SOSPENSIONE DELL’ ATTIVITA’ AMBULATORIALE FINO AL 3 APRILE

SOSPENSIONE DELL’ ATTIVITA’ AMBULATORIALE FINO AL 3 APRILE

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Si informa la gentile clientela che il Poliambulatorio San Lazzaro sospenderà le visite mediche fino al 3 aprile.  Riteniamo opportuno dare il nostro contributo per evitare il diffondersi del coronavirus sospendendo tutte le visite mediche presso il nostro centro.

 

Si raccomanda di seguire le prescrizioni comunicate dal Governo e di uscire di casa solo per recarsi presso negozi di alimentari o farmacie.

Decreto #IoRestoaCasa, domande frequenti sulle misure adottate dal Governo

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Obbligo autodichiarazione per spostamenti tra i comuni

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SI INFORMANO I SIG.RI PAZIENTI CHE SECONDO LE DISPOSIZIONE DEL GOVERNO:

“va evitato ogni spostamento delle persone fisiche in entrata e in uscita, nonché all’interno dei medesimi territori, salvo che per gli spostamenti motivati da comprovate esigenze lavorative o situazioni di necessità o per motivi di salute“. Da OGGI, per muoversi in tutta Italia, è dunque necessario esibire un’autodichiarazione. 

 

IL MODULO è SCARICABILE DA QUI

 

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CHIRURGIA AMBULATORIALE DA 120 EURO

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AMBULATORIO DI CHIRURGIA TUTTI I GIOVEDI’ POMERIGGIO

DR. GIOVANNI MALANDRINO

MEDICO CHIRURGO

Reparto di Chirurgia Generale presso AUO San Luigi Gonzaga di Orbassano

Le patologie trattate in chirurgia ambulatoriale interessano per la maggior parte la cute ed il tessuto sottocutaneo, tra quelle di più frequente riscontro troviamo:

Lipoma

Neo

Melanoma

Cisti sebacea

Corpo estraneo

Basalioma

Unghia incarnita

Verruca

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Allarme calciatori, la FA denuncia: il rischio di demenza è triplo

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L'attaccante inglese Jeff Astle, morto a 60 anni per encefalopatia traumatica cronica
 Una ricerca dell’Università di Glasgow commissionata dalla federazione inglese ha mostrato che chi ha giocato ad alti livelli ha molte probabilità in più di soffrire di gravi malattie neurologiche

Allarme calciatori. Secondo una ricerca svolta in Inghilterra su richiesta della Football Association e del sindacato dei giocatori (quindi decisamente seria), i calciatori professionisti hanno una percentuale di rischio molto superiore alla media di morire di demenza e di altre gravi malattie neurologiche. Come riporta il Daily Express in prima, hanno esattamente probabilità tre volte e mezzo superiori rispetto a persone della stessa fascia d’età. Lo studio, condotto dall’Università di Glasgow per 22 mesi sui casi di 7676 ex calciatori scozzesi, ha anche riscontrato un rischio cinque volte superiore per l’Alzheimer, di quattro volte per malattia neuromotorie come la Sla e di due volte per il Parkinson.

La prima pagina del Daily Express

La prima pagina del Daily Express

LE CAUSE

La FA ha già fatto sapere che istituirà una task force per cercare di comprendere meglio le cause di questi numeri impressionanti. Il sospetto è che possano dipendere dalle tante volte in cui i calciatori colpiscono il pallone di testa, soprattutto quelli di una volta che erano particolarmente pesanti. Ma questo nesso non è comunque riportato nella ricerca dell’Università di Glasgow. Dell’Inghilterra campione del mondo nel ’66 sono tre i giocatori affetti da Alzheimer (Martin Peters, Nobby Stiles e Ray Wilson), a cui si aggiunge il caso di Jeff Astle, scomparso nel 2002 a 60 anni per encefalopatia traumatica cronica. L’attaccante era famoso per i suoi colpi di testa.

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VISITE SPORTIVE AGONISTICHE E NON AGONISTICHE

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Da lunedì 2 settembre tutti i  lunedì e mercoledì pomeriggio riprendono le visite sportive

Lunedì: dalle 16 alle 19 visite non agonistiche                       -Dr Marco Piseddu

Mercoledì: dalle 1830 visite agonistiche e non agonistiche -Dr Gialuca Gottero

Tariffe:

visita agonistica: 40€

Visita non agonositica: 27€

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ORARI DI AGOSTO E CHIUSURA ESTIVA

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ORARI DI AGOSTO:

Dal 5 al 9 agosto aperto dalle 14 alle 19

Chiusura estiva: dal 10 al 18 agosto

Dal 19 al 25 agosto aperto dalle 14 alle 19

NB. Dal 26 agosto orario pieno

 

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Visita dermatologica 90€ tutti i venerdì pomeriggio

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Dr Roberto Castellengo

Medico Chirurgo specialista in Dermatologia

Visita tutti i venerdì su appuntamento

Visita dermatologica

Mappatura Nei

dermatologo pinerolo, dermatologo saluzzo

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Insonnia d’estate, come recuperare sonno e benessere

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Insonnia d'estate, come recuperare sonno e benessere

Adottando semplici regole è possibile modificare il proprio orologio interno, trasformando un nottambulo in un mattiniero. A sostenerlo uno studio pubblicato su Sleep Medicin

RITMI estenuanti, caldo, stress, ansia e, più in generale, uno stile di vita poco equilibrato possono minacciare un buon riposo. Tanto da far rischiare, per molti di noi, l’insonnia, un disturbo che porta con sé una lunga lista di effetti collaterali, come un’eccessiva sonnolenza durante il giorno, difficoltà di concentrazione e memoria, e un maggior rischio di soffrire di gravi disturbi, come la depressione. Accanto agli insonni, tuttavia, c’è anche un altro tipo di persone che potrebbe andare incontro a problemi simili, ma di intensità minore: sono i nottambuli, persone che tendono naturalmente a svegliarsi e addormentarsi più tardi del resto della popolazione, e hanno quindi problemi ad uniformarsi ai ritmi della società moderna. Finendo per fare spesso le ore piccole, e tendendo a trovarsi un po’ fuori fase nelle prime ore della mattina e sperimentare nell’arco della giornata sonnolenza, difficoltà di concentrazione e sentimenti negativi, come stress e depressione. Ma oggi, per arriva una buona notizia per i nottambuli: un team di ricerca internazionale, delle università di Birmingham, del Surrey (Regno unito) e della Monash University (Australia), ha dimostrato che è possibile modificare, nel giro di sole tre settimane abitudini comportamentali e ritmo sonno/veglia utilizzando interventi semplici, pratici e non farmacologici.

I consigli da seguire

Nel nuovo studio, appena pubblicato su Sleep Medicine, i ricercatori si sono concentrati su un gruppo di 22 nottambuli. “Volevamo sapere se ci sono interventi semplici che le persone possono seguire in autonomia per risolvere questo problema”, spiegano i ricercatori. Per capirlo, ai partecipanti è stato chiesto di seguire, per un periodo di tre settimane, alcune semplici indicazioni: impostare la sveglia 2-3 ore prima del solito e lasciare che la luce mattutina illuminasse la propria stanza. Fare colazione appena svegli, pranzare sempre alla stessa ora e non cenare dopo le 19.00. Svolgere esercizio fisico esclusivamente nell’arco della mattinata, evitare la caffeina dopo le 15.00 e non fare sonnellini dopo le 16. Andare, infine, a dormire 2-3 ore prima del solito ed evitare di esporsi eccessivamente alla luce artificiale nelle ore serali. Ai partecipanti, quindi, è stato chiesto di seguire questi suggerimenti e mantenere gli stessi orari di sonno e di veglia ogni giorno, non facendo differenze tra giorni lavorativi e festivi.

Benessere fisico e mentale

Al termine dello studio, i ricercatori hanno osservato che gli orologi interni dei partecipanti risultavano spostati di due ore prima rispetto a quando avevano cominciato a seguire i consigli. In media – scrivono gli autori dello studio – anticipando la sveglia e il coricarsi di due ore rispetto al solito, i nottambuli hanno riportato miglioramenti del benessere mentale e fisico. Dalle analisi, infatti, i partecipanti hanno mostrato un miglioramento delle prestazioni cognitive (tempo di reazione più veloce) e livelli più bassi di depressione, stress e sonnolenza nella mattinata, momento della giornata in cui questa categoria di persone accusa maggior stanchezza. “Stabilire routine semplici può aiutare i nottambuli a regolare i loro orologi interni e a migliorare la loro salute fisica e mentale complessiva: livelli insufficienti di sonno e disallineamento circadiano possono influire negativamente su molti processi corporei, aumentando il rischio di malattie cardiovascolari, cancro e diabete”, ha spiegato Debra Skene dell’Università del Surrey, tra i firmatari dello studio.

Rispetto alle persone mattiniere, i nottambuli soffrono maggiormente nella nostra società per riuscire ad adattarsi agli orari di lavoro e di scuola, che non sono sincronizzati con i loro orologi interni. “Riconoscendo queste difficoltà e fornendo semplici strumenti per migliorare il benessere fisico e mentale”, concludono i ricercatori, “possiamo fare passi avanti in una società che è costantemente sotto pressione per massimizzare la produttività e ottimizzare le prestazioni delle persone in determinati momenti della giornata”.

Soffrite di una malattia reumatica? Altro che riposo, dovete fare ginnastica

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Al congresso europeo di reumatologia Eular a Madrid le nuove evidenze scientifiche. Per evitare infortuni da sovraccarico, bisogna progredire gradualmente

Avere una malattia reumatica un tempo significava riposo assoluto e spesso esonero dall’ora di ginnastica. Oggi, dietrofront. Ci sono le prove che l’attività fisica sia salutare anche per questi malati. Tanto che al congresso europeo di reumatologia Eular svoltosi a Madrid un’intera sessione è stata dedicata alle evidenze scientifiche accumulatesi negli ultimi anni.

In caso di artrite reumatoide, osteoartrite all’anca o al ginocchio interventi mirati di attività fisica – non di semplice movimento – riducono l’infiammazione, il dolore, il rischio cardiovascolare e l’ospedalizzazione, dando un generale miglioramento della qualità di vita. Anche nel caso della spondilite anchilosante e del lupus, gli studi condotti analizzando anche gli indicatori di infiammazione come la proteina C reattiva e le citochine mostrano che programmi di attività fisica aerobica e di potenziamento muscolare non peggiorano la progressione della malattia ma, al contrario, migliorano la fatigue, la depressione e lo stato fisico.

I SEGRETI PER TENERE VIVA LA MOTIVAZIONE
Ci vuole costanza perché gli effetti dell’esercizio non sono immediati. Per mantenerli, la pratica non va interrotta. Fare di un’attività occasionale un’abitudine sostenuta nel tempo è molto difficile. Lo spiega Keegan Knittle, psicologo dell’Università di Helsinky che studia come cambiare i comportamenti delle persone: «Affinché l’attività fisica diventi la norma, bisogna capire come mantenere viva la motivazione, anche quando i risultati sperati sembrano non arrivare – spiega il professore – In questo, aiuta molto sviluppare forme di motivazione interne:«è divertente», «fa parte di me», «mi fa tanto bene» sono molto più potenti rispetto alla motivazione esterna («mi è stato detto di farlo») o introiettata («se non lo faccio mi sento in colpa»)»·

Inoltre, spiega Knittel, posso aiutare molto anche le tecniche di autoregolamentazione o di «self regulation», per stabilire degli obiettivi e monitorarne regolarmente il raggiungimento.

«Questa è una strategia utile anche in seguito, nel periodo di mantenimento, per confermare a sé stessi che si è ancora a cavallo». Infine, spiega il professore, bisogna «essere consapevoli della grande influenza che hanno il contesto sociale e ambientale e le risorse personali di ciascuno: a volte i pazienti non hanno le energie per andare avanti e ciò rallenta la formazione dell’abitudine allo sport».

Un consiglio per tutti? «Stabilite dei trucchetti personali, come ad esempio questo: quando finisce la serie tv preferita, alzarsi dal divano, uscire di casa e camminare riflettendo su quanto era bella la puntata».

ALLENARSI, MA QUANTO?
Quando la pratica dello sport sarà diventata una consuetudine, potremmo voler sapere quanto esercizio fisico praticare e a quale intensità. «La dose ottimale? Non si sa» è la premessa di George Metsios, medico dello sport dell’University of Wolverhampton, che puntualizza come di allenamento debba trattarsi. «Allenamento significa voler migliorare una certa prestazione, indurre una risposta fisiologica specifica ad uno stimolo che nel corpo provoca un certo adattamento».

E, mette in guardia il ricercatore, sembra esserci anche una sistematica sottostima dell’intensità da prescrivere ai pazienti, che finisce per risultare insufficiente. Dopodiché, questi pazienti sono spesso più sedentari della media per le barriere della propria malattia e ci sono ancora pochi studi clinici riguardanti l’attività fisica nelle malattie reumatiche. Ma per renderli omogenei, confrontabili e ripetibili, «ci sono alcuni principi che vanno sempre considerati, perché consentono di avere degli studi omogenei – mette in guardia Metsios – e si tratta di frequenza, intensità, tempo e tipo (FIIT) dell’attività fisica, ma anche specificità dell’esercizio, progressione, sovraccarico, valori iniziali (i naive rispondono prima) e reversibilità (in seguito alla cessazione dell’attività fisica si torna al livello di partenza)».

Per evitare infortuni da sovraccarico, bisogna progredire gradualmente, senza però fermarsi, aiutando i malati a vincere le resistenze psicologiche. Bisogna abbinare l’attività anaerobica, che può regalare benefici più immediati, perché già dal secondo mese aumenta la forza e diminuisce il dolore e dal sesto mese aumenta la massa muscolare, con l’attività aerobica grazie alla quale, a partire dal terzo mese, diminuisce la massa grassa e si riducono i fattori di rischio cardiovascolare.

La progressione nei risultati dovuta alla risposta fisiologica dell’organismo all’allenamento è del tutto simile in giovani e vecchi, sani e malati. Perché su questo bisogna essere chiari, spiega il professore George Metsios, «l’attività fisica fa bene ad ogni età».

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Nel caffè la sveglia del tessuto che brucia i grassi

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Nel caffè la sveglia del tessuto che brucia i grassi

Caffeina tra candidati, potrebbe essere utile in futuro contro obesità e diabete. Ma si deve capire ancora in che dosi

ROMA – All’interno del caffè potrebbe nascondersi una sostanza capace di attivare il tessuto che brucia i grassi, cioè il tessuto adiposo bruno che brucia le calorie. Il probabile candidato è la caffeina, ma – attenzione – sono necessarie altre ricerche per individuare la dose precisa per ottenere l’efficacia della sostanza e l’eventuale associazione con altre molecole. Quindi è meglio evitare sperimentazioni fai-da-te. È quanto emerge dallo studio pubblicato sulla rivista Scientific Reports dal gruppo dell’Università britannica di Nottingham, coordinato da Michael Symonds. Lo studio è basato sull’analisi dell’effetto di sostanze come la caffeina su cellule staminali in grado di trasformarsi in cellule del tessuto adiposo bruno. E, inoltre, sull’utilizzo di tecniche di diagnostica per immagini che permettono di visualizzare, attraverso camere termiche, la posizione e l’attività del tessuto stesso.

Il tessuto adiposo bruno, considerato inizialmente una caratteristica solo dei bambini e dei mammiferi che vanno in letargo è, invece, presente anche negli adulti. Dove, sottolineano gli autori della ricerca, ha l’importante ruolo di riscaldare l’organismo bruciando calorie in risposta al freddo.
“Finora non era mai stato scoperto un modo efficace per stimolare l’attività del tessuto adiposo bruno. È la prima volta che osserviamo, grazie al caffè, un effetto diretto su questo tessuto”, ha spiegato Symonds. Secondo gli esperti, “nel caffè si nasconde quindi una sostanza simile alla caffeina che, da sola o insieme a quest’ultima, facilita il funzionamento di questo tessuto. Un’arma – ha concluso – che potrebbe rivelarsi utile a contrastare l’obesità e alcune forme di diabete

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