CHIRURGIA AMBULATORIALE DA 120 EURO

CHIRURGIA AMBULATORIALE DA 120 EURO

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AMBULATORIO DI CHIRURGIA TUTTI I GIOVEDI’ POMERIGGIO

DR. GIOVANNI MALANDRINO

MEDICO CHIRURGO

Reparto di Chirurgia Generale presso AUO San Luigi Gonzaga di Orbassano

Le patologie trattate in chirurgia ambulatoriale interessano per la maggior parte la cute ed il tessuto sottocutaneo, tra quelle di più frequente riscontro troviamo:

Lipoma

Neo

Melanoma

Cisti sebacea

Corpo estraneo

Basalioma

Unghia incarnita

Verruca

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Allarme calciatori, la FA denuncia: il rischio di demenza è triplo

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L'attaccante inglese Jeff Astle, morto a 60 anni per encefalopatia traumatica cronica
 Una ricerca dell’Università di Glasgow commissionata dalla federazione inglese ha mostrato che chi ha giocato ad alti livelli ha molte probabilità in più di soffrire di gravi malattie neurologiche

Allarme calciatori. Secondo una ricerca svolta in Inghilterra su richiesta della Football Association e del sindacato dei giocatori (quindi decisamente seria), i calciatori professionisti hanno una percentuale di rischio molto superiore alla media di morire di demenza e di altre gravi malattie neurologiche. Come riporta il Daily Express in prima, hanno esattamente probabilità tre volte e mezzo superiori rispetto a persone della stessa fascia d’età. Lo studio, condotto dall’Università di Glasgow per 22 mesi sui casi di 7676 ex calciatori scozzesi, ha anche riscontrato un rischio cinque volte superiore per l’Alzheimer, di quattro volte per malattia neuromotorie come la Sla e di due volte per il Parkinson.

La prima pagina del Daily Express

La prima pagina del Daily Express

LE CAUSE

La FA ha già fatto sapere che istituirà una task force per cercare di comprendere meglio le cause di questi numeri impressionanti. Il sospetto è che possano dipendere dalle tante volte in cui i calciatori colpiscono il pallone di testa, soprattutto quelli di una volta che erano particolarmente pesanti. Ma questo nesso non è comunque riportato nella ricerca dell’Università di Glasgow. Dell’Inghilterra campione del mondo nel ’66 sono tre i giocatori affetti da Alzheimer (Martin Peters, Nobby Stiles e Ray Wilson), a cui si aggiunge il caso di Jeff Astle, scomparso nel 2002 a 60 anni per encefalopatia traumatica cronica. L’attaccante era famoso per i suoi colpi di testa.

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VISITE SPORTIVE AGONISTICHE E NON AGONISTICHE

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Da lunedì 2 settembre tutti i  lunedì e mercoledì pomeriggio riprendono le visite sportive

Lunedì: dalle 16 alle 19 visite non agonistiche                       -Dr Marco Piseddu

Mercoledì: dalle 1830 visite agonistiche e non agonistiche -Dr Gialuca Gottero

Tariffe:

visita agonistica: 40€

Visita non agonositica: 27€

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ORARI DI AGOSTO E CHIUSURA ESTIVA

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ORARI DI AGOSTO:

Dal 5 al 9 agosto aperto dalle 14 alle 19

Chiusura estiva: dal 10 al 18 agosto

Dal 19 al 25 agosto aperto dalle 14 alle 19

NB. Dal 26 agosto orario pieno

 

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Visita dermatologica 90€ tutti i venerdì pomeriggio

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Dr Roberto Castellengo

Medico Chirurgo specialista in Dermatologia

Visita tutti i venerdì su appuntamento

Visita dermatologica

Mappatura Nei

dermatologo pinerolo, dermatologo saluzzo

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Insonnia d’estate, come recuperare sonno e benessere

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Insonnia d'estate, come recuperare sonno e benessere

Adottando semplici regole è possibile modificare il proprio orologio interno, trasformando un nottambulo in un mattiniero. A sostenerlo uno studio pubblicato su Sleep Medicin

RITMI estenuanti, caldo, stress, ansia e, più in generale, uno stile di vita poco equilibrato possono minacciare un buon riposo. Tanto da far rischiare, per molti di noi, l’insonnia, un disturbo che porta con sé una lunga lista di effetti collaterali, come un’eccessiva sonnolenza durante il giorno, difficoltà di concentrazione e memoria, e un maggior rischio di soffrire di gravi disturbi, come la depressione. Accanto agli insonni, tuttavia, c’è anche un altro tipo di persone che potrebbe andare incontro a problemi simili, ma di intensità minore: sono i nottambuli, persone che tendono naturalmente a svegliarsi e addormentarsi più tardi del resto della popolazione, e hanno quindi problemi ad uniformarsi ai ritmi della società moderna. Finendo per fare spesso le ore piccole, e tendendo a trovarsi un po’ fuori fase nelle prime ore della mattina e sperimentare nell’arco della giornata sonnolenza, difficoltà di concentrazione e sentimenti negativi, come stress e depressione. Ma oggi, per arriva una buona notizia per i nottambuli: un team di ricerca internazionale, delle università di Birmingham, del Surrey (Regno unito) e della Monash University (Australia), ha dimostrato che è possibile modificare, nel giro di sole tre settimane abitudini comportamentali e ritmo sonno/veglia utilizzando interventi semplici, pratici e non farmacologici.

I consigli da seguire

Nel nuovo studio, appena pubblicato su Sleep Medicine, i ricercatori si sono concentrati su un gruppo di 22 nottambuli. “Volevamo sapere se ci sono interventi semplici che le persone possono seguire in autonomia per risolvere questo problema”, spiegano i ricercatori. Per capirlo, ai partecipanti è stato chiesto di seguire, per un periodo di tre settimane, alcune semplici indicazioni: impostare la sveglia 2-3 ore prima del solito e lasciare che la luce mattutina illuminasse la propria stanza. Fare colazione appena svegli, pranzare sempre alla stessa ora e non cenare dopo le 19.00. Svolgere esercizio fisico esclusivamente nell’arco della mattinata, evitare la caffeina dopo le 15.00 e non fare sonnellini dopo le 16. Andare, infine, a dormire 2-3 ore prima del solito ed evitare di esporsi eccessivamente alla luce artificiale nelle ore serali. Ai partecipanti, quindi, è stato chiesto di seguire questi suggerimenti e mantenere gli stessi orari di sonno e di veglia ogni giorno, non facendo differenze tra giorni lavorativi e festivi.

Benessere fisico e mentale

Al termine dello studio, i ricercatori hanno osservato che gli orologi interni dei partecipanti risultavano spostati di due ore prima rispetto a quando avevano cominciato a seguire i consigli. In media – scrivono gli autori dello studio – anticipando la sveglia e il coricarsi di due ore rispetto al solito, i nottambuli hanno riportato miglioramenti del benessere mentale e fisico. Dalle analisi, infatti, i partecipanti hanno mostrato un miglioramento delle prestazioni cognitive (tempo di reazione più veloce) e livelli più bassi di depressione, stress e sonnolenza nella mattinata, momento della giornata in cui questa categoria di persone accusa maggior stanchezza. “Stabilire routine semplici può aiutare i nottambuli a regolare i loro orologi interni e a migliorare la loro salute fisica e mentale complessiva: livelli insufficienti di sonno e disallineamento circadiano possono influire negativamente su molti processi corporei, aumentando il rischio di malattie cardiovascolari, cancro e diabete”, ha spiegato Debra Skene dell’Università del Surrey, tra i firmatari dello studio.

Rispetto alle persone mattiniere, i nottambuli soffrono maggiormente nella nostra società per riuscire ad adattarsi agli orari di lavoro e di scuola, che non sono sincronizzati con i loro orologi interni. “Riconoscendo queste difficoltà e fornendo semplici strumenti per migliorare il benessere fisico e mentale”, concludono i ricercatori, “possiamo fare passi avanti in una società che è costantemente sotto pressione per massimizzare la produttività e ottimizzare le prestazioni delle persone in determinati momenti della giornata”.

Soffrite di una malattia reumatica? Altro che riposo, dovete fare ginnastica

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Al congresso europeo di reumatologia Eular a Madrid le nuove evidenze scientifiche. Per evitare infortuni da sovraccarico, bisogna progredire gradualmente

Avere una malattia reumatica un tempo significava riposo assoluto e spesso esonero dall’ora di ginnastica. Oggi, dietrofront. Ci sono le prove che l’attività fisica sia salutare anche per questi malati. Tanto che al congresso europeo di reumatologia Eular svoltosi a Madrid un’intera sessione è stata dedicata alle evidenze scientifiche accumulatesi negli ultimi anni.

In caso di artrite reumatoide, osteoartrite all’anca o al ginocchio interventi mirati di attività fisica – non di semplice movimento – riducono l’infiammazione, il dolore, il rischio cardiovascolare e l’ospedalizzazione, dando un generale miglioramento della qualità di vita. Anche nel caso della spondilite anchilosante e del lupus, gli studi condotti analizzando anche gli indicatori di infiammazione come la proteina C reattiva e le citochine mostrano che programmi di attività fisica aerobica e di potenziamento muscolare non peggiorano la progressione della malattia ma, al contrario, migliorano la fatigue, la depressione e lo stato fisico.

I SEGRETI PER TENERE VIVA LA MOTIVAZIONE
Ci vuole costanza perché gli effetti dell’esercizio non sono immediati. Per mantenerli, la pratica non va interrotta. Fare di un’attività occasionale un’abitudine sostenuta nel tempo è molto difficile. Lo spiega Keegan Knittle, psicologo dell’Università di Helsinky che studia come cambiare i comportamenti delle persone: «Affinché l’attività fisica diventi la norma, bisogna capire come mantenere viva la motivazione, anche quando i risultati sperati sembrano non arrivare – spiega il professore – In questo, aiuta molto sviluppare forme di motivazione interne:«è divertente», «fa parte di me», «mi fa tanto bene» sono molto più potenti rispetto alla motivazione esterna («mi è stato detto di farlo») o introiettata («se non lo faccio mi sento in colpa»)»·

Inoltre, spiega Knittel, posso aiutare molto anche le tecniche di autoregolamentazione o di «self regulation», per stabilire degli obiettivi e monitorarne regolarmente il raggiungimento.

«Questa è una strategia utile anche in seguito, nel periodo di mantenimento, per confermare a sé stessi che si è ancora a cavallo». Infine, spiega il professore, bisogna «essere consapevoli della grande influenza che hanno il contesto sociale e ambientale e le risorse personali di ciascuno: a volte i pazienti non hanno le energie per andare avanti e ciò rallenta la formazione dell’abitudine allo sport».

Un consiglio per tutti? «Stabilite dei trucchetti personali, come ad esempio questo: quando finisce la serie tv preferita, alzarsi dal divano, uscire di casa e camminare riflettendo su quanto era bella la puntata».

ALLENARSI, MA QUANTO?
Quando la pratica dello sport sarà diventata una consuetudine, potremmo voler sapere quanto esercizio fisico praticare e a quale intensità. «La dose ottimale? Non si sa» è la premessa di George Metsios, medico dello sport dell’University of Wolverhampton, che puntualizza come di allenamento debba trattarsi. «Allenamento significa voler migliorare una certa prestazione, indurre una risposta fisiologica specifica ad uno stimolo che nel corpo provoca un certo adattamento».

E, mette in guardia il ricercatore, sembra esserci anche una sistematica sottostima dell’intensità da prescrivere ai pazienti, che finisce per risultare insufficiente. Dopodiché, questi pazienti sono spesso più sedentari della media per le barriere della propria malattia e ci sono ancora pochi studi clinici riguardanti l’attività fisica nelle malattie reumatiche. Ma per renderli omogenei, confrontabili e ripetibili, «ci sono alcuni principi che vanno sempre considerati, perché consentono di avere degli studi omogenei – mette in guardia Metsios – e si tratta di frequenza, intensità, tempo e tipo (FIIT) dell’attività fisica, ma anche specificità dell’esercizio, progressione, sovraccarico, valori iniziali (i naive rispondono prima) e reversibilità (in seguito alla cessazione dell’attività fisica si torna al livello di partenza)».

Per evitare infortuni da sovraccarico, bisogna progredire gradualmente, senza però fermarsi, aiutando i malati a vincere le resistenze psicologiche. Bisogna abbinare l’attività anaerobica, che può regalare benefici più immediati, perché già dal secondo mese aumenta la forza e diminuisce il dolore e dal sesto mese aumenta la massa muscolare, con l’attività aerobica grazie alla quale, a partire dal terzo mese, diminuisce la massa grassa e si riducono i fattori di rischio cardiovascolare.

La progressione nei risultati dovuta alla risposta fisiologica dell’organismo all’allenamento è del tutto simile in giovani e vecchi, sani e malati. Perché su questo bisogna essere chiari, spiega il professore George Metsios, «l’attività fisica fa bene ad ogni età».

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Nel caffè la sveglia del tessuto che brucia i grassi

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Nel caffè la sveglia del tessuto che brucia i grassi

Caffeina tra candidati, potrebbe essere utile in futuro contro obesità e diabete. Ma si deve capire ancora in che dosi

ROMA – All’interno del caffè potrebbe nascondersi una sostanza capace di attivare il tessuto che brucia i grassi, cioè il tessuto adiposo bruno che brucia le calorie. Il probabile candidato è la caffeina, ma – attenzione – sono necessarie altre ricerche per individuare la dose precisa per ottenere l’efficacia della sostanza e l’eventuale associazione con altre molecole. Quindi è meglio evitare sperimentazioni fai-da-te. È quanto emerge dallo studio pubblicato sulla rivista Scientific Reports dal gruppo dell’Università britannica di Nottingham, coordinato da Michael Symonds. Lo studio è basato sull’analisi dell’effetto di sostanze come la caffeina su cellule staminali in grado di trasformarsi in cellule del tessuto adiposo bruno. E, inoltre, sull’utilizzo di tecniche di diagnostica per immagini che permettono di visualizzare, attraverso camere termiche, la posizione e l’attività del tessuto stesso.

Il tessuto adiposo bruno, considerato inizialmente una caratteristica solo dei bambini e dei mammiferi che vanno in letargo è, invece, presente anche negli adulti. Dove, sottolineano gli autori della ricerca, ha l’importante ruolo di riscaldare l’organismo bruciando calorie in risposta al freddo.
“Finora non era mai stato scoperto un modo efficace per stimolare l’attività del tessuto adiposo bruno. È la prima volta che osserviamo, grazie al caffè, un effetto diretto su questo tessuto”, ha spiegato Symonds. Secondo gli esperti, “nel caffè si nasconde quindi una sostanza simile alla caffeina che, da sola o insieme a quest’ultima, facilita il funzionamento di questo tessuto. Un’arma – ha concluso – che potrebbe rivelarsi utile a contrastare l’obesità e alcune forme di diabete

Esiste un limite di resistenza alla fatica? Sì, ed è uguale per tutti

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Che tu sia un runner della domenica o un ultramaratoneta fa poca differenza: condividiamo tutti la stessa soglia di dispendio energetico oltre la quale il corpo umano è incapace di sostenersi a lungo. Un tetto massimo che sembra essere stato selezionato nel corso dell’evoluzione.

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È il corpo stesso a stabilire le richieste energetiche massime che può sostenere. Jogging estivo: come si adatta il corpo all’afa?|SHUTTERSTOCK

Il Giro d’Italia, l’Ironman, gli Ultra trail… alcune competizioni spingono ai limiti della resistenza anche gli atleti più allenati. Ma esiste un tetto oltre al quale non è possibile arrivare? Esiste, e non è solo nella mente, come alcuni preparatori sono soliti ricordare. Si tratta di un limite metabolico che – secondo un nuovo studio pubblicato su Science Advances – è uguale per tutti a prescindere dalla preparazione, e dalla disciplina praticata.

 

LINEA ROSSA. Il corpo umano non può richiedere calorie oltre la soglia di due volte e mezzo il suo dispendio metabolico a riposo (metabolismo basale, cioè il dispendio energetico necessario a sostenere le funzioni vitali di base): oltre quel tetto, l’organismo inizia a consumare i suoi stessi tessuti, nel tentativo disperato di supplire al deficit di calorie. Per Herman Pontzer, antropologo evolutivo della Duke University (USA) e coautore dello studio, è questo il margine entro il quale si muovono le umane possibilità.

 

Questa soglia potrebbe dipendere dalla capacità delle pareti intestinali di assorbire nutrienti: il nostro tratto digerente può scomporre e digerire solo una certa quantità di cibo al giorno, e dunque incamerare una quantità massima di riserve energetiche.



FATICHE A CONFRONTO. Gli scienziati hanno comparato i dati disponibili sulle calorie bruciate quotidianamente in una serie di gare di resistenza, inclusi il Tour de France, gare di nuoto, di trekking nell’Artico e una prova che dura nove mesi – la gravidanza. In particolare si sono soffermati sul dispendio energetico degli atleti che hanno preso parte, nel 2015, a una gara di resistenza che dura cinque mesi e attraversa gli USA per 4800 km, la Race Across the USA (RAUSA). In questa competizione, gli atleti corrono l’equivalente di una maratona al giorno, per sei giorni alla settimana, per 14-20 settimane.

 

Il confronto dei dati ha mostrato un andamento costante, una curva a forma di “L” in cui il dispendio energetico giornaliero degli atleti partiva a livelli alti, per poi progressivamente calare e stabilizzarsi a una soglia di 2,5 volte il metabolismo basale per il resto della gara. Quando gli scienziati hanno analizzato i campioni di urina degli atleti del RAUSA, all’inizio e alla fine della gara, si sono accorti che alla ventesima settimana, consumavano 600 kcal in meno al giorno rispetto a quanto ci si sarebbe aspettati per quel chilometraggio e quel momento. Come se il corpo sapesse abbassare le proprie richieste energetiche per mantenersi entro quella soglia massima.

 

DI PIÙ NON È POSSIBILE. Il fatto forse più interessante è che tutti gli eventi seguivano la stessa curva, che si trattasse di una gara alle temperature sottozero dell’Artico, di una competizione di ciclismo estiva o di una gravidanza: il tetto massimo di energia spendibile riscontrato nei campioni di resistenza è infatti appena superiore ai ritmi metabolici sostenuti dalle donne durante la gravidanza. Lo stesso limite fisiologico selezionato nel corso dell’evoluzione sembrerebbe quindi impedire al corpo di imbarcarsi in sforzi fisici oltre i quali potrebbero esserci conseguenze fatali, e al feto di svilupparsi in modo eccessivo all’interno dell’utero.

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Epicondilite, non è vero che viene solo ai tennisti. I lavori che possono causarla e le nuove cure

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Lo chiamano anche «gomito del tennista». Le categorie più esposte sono gli operatori di video terminali, dattilografi, idraulici e imbianchini, pittori, barbieri e parrucchieri
ortopedico torino san lazzaro medica

Lo chiamano anche «gomito del tennista», ma in realtà è un infortunio che non colpisce solo gli amanti della racchetta. L’epicondilite, infatti, può interessare persone che praticano altri sport, come il bodybuilding, la scherma, il tennis, il paddle (molto in voga in questo periodo), il ciclismo (mountain bike sopratutto). O anche chi fa lavori ripetitivi, come un operaio in fabbrica. O chi svolge lavori pesanti, come il muratore che utilizza alcuni attrezzi (trapano, martello, cacciavite).

«Le categorie a rischio sono anche gli operatori di video terminali, dattilografi, idraulici e imbianchini, pittori, barbieri e parrucchieri, camerieri (per il continuo portare i piatti), meccanici (uso del cacciavite), carpentieri e anche giardinieri», spiega Emanuele Umbro, fisioterapista, responsabile dello studio Nexus a Roma. Anche l’uso eccessivo di computer e tablet possono aumentare le probabilità di sviluppare questa condizione.

L’EPICONDILITE COLPISCE FINO AL 3% DELLA POPOLAZIONE ITALIANA

Non stupisce, quindi, che l’epicondilite sia molto diffusa. «Si stima affligga dall’1 al 3 per cento della popolazione ogni anno, senza particolare distinzione tra uomini e donne», sottolinea Umbro. La condizione colpisce persone tra i 25 e i 60 anni d’età, ovvero persone attive a lavoro oppure sportive che creano microtraumi ripetuti all’articolazione. «L’epicondilite è per definizione un’infiammazione delle strutture che si collocano nella zona laterale del gomito», spiega l’esperto. Può colpire chiunque esegua ripetutamente dei movimenti di flessione del braccio e rotazione del polso. «Le cause vanno ricercate in uno scorretto uso dell’articolazione – spiega Umbro – che messa in sovraccarico, tende ad infiammarsi nella componente epicondilare, ma non va assolutamente sottovalutata, la compresenza di patologie a carico del rachide cervicale, e proprio la compresenza di cervicalgia, deve destare sospetto e attenzione nel trattamento per evitare il fallimento, per incompletezza di trattamento alla fonte del problema».

CI SONO DIVERSE OPZIONI DI TRATTAMENTO

C’è un sintomo specifico che lascia poco spazio ai dubbi. «Il dolore specifico alla palpazione dell’epicondilo rappresenta il segno che caratterizza l’affezione», spiega Umbro. «Viene eseguito sul gomito piegato a 90 gradi, e si palpa così il tendine comune epicondileo, l’interlinea omero-radiale, il bordo esterno della testa radiale e la zona in cui emerge il nervo radiale. Altro segno quasi certo – continua – è il dolore provocato nei muscoli epicondilari, quando si chiede una estensione contrastata del polso a dita flesse e l’estensione contrastata delle dita, soprattutto del medio».

Ci sono diversi livelli di trattamento. «Il trattamento di questa patologia così ostica, è di tipo conservativo, almeno nella fase iniziale», riferisce Umbro. «Le principali scelte sono quindi riposo, farmaci FANS, fisioterapia e infiltrazioni steroidee», aggiunge. Altre opzioni terapeutiche a disposizione sono: le onde d’urto focali, ovvero onde di pressione (acustiche, di natura meccanica) prodotte da appositi generatori, in grado di propagarsi nei tessuti, in sequenza rapida e ripetuta, con proprietà antidolorifiche e antinfiammatorie. La terapia chirurgica è raccomandata solo in caso di insuccesso dei trattamenti medici e strumentali.

LA NUOVA FRONTIERA E’ LA MEDICINA RIGENERATIVA

Se non si ottiene alcun beneficio si può ricorrere alla medicina rigenerativa. Una delle tecniche più efficaci è quella che prevede l’utilizzo del PRP, il plasma ricco in piastrine: questa prevede un piccolo prelievo di sangue venoso che poi viene centrifugato per separare le componenti e ottenere un concentrato di piastrine. Queste, infatti, sono ricche di fattori di crescita, cioè proteine che aiutano il processo di autoriparazione e guarigione dei tessuti. Le piastrine vengono successivamente iniettate nei tendini o nei muscoli e, dopo l’infiltrazione, si procede alla medicazione compressiva. Un’altra opzione nuova è quella che utilizza le cellule staminali con lo scopo di rigenerare e accelerare la guarigione.

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Dr Luca Savio

Dr Gianfranco Santisi

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