale trattamento, non necessariamente di tipo farmacologico».

 

Spesso i problemi del sonno si giovano di alcuni semplici accorgimenti di igiene del sonno stesso, come quello di addormentarsi solo in camera da letto, dopo aver spento tutte le apparecchiature elettroniche, televisione compresa, dopo aver assunto una cena leggera che non impegni eccessivamente i processi digestivi, senza aver assunto alcol, addormentandosi in un ambiente sereno, buio e a mantenuto a una temperatura adeguata, ovvero né troppo calda né troppo fredda.

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