«Neuroscienze cognitive della musica» (Zanichelli), un libro dedicato a musicisti e appassionati, educatori e musicoterapeuti, esperti e curiosi

La musica è una disciplina che affascina e in qualche modo amiamo tutti. C’è chi la studia fin da piccolo, c’è chi impara a suonare pur non avendo mai studiato, chi vi si appassiona nell’età adulta e chi sogna di cantare come un usignolo, ma non vi riesce. Neuroscienze cognitive della musica, scritto da Alice Mado Proverbio, professore di Psicobiologia e Psicologia fisiologica presso l’Università degli Studi di Milano-Bicocca, dove insegna Neuroscienze cognitive, rappresenta un vero e proprio viaggio nella musica dedicato a studiosi di neuroscienze, educatori e musico-terapeuti, musicisti e studiosi di musica.

L’autrice dell’opera, edita da Zanichelli Editore, segue lo sviluppo della mente musicale nell’arco della vita dell’essere umano, dal grembo materno fino all’età senile. Attraverso studi sperimentali provenienti dai laboratori di tutto il mondo vengono sfatati miti e spiegati fenomeni.

Espressioni quali «avere orecchio», «buttare l’occhio», «la memoria della mano» trovano la loro adeguata spiegazione scientifica. Nel libro, inoltre, sono presenti due sezioni particolarmente interessanti: una relativa al ruolo dei neuroni a specchio audiovisuomotori che giocano un ruolo fondamentale nell’apprendimento della musica, nell’affinamento dell’abilità esecutiva, nella capacità di coordinarsi con i cointerpreti e cogliere le intenzioni espressive del direttore d’orchestra; l’altra riservata alla Neuroestetica.

Tale disciplina descrive i meccanismi neurali dell’esperienza estetica musicale, offrendo una spiegazione scientifica di come la musica sia in grado di modificare lo stato d’animo dell’ascoltatore e indurre emozioni specifiche, tanto da essere utilizzata a fini espressivi e narrativi in altri ambiti artistici quali, ad esempio, il cinema: alla neuroestetica della musica da film è dedicato appunto l’ultimo capitolo del libro. Abbiamo intervistato l’autrice del libro, per scoprire i segreti del suo libro e della musica!

1) La predisposizione alla musica è codificata geneticamente? 
«Vi sono una serie di geni che effettivamente spiegano alcune abilità correlate alla musica, come ad esempio i geni GATA2 e PCDH7 che regolano la codifica neurale dell’altezza dei suoni, oppure altri geni che controllano la capacità motoria, la coordinazione, la capacità attentiva, la sensibilità al ritmo, il controllo e la pianificazione dell’azione, l’eccitabilità sensoriale, gli aspetti emotivi come la perseveranza, la costanza, la resilienza, l’essere aperti a nuove esperienze, il narcisismo, il tratto ossessivo e il perfezionismo, il tratto introversione/estroversione, il tratto schizoide/creativo, la tendenza alla malinconia. Ciascuno di noi è portare di un cocktail genetico talmente complesso che la cosiddetta “predisposizione alla musica” avrebbe in definitiva un ruolo secondario rispetto a fattori ambientali».

2) Quali sono i fattori ambientali che incidono sulle abilità musicali?
«Il fatto di vivere in un ambiente dove si ascolta o si suona musica, e dove questo è considerato un valore; il fatto di essere esposti alla musica da bambini ed incoraggiati a suonare; il fatto di essere rinforzati positivamente dal proprio studio, dall’esperienza del successo e dal piacere dell’esibizione. L’avere la possibilità di studiare in un ambiante adeguato, di avere accesso a studi di qualità nella propria città: ecco questi sono tutti fattori di tipo ambientale».

3) Quanto conta la pratica per lo sviluppo delle abilità musicali? 
«Alcuni ricercatori hanno tentato di quantificare la quantità di tempo necessaria a diventare molto esperti in una particolare abilità sensoriale-motoria, la quale è stata stimata in circa 10.000 ore, il che equivale a circa 10 anni di pratica (intervallo definito come “un lungo periodo di pratica deliberata”). Questo valore può variare in funzione del talento e dell’atteggiamento dell’individuo. La pratica conta moltissimo perché le abilità procedurali si sviluppano con l’esercizio».

4) È possibile imparare a suonare o cantare in età avanzata? 
«Certamente, anche se il livello di abilità acquisito sarà correlato all’intensità e durata dello studio e dovrà fare i conti con eventuali problemi articolari, muscolari o di diminuzione della velocità di reazione e della coordinazione legati al progredire dell’età».

5) Studiare la musica in età adulta può aiutare a mantenere giovane il cervello?
«Suonare uno strumento musicale, cantare ed imparare a leggere la musica può costituire un intervento (se non addirittura un trattamento riabilitativo) estremamente utile negli anziani, in quanto promuove la riserva cognitiva e migliora il benessere e l’umore soggettivi. Difatti il cervello continua a produrre nuove sinapsi anche in età adulta (sinaptogenesi), ed addirittura anche nuove cellule nervose (neurogenesi). Le modificazioni neuroplastiche imposte dall’apprendimento della nuova abilità corrispondono al mantenere un cervello relativamente giovane ed in esercizio».

6) Qual è il segreto per non «steccare»? 
«L’abilità di cantare o suonare intonati si basa su un complesso circuito di regolazione del feedback uditivo (ciò che abbiamo suonato e cantato) che per retroazione viene utilizzato per regolare il gesto motorio/articolatorio. A tale scopo esistono particolari popolazioni neurali audio/visuomotorie (le cui connessioni si sviluppano con l’esercizio) che sono in grado di combinare informazioni multimodali. Oltre all’esercizio svolge un ruolo rilevante il controllo automatizzato dell’azione, sia quello motorio (gangli della base, area supplementare motoria, cingolato) che cognitivo e percettivo (corteccia prefrontale dorsolaterale, talamo), che emotivo (insula anteriore). Al contrario di quanto si pensi, l’eccellenza di un interprete musicale ha molto a che vedere con le sue straordinarie capacità di controllo».

7) Cos’é la neuro estetica della musica?
«E’ un approccio di ricerca interdisciplinare finalizzato alla comprensione delle basi neurali dell’esperienza estetica da un punto di vista biologico e psicologico. Per esempio, si cerca di capire come fa l’ascolto musicale ad essere un’esperienza estetica e a trasmettere ad esempio sensazioni piacevoli; come fa a modificare lo stato d’animo degli ascoltatori e a comunicare emozioni e informazioni narrative ad esempio, nella musica da film».

8) Esistono delle regole per scrivere una hit?
«Alcuni dati da noi raccolti mostrano che clip musicali considerate più gradevoli da ascoltatori ingenui (non educati musicalmente), erano tipicamente più tonali, tradizionali, melodiche, tristi, emotivamente calme, lente e strutturalmente semplici. Queste caratteristiche richiamano uno stato emotivo malinconico e poco agitato, assimilabile alle emozioni di “tenerezza” e “pacatezza”. In generale un’eccessiva complessità (armonica, melodica, ritmica, esecutiva o strutturale) non è mai molto apprezzata da un pubblico naïve

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