ORARI DI AGOSTO E CHIUSURA ESTIVA

ORARI DI AGOSTO E CHIUSURA ESTIVA

gestione No Comments

ORARI DI AGOSTO:

Dal 5 al 9 agosto aperto dalle 14 alle 19

Chiusura estiva: dal 10 al 18 agosto

Dal 19 al 25 agosto aperto dalle 14 alle 19

NB. Dal 26 agosto orario pieno

 

HOME

Visita dermatologica 90€ tutti i venerdì pomeriggio

gestione No Comments

Dr Roberto Castellengo

Medico Chirurgo specialista in Dermatologia

Visita tutti i venerdì su appuntamento

Visita dermatologica

Mappatura Nei

dermatologo pinerolo, dermatologo saluzzo

HOME

Insonnia d’estate, come recuperare sonno e benessere

gestione No Comments

Insonnia d'estate, come recuperare sonno e benessere

Adottando semplici regole è possibile modificare il proprio orologio interno, trasformando un nottambulo in un mattiniero. A sostenerlo uno studio pubblicato su Sleep Medicin

RITMI estenuanti, caldo, stress, ansia e, più in generale, uno stile di vita poco equilibrato possono minacciare un buon riposo. Tanto da far rischiare, per molti di noi, l’insonnia, un disturbo che porta con sé una lunga lista di effetti collaterali, come un’eccessiva sonnolenza durante il giorno, difficoltà di concentrazione e memoria, e un maggior rischio di soffrire di gravi disturbi, come la depressione. Accanto agli insonni, tuttavia, c’è anche un altro tipo di persone che potrebbe andare incontro a problemi simili, ma di intensità minore: sono i nottambuli, persone che tendono naturalmente a svegliarsi e addormentarsi più tardi del resto della popolazione, e hanno quindi problemi ad uniformarsi ai ritmi della società moderna. Finendo per fare spesso le ore piccole, e tendendo a trovarsi un po’ fuori fase nelle prime ore della mattina e sperimentare nell’arco della giornata sonnolenza, difficoltà di concentrazione e sentimenti negativi, come stress e depressione. Ma oggi, per arriva una buona notizia per i nottambuli: un team di ricerca internazionale, delle università di Birmingham, del Surrey (Regno unito) e della Monash University (Australia), ha dimostrato che è possibile modificare, nel giro di sole tre settimane abitudini comportamentali e ritmo sonno/veglia utilizzando interventi semplici, pratici e non farmacologici.

I consigli da seguire

Nel nuovo studio, appena pubblicato su Sleep Medicine, i ricercatori si sono concentrati su un gruppo di 22 nottambuli. “Volevamo sapere se ci sono interventi semplici che le persone possono seguire in autonomia per risolvere questo problema”, spiegano i ricercatori. Per capirlo, ai partecipanti è stato chiesto di seguire, per un periodo di tre settimane, alcune semplici indicazioni: impostare la sveglia 2-3 ore prima del solito e lasciare che la luce mattutina illuminasse la propria stanza. Fare colazione appena svegli, pranzare sempre alla stessa ora e non cenare dopo le 19.00. Svolgere esercizio fisico esclusivamente nell’arco della mattinata, evitare la caffeina dopo le 15.00 e non fare sonnellini dopo le 16. Andare, infine, a dormire 2-3 ore prima del solito ed evitare di esporsi eccessivamente alla luce artificiale nelle ore serali. Ai partecipanti, quindi, è stato chiesto di seguire questi suggerimenti e mantenere gli stessi orari di sonno e di veglia ogni giorno, non facendo differenze tra giorni lavorativi e festivi.

Benessere fisico e mentale

Al termine dello studio, i ricercatori hanno osservato che gli orologi interni dei partecipanti risultavano spostati di due ore prima rispetto a quando avevano cominciato a seguire i consigli. In media – scrivono gli autori dello studio – anticipando la sveglia e il coricarsi di due ore rispetto al solito, i nottambuli hanno riportato miglioramenti del benessere mentale e fisico. Dalle analisi, infatti, i partecipanti hanno mostrato un miglioramento delle prestazioni cognitive (tempo di reazione più veloce) e livelli più bassi di depressione, stress e sonnolenza nella mattinata, momento della giornata in cui questa categoria di persone accusa maggior stanchezza. “Stabilire routine semplici può aiutare i nottambuli a regolare i loro orologi interni e a migliorare la loro salute fisica e mentale complessiva: livelli insufficienti di sonno e disallineamento circadiano possono influire negativamente su molti processi corporei, aumentando il rischio di malattie cardiovascolari, cancro e diabete”, ha spiegato Debra Skene dell’Università del Surrey, tra i firmatari dello studio.

Rispetto alle persone mattiniere, i nottambuli soffrono maggiormente nella nostra società per riuscire ad adattarsi agli orari di lavoro e di scuola, che non sono sincronizzati con i loro orologi interni. “Riconoscendo queste difficoltà e fornendo semplici strumenti per migliorare il benessere fisico e mentale”, concludono i ricercatori, “possiamo fare passi avanti in una società che è costantemente sotto pressione per massimizzare la produttività e ottimizzare le prestazioni delle persone in determinati momenti della giornata”.

Soffrite di una malattia reumatica? Altro che riposo, dovete fare ginnastica

gestione No Comments

Al congresso europeo di reumatologia Eular a Madrid le nuove evidenze scientifiche. Per evitare infortuni da sovraccarico, bisogna progredire gradualmente

Avere una malattia reumatica un tempo significava riposo assoluto e spesso esonero dall’ora di ginnastica. Oggi, dietrofront. Ci sono le prove che l’attività fisica sia salutare anche per questi malati. Tanto che al congresso europeo di reumatologia Eular svoltosi a Madrid un’intera sessione è stata dedicata alle evidenze scientifiche accumulatesi negli ultimi anni.

In caso di artrite reumatoide, osteoartrite all’anca o al ginocchio interventi mirati di attività fisica – non di semplice movimento – riducono l’infiammazione, il dolore, il rischio cardiovascolare e l’ospedalizzazione, dando un generale miglioramento della qualità di vita. Anche nel caso della spondilite anchilosante e del lupus, gli studi condotti analizzando anche gli indicatori di infiammazione come la proteina C reattiva e le citochine mostrano che programmi di attività fisica aerobica e di potenziamento muscolare non peggiorano la progressione della malattia ma, al contrario, migliorano la fatigue, la depressione e lo stato fisico.

I SEGRETI PER TENERE VIVA LA MOTIVAZIONE
Ci vuole costanza perché gli effetti dell’esercizio non sono immediati. Per mantenerli, la pratica non va interrotta. Fare di un’attività occasionale un’abitudine sostenuta nel tempo è molto difficile. Lo spiega Keegan Knittle, psicologo dell’Università di Helsinky che studia come cambiare i comportamenti delle persone: «Affinché l’attività fisica diventi la norma, bisogna capire come mantenere viva la motivazione, anche quando i risultati sperati sembrano non arrivare – spiega il professore – In questo, aiuta molto sviluppare forme di motivazione interne:«è divertente», «fa parte di me», «mi fa tanto bene» sono molto più potenti rispetto alla motivazione esterna («mi è stato detto di farlo») o introiettata («se non lo faccio mi sento in colpa»)»·

Inoltre, spiega Knittel, posso aiutare molto anche le tecniche di autoregolamentazione o di «self regulation», per stabilire degli obiettivi e monitorarne regolarmente il raggiungimento.

«Questa è una strategia utile anche in seguito, nel periodo di mantenimento, per confermare a sé stessi che si è ancora a cavallo». Infine, spiega il professore, bisogna «essere consapevoli della grande influenza che hanno il contesto sociale e ambientale e le risorse personali di ciascuno: a volte i pazienti non hanno le energie per andare avanti e ciò rallenta la formazione dell’abitudine allo sport».

Un consiglio per tutti? «Stabilite dei trucchetti personali, come ad esempio questo: quando finisce la serie tv preferita, alzarsi dal divano, uscire di casa e camminare riflettendo su quanto era bella la puntata».

ALLENARSI, MA QUANTO?
Quando la pratica dello sport sarà diventata una consuetudine, potremmo voler sapere quanto esercizio fisico praticare e a quale intensità. «La dose ottimale? Non si sa» è la premessa di George Metsios, medico dello sport dell’University of Wolverhampton, che puntualizza come di allenamento debba trattarsi. «Allenamento significa voler migliorare una certa prestazione, indurre una risposta fisiologica specifica ad uno stimolo che nel corpo provoca un certo adattamento».

E, mette in guardia il ricercatore, sembra esserci anche una sistematica sottostima dell’intensità da prescrivere ai pazienti, che finisce per risultare insufficiente. Dopodiché, questi pazienti sono spesso più sedentari della media per le barriere della propria malattia e ci sono ancora pochi studi clinici riguardanti l’attività fisica nelle malattie reumatiche. Ma per renderli omogenei, confrontabili e ripetibili, «ci sono alcuni principi che vanno sempre considerati, perché consentono di avere degli studi omogenei – mette in guardia Metsios – e si tratta di frequenza, intensità, tempo e tipo (FIIT) dell’attività fisica, ma anche specificità dell’esercizio, progressione, sovraccarico, valori iniziali (i naive rispondono prima) e reversibilità (in seguito alla cessazione dell’attività fisica si torna al livello di partenza)».

Per evitare infortuni da sovraccarico, bisogna progredire gradualmente, senza però fermarsi, aiutando i malati a vincere le resistenze psicologiche. Bisogna abbinare l’attività anaerobica, che può regalare benefici più immediati, perché già dal secondo mese aumenta la forza e diminuisce il dolore e dal sesto mese aumenta la massa muscolare, con l’attività aerobica grazie alla quale, a partire dal terzo mese, diminuisce la massa grassa e si riducono i fattori di rischio cardiovascolare.

La progressione nei risultati dovuta alla risposta fisiologica dell’organismo all’allenamento è del tutto simile in giovani e vecchi, sani e malati. Perché su questo bisogna essere chiari, spiega il professore George Metsios, «l’attività fisica fa bene ad ogni età».

HOME

Nel caffè la sveglia del tessuto che brucia i grassi

gestione No Comments

Nel caffè la sveglia del tessuto che brucia i grassi

Caffeina tra candidati, potrebbe essere utile in futuro contro obesità e diabete. Ma si deve capire ancora in che dosi

ROMA – All’interno del caffè potrebbe nascondersi una sostanza capace di attivare il tessuto che brucia i grassi, cioè il tessuto adiposo bruno che brucia le calorie. Il probabile candidato è la caffeina, ma – attenzione – sono necessarie altre ricerche per individuare la dose precisa per ottenere l’efficacia della sostanza e l’eventuale associazione con altre molecole. Quindi è meglio evitare sperimentazioni fai-da-te. È quanto emerge dallo studio pubblicato sulla rivista Scientific Reports dal gruppo dell’Università britannica di Nottingham, coordinato da Michael Symonds. Lo studio è basato sull’analisi dell’effetto di sostanze come la caffeina su cellule staminali in grado di trasformarsi in cellule del tessuto adiposo bruno. E, inoltre, sull’utilizzo di tecniche di diagnostica per immagini che permettono di visualizzare, attraverso camere termiche, la posizione e l’attività del tessuto stesso.

Il tessuto adiposo bruno, considerato inizialmente una caratteristica solo dei bambini e dei mammiferi che vanno in letargo è, invece, presente anche negli adulti. Dove, sottolineano gli autori della ricerca, ha l’importante ruolo di riscaldare l’organismo bruciando calorie in risposta al freddo.
“Finora non era mai stato scoperto un modo efficace per stimolare l’attività del tessuto adiposo bruno. È la prima volta che osserviamo, grazie al caffè, un effetto diretto su questo tessuto”, ha spiegato Symonds. Secondo gli esperti, “nel caffè si nasconde quindi una sostanza simile alla caffeina che, da sola o insieme a quest’ultima, facilita il funzionamento di questo tessuto. Un’arma – ha concluso – che potrebbe rivelarsi utile a contrastare l’obesità e alcune forme di diabete

Esiste un limite di resistenza alla fatica? Sì, ed è uguale per tutti

gestione No Comments

Che tu sia un runner della domenica o un ultramaratoneta fa poca differenza: condividiamo tutti la stessa soglia di dispendio energetico oltre la quale il corpo umano è incapace di sostenersi a lungo. Un tetto massimo che sembra essere stato selezionato nel corso dell’evoluzione.

limite-resistenza

È il corpo stesso a stabilire le richieste energetiche massime che può sostenere. Jogging estivo: come si adatta il corpo all’afa?|SHUTTERSTOCK

Il Giro d’Italia, l’Ironman, gli Ultra trail… alcune competizioni spingono ai limiti della resistenza anche gli atleti più allenati. Ma esiste un tetto oltre al quale non è possibile arrivare? Esiste, e non è solo nella mente, come alcuni preparatori sono soliti ricordare. Si tratta di un limite metabolico che – secondo un nuovo studio pubblicato su Science Advances – è uguale per tutti a prescindere dalla preparazione, e dalla disciplina praticata.

 

LINEA ROSSA. Il corpo umano non può richiedere calorie oltre la soglia di due volte e mezzo il suo dispendio metabolico a riposo (metabolismo basale, cioè il dispendio energetico necessario a sostenere le funzioni vitali di base): oltre quel tetto, l’organismo inizia a consumare i suoi stessi tessuti, nel tentativo disperato di supplire al deficit di calorie. Per Herman Pontzer, antropologo evolutivo della Duke University (USA) e coautore dello studio, è questo il margine entro il quale si muovono le umane possibilità.

 

Questa soglia potrebbe dipendere dalla capacità delle pareti intestinali di assorbire nutrienti: il nostro tratto digerente può scomporre e digerire solo una certa quantità di cibo al giorno, e dunque incamerare una quantità massima di riserve energetiche.



FATICHE A CONFRONTO. Gli scienziati hanno comparato i dati disponibili sulle calorie bruciate quotidianamente in una serie di gare di resistenza, inclusi il Tour de France, gare di nuoto, di trekking nell’Artico e una prova che dura nove mesi – la gravidanza. In particolare si sono soffermati sul dispendio energetico degli atleti che hanno preso parte, nel 2015, a una gara di resistenza che dura cinque mesi e attraversa gli USA per 4800 km, la Race Across the USA (RAUSA). In questa competizione, gli atleti corrono l’equivalente di una maratona al giorno, per sei giorni alla settimana, per 14-20 settimane.

 

Il confronto dei dati ha mostrato un andamento costante, una curva a forma di “L” in cui il dispendio energetico giornaliero degli atleti partiva a livelli alti, per poi progressivamente calare e stabilizzarsi a una soglia di 2,5 volte il metabolismo basale per il resto della gara. Quando gli scienziati hanno analizzato i campioni di urina degli atleti del RAUSA, all’inizio e alla fine della gara, si sono accorti che alla ventesima settimana, consumavano 600 kcal in meno al giorno rispetto a quanto ci si sarebbe aspettati per quel chilometraggio e quel momento. Come se il corpo sapesse abbassare le proprie richieste energetiche per mantenersi entro quella soglia massima.

 

DI PIÙ NON È POSSIBILE. Il fatto forse più interessante è che tutti gli eventi seguivano la stessa curva, che si trattasse di una gara alle temperature sottozero dell’Artico, di una competizione di ciclismo estiva o di una gravidanza: il tetto massimo di energia spendibile riscontrato nei campioni di resistenza è infatti appena superiore ai ritmi metabolici sostenuti dalle donne durante la gravidanza. Lo stesso limite fisiologico selezionato nel corso dell’evoluzione sembrerebbe quindi impedire al corpo di imbarcarsi in sforzi fisici oltre i quali potrebbero esserci conseguenze fatali, e al feto di svilupparsi in modo eccessivo all’interno dell’utero.

HOME

Epicondilite, non è vero che viene solo ai tennisti. I lavori che possono causarla e le nuove cure

gestione No Comments

Lo chiamano anche «gomito del tennista». Le categorie più esposte sono gli operatori di video terminali, dattilografi, idraulici e imbianchini, pittori, barbieri e parrucchieri
ortopedico torino san lazzaro medica

Lo chiamano anche «gomito del tennista», ma in realtà è un infortunio che non colpisce solo gli amanti della racchetta. L’epicondilite, infatti, può interessare persone che praticano altri sport, come il bodybuilding, la scherma, il tennis, il paddle (molto in voga in questo periodo), il ciclismo (mountain bike sopratutto). O anche chi fa lavori ripetitivi, come un operaio in fabbrica. O chi svolge lavori pesanti, come il muratore che utilizza alcuni attrezzi (trapano, martello, cacciavite).

«Le categorie a rischio sono anche gli operatori di video terminali, dattilografi, idraulici e imbianchini, pittori, barbieri e parrucchieri, camerieri (per il continuo portare i piatti), meccanici (uso del cacciavite), carpentieri e anche giardinieri», spiega Emanuele Umbro, fisioterapista, responsabile dello studio Nexus a Roma. Anche l’uso eccessivo di computer e tablet possono aumentare le probabilità di sviluppare questa condizione.

L’EPICONDILITE COLPISCE FINO AL 3% DELLA POPOLAZIONE ITALIANA

Non stupisce, quindi, che l’epicondilite sia molto diffusa. «Si stima affligga dall’1 al 3 per cento della popolazione ogni anno, senza particolare distinzione tra uomini e donne», sottolinea Umbro. La condizione colpisce persone tra i 25 e i 60 anni d’età, ovvero persone attive a lavoro oppure sportive che creano microtraumi ripetuti all’articolazione. «L’epicondilite è per definizione un’infiammazione delle strutture che si collocano nella zona laterale del gomito», spiega l’esperto. Può colpire chiunque esegua ripetutamente dei movimenti di flessione del braccio e rotazione del polso. «Le cause vanno ricercate in uno scorretto uso dell’articolazione – spiega Umbro – che messa in sovraccarico, tende ad infiammarsi nella componente epicondilare, ma non va assolutamente sottovalutata, la compresenza di patologie a carico del rachide cervicale, e proprio la compresenza di cervicalgia, deve destare sospetto e attenzione nel trattamento per evitare il fallimento, per incompletezza di trattamento alla fonte del problema».

CI SONO DIVERSE OPZIONI DI TRATTAMENTO

C’è un sintomo specifico che lascia poco spazio ai dubbi. «Il dolore specifico alla palpazione dell’epicondilo rappresenta il segno che caratterizza l’affezione», spiega Umbro. «Viene eseguito sul gomito piegato a 90 gradi, e si palpa così il tendine comune epicondileo, l’interlinea omero-radiale, il bordo esterno della testa radiale e la zona in cui emerge il nervo radiale. Altro segno quasi certo – continua – è il dolore provocato nei muscoli epicondilari, quando si chiede una estensione contrastata del polso a dita flesse e l’estensione contrastata delle dita, soprattutto del medio».

Ci sono diversi livelli di trattamento. «Il trattamento di questa patologia così ostica, è di tipo conservativo, almeno nella fase iniziale», riferisce Umbro. «Le principali scelte sono quindi riposo, farmaci FANS, fisioterapia e infiltrazioni steroidee», aggiunge. Altre opzioni terapeutiche a disposizione sono: le onde d’urto focali, ovvero onde di pressione (acustiche, di natura meccanica) prodotte da appositi generatori, in grado di propagarsi nei tessuti, in sequenza rapida e ripetuta, con proprietà antidolorifiche e antinfiammatorie. La terapia chirurgica è raccomandata solo in caso di insuccesso dei trattamenti medici e strumentali.

LA NUOVA FRONTIERA E’ LA MEDICINA RIGENERATIVA

Se non si ottiene alcun beneficio si può ricorrere alla medicina rigenerativa. Una delle tecniche più efficaci è quella che prevede l’utilizzo del PRP, il plasma ricco in piastrine: questa prevede un piccolo prelievo di sangue venoso che poi viene centrifugato per separare le componenti e ottenere un concentrato di piastrine. Queste, infatti, sono ricche di fattori di crescita, cioè proteine che aiutano il processo di autoriparazione e guarigione dei tessuti. Le piastrine vengono successivamente iniettate nei tendini o nei muscoli e, dopo l’infiltrazione, si procede alla medicazione compressiva. Un’altra opzione nuova è quella che utilizza le cellule staminali con lo scopo di rigenerare e accelerare la guarigione.

HOME

Dr Luca Savio

Dr Gianfranco Santisi

Perché le donne sopportano meglio il dolore?

gestione No Comments

Secondo un recente studio le donne sopportano di più il dolore rispetto agli uomini perché ricordano di meno le esperienze dolorose.

coppiamalatauomoraffreddore
|SHUTTERSTOCK

Alzi la mano la donna che non ha mai detto: «Mio marito, quando è malato, è insopportabile. Ha solo due righe di febbre e un po’ di mal di testa ma sembra che sia sul letto di morte». Un luogo comune? Un pregiudizio di genere? Non troppo, e ora la scienza ci spiega perché.

 

MEMORIA. Secondo una ricerca pubblicata su Current Biology, dipenderebbe dalla memoria. Partendo da sperimentazioni condotte su topi di laboratorio (e poi estese agli esseri umani), si è visto che gli esemplari maschi, in caso di ritorno nel luogo in cui avevano vissuto un’esperienza traumatica, tendono a mantenere un ricordo più vivido del dolore.



 

I ricercatori hanno misurato il dolore percepito da un gruppo di individui causato dal riscaldamento dell’avambraccio (per i topi, della zampa). A distanza di qualche tempo, il test è stato ripetuto facendo ritornare i soggetti nello stesso ambiente dell’esperimento.



TROPPO CALDO. La seconda volta gli uomini (e i topi maschi) hanno percepito un fastidio molto più intenso rispetto alle donne… e i topi maschi si sono allontanati in tempi più rapidi dalla fonte del calore.

HOME

 

Chirurgia robotica: facciamo il punto

gestione No Comments

A vent’anni dall’introduzione del sistema chirurgico da Vinci, questo potente strumento di chirurgia mininvasiva è oggi uno standard di eccellenza in molti ambiti chirurgici.

chirurgia-robotica_piattaforma-da-vinci
Il robot da Vinci è la piattaforma più evoluta al mondo per la chirurgia mininvasiva. da Vinci non agisce in autonomia: a guidare i suoi bracci, dove sono montati gli strumenti, è sempre il chirurgo. Il sistema è costituito da tre componenti principali: la console chirurgica (il centro di controllo del sistema: da qui il chirurgo controlla l’endoscopio 3D e gli strumenti per mezzo di manipolatori e pedali), il carrello paziente (il componente operativo, con gli strumenti e l’endoscopio) e il carrello visione (l’unità centrale di elaborazione e processamento dell’immagine, con un sistema video ad alta definizione).

Sono 111 in Italia (22 solo in Lombardia) e circa 5.000 nel mondo le piattaforme chirurgiche da Vinci, in molti ambiti considerate oggi più efficaci e sicure della chirurgia tradizionale – per esempio prostatectomia, urologia e ginecologia, trapianti, oncologia, chirurgia generale complessa – per la precisione che il sistema consente, il basso impatto sul paziente (chirurgia mininvasiva) e la riduzione dei tempi di ripresa post operatoria.

Nel 2018, in Italia sono stati eseguiti 20.450 interventi con il sistema chirurgico da Vinci: un dato che indica crescente fiducia nel sistema. Per esplorare proprio gli aspetti di conoscenza di questa tecnologia, in altre parole “l’atteggiamento e la predisposizione rispetto all’innovazione in sala operatoria“, ab medica (che distribuisce in Italia la piattaforma da Vinci ed eroga formazione e l’assistenza) ha commissionato all’Istituto IPSOS un ampio sondaggio – condotto su 700 cittadini lombardi tra i 25 e i 75 anni: un campione casuale, rappresentativo per genere, età, titolo di studio, condizione lavorativa e zona di residenza. Il lavoro è stato presentato il 16 maggio scorso.

 

Il 74% degli intervistati ha espresso una sostanziale “fiducia” nella chirurgia robotica, e il dato trova conferma nel 61% di chi ritiene che questo tipo di tecnologia possa portare dei vantaggi rispetto alla chirurgia tradizionale.

 

chirurgia robotica, piattaforma da Vinci, ab medica

La chirurgia robotica gode di una fiducia diffusa tra i cittadini lombardi. A destra la composizione del campione che va a comporre quel 74%, che è l’insieme di chi ha espresso “molta” (40%) o “abbastanza” fiducia.

 

Non molti hanno avuto esperienza di un intervento in chirurgia robotica (8%), ma tra questi il 93% ne ha dato un giudizio positivo. Il 30% degli intervistati si dice certo di poter accettare un intervento di chirurgia robotica, mentre il 63% si dice disponibile in funzione del tipo di intervento. Nel complesso, dall’indagine risulta che il “paziente-tipo” più confidente nella chirurgia da Vinci è “uomo, tra i 55 e i 75 anni, con un buon livello culturale e disponibilità economica”.

 

La questione della formazione del chirurgo e del personale di sala all’uso dei sistemi robotici è un altro tema importante: il 76% degli intervistati riconosce che il medico deve acquisire competenze molto elevate per manovrare il robot.

 

Su questo versante lavorano ab medica, con piani di formazione continua e assistenza da remoto, e i responsabili dei reparti dov’è installato il da Vinci: «Per chi, come me, opera in urologia, la chirurgia robotica rappresenta ormai un gold standard imprescindibile: credo fermamente che il futuro sarà robotico, ragion per cui ho messo a disposizione le mie competenze e il mio know-how, in quanto membro della EAU- European Association of Urology, per stilare nuovi protocolli robotici destinati alle prossime leve della chirurgia», afferma Francesco Montorsi, direttore dell’Unità Operativa di Urologia Ospedale San Raffaele.

 

Giorgio Guazzoni (responsabile di Unità Operativa Urologia e Andrologia Ospedale Humanitas Rozzano), ha istituito nel 2011 il primo Master italiano in urologia robotica. Andrea Pietrabissa (direttore Struttura Complessa di Chirurgia Generale Fondazione IRCCS Policlinico San Matteo) afferma che la chirurgia robotica è «una scommessa che abbiamo accolto nel 1999 e che risulta vincente ancora oggi: ogni giorno sosteniamo questa scelta formando instancabilmente i chirurghi di domani, offrendo loro competenze e know-how all’avanguardia e innovativi».

HOME

In Cina i controlli medici sui bambini nelle scuole li fanno i robot

gestione No Comments

In poco tempo il robot Walklake, equipaggiato con fotocamere e sensori, è in grado di diagnosticare i sintomi di varie malattie e tenere sotto controllo la salute degli scolari

In più di 2000 scuole materne in Cina sono stati installati robot che, ogni giorno, svolgono controlli sulla salute degli scolari. I bambini, di età compresa tra 2 e 6 anni, prima di iniziare scuola devono passare tutte le mattine davanti a una macchina robotica, chiamata Walklake , che verifica la loro condizione, ispezionando occhi, bocca e mani per individuare eventuali sintomi di malattia.

Questi robot di controllo sanitario, dotati di fotocamera e sensori, impiegano pochissimo tempo per diagnosticare una varietà di patologie, inclusa la congiuntivite.

Il meglio delle opinioni e dei commenti, ogni mattina nella tua casella di posta

L’idea è quella di intervenire tempestivamente per evitare che una malattia si diffonda e contagi tutta la popolazione della scuola.

Una volta riscontrati problemi medici, Walklake avvisa insegnanti e responsabili degli istituti mentre, d’altra parte, produce report giornalieri dei dati sanitari acquisiti.

Spetta, comunque, al personale del sistema sanitario decidere se mandare a casa il bambino, confermata la diagnosi del robot.

L’introduzione di Walklake è in linea con gli indirizzi del governo cinese che prevedono esami medici quotidiani agli studenti nella scuola dell’infanzia.

I robot consentono un monitoraggio della salute dei bambini là dove c’è una popolazione studentesca numerosa ma il personale medico scarseggia. In Cina, la robotica in ambito sanitario è in grande ascesa come ha mostrato l’ultima World Robot Conference, tenuta a Pechino nell’agosto 2018. In questa occasione, l’azienda iFlytek ha presentato un robot medico che, adottato negli ospedali, è in grado di effettuare diagnosi mediche di oltre 150 tipi di malattie.

HOME

Count per Day

  • 42516Totale letture:
  • 30Letture odierne:
  • 46Letture di ieri:
  • 30357Totale visitatori:
  • 13Oggi:
  • 21Ieri:
  • 0Utenti attualmente in linea: